Napoli premiò la monarchia e dopo il 2 giugno scontri e morti
GUIDO D’AGOSTINO
IN particolare, nel corso del 1946 tornano in vita, attraverso una doppia tornata elettorale, in primavera e in autunno, le autonomie locali annichilite dalla dittatura, e nel cuore dello stesso anno si situa il decisivo voto, simultaneo, del 2 giugno, politico per la formazione dell’Assemblea Costituente, e referendario per la forma istituzionale, per la scelta popolare tra monarchia e repubblica.
Alle spalle, tuttavia, un percorso accidentato e travagliato; una partita giocata da tutti i protagonisti in campo: la monarchia, gli Alleati, le forze politiche antifasciste, tra settembre del 1943 e giugno del 1944, sul filo delle rivendicazioni e delle opzioni per ciascuno più convenienti o reputate più adeguate. A metà del ’44, si profilano l’abdicazione eventuale di Vittorio Emanuele III e la luogotenenza affidata al figlio Umberto, e persino l’ipotesi di un’Assemblea a elezione popolare cui sarebbe toccato scegliere la forma istituzionale dello Stato. Ma alla fine dello stesso anno un’ulteriore cambio di rotta e di scenari: si fa strada la soluzione referendaria e si spezza in pratica l’unità del fronte antifascista.
È del febbraio 1946 la decisione finale del governo De Gasperi di rimettere l’alternativa tra monarchia e repubblica al pronunciamento, attraverso referendum, del corpo elettorale; ormai vi concordano tutti, dalla dinastia ai partiti della coalizione ciellenistica. Alla viglia del voto – come ricorda Federico Chabod – il partito comunista, il partito socialista e il partito d’azione sono nettamente a favore della repubblica. La Democrazia cristiana evita di pronunciarsi in maniera ufficiale e lascia ai propri aderenti, il vasto mondo cattolico, libertà di voto (come peraltro farà il partito liberale, benché in stragrande maggioranza monarchico). Dalle urne, il verdetto vittorioso per la Repubblica con circa 13 milioni di voti, contro i quasi 11 della monarchia; la geografia elettorale del voto referendario ricalca quella del voto politico e amministrativo, disegnando, anche in questo caso, le tre Italie che avevano vissuto destini profondamente diversi negli ultimi drammatici anni, a partire dal 1943.
Tra i monarchici, delusione e rabbia, soprattutto per l’essere venute meno le speranze riposte nel voto meridionale, risultato, sì, ultramonarchico (tra il 75 e l’ottanta per cento), ma non tanto quanto desiderato e previsto. Osservava in proposito Manlio Rossi Doria che “se non vi fosse stata la minoranza repubblicana meridionale, forte di due milioni e seicentomila voti, non solo la repubblica non sarebbe nata, ma il paese non avrebbe potuto evitare un conflitto che ne avrebbe compromesso l’unità”. Aggiungendo che a formare tale risultato e la sua entità, vi era stato il contributo di elettori di varia provenienza sociale e territoriale, ma che il grosso era stato conferito dalle zone contadine più povere “quelle dalle quali dieci anni più tardi muoverà il tragico torrente dell’emigrazione verso il nord e l’Europa”.
La percezione e la memoria emergono da una scorsa alla stampa del tempo e di quella dei primi anniversari: e se i giornali moderati come il cattolico “Domani d’Italia” titolava la domenica del 2 giugno “Il popolo compatto alle urne vota oggi per la libertà e la giustizia sociale” (editoriale di Silvio Gava), sul quotidiano liberale del Mezzogiorno “Il Giornale” campeggiava l’appello “Libertà, salvezza dell’Italia. Elettori andiamo a votare per la Monarchia e per l’Unione Democratica Nazionale” (la lista per l’Assemblea Costituente capeggiata da Croce, Nitti, Porzio e Labriola). Per fornire, due giorni più tardi, con i primi risultati elettorali, l’incoraggiante responso: “Napoli riafferma la sua fede nella monarchia”. Alla fine, le cose sarebbero andate diversamente, come si sa e abbiamo già ricordato; vince la Repubblica nella “giornata decisiva del giudizio del popolo” come aveva ammonito il “Risorgimento” (che ancora raggruppava le principali testate napoletane unificate anni prima), ma a Napoli non mancarono gravi incidenti e scontri nelle strade, con morti e feriti. Nel numero 5-6 di “Rinascita”, la rivista comunista, al principio dell’estate del ’46 l’analisi di Togliatti che nel “Saluto alla Repubblica” scriveva, anzi esordiva, così: “Chi ha conquistato all’Italia la Repubblica, facendo compiere a tutto il popolo italiano un decisivo passo in avanti sulla via del progresso politico? L’ha conquistata la classe operaia, insieme con i gruppi sociali ad essa affini e alleati delle campagne, e con l’apporto di alcuni gruppi progressivi non proletari delle città. Dal momento in cui un movimento operaio ha incominciato ad affermarsi nel nostro Paese, è questa la vittoria politica più grande che gli operai abbiano raggiunto, e il fatto che la Repubblica porti, inconfondibile e incancellabile questa impronta, sarà fecondo di conseguenze per il futuro”.
