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Non siamo museo di serie B. Così privati e associazioni ci aiutano a valorizzarlo

Posted by on Giu 22, 2016

Non siamo museo di serie B. Così privati e associazioni ci aiutano a valorizzarlo

ma perché bisogna sempre giustificarsi e spiegare che qualsiasi cosa che c’è a napoli non è di serie B ma ha un valore? volete capire che Napoli è la numero 1 in assoluto in tutti i campi? Napoli crea cultura e il mondo si nutre? di seguito un articolo di Adriana Dragoni……

 

Rita Pastorelli: Non siamo museo di serie B. Così privati e associazioni ci aiutano a valorizzarlo

 

Te la vedi venire così, piccolina, semplice, affabile, e la diresti un tipo senza importanza, tanto lei l’importanza non se la dà. Ma, quando la senti parlare di arte, ne scopri l’ampia conoscenza dello studioso, il profondo acume del critico, la consapevolezza dello storico, la grande passione. E ti si rivela un concentrato di energia, un fuoco. Lei “è”, senza volere apparire. E’ una persona rara, da considerare con rispetto.

La conosco da poco tempo. Ora la incontro al museo di San Martino.

Lei, Rita Pastorelli, ne è la direttrice, dopo essere stata per circa dodici anni la vice. È qui da trentasei anni, una vita – mi dice. Tra un paio di anni dovrà andare in pensione ma potrebbe anche restare per qualche altro tempo ancora. Certo ha fatto carriera ma non è una di quelle “donne in carriera, ibridi mostri che sembrano donne ma non lo sono”, che mi descrisse tempo fa un giovanotto deluso. Cosicché la dottoressa Pastorelli è incerta tra l’andare in pensione per dedicarsi a tempo pieno alla sua famiglia e pensare alla sua salute, «ora la sto trascurando», oppure continuare a lavorare a questo museo che ama. E che «non conosco ancora abbastanza» mi dice con troppa umiltà.

Certo la certosa di San Martino ha una straordinaria complessità storica e un’immensa ricchezza artistica.

Molti napoletani non la conoscono. «Vorrei che i miei concittadini la conoscessero, per avere la consapevolezza e l’orgoglio della propria storia. Con il mio lavoro mi rivolgo soprattutto a loro. Anche ai meno abbienti, per i quali offriamo ogni tanto degli ingressi gratuiti» (prossimo appuntamento il 3 luglio dalle 20 alle 23).

I turisti stranieri non mancano, possono raggiungere facilmente San Martino con la funicolare.

«Abbiamo avuto anche la visita di gente importante. Come i Clinton, una coppia di bell’aspetto» racconta Pastorelli, che, con arguzia femminile, aggiunge: «Peccato che lei abbia un difetto molto accentuato: delle caviglie enormi».

Con la riforma Francescini, che prende il nome dall’attuale ministro della cultura, i musei statali italiani sono stati discriminati tra quelli di serie A e quelli di serie B.

I primi godono di una certa autonomia e vengono sovvenzionati direttamente dal Ministero. I secondi vengono a far parte di un insieme di musei, il cosiddetto “Polo”, guidato da un unico dirigente-manager.

Attualmente il museo di San Martino è considerato tra quelli di serie B e fa parte della trentina di musei compresi nel Polo Museale della Campania.

«Tra questi, il sito di Ercolano e quello dei Campi Flegrei a breve saranno dichiarati anche loro autonomi», ci informa la dottoressa Pastorelli. Conosco la situazione dei musei napoletani, come San Martino, che, per mancanza di fondi, e quindi di personale, devono tenere aperte a rotazione le varie sezioni. Eppure ci sarebbe tanto bisogno di dare lavoro.

«Noi, non avendo sovvenzioni ministeriali, dobbiamo sbrigarcela da soli- ci dice la dottoressa Pastorelli – però qualsiasi nostra iniziativa deve passare attraverso il vaglio del Polo. Ma tengo a dare merito al suo dirigente, Mariella Utili, che è veramente molto brava nel destreggiarsi tra le varie incombenze burocratiche».

Chi sono gli sponsor di queste iniziative?

«Sono privati e associazioni come gli Amici di Capodimonte, che sostengono anche altri musei del Polo campano. Tra gli sponsor abbiamo anche Suor Orsola Benincasa, la Seconda Università di Napoli e il Comune, che recentemente ha donato i fiori per il decoro di una nostra manifestazione».

Soltanto i fiori?

«Meglio che niente – risponde sorridendo Pastorelli – Ma ci sono anche le donazioni di privati. Abbiamo ricevuto recentemente in dono da Mr. Anthil, della Galleria Albott and Holder, un acquerello di Giacinto Gigante, che faceva parte di un album dei dipinti che il pittore faceva completare dai suoi allievi, figli del re Ferdinando II di Borbone. Questi acquerelli, insieme ad altri dipinti, dal 7 maggio fino al 21 settembre, sono qui al museo, nella mostra ‘Gigante e i figli del Re’».

Una manifestazione a cui la direttrice Pastorelli tiene molto è la seconda edizione di Concertosa, una serie di concerti giovanili, che si tengono nel seicentesco chiostro dei Procuratori.

