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Nel TRIGESIMO della scomparsa di Giuseppe Galasso

Posted by on Mar 16, 2018

Nel TRIGESIMO della scomparsa di Giuseppe Galasso

Dopo la morte del professor Giuseppe Galasso, avvenuta circa un mese fa, si è immediatamente “sciolta la gloria” dei suoi innumerevoli meriti: “È stato il vero erede di Benedetto Croce… Un intellettuale raffinato e studioso rigorosoCon la sua morte si chiude l’era dei grandi storici italiani…

Giusto, quindi, che tante personalità e uomini di cultura abbiano voluto essere presenti con la loro testimonianza di affetto e di stima nella commemorazione dell’illustre scomparso. Per ricordare il triplice carisma – accademico, scientifico, umano – del professore Galasso s’è mossa, com’è naturale che fosse, tutta la “galassia dei galassiani”, come l’ha definita Titti Marrone su IL MATTINO. Una “galassia” fatta di studenti, insegnanti, accademici, giornalisti, artisti, esponenti di libere professioni o mestieri ed amanti dei libri, appassionati di storia e cultura napoletana. Perfino l’ex “governor” Antonio Bassolino (il cui nome è strettamente legato alla munnezza sotto cui seppellì le nostre strade ed alla totale strafottenza con la quale assistette alla liquidazione del Banco di Napoli) s’è sentito in dovere di balbettarne le lodi, ricordandolo come un grande uomo, un maestro e un grande punto di riferimento oltre che un grande storico, esponente autorevole della cultura nazionale…

Ma – continua la giornalista – il gruppo forse più legato al professore resta quello che ha condiviso con lui l’eredità crociana e fa un elenco di nomi “importanti” della cultura non solo napoletana; tutti, come Giuseppe Galasso, con la devozione per quel faro intellettuale che fu Benedetto Croce, in particolar modo accademici (che se non indossassero la divisa “crociana” tali non sarebbero…) e tutti, specialmente ora che Napoli pullula di sedicenti neo-borbonici, uniti con lui nel coro esecratore del Regno delle Due Sicilie la cui rivalutazione storica tanto (ma proprio tanto!) bruciava all’insigne estinto…

Egli, infatti, come si legge sul Corriere della Sera, non teneva in nessun conto il revival neoborbonico che riteneva infondato e strumentale segnalandone più volte la scarsa consistenza sul ‘Corriere del Mezzogiorno’. Quella scarsa consistenza però, come ho già avuto modo di scrivere, fu in grado di intossicargli la soddisfazione del trionfale epilogo, che già pregustava, della sua iniziativa culturale del 2009 riguardante i 25 secoli di storia napoletana.

Naturalmente, nel succitato coro, ci sarà senz’altro chi, in coscienza ed in tutta buona fede, è profondamente convinto della bontà del processo unificatore del Paese ed in questo caso le sue idee vanno rispettate.

Mi rifiuto, però, categoricamente di rispettare chi, dall’alto della sua arrogante inconsistenza e spudorata insolenza, si permette di definire le critiche di matrice neoborbonica al Risorgimento decisamente risibili sul piano storico. Sto parlando di un certo Pier Franco Quaglieni, Vicepresidente del Centro Studi Pannunzio di Torino, riportato come “giornalista, storico, docente e saggista di Storia risorgimentale e contemporanea, autore di migliaia di articoli, di saggi scientifici e di molti libri.” Un tizio che, nonostante sia stato nominato, a 52 anni, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica dal presidente Scalfaro (che nel 1994 gli concesse pure la Medaglia d’oro della Cultura e della Scuola) nonché insignito del Premio Karl Popper, è – in realtà – un trombone con barba e mustacchi risorgimentali che puzzano di massoneria lontani un miglio e che Indro Montanelli, la prima volta che lo vide, non ebbe alcuna esitazione a definire bischero.

Una più alta onorificenza al merito, però, costui la meriterebbe soprattutto all’Ordine dei “Rattusi” (un titolo con cui i napoletani bollano chi è schifosamente libidinoso). Già, perché, nel 1998, il professor Pier Franco Quaglieni, fondatore e direttore del sunnominato Centro Studi “Pannunzio”, salì agli onori della cronaca per aver fatto delle telefonate oscene a una giovane donna-magistrato, cercando poi di attirarla ad un incontro privato. Rattuso e pure fesso, per giunta, perché telefonando da casa sua per lasciarle dei messaggi sconci sulla segreteria telefonica, fu in un niente identificato.

“Le sue erano ovviamente molestie tipicamente liberali, nel solco della tradizione crocian-einaudiana, commenta Marco Travaglio in un suo articolo del 1999 che, evidenziando l’irrisorietà della pena inflittagli (se la cavò, infatti – per la serie “tiane e tiane nun se tegneno” – solo con un’ammenda di 500mila lire), così conclude: “In un paese normale, uno così sarebbe scomparso dalla circolazione. Invece il Quaglieni seguitò a impartire lezioni di liberalismo a destra e a sinistra. Soprattutto a sinistra, visto che il Centro Pannunzio s’è trasformato in una succursale di Forza Italia, frequentata da pensatori tocquevilleani del calibro di Daniele Capezzone, e l’erede dell’incolpevole e ignaro Pannunzio si batte impavido contro “l’egemonia culturale della sinistra” (infatti nel 1976, quando il vento della politica tirava a sinistra, si era prontamente candidato nelle liste del Pci, come si conviene a ogni intellettuale controcorrente) …”

Ritornando alla commemorazione, voglio chiudere con una noticina apparentemente superficiale, quasi frivola, nel contesto culturale del compianto professor Galasso, ma che può far molto riflettere sulla sua conclamata napoletanità: “Peppino riusciva a conciliare il tifo per il Napoli e quello per la Juventus.”, ha confessato il suo amico Mario Del Treppo, “La forte passione per gli azzurri non riusciva ad impedirgli di averne anche per i bianconeri.”

Non ho altro da aggiungere, lascio a chi legge, ogni considerazione

Erminio De Biase

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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