Napoletani in armi (per poco tempo): la storia dei soldati volontari del 1796
Sergio Dattilo
C’è un dettaglio curioso nella storia militare del Regno di Napoli che vale la pena raccontare. Fino al 1796 nessuno si era mai preso la briga di studiare davvero l’attitudine dei napoletani alla vita militare. Erano anni difficili: la Francia rivoluzionaria avanzava in Italia, e il Regno si trovò per la prima volta davanti a un problema concreto, cioè come radunare in fretta un esercito per difendersi.
Il primo tentativo fu la coscrizione obbligatoria, ma il risultato fu un flop. I napoletani si mostrarono fortemente restii a farsi arruolare con la forza. Non era pigrizia né mancanza di coraggio: era il temperamento del Sud, descritto come sentimentale e individualista, poco adatto a un ordine imposto dall’alto e molto più sensibile a un richiamo che toccasse il cuore.
E infatti, cambiando strategia, le cose cambiarono davvero. Bastò che il re si rivolgesse direttamente ai suoi sudditi, parlando non da comandante ma quasi da padre, perché la gente accorresse volontariamente sotto le bandiere. L’arruolamento volontario funzionò benissimo, molto meglio della coscrizione.
C’è però un aspetto che in seguito nessuno si preoccupò di spiegare bene ai responsabili militari: il volontario napoletano non era un soldato di professione. Era un artigiano, un contadino, un piccolo proprietario che aveva capito il pericolo comune e il danno che un’eventuale invasione avrebbe portato proprio a lui, alla sua bottega, al suo campo. Per questo non poteva restare sotto le armi più del tempo strettamente necessario.
Così, appena il pericolo cessava, i volontari tornavano alla vita di sempre: disertavano, nel senso letterale della parola, per rientrare nei loro campi e riprendere il lavoro lasciato in sospeso. Un esercito fatto di persone comuni, pronte a tutto quando la minaccia era vicina, ma impazienti di tornare alla normalità appena il pericolo passava.


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