Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

NON BRIGANTAGGIO, MA INSORGENZA

Posted by on Nov 23, 2025

NON BRIGANTAGGIO, MA INSORGENZA

Lucio Castrese Schiano

     Sempre più spesso si sente parlare di un argomento che fa parte della nostra storia: il brigantaggio, specialmente di quello verificatosi nell’immediato periodo postunitario. Essendo il fenomeno un capitolo della nostra storia nazionale, non dovrebbe destare meraviglia il fatto che se ne parli.

L’amarezza, però, prende il posto della meraviglia, perché, appena il discorso sfiora l’argomento, scatta automaticamente la sua associazione col meridione d’Italia: quella parte che era stata la culla della Magna Grecia e  che, fin dal 1130, quando il resto della penisola era frazionato in tanti comuni l’un contro l’altro armato, era stata la parte più estesa  territorialmente e la più coesa a livello politico, etnico, linguistico e culturale,  prima che  i Savoia la invadessero proditoriamente, in spregio a tutte le leggi civili e morali che regolavano i  rapporti tra le nazioni. Una tale immediata associazione la si deve alla storia che, scritta in tutte le epoche e in tutte le parti del mondo dal vincitore, (nel caso specifico, un vincitore violento e sleale) da quel momento in poi,  ha costituito la memoria comune, anche di quelle popolazioni le cui millenarie storia e cultura sono state totalmente cancellate, come se non fossero mai esistite. Che il fenomeno del  brigantaggio abbia interessato una determinata parte dell’Italia non lo si può negare. Dopo che sull’argomento sono intervenuti nomi prestigiosi, che con le loro ricerche hanno dissipato molte delle ombre che continuavano a tenere gelosamente nascosto quello che si cercava di tenere ancora segreto, penso che ci sia rimasto poco ancora da dire. Ma, essendo figlio di una terra vilipesa e denigrata dal propagandato fenomeno e quindi offeso, mi ritengo autorizzato ad esprimere almeno una timida opinione sull’argomento. Per prima cosa, analizzando non ideologicamente il fenomeno, penso che sarebbe il caso di eliminare definitivamente il termine “brigante”, per sostituirlo con uno più adatto e meno offensivo. Poi mi farebbe piacere che, rientrando in possesso di un minimo di onestà intellettuale, tutti quelli che continuano gratuitamente a denigrare il Sud si chiedessero come mai, se i napolitani  stavano così male sotto i Borbone [1] e visto che, secondo i falsi risultati parascientifici messi in circolazione dal Lombroso, costoro erano criminali per atavismo, il fenomeno non si fosse verificato durante il regno borbonico ma subito dopo l’invasione, i genocidi, gli incendi dei paesi, gli stupri, le rapine, ecc. perpetrati e giustificati legalmente ( “Legge Pica”) dagli invasori. Poi, se costoro erano venuti davvero a portare la libertà e il benessere, vuoi vedere che questi “affricani”, oltre ad essere ereditariamente criminali (Lombroso), erano anche cretini, tanto da levarsi in armi contro i loro benefattori? Fino a prova contraria, mi sembra che quest’ipotesi sia da scartare, altrimenti chi continua a sostenerla  deve dimostrare dove si sarebbero formati i vari “liberali” trasferitisi a Torino, e i vari Filangieri, Pagano, Galanti, Vico, Caracciolo, di Sangro, Genovesi,  Zanoni, ecc.  

     Ma ora torniamo al termine sprezzantemente usato per designare la rivolta delle popolazioni meridionali.

