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Napoleone Bonaparte: fu vera gloria?

Posted by on Nov 21, 2017

Napoleone Bonaparte: fu vera gloria?

Ha visto la luce, recentemente, per i tipi delle Edizioni Odisseo di Itri, il libro “Napoleone Bonaparte: ai posteri l’ardua sentenza” di Alfredo Saccoccio, opera straordinariamente interessante, dal ricchissimo  apparato iconografico, che ha anche il merito di aver evitato il difetto solito dei libri su Napoleone: la partigianeria.

L’autore ci conduce, grazie ad una miniera di notizie e di rivelazioni, ad un’ idea più veritiera del carattere dell’ imperatore raggiungendo il suo scopo con l’ acribìa delle sue messe a punto e con l’ordinata esposizione di minuti particolari caratteristici, qualità, queste, che, di libro in libro, si sono affinate, semplificate e irrobustite.

Il “piccolo caporale” fu un uomo di sicura riuscita, pregno di carisma, che si credette insuperabile, e in verità lo fu, finché si mosse nel suo campo e nel suo territorio, sul suo cavallo di battaglia e sul suo trono, obbedito ciecamente da uomini che accettavano, come un branco di pecore, il suo assolutismo, uno dei più bassi lasciti della Rivoluzione francese, che assolveva e anzi santificava qualsiasi crimine perpetrato in nome dell’Idea, dell’Utopia, e consentiva il sistematico saccheggio dei beni italiani.  Bastò un solo umile e pio religioso, il benedettino Barnaba Gregorio Chiaramonti, diventato Pio VII, ma fedele alla sua vocazione, per dimostrare che esiste un potere superiore al più potente conquistatore, di cui, solo nella Biblioteca Nazionale di Parigi, vi sono duecentomila libri che hanno rivolto la loro attenzione alla sua persona, con giudizi molto diversi. Heine ne fa un dio; Goethe lo dichiara semidio; Nietzsche vede in Napoleone un “superuomo”. Al contrario, per Tolstoj, in “Guerra e pace”, egli è “l’uomo più abietto della storia”, che fa la figura dell’idiota. II Napoleone di Tolstoj è un uomo piccolo piccolo, solo una piccola pedina che si muoveva su una scacchiera troppo vasta e complicata per lui, “simile al bimbo che, stringendo una cordicella, si crede sull’immaginaria carrozza che conduce”. A detta della Rémusat, dama di Corte della moglie di Napoleone, “Bonaparte fu malvagio fin dalla nascita, gli era innata la tendenza al male nelle grandi come nelle piccole cose, fu il distruttore d’ogni virtù”, avendo voltato le spalle alle religioni e alla tradizioni. A giudizio di Chateaubriand, “mai nessun uomo sfruttò e disprezzò i popoli, quanto Napoleone”; Hyppolite Taine volta sdegnosamente le spalle al Corso, perché egli “sacrificò quattro milioni di Francesi, per rovinare in 15 anni 15 province, e perché si staccassero dal suo paese la Savoia, la sinistra del Reno, il Belgio, e tutto l’angolo Nord-Est”, per non dire che rovinò Venezia, città che si era sempre conservata libera ed indipendente, venduta all’Austria con l’infame trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), in cambio della Lombardia, e distrusse i popoli del Nord.