Dieci anni più tardi, il monarchico “Roma”, il giornale laurino, titolava (2 giugno 1956): “Dieci anni di una strana repubblica, nata tra i ricatti e dietro i cavalli di frisia”, rispolverando l’accusa al ministro dell’Interno, Romita, di avere manovrato e controllato per una notte, dopo il voto, i dati del referendum “regolandone la divulgazione con la circospezione di un alchimista”. Ma allo scoccare del ventennale della repubblica toccava al quotidiano socialista “Avanti” ricordare con Pietro Nenni “una grande data e un grande fatto: vent’anni orsono – il 2 giugno 1946 – le forze socialiste e democratiche conseguivano il premio di una lunga e tenace lotta con la vittoria repubblicana nel referendum istituzionale e nella elezione della Costituente. Non fu una vittoria facile ma fino all’ultimo tenacemente contrastata. E non fu soltanto la dinastia a contrastarla ma furono le forze moderate dello stesso antifascismo, quelle che il 25 luglio avevano gettato a mare Mussolini illudendosi di salvare la sostanza sociale e politica del fascismo, quelle che paventavano, al di là della Repubblica, i contenuti sociali che poteva assumere”. E ancora sullo stesso giornale si leggeva, cinque anni più tardi, (2 giugno 1971) l’editoriale di Gaetano Arfè che apriva il suo articolo nel ricordo di Calamandrei e del suo magistero politico e civile, per proseguire così: “La Repubblica compie oggi il suo primo quarto di secolo; c’è tutta una generazione nata in Repubblica o che della monarchia non ha neanche il più vago ricordo. Ed è a questi giovani, a questi figli della repubblica che noi oggi vogliamo rivolgerci. Per dire che cosa la caduta della monarchia ha rappresentato nella storia italiana, che cosa ha rappresentato e rappresenta l’avvento della Repubblica. La prima cosa da dire è che la Repubblica segnò la conquista politica più avanzata della Resistenza”.
In occasione del trentennale, poi, la grande stampa ‘borghese’ (nel caso, la torinese “Stampa”) si diffondeva dedicando un paginone alla repubblica che compie trent’anni, ma all’insegna dei toni più meditati e tranquillizzanti ricordando con Luigi Firpo “le occasioni perdute dei Savoia nell’Italia sconfitta e divisa” e con Vittorio Gorresio “Quei due milioni di voti” riferendosi allo scarto che aveva permesso alla Repubblica di sopravanzare la monarchia. Nella stessa pagina foto di Romita che annuncia la vittoria repubblicana, foto di Umberto di Savoia mentre vota, più in basso quella di un corteo che il 31 maggio ’46 sfila inneggiando alla repubblica “garanzia del popolo”.
I settanta anni compiuti sono stati un cammino non sempre lineare né agevole se è vero che siamo passati dalla prima fase della “democrazia dei tutti” per arrivare, decennio dopo decennio, alla democrazia ‘protetta’, a quella dei (soli) garantiti, quindi alla democrazia del conflitto e a quella dell’emergenza (negli anni del terrorismo), per approdare alla tecnodemocrazia e a quella che a molti sembra profilarsi come la “democrazia dei fantasmi”, dei capi senza popolo. Personalmente non sono né mi sento così pessimista: credo che la Repubblica abbia retto e superato prove non di poco conto, ma sono altrettanto persuaso che se al riguardo della forma repubblicana sia attualmente poco attiva e valida una memoria divisa e divisiva, come pure in passato è stato e s’è visto, mi sembra altresì che siamo di fronte piuttosto ad una memoria addormentata, come accantonata, e la Repubblica non ci scalda i cuori e le menti, benché abbia rappresentato una straordinaria conquista ed un primario fattore di identità civile e politica. Diamoci una smossa e mettiamoci un po’ di entusiasmo; magari non faremo mai del 2 giugno quello che per i francesi è il 14 luglio, quando si canta e si balla per le strade il giorno e l’intera notte, ma qualcosina potremmo provare anche noi a regalarcela e a regalarla alla Repubblica!
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