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Nord mangia Sud

Posted by on Set 28, 2021

Nord mangia Sud

Il Piemonte indebitatissimo vendette i beni demaniali ed ecclesiastici del Sud

L’argomento di questo articolo è l’arricchimento del nord d’Italia ai danni del sud. Vedremo alcune rapine che il nord ha fatto al sud a partire dal 1860.

Le rapine, piccole, grandi e grandissime, sono state tantissime nell’arco di questi 135 anni (certo! le rapine continuano ancora oggi!), per cui riusciremo a descriverne solo alcune: rimandiamo allo studio di testi specializzati coloro che volessero approfondire l’argomento.

Per fare una rapina ci vuole qualcosa che intimidisca. In un rapporto tra popoli, la Storia ce lo insegna, non è possibile una parità completa ed assoluta. Uno dei due popoli avrà sempre la prevalenza sull’altro.

Questo per ragioni varie: migliori scelte politiche, maggior potenza militare, maggiori fonti di energia, eccetera.

Ora, nel rapporto tra il popolo del nord d’Italia e quello del sud, le ragioni della prevalenza le abbiamo viste nei capitoli dedicati ai mille di Garibaldi ed ai Briganti.

Prima di rientrare nel tema, un’ultima osservazione.

Se l’unità d’Italia non si fosse realizzata violentemente, con la conquista militare, ma, mettiamo, con il consenso di tutti gli stati dell’epoca, in una federazione … se si fosse verificato questo, non sappiamo quale sarebbe stata la situazione odierna dell’Italia.

Partendo dai dati del 1860, è ragionevole pensare ad una prevalenza del sud sul nord d’Italia. Possiamo anche ipotizzare la fusione dei due popoli in uno solo. Purtroppo l’unione violenta si è risolta in una divisione. Divisione con peso ineguale, poiché il nord sta meglio, ai danni del sud.

Ritorniamo alle “rapine”. Come definirle diversamente? Un prestito?

La vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici.

Nell’ex Regno delle Due Sicilie vi erano enormi estensioni di terre di proprietà pubblica. Boschi, pascoli, usati gratuitamente da tutti i cittadini. Altrettanto grandi erano le proprietà dei conventi, dei monasteri e degli istituti di beneficenza date in fitto ai contadini.

Il nuovo governo, oberato di debiti, per la massima parte debiti del Piemonte (ricordiamo che il Piemonte era indebitato per più di quattro volte del suo prodotto interno lordo: come se l’Italia del 1995 avesse otto milioni di miliardi di debito invece di due!), non potendo fronteggiarli, si appropriò dei beni demaniali ed ecclesiastici e li vendette.

Gli effetti furono due. Grande fu il disagio di tutti coloro che gratuitamente o no utilizzavano quelle terre, quelle proprietà. Centinaia di migliaia di persone persero la fonte del loro sostentamento, dando luogo a quelle reazioni popolari che sfociarono nella Guerra dei Briganti, come abbiamo visto, ed al fenomeno della Emigrazione, come vedremo in seguito.

Il secondo effetto fu quello di un immediato flusso di capitali che partì dalle regioni meridionali, impoverendole, anche perché, venendo a mancare, non poterono produrre ricchezza.

Il governo vendette parte di questi beni direttamente, ma la massima parte fu affidata per la vendita ad una società privata, è superfluo sottolineare, del nord d’Italia. Ovviamente questa società oltre gli utili leciti ne ebbe di illeciti, che, comunque, andarono al nord.

(Nota. Per trasformare in lire 1995 le lire del 1860/1900 le si può moltiplicare per 5.000. Per dare, però, un valore delle cifre per l’epoca, diremo che il bilancio dello stato, negli anni dal 1861 al 1900 indica, in media, mille milioni di entrate annue: questa cifra può essere un parametro di valutazione per le cifre che indicheremo più avanti.)

Oltre 500 milioni, in moneta dell’epoca, furono ricavati dalla vendita dei beni del meridione a beneficio dello stato unitario in un arco di pochi anni. Cifra notevolissima che dal sud passò al governo unitario che (ecco che il furto diventa delitto contro i popoli del meridione d’Italia) spese prevalentemente al nord quei soldi.

Quell’enorme massa di danaro non è da considerare solo in sé, ma principalmente in relazione alla mancata utilizzazione in funzione di capitale che non fu investito in attività produttive.

