Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Non si può capire la Calabria se non si studia la funzione del beneficio ecclesiastico

Posted by on Mar 16, 2026

Non si può capire la Calabria se non si studia la funzione del beneficio ecclesiastico

Giuseppe Gangemi

Al tempo del terremoto del 1783, l’organizzazione del Regno di Napoli è ancora strutturata su Stati locali, ciascuno con un Parlamento al quale vengono selezionati i capofamiglia. Questa struttura amministrativa dura fin quando, per poter imitare quanto successo in Francia nel corso della Rivoluzione Francese, agli Stati locali vengono sostituiti i Comuni e spariscono i quasi millenari Parlamenti locali.

Questa premessa è importante per capire che il potere feudale, nel caso in cui non riesca a bloccare le riforme a livello nazionale, gioca spesso le proprie migliori carte cercando di controllare le istituzioni e le magistrature locali. Il controllo dei Parlamenti avviene, ovviamente, facendovi entrare persone legate alla famiglia o alla rete degli uomini di fiducia del feudatario. Per quanto riguarda la magistratura, nella Scienza dell’amministrazione, Filangieri spiega che il controllo feudale è facilitato dal fatto che spesso i magistrati sono gli stessi feudatari. E siccome il disordine delle leggi rimaste in vigore in secoli di storia del Regno è molto elevato, altrettanto elevato è il potere di amministratori e magistrati locali. Questo potere si esprime al suo massimo nella vendita dei beni ecclesiastici per costituire la Cassa Sacra e, poi, ovviamente, nella spesa delle risorse della Cassa stessa. Il risultato è che gli obiettivi dei riformisti della capitale, che sono consapevoli della funzione positiva che svolgerebbe un elevato numero di piccoli e medi proprietari. Infatti, le terre coltivate da questi producono di più e, di conseguenza, si spera di operare una rapida ripresa dell’attività produttiva nelle zone terremotate.

I feudatari, con i loro uomini nelle istituzioni locali, operano, con successo, all’obiettivo di aumentare le proprie proprietà e, già solo per questo, rallentano la ripresa dell’attività economica. Inoltre, essi si muovono con l’obiettivo di monopolizzare gli incentivi tendenti a indirizzare la politica economica. Molte risorse vengono distratte dai territori dove maggiore è il bisogno, per esempio i luoghi più isolati o quelli più disastrati, per indirizzarle ai territori dove li richiedono i loro interessi. I feudatari approfittano anche dello sconvolgimento del territorio, che ha spostato o nascosto i confini, per allargarsi usurpando i territori dei demani (dello Stato nazionale e degli Stati locali). Il controllo dei feudatari delle magistrature e delle istituzioni locali già permette molte usurpazioni. Queste diventano più numerose, consistenti e rapide dopo il terremoto (e, naturalmente, generano molti conflitti che si sommano a quelli che già generano i trasferimenti delle terre della Cassa Sacra ai privati). Il controllo delle istituzioni locali da parte dei feudatari viene messo alla prova dalla rudezza dei nuovi conflitti, a mano a mano che le conseguenze dei numerosi cambi di proprietà diventano palesi. Ancora nel 1784, le classi inferiori delle zone terremotate sono dalla parte dei baroni e si schierano con loro contro i governanti della capitale; passa appena qualche anno e il malumore di contadini, braccianti e pastori, in montagna, e di marinai e piccoli commercianti, in riva al mare, si rivolge contro nobili e nuovi arricchiti.

Questo vale per il Regno di Napoli. La Sicilia ha avuto un’altra storia perché è un Regno a parte, con leggi del tutto diverse e per qualche tempo anche sovrani diversi. La Calabria è anch’essa, per altri motivi, una cosa a parte perché vi è stata realizzata una versione più soft della riforma dei Themata. Questa riforma era stata realizzata da Eraclio I, il quale si era lasciato influenzare dall’esarcato di Ravenna e di Cartagine, un’istituzione voluta da Giustiniano, per governare i territori dell’Impero romano d’Oriente, e affidata a un esarca con poteri formalmente autonomi. Costante II ha completato quella riforma con la quale il demanio venne suddiviso tra contadini e pastori, a condizione che accettassero di combattere i Saraceni, sia nel caso sbarcassero per fare razzie, sia per invadere e conquistare. Solo che in Calabria le terre demaniali non erano sufficienti e la riforma dei Themata la costruirono i monaci basiliani, invitando i proprietari a concedere terre incolte alla Chiesa a condizione che fossero date in enfiteusi a potenziali combattenti disposti a battersi contro gli infedeli.

Data questa storia, in Calabria, presso la povera gente, il sogno riformista, il sogno della grande riforma, prima del terremoto, è l’emancipazione sociale attraverso la terra data in enfiteusi. Non è un proiettarsi verso il futuro. Per qualche verso è il passato perché la Calabria, soprattutto quella parte della Calabria che è stata terremotata, nel periodo in cui contadini e pastori erano utili per difendere il Terzo Confine d’Europa, prima dai Saraceni e poi dai Turchi, aveva ottenuto i contratti enfiteutici, cioè diritti reali di godimento della terra con l’obbligo di migliorare il fondo e pagare un affitto. Quella riforma era stata sufficiente a mettere in condizione, i contadini e coloro che coltivavano direttamente i campi, di entrare in possesso della proprietà terriera, sganciandola così dalla rendita parassitaria e proiettandola verso una maggiore resa in quantità e qualità, assistita dagli investimenti che lo stesso mercato avrebbe richiesto, in regime di competizione commerciale.

Poi, passata la paura, o meglio, compreso, dopo l’arrivo di Carlo VIII di Francia, che il pericolo maggiore non veniva più dal confine di acqua salata, bensì dal confine di acqua santa, lentamente. le enfiteusi, quelle che duravano talmente tanto da dare nome al fondo con il nome della famiglia dei locatari, dato che il contratto passava di padre in figlio, si erano spente l’una dopo l’altra. Il sogno era riottenerle. Se poi si fosse ottenuta la terra in proprietà, tanto meglio. E la terra in proprietà avevano promesso immediatamente dopo il Terremoto. A cominciare dal Marchese Domenico Gramaldi e da suo fratello Francescantonio e da altri che, nel 1799, erano volati a Napoli con quelli che la terra l’avevano acquistata al posto degli operai e dei contadini che non potevano. Quegli stessi che, ottenuta la terra, si erano ben guardati dall’offrire i contratti enfiteutici che era l’aspettativa minima di quanti, al prestarsi, inatteso, di Fabrizio Ruffo, lo seguirono entusiasti per regolare i conti con i Repubblicani.

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.