     Il brigantaggio, in senso stretto, è un’attività criminale messa in atto da malviventi, che, a seconda dei casi, possono decidere di ricorrere alla rapina, al sequestro di persona o addirittura all’omicidio: fenomeno isolato, quindi, che, senza preferenze territoriali, può essere praticato sia a livello individuale che di piccole bande, ma che rimane sempre un fenomeno molto limitato, di mera criminalità, di competenza della polizia, alla cui base sicuramente mancano connotazioni di ordine sociale, politico o  ideologico. I delinquenti che appartengono a questa categoria  sono oggetto di studio sia della criminologia che della psicologia, ma possono essere presentati al pubblico anche nelle vesti più disparate, come vendicatori dei poveri, novelli Robin Hood, o immersi in un’atmosfera più romantica da brigante gentiluomo, alla Ghino di Tacco.[2] Possono essere esposti addirittura loro ritratti, le loro armi, i loro vestiti, i loro amuleti e farli diventare, così, quasi fenomeno da baraccone. Ma questi briganti rimarranno sempre dei criminali,  delinquenti comuni, dagli orizzonti molto limitati del “poco, maledetto e subito”. A pieno titolo a questo tipo di fuorilegge si può appioppare l’epiteto di “brigante”, il quale può addirittura ingentilire quello più crudo di delinquente o di criminale. Considerare, però, sullo stesso piano e definire “briganti”anche le popolazioni dell’ex Regno delle Due Sicilie che si ribellarono all’invasione piemontese offende queste ultime e dimostra una totale mancanza di onestà intellettuale e anche morale da parte di chi si permette tali affermazioni, specialmente quando esse vengono fatte non già da gente sprovveduta o da ricercatori improvvisati, ma da storici di professione, i quali, essendo “allineati” , godono di una posizione privilegiata  che gli consente facile accesso alle fonti archivistiche ed hanno, così, attraverso la consultazione di tutti i documenti sia “pro” che “contro”, piena conoscenza di come sono andate veramente le cose.[3] Ovviamente, in considerazione dei privilegi che vengono loro dalla posizione raggiunta, non si può pretendere una loro deroga dalle linee imposte  dalla catena clientelare che , in una ininterrotta staffetta, si passa il testimone  dal 1860 ad oggi. Paradossalmente, però, il fenomeno del brigantaggio, nonostante sia trattato con sufficienza e molto spesso disprezzato e divulgato attraverso il filtro dell’ideologia, che continua ad ignorare documenti anche di parte che smentiscono la vulgata corrente, continua a garantire visibilità  proprio a quanti lo denigrano e ne distorcono la natura. Ad esso ci si continua ad avvicinare con mente e animo ingombri di pregiudizi, trattandolo secondo il taglio imposto dal vincitore, e nemmeno dopo più di un secolo e mezzo, quando documenti d’archivio svelano l’altra faccia meno nobile dell’epopea risorgimentale, consigliando almeno un’attenuazione dei toni o un minimo di rettifica, se ne riesce a definire esattamente la natura e la causa. Non è immaginabile, infatti, che storici di professione, “allineati”  e quindi non ostacolati nelle ricerche, ignorino l’esistenza di documenti di “simpatizzanti”, di “alleati” o addirittura di personaggi che, tanto entusiasti delle idee liberali, tradirono la loro patria, consegnandola nelle mani dell’invasore , e, con forzature ideologiche, continuino ad inquadrare il brigantaggio da una angolazione sociologica, politica  o addirittura antropologica,  continuando ad ignorare  quelle che ne furono le vere cause [4] e non già  l’infondatezza scientifica delle teorie del Lombroso  sull’atavismo, il determinismo biologico e la fisiognomica, sconfessate dalla stessa Società di Antropologia ed Etnologia, dal cui Albo egli fu radiato. Concediamo pureche, in considerazione del livello raggiunto dalle scienze all’epoca dei fatti, il Lombroso non abbia potuto pervenire a risultati diversi da quelli formulati. Oggi, però, che le sue teorie sono state ampiamente smentite, alcune affermazioni potrebbero anche essere riviste, anziché continuare a battere sempre sullo stesso tasto, che, dagli e dagli, si è stonato.

     Ma torniamo al “brigantaggio nelle province meridionali”.

     Non dovrebbe essere difficile convenire sul fatto che esso non ha nulla in comune con il brigantaggio dedito  a rapimenti, omicidi o agguati a scopo di rapina. Prima di tutto, perché, come dolorosamente registrato, esso non fu per niente un fenomeno isolato, ma, per ben dieci anni (1860 – 1870) , coinvolse grandissima parte delle popolazioni meridionali, che, totalmente ostili all’annessione al Piemonte (contrariamente a quanto sancito dai falsi plebisciti)[5] non ebbero altro modo di manifestare il proprio dissenso che quello di “insorgere” e di costringere il nuovo Stato, falsamente autodefinotosi “liberale”, a una violenta e sanguinosa repressione al cui confronto impallidisce perfino la distruzione dei nativi americani da parte dei soldati blu.

     Il brigantaggio comune, quello individuale, isolato  e limitato sia come numero di persone che come durata, non conosce confini. Per quello che ci riguarda possiamo tranquillamente affermare che quasi ogni regione ha avuto il suo brigante. Ma, per quanto riguarda l’ex Regno delle Due Sicilie (attuale Meridione d’Italia) solo qui, subito dopo la constatazione di quale tipo di libertà era  venuto a regalargli il Piemonte, si verificò una sollevazione di massa, per aver ragione dalla quale i liberatori dovettero ricorrere all’impiego di 120.000 soldati, a tribunali militari con pieni poteri, a leggi speciali. Ora, se la criminalità fosse stato un male endemico di queste popolazioni i cosiddetti briganti  dovevano essere perseguitati e arrestati dalla polizia e processati e giudicati da tribunali regolari, invece di essere combattuti e giustiziati sommariamente dall’esercito. Inoltre bisogna chiedersi perché un fenomeno di tale portata si sia verificato solo subito dopo la cosiddetta liberazione e non prima, Stesso discorso può farsi per l’emigrazione, che, totalmente sconosciuta prima dell’invasione piemontese, (anche questo, avvenimento storicamente innegabile), divenne fenomeno di massa subito dopo.