Il “giovane liberatore d’Italia” deluse profondamente quanti avevano creduto nel vento innovatore della Rivoluzione francese e nelle idee di cui egli si era fatto banditore tra i popoli. Ugo Foscolo e con lui molti, generosi giovani del suo tempo videro nell’armata napoleonica un valido strumento per creare anche in Italia un ordine nuovo, sia nell’ambito politico che in quello sociale, un rinnovamento fondato sulla libertà e sull’uguaglianza di tutti i cittadini. Il Bonaparte, invece, mirava solo a consolidare la sua potenza e il suo prestigio, anteponendo le proprie ambizioni agli ideali che vantava di professare. Questo ignominioso baratto tolse molte illusioni ed incise profondamente nei cuori degli italiani. Nelle “Ultime Lettere di Iacopo Ortis” (e nell’Ortis adombra se stesso) il giovane poeta, che già aveva inneggiato in un’ode a “Bonaparte liberatore”, con l’animo pieno di amarezza, smaschera, agli occhi del popolo, le male arti con cui il tiranno l’opprime, spadroneggiando sull’Italia, in nome di una libertà sempre più conculcata e vilipesa. Egli scaglia contro Napoleone una durissima condanna, che resta un monito per gli italiani e per tutti i popoli: dai tiranni, che mirano solo a crearsi una solida base di potere, non ci si aspetti mai né giustizia né libertà, una delle parole più usate ed abusate, di cui abbiamo fatto un mito, forse il vero mito del nostro tempo. Da chi non ha patria e ha “un animo basso e crudele”, la mente di una volpe, astuta e calcolatrice, che usa l’inganno e la frode, non bisogna aspettarsi “mai cosa utile ed alta”. E pensare che il Corso, in una lettera del 19 settembre 1797, si era lasciato sfuggire la confessione “essere Venezia la città di tutta l’Italia maggiormente degna di libertà”!.

Anche a Giacomo Leopardi gli ideali democratici dovettero suscitare violenta, istintiva ripugnanza, non foss’altro per il suo aristocratico sentire ed intuire la realtà dell’essere. Nei “Paralipomeni” il poeta recanatese ha messo alla berlina l’ideologia gacobina, affermando, fra l’altro: “Allor nacque fra topi una follìa  / Degna di riso più che di pietade…”. Lo stesso Giuseppe Parini

Giudicando unicamente da un punto di vista umano, l’assolutista Bonaparte, di marca feudale, che oppresse la libertà pubblica e privata, non rispettando i diritti di tutti e di ciascuno, che fece imprigionare, a capriccio, migliaia di persone, che costrinse al silenzio o asservì la stampa, che dissipò il sangue francese, e non solo francese (in Palestina il Nostro catturò, a Giaffa, 4500 guerrieri musulmani, che furono tutti trucidati, parte infilzati con le baionette, parte annegati in mare), in pazze ed inutili guerre, che rovesciò troni cacciando i sovrani, che cancellò confini, che mise in giro falsi princìpi, fu un cumulo di inganni, un fuoco fatuo, un falso splendore, un “Krampus”, un diavolo cornuto dai piedi forcuti, a detta della stessa imperatrice Maria Luisa. Per alcuni, l’“l’uomo della Provvidenza” era, in realtà, un orco crudele, un pazzo sanguinario, un despota disumano, un emissario di Satana, un Anticristo, un figlio della rivoluzione, che “disconobbe sua madre e, se per un istante abbracciò la libertà, lo fece per strangolarla”.

Il vincitore di Marengo umiliò profondamente due pontefici, uno dei quali, Pio VI, morì in prigionìa, a Valence, nel Delfinato, nella cantina di una casa privata. Neanche Stalin, neanche il peggiore dei totalitarismi  hanno mai osato tanto. Il suo cadavere fu chiuso in una doppia cassa, intorno alla quale scorrazzavano i topi, che la fiutavano da ogni parte. In questo particolare Napoleone dovette seguire la sorte del papa che egli aveva perseguitato: nell’isola di Sant’Elena i topi presero d’assalto il cuore del Bonaparte, collocato in un piatto, per conservarlo poi nell’alcool, in un vaso separato, che sarebbe stato posto nella bara. Poco mancò che non lo divorassero.  La cosa è raccontata dal dottor Archibaldo Arnott, il quale, sentito un rumore nella stanza dove era stato messo il cuore, vi entrò trovandovi due topi che stavano cercando di portar via il cuore. La maggioranza delle biografie inglesi e francesi non ne parlano, perché il 95% delle biografie di Napoleone sono elogiative e in esse può sembrare ripugnante fare menzione di tale affare. Gli inglesi e i francesi possono avere un motivo psicologico per tacerlo: gli inglesi, perché sanno bene che i francesi rinfacciano loro la maniera come hanno trattato Napoleone, non volendo quindi irritarli maggiormente con il menzionare tale episodio; i francesi, perché la cosa sembra loro poco gloriosa per il deposto imperatore, che divulga, in punto di morte, con il contributo degli “evangelisti” Las Cases, Bertrand e Marchand, raccolti in piccola corte intorno a lui, nell’eremo di Longwood della sonnolenta Sant’Elena, la leggenda romantica del Prometeo liberale vinto, ma non domo dalle vecchie oligarchie, avvelenato dagli inglesi, infamati  al di là del vero.

