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“Neoborb”. Motivazioni, oggettività e verità di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Feb 2, 2021

“Neoborb”. Motivazioni, oggettività e verità di Fiorentino Bevilacqua

Sono andato in prima elementare un anno dopo il centenario dell’unità. I sussidiari dell’epoca erano pieni di enfasi nei confronti di tutto ciò che veniva presentato come evento necessario  all’unificazione della Penisola

L’immagine che me ne era derivata era quella di un evento magnifico, destinato a risollevare le sorti di una “nazione” umiliata da troppo tempo.

Stonava, in tutto questo, l’arretratezza di quella parte della “comune patria” in cui ero nato e vivevo.

Da ciò derivava che, se il Piemonte si era mosso per dare il suo disinteressato e fraterno aiuto sia agli umbri (per esempio) che ai campani (come ai siciliani, ai pugliesi etc) e gli umbri, come i toscani etc, avevano messo a frutto l’aiuto ricevuto e noi altri del sud no, be’, qualcosa di meno dovevamo pure avercelo…altrimenti la diversa nostra risposta al samaritano intervento piemontese non si spiegava.

Non solo, dunque, dovevo vergognarmi per le mie condizioni, ma anche, e forse soprattutto, per il fatto che avevo messo “sotto terra” o impiegato male la “moneta” ricevuta, e questo a causa di qualcosa in meno che forse avevo (di qui la genesi e la giustificazione del razzismo antimeridionale).

Tutto questo, quindi, instillava in me una sorta di senso di inferiorità che mi portava quasi a vergognarmi nei confronti dei capaci (…e altruisti!) fratelli del nord.

Erano implicite, in tutto questo, due altre “verità”, due postulati: prima del 1860 noi del Sud stavamo male, tanto da necessitare dell’aiuto disinteressato dei fratelli piemontesi che, invece, altra “verità”, oltre ad essere tanto caritatevoli, godevano di ottima salute economico-sociale. Tie’…

Qualcuno potrebbe anche ricordare che i piemontesi (fra i quali conosco, ed annovero fra le mie amicizie, persone stimabilissime) godono anche della fama di essere “falsi e cortesi”.

Ma tant’è…qui si parla di politica.

Su queste “verità”, storiche, sociali, esistenziali, prima o poi, verrà fatta completamente luce.

Tornando al “me, cittadino del sud” e alle dispute sul revisionismo, devo dire che, nel 2005, per caso, venni a contatto, grazie alla rete, con un’altra verità, ben diversa da quella che la Scuola e la narrazione quotidiana dei mass media avevano costruito in me.

Mi sentii indignato ed inorgoglito,allo stesso tempo, da ciò che di nuovo andavo apprendendo.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe però dire che il ritrovato orgoglio (civico, personale, sociale), potrebbe essere la motivazione che spinge me, e altri “meridionali” come me, a percorrere la via della rivisitazione storica.

Certo, è così. Ci mancherebbe altro!

Ma da qui a dire che questa gratificante via sia inesistente, illusoria e basata sul nulla, ce ne corre.

Errato sarebbe (ed è!) la condizione in cui, per rafforzare o creare questo orgoglio ritrovato, si cercassero solo conferme ad esso (anche un po’ forzate); ma vale anche per gli altri, quelli dell’altro campo.

E’ da notare, infatti, che un’altra “forza” in campo, è quella che il ritrovamento dell’orgoglio da parte di chi è nato non avendolo, farebbe perdere orgoglio ed autostima a chi, invece, in questo nostro caso italiano, lo ha sempre avuto senza sapere come e perché…(al prezzo pagato da chi…si direbbe in campo revisionista).

La questione, infatti, è speculare, simmetrica: le stesse osservazioni, gli stessi appunti possono essere mossi anche al campo avverso, quello di coloro che alla rivisitazione si oppongono.

Non deve essere facile, infatti, per chi, giovane storico sulle soglie della carriera che spera luminosa e ricca di frutti (e noi gliela auguriamo), andare contro il paradigma che vige nel mondo nel quale lui anela ad entrare: potrebbe rischiare il non ingresso, l’espulsione. Ed anche questa è una innegabile forza in campo…latente ma presente.

La rivoluzione (anche se scientifica) non è facile per nessuno.

Non sono uno storico e, perciò, non potendo entrare nel merito delle questioni squisitamente storiografiche, mi limito quindi ad osservare che poco oggettivo può esserlo anche chi accusa di poca oggettività gli altri, soprattutto se ha delle motivazioni forse più forti di quelle di coloro che, nel loro piccolo, nel privato, rivedono quanto hanno forzatamente appreso e che, mentre cenano come prima, mentre pigiano sulla tastiera come prima, hanno una nuova e migliore coscienza di sé.

Mi resta un dubbio: dove collocare, di volta in volta, gli oppositori della rivisitazione, se nel nucleo del paradigma in atto o nel campo delle teorie collaterali di sostegno ad esso.

La questione, però, non mi appassiona.

Mi appassiona molto di più l’agire che può portare me e i miei compatrioti fuori dal … diamante nel quale siamo precipitati.

Fiorentino Bevilacqua

31.01.21

2 Comments

  1. 1860-61.
    Bronte. Pontelandolfo. Casalduni. Fenestrelle. Museo Lombroso. Tutti fatti di cui, incolpevolmente (non siamo storici!), ignoravamo l’esistenza. Poi li abbiamo appresi: schiena dritta, sguardo fiero ed obbligo moral-civico della condivisione

  2. Caro Fiorentino una analisi corretta e fondamentata. Mi sorge il dubbio che chi si oppone al revisionismo storico dell’Unità d’Italia e delle sue conseguenze per il sud d’Italia è legato al timore di dover riconoscere che tale unità non era per nulla necessaria né tantomeno auspicabile.

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