     E’ doloroso ammetterlo, purtroppo, ma dobbiamo riconoscere ai Savoia e a quanti li aiutarono a “costruire” il falso del Risorgimento la capacità di sovvertire tutti i valori positivi su cui si è retta l’umanità dai tempi della creazione, riuscendo a trasformare il giardino d’Italia – quella parte d’Italia dalla storia tanto antica da confondersi addirittura con la mitologia – in un deserto, nel regno del male assoluto, nella culla della criminalità, in un paese senza tradizioni e senza storia, non fatto scomparire del tutto solo per l’obiettivo ostacolo rappresentato dalla sua fisicità.

     Peccato che una tale abilità non sia stata profusa per costruire una nazione fondata sul diritto e che potesse essere sentita come patria di tutti gli italiani e, per l’ultramillenaria cultura di molte sue regioni, imporsi all’ammirazione a al rispetto del mondo intero.

Castrese Lucio Schiano  (21.11.2025)

Nota 2    << Era ben strano che questo popolo, che l’esercito piemontese era venuto a liberare, non potesse essere costretto ad accettare la libertà se non sulla punta delle baionette e al bagliore degli incendi>>. (P.K. O’ Clery,  La rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, in F. Riccardi: Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da riscrivere)

Nota 3     << … Appare evidente che l’unità fu imposta all’Italia meridionale col terrore e con la distruzione e che i liberatori schiacciarono le vere aspirazioni del popolo con esecuzioni e incarcerazioni di massa, con una guerra sanguinosa … e con l’annientamento di tutte le libertà locali … I cittadini avevano perso la sicurezza della propria incolumità fisica e dei propri beni, ricevendo in cambio il diritto di voto, la coscrizione obbligatoria, le tasse gravose, la guerra civile, le carceri stracolme e le città in rovina. La russificazione della Polonia è il fatto che ricorda più da vicino la fine della libertà del Meridione avvenuta ad opera degli agenti di re Vittorio Emanuele negli anni che seguirono il cosiddetto plebiscito dell’ottobre 1860>>. (P.K. O’Clery, op. cit. pag. 528 in F. Riccardi, op. cit. pag.194)

 Nota 4 « … Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120.000 uomini? Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta e non dai briganti». (Denuncia del deputato Giuseppe Ferrari nella tornata parlamentare del 1862), 

Nota 5    << … Gli uomini di Sstato del Piemonte e i partigiani loro hanno corrotto nel Regno di Napoli quanto vi rimaneva di morale. Hanno spogliato il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore. Hanno dato l’unità del paese, è vero, ma lo hanno reso misero, cortigiano, vile. Ma terribile ed inumana è stata la reazione di chi voleva far credere di avervi portato la libertà. Pensavano di poter vincere con il terrorismo l’insurrezione, ma con il terrorismo si crebbe l’insurrezione e la guerra civile spinge ad incrudelire e ad abbandonarsi a saccheggi e ad opere di vendetta … I più feroci briganti non furono certo da meno di Pinelli e di Cialdini … Questa è invasione non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortes e il Pizzarro nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala.>> (Archivi della Camera dei Deputati, seduta del 20 nov. 1861, atto n. 234, in F. Riccardi, op. cit. pag. 184 – Stralcio della Mozione d’inchiesta del deputato Francesco Proto, duca di Maddaloni)

Nota 6 << A Napoli noi abbiamo altresì cacciato il Sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che ciò non basti per contenere il Regno, sessanta battaglioni, ed è notorio che, briganti o non briganti, nessuno vuole saperne. Mi si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore … Bisogna sapere dai Napoletani, un’altra volte per tutte, se ci vogliono sì o no. Capisco che gli Italiani hanno diritto di fare la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia; ma gli Italiani, che restando Italiani, non volessero unirsi a noi: credo che non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate.>> ( Lettera di Massimo d’Azeglio del 2 agosto 1861 al senatore Matteucci, Civiltà Cattolica, 4/ a serie, anno 1861, vol. XI, Biblioteca Comunale di Gaeta, pag.619. In  A. Ciano: “ I Savoia e il massacro del Sud” –  Ed. Grandmelò 1996, pag. 104).      

