Alta Terra di Lavoro

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NOBILI CONTRO. LE RADICI DEL NOSTRO MALE

Posted by on Ott 28, 2021

NOBILI CONTRO. LE RADICI DEL NOSTRO MALE

Nel costante sforzo di ristabilire la verità sul modo in cui è stata tramandata la storia relativa alla fine del Regno delle Due Sicilie e a tutti i fatti che seguirono (spedizione dei “ Mille ”, aggressione militare e invasione da parte delle truppe piemontesi, risorgimento, unificazione, ecc.) il  tentativo di trovare un punto di incontro tra la parte “ risorgimentalista ” e quella “ insorgente “ si infrangeva sempre  sul ruolo determinante esercitato dalla nobiltà, dai notabili, dai galantuomini nel decretare la scomparsa di un regno plurisecolare adoperandosi attivamente per instaurare quello poi battezzato e tramandato come “ Risorgimento ”.

      La parte  “ risorgimentalista ” sosteneva che se la nobiltà – anche gli aristocratici più blasonati  e quella parte della nobiltà o della borghesia che aveva raggiunto alti livelli culturali –  si era adoperata per decretare la caduta della dinastia borbonica, la causa non poteva che essere ricercata nel cattivo modo di gestire il potere da parte di quest’ultima. Quindi il marcio stava nella dinastia borbonica, e perciò era giusto che ne venisse accelerata la fine. La parte “ “ insorgente ”, invece, sosteneva ben altre posizioni, che sono quelle che seguono immediatamente.

     Ovviamente, parlando di “ ristabilimento della verità ”, non si intendeva rivedere e riscrivere la storia dal punto di vista degli insorgenti, ma, in un confronto pacifico e civile, trovare un punto di convergenza che consentisse almeno di non stravolgere il significato delle parole, in modo da poter chiamare le cose col loro vero nome, non definendo così “ liberazione ” un’aggressione indegna anche dei popoli più barbari, “ brigantaggio ” la naturale ed ovvia reazione di un popolo che da un momento all’altro si vede aggredito, spogliato di tutto, perfino della propria dignità e  “ risorgimento ”, un genocidio premeditato, dimenticando di precisare che il termine “ Risorgimento ”, erroneamente appioppato alle zone d’Italia “ liberate ”,  era da riferirsi al Piemonte, che, a detta dei suoi stessi ministri, se non fosse riuscito a confondere le proprie finanze con quelle di uno Stato più ricco, avrebbe dovuto scegliere tra la bancarotta e la guerra.

     Sappiamo bene per quale alternativa optò il Piemonte, evitando la bancarotta con le note spoliazioni messe in atto in quella parte della penisola, che da regno autonomo divenne provincia del nuovo e successivamente  Sud o Meridione, caricando entrambi i termini di significato offensivo e dispregiativo.

     Per trovare una spiegazione all’ apparente anomalia rappresentata dal ruolo giocato da classi che, per il proprio status, avrebbero dovuto schierarsi su posizioni diverse da quelle assunte, non perdendo di vista il principio dell’ invisibile ma tenace cordone ombelicale che lega tra loro tutti i momenti della storia secondo cui il presente è figlio del passato e padre del futuro, bisogna andare un poco indietro.

     Ebbene, è proprio nel padre del presente che possiamo trovare la spiegazione all’irrisolto interrogativo. Sarà un caso, ma buona parte dei mali che affliggono attualmente molte società occidentali, prende avvio da teorie cominciate ad elaborare verso  la fine del XVIII secolo – la cosiddetta “ età dei lumi “ – , quando l’impersonale e fredda economia – una delle tante teorie elaborate –  si impose sia sulla politica che sulla religione. Ora, non è un segreto che nel mondo dell’economia la morale non ha diritto di cittadinanza, per cui i ceti che abbracciarono la nuova religione, insofferenti dei limiti imposti dalle istituzioni tradizionali, che ne ostacolavano di fatto gli abusi con l’introduzione dell’annona e l’ istituzione dei monti frumentari  e dei monti pecuniari,si abbandonarono ad una speculazione selvaggia, in barba ai secolari diritti accordati alla comunità nel corso del tempo, come quello di attingere acqua dalle sorgenti, di passare attraverso i boschi, di fare legna, di raccogliere i frutti caduti, ecc.. E poiché, come detto, la morale era vista come un freno alla loro cupidigia e come un motivo di rallentamento del progresso, si dichiarò guerra anche alla chiesa  che fondava la sua opera  proprio  sulla carità e sull’aiuto ai più bisognosi.

     Poniamoci una semplice domanda: se un re, non a caso amato dal suo popolo, intraprende delle riforme che, intaccando gli interessi di alcuni ceti, ne limita gli abusi per alleviare i disagi della parte più debole della società, che costituisce la maggioranza della popolazione, le persone colpite nei propri interessi da  tali provvedimenti possono mai collaborare con i ministri del re riformatore? E chi sono queste persone, se non i nobili, i notabili, i galantuomini, che, nel tempo, hanno costruito le proprie fortune su usurpazioni, furti e violenze?

     Ora dobbiamo chiarire come mai, contro tali provvedimenti, si schierarono anche persone che, proprio a motivo della loro cultura, avrebbero dovuto avere un atteggiamento meno miope ed ostile nei confronti  delle riforme reali.

     Avvocati, filosofi, scienziati, letterati non potevano, certo, diventare i contadini o i loro figli, sempre alla ricerca di chi gli offrisse una giornata di lavoro, sempre affamati e che, a stento, la sera,  avevano qualche radice commestibile da mettere sotto i denti!      Gli avvocati, i filosofi, gli scienziati, i letterati erano comunque figli di quella classe che osteggiava le riforme reali e quindi non potevano che pensarla come i propri genitori. Quindi l’appoggio di costoro alle nuove idee che si proponevano la scomparsa delle istituzioni  che minavano i loro interessi personali è da ricercare non tanto in strombazzati ideali di moralità, di equità sociale, di fratellanza, ma in più venali e immediati calcoli utilitaristici. Siamo molto lontani, quindi, dal giudizio su di loro espresso da Giustino Fortunato: << … Parlo di quella vera ecatombe, che stupì il mondo civile e rese attonita e dolente tutta Italia: l’ecatombe de’ giustiziati nella sola città di Napoli dal giugno 1799 al settembre 1800 per decreto della

Giunta Militare e della Giunta di Stato. Il mondo, e l’Italia specialmente, sa il nome e l’eroismo di gran parte di quegli uomini,  sente ancora oggi tutto l’orrore di quelle stragi, conosce di quanto e di quale sangue s’imbevve allora quella Piazza del Mercato, in cui al giovinetto Corradino fu mozzato il capo il 29 ottobre del 1268, e il povero Masaniello tradito e crivellato di palle il 16 luglio del 1647; ma pur troppo ignora ancora tutti i nomi di quei primi martiri della libertà napoletana!>> (G. Fortunato – I giustiziati del 1799)

     … E questi “ martiri “, i loro alti ideali e i loro epigoni furono la causa delle nostre attuali condizioni!

    Castrese Lucio Schiano

23.10.2021

1 Comment

  1. Credo anch’io che il ceto della nobilta’ del Regno Due Sicilie abbia grande responsabilita’ nella caduta del Regno, retto da una dinastia che era illuminata e amata dal popolo… E’ triste doverlo ammettere, e purtroppo e’ dev’essere avvenuto… Alla fine il danno lo pagarono tutti, il popolo ovviamente da subito…umiliazione, morti, emigrazione…un disastro, altro che risorgimento! caterina

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