Protagonisti ne sono l’Orchestra della scuola media Pirandello-Svevo, il Coro della Pietà dei Turchini, il Coro di voci bianche San Rocco, l’Accademia Aemas e l’Orchestra Scarlatti Junior. L’intento di questa iniziativa non è soltanto l’educazione attraverso la musica ma anche la promozione degli studi musicali per un futuro lavorativo di questi ragazzi, Che, alla fine dei concerti, insieme alle loro famiglie e ai visitatori, potranno accedere a una visita guidata ad alcune sezioni del museo.

Certamente molto interessante sarà la mostra, che si inaugurerà nella sala del Belvedere, nel quartino del Vicario di San Martino, alle ore 17 del 23 giugno, della “Tabula Musicalis”, un’opera dell’architetto Donatella Mazzoleni, che la direttirce ci illustra così:

«Frutto di una lunga sperimentazione scientifica sul tema del paesaggio sonoro, è uno strumento pittorico- plastico- cronografico, una sorta di panorama di Napoli, che ben si colloca quale espressione attuale a completamento della storica serie di vedute cittadine che, dalla quattrocentesca Tavola Strozzi, sono conservate qui a San Martino». Magnifiche vedute, che anch’io ho studiato con passione, per comprendere meglio Napoli e le sue curve, espressione di una continuità evolutiva e vichiana. La mostra sarà aperta fino al 10 luglio.

Concertosa

Calendario delle prossime esibizioni martedì 21 giugno, ore 16.30 una rappresentanza delle orchestre e dei gruppi partecipanti venerdì 24 giugno ore 16.30: Accademia Aemas- classe di violoncelli venerdì 1 luglio ore 16.30 Orchestra Scarlatti junior Martedì 21 giugno- in occasione della Festa europea della musica- i visitatori, nel corso del pomeriggio, addentrandosi nelle sezioni più rilevanti della Certosa e accompagnati dagli studenti del Liceo Pansini (nell’ambito del progetto alternanza scuola-lavoro) saranno accolti da inaspettati momenti musicali eseguiti da rappresentanze di tutte le giovani orchestre che partecipano alla nuova edizione di Concertosa . La partecipazione ai concerti è inclusa nel biglietto di ingresso al museo. Con il contributo della pasticceria Giovanni Scaturchio

LA STORIA/QUEL CONVENTO DI CERTOSINI ad. dr.

San Martino nasce come convento di certosini, il severo ordine monastico creato da San Bruno, un monaco tedesco, fondatore, nell’ XI secolo, nei pressi di Grenoble, della Chartreuse. Nella Certosa di San Martino si possono ancora visitare le celle dove i monaci lavoravano con quella sapiente perseveranza passata in proverbio come “pazienza certosina”. E vi si può vedere pure la cella di padre Rocco, che, nel XVIII secolo, volle, a Napoli, i lumini accesi davanti alle edicole votive, in modo da illuminarne e renderne più sicure le strade.

La Certosa di San Martino fu fondata, nel 1325 per volontà di Carlo, figlio di re Roberto d’Angiò, la dinastia di origine francese che rese Napoli capitale (e tale essa restò fino al 1860).

Di santi chiamati Martino all’epoca ce ne erano due (ora ce ne sono tre), entrambi francesi e vescovi di Tours: l’uno, del IV secolo, che è quello famoso per aver dato la metà del suo mantello a un povero e l’altro, dell’ XI, che fu papa, martire e primo patrono di Francia. Autori della costruzione furono il pisano Tino di Camaino e i napoletani Francesco di Vito e Gagliardo Primario. Interventi importanti vi apportarono il manierista Giovan Antonio Dosio e Cosimo Fanzago, un bergamasco napoletanizzato, detto “l’anima barocca di Napoli”.

Dopo il 1860, la Certosa, passata alla proprietà dello Stato, divenne, con il direttore Giuseppe Fiorelli, museo di storia napoletana.

Ma sicuramente il suo interesse non è soltanto locale. Certo testimonia la storia del Regno, con le effigi dei re, gli stemmi delle antiche nobili famiglie, la topografia, la cartografia e le vedute ( un tempo queste tre categorie non erano così nettamente divise come ora), con i manufatti della storia dei costumi, del teatro, della navigazione, dell’artigianato, dei presepi, e tanto altro, come le eleganti carrozze borboniche.

E tutto in un ambiente singolare:

i corridoi, le sale del convento e dell’appartamento del Priore, con i pavimenti di pietra o di ceramica antica, i chiostri, le terrazze, i giardini, la vista, che gira tutt’intorno, della città sottostante e il mare in lontananza e la vastità del suo azzurro e del cielo.

E la bellezza dell’arte.

Delle architetture, delle sue modanature, delle tarsie marmoree, straordinarie quelle nella chiesa (a testimoniare che l’arte e la geometria non sono lontane), delle sculture (ci sono, tra l’altro, dei bellissimi Gemito in ceramica), e delle pitture.

Tanti gli affreschi e i quadri di quei pittori napoletani cosiddetti caravaggeschi.

quelli che, insisto, anche senza Caravaggio, sarebbero stati immensamente grandi… Battistello Caracciolo, Bernardo Cavallino, Massimo Stanzione, Andrea Vaccaro… e le cosiddette “nature morte”, quei dipinti di fiori, di frutta e di pesci, opera dei napoletani Luca Forte, Giuseppe Recco, Giovan Battista Ruoppolo, Andrea Belvedere… che sembrano continuare la tradizione magnogreca degli affreschi cosiddetti pompeiani visibili al Mann, il Museo archeologico nazionale napoletano.

Adriana Dragoni

fonte

ilmondodisuk.com

 

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