Macroscopica mistificazione quella di Napoleone, grande impostore per dare ai posteri una buona immagine di sè. Il Bonaparte il processo di falsificazione lo ha connaturato in lui, ricorrendovi come depistaggio (“bisogna far credere” è l’espressione ricorrente nei suoi scritti). Lo si evince da ricerche d’archivio, che costituiscono un tassello importante per ricostruire cosa accadde negli anni dello strapotere  francese in Europa e del tiranno Napoleone, dissanguatore della più bella gioventù dell’Impero mandata al macello spezzando il cuore di tanti padri e madri (vent’anni di battaglie costarono più che le più accanite guerre di venti secoli,  ricoprendo l’Europa di tombe, di ceneri e di lacrime  e riuscendo, a detta di Massimo Taparelli d’Azeglio, “perfino a farsi celebrare, ammirare, sto per dire, adorare  da tutti i balordi ai quali ha vuotato le vene”), che conquista il Bel Paese con la scusa di liberarlo e lo seduce con il fascino eccezionale della sua figura, sfruttando, con opere di volpe più che di leone, le circostanze a proprio profitto. Il Bonaparte, però, ha, per il suo corteggio, le erranti ombre del duca di Enghien, di Pichegru e di tanti altri, che furono trucidati per fondare e mantenere quella potenza demoniaca dell’uomo che guidava i destini dell’Europa; potenza demoniaca volta ad asservire, ma non ad illuminare i popoli, tanto che il buon Manzoni, dopo i fatti dell’aprile 1814, scrisse una canzone, che dice: “Il tiranno è caduto: sorgete / genti oppresse, l’Italia respira”.

Era finita l’oppressione. Ma allora, fu vera gloria? Ci torna in mente il celebre interrogativo manzoniano del “Cinque Maggio”, che abbiamo imparato sui banchi di scuola, a proposito di un personaggio che ne ha fatte dire di tutti i colori ai posteri e ai contemporanei. Lo stesso Goethe, pur apprezzandolo, avendogli Napoleone offerto di celebrare l’epopea imperiale, non accolse l’invito, poiché capiva che l’individuo incarnava perfettamente la tentazione del cesarismo e presentiva che la potenza demoniaca dell’uomo che guidava i destini dell’Europa era volta ad asservire e non ad illuminare i popoli, era volta a servirsi dello Stato con un governo imperiale, come un artista può servirsi dei suoi strumenti di lavoro ad esaltazione della propria solitaria grandezza, dimenticando che lo Stato non coincide mai con la personalità di chi lo dirige, ma prende vita e forma dall’eredità delle generazioni passate, dai bisogni di quelle viventi ed anche dalla coesistenza degli altri Stati con i loro diritti, che per gli uomini sono, per natura, disuguali tra loro, avendo diversa misura di forze fisiche e morali.

In ultima analisi, possiamo dire che il rigoroso  storico aurunco non si stanca di perlustrare, di indagare, di legare, di alludere, di dimostrare, di citare fatti riguardanti il guerrafondaio, che ha saputo porsi a capo di popoli, riscuotendo la loro fiducia, e di far  sognare i suoi cenciosi uomini, grazie alle due anime della Francia, quella rivoluzionaria e quella conservatrice, che per lui si getterebbero nel fuoco, diventando un eroe della mitologia moderna. E non avverti deformazione gratuita o arbitrio.

Alfredo Saccoccio

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