Nota 7 << … Il 21 ottobre 1860 ogni elettore doveva innanzi tutto mostrare il certificato rilasciatogli dal Sindaco, comprovante il suo diritto a prendere parte alla votazione; poi passando tra due fila di guardie nazionali, doveva salire alcuni gradini, pervenendo così su una piattaforma dove erano collocate le urne. Quelle poste a destra e a sinistra distavano parecchi piedi da quella centrale e recavano dipinte in grandi caratteri le parole SI e NO. L’elettore doveva quindi camminare verso una di esse, sotto gli sguardi di una dozzina di scrutatori, immergervi il braccio ed estrarvi una scheda. Ciò significava naturalmente votare pubblicamente, nel più chiaro senso della parola … Tuttavia siccome i votanti dovevano consegnare i documenti d’identità, i loro nomi e stati sociali erano ben noti … Un plebiscito a suffragio universale regolato da tali formalità non può essere ritenuto veridica manifestazione dei reali sentimenti di un paese.>>      ( G. R. Mundy – La fine delle Due Sicilie e la marina britannica. Diario di un ammiraglio. 1859 – 1861 Berisio Napoli 1966).

Nota 8  << … Appena 19 su 100 votanti sono rappresentati dalle votazioni in Sicilia e Napoli, ad onta di tutti gli artifizi e violenze usate … Il voto è stata la farsa più ridicola che si poteva immaginare e non c’era stata nemmeno la pretesa di limitarlo a quelle persone che erano qualificate.>> (Henry Elliot, ambasciatore inglese. In D. Mac Smith “Cavour contro Garibaldi”).

 Nota 9    << … Nel giorno del plebiscito il voto fu influenzato in forma assolutamente tangibile. La Guardia Nazionale con le baionette innestate presidiava le urne. Un uomo che votò “NO” a Montecalvario  fu ripagato della sua baldanza con una pugnalata. Tutti i garibaldini, molti dei quali erano del Nord Italia, furono autorizzati a votare con la qualifica di liberatori>> (P. K.  O’ Clery, op. cit.)

 Nota 10 << … Questi voti sono una mera formalità dopo un’insurrezione, o una ben riuscita invasione;né implicano in sé l’esercizio indipendente della volontà della nazione, nel cui nome si sono dati.>> (John Russel ministro degli Esteri inglese).


[1] “ … Se Napoli avesse tanto sofferto sotto i Borbone, si sarebbe facilmente accontentata della novella dominazione. La sua resistenza produce evidentemente il dilemma che o essa non ha sofferto sotto l’antico governo, o che il nuovo è ben peggiore dell’antico e non ha per conseguenza ragione d’esistere” (Giorgio Palomba, in G. Marabello, Verità e Menzogne sul Brigantaggio. La sconosciuta replica della Corte Borbonica alla relazione Massari (1863), Controcorrente, Napoli,2018)

[2]  “ … Erano oggetto delle sue imboscate, principalmente, i viandanti che percorrevano la Via Francigena. Ma Ghino di Tacco era un bandito sui generis, diciamo un Robin Hood ante litteram, un bandito “gentiluomo”: praticava sì furti e rapine, ma faceva in modo di lasciare ai malcapitati sempre qualcosa di cui vivere. Si informava prima della loro situazione “economica”, poi li derubava, ma non completamente, facendo in modo che rimanesse loro, comunque, di che sfamarsi. Ed è per questo che lasciava proseguire senza rapinare i poveri e gli studenti.”) [ Ghino di Tacco – Una storia d’ altri tempi – Azienda Agraria Chiarentana di Donata Origo Val d’Orcia]

[3] Vd. Note 2,3,4 e 5 alla fine

[4]  Leggi anticlericali – leva obbligatoria – abolizione degli usi civici – mancata assegnazione delle terre promesse – elevato carico fiscale di ben 24 tasse contro le 5 del Borbone (imposta personale, imposta sulle successioni, sulle donazioni, sui mutui, sulle doti, sull’emancipazione e le adozioni, sulle pensioni, sulla sanità, sulle fabbriche, sull’industria, sulle società industriali, su pesi e misure, sul diritto di insinuazione, sul diritto di esportazione su paglia, fieno e avena, tassa sul consumo di carni, pelli, acquavite e birra, tassa sulle mani morte, sulla caccia, sulle vetture, sugli animali da soma e, dulcis in fundo, tassa sul macinato, che durò dal 1868 al 1880). [Liberamente da: Fernando Riccardi, Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere, Arte Stampa Editore, 2011]  

[5] Si vedano le “Note”  2 – 10 alla fine

    

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.