Moltissimi misero mano ai sudati risparmi e si indebitarono per soddisfare l’antico sogno di un pezzo di terra. Moltissimi non ebbero altra alternativa che indebitarsi per avere un mezzo di sostentamento.

Ovviamente molti furono i piccoli proprietari che non poterono fronteggiare i debiti che avevano contratto per pagare la terra: in pochi anni speculatori del nord e del sud ricomprarono a niente quelle terre.

(Nota. Non trattiamo in queste noterelle della crisi agricola che insorse partire dal 1871. Ci basterà sapere che i governanti italiani, dopo essere stati alleati della Francia, che attuava una politica liberistica negli scambi internazionali, passarono da un’economia liberistica ad una protezionistica, suscitando le ire della Francia che trovava comodo avere in Italia un mercato di sbocco dei suoi prodotti ed un buon mercato di acquisto di grano, olio, vino ed altri prodotti agricoli. Queste nuove decisioni furono prese per proteggere i prodotti industriali del nord che allora – attenzione in quegli anni e non prima, ché prima al nord non esisteva nessuna struttura di tipo industriale! –  timidamente, incominciavano a nascere e che non potevano reggere la concorrenza dei prodotti esteri. Non fu tenuto in alcun conto il fatto che si sarebbe verificata una grave crisi al sud – che puntualmente si verificò! –  e ciò per i motivi che abbiamo visto a proposito del Banco di Napoli, che per legge fu obbligato a dare impulso solo al credito agrario e per i motivi che stiamo esaminando a proposito di terre.

I dati del decennio dal 1860 al 1870 dimostrano, senza equivoci, che lo stato finanziario e produttivo del sud d’Italia, già superiore  momento dell’unità, migliorava sensibilmente le sue posizioni nei confronti del nord d’Italia.

I meridionali avevano fatto enormi investimenti in agricoltura, acquistando terre e impiantando colture come l’ulivo e la vite che avevano ottimi sbocchi commerciali in Francia.

Solo a partire dal 1871 si invertirà questa tendenza e ne stiamo vedendo le cause!).

Tasse!

Il popolo dell’ex Regno delle Due Sicilie pagò nel primo anno di vita unitaria più del doppio in tasse, come abbiamo già visto. Oltre le vecchie 14 tasse, aumentate, il nuovo stato unitario introdusse 24 nuove tasse di origine piemontese e ne inventò altre 10 in breve tempo.

La classe dei proprietari poté, per un decennio, sostenere, grazie al buon andamento dei prodotti agricoli, questa aumentata pressione fiscale, ma per la maggioranza della popolazione l’aumento delle tasse significò una diminuzione della qualità della vita.

Valga per tutti un solo esempio. La città di Napoli ridusse i suoi consumi del 25% tra il 1872 ed il 1899, in soli 17 anni. Per chiarire diremo cosa non consumarono più i napoletani: i consumi di pane calarono del 20%, di zucchero del 40%, di baccalà del 75%, di vino del 20%, di carne del 60%. Aumentarono, invece i consumi di granone e di fagioli. Alcune cose poi sono ridicole nella loro drammaticità.

Anche se condannabile, c’è sempre un sottile senso di ammirazione verso chi ruba, verso chi, insomma, sa far bene il suo mestiere, anche se è un mestiere dannoso.

Questi piemontesi che sostituirono gli economisti della grande scuola napolitana, erano sciatti, impreparati, ignoranti e burocratici. Spendevano il 20% per incassare le tasse, contro il 10% del governo napolitano, e non le incassavano nemmeno. Non nel meridione! Non sapevano fare il loro mestiere in tutta l’Italia! Si ingolfarono in debiti tanto grossi che, solo di interessi, sciupavano un terzo di tutte le entrate.

Furono tanti gli esempi di ruberie miste a sprechi, che non possiamo avere che disistima per quelle persone.

Una piccola legge citata a caso.

Una legge del 1886 stanziava un sussidio ai comuni poveri per spese di costruzione di edifici scolastici. Il governo, tra il 1890 ed il 1898, spese per costruire scuole per ogni abitante del centro-nord il doppio della cifra che spese per ogni abitante del sud.

Un’analisi dei problemi che tutti noi del meridione viviamo quotidianamente, non può e non deve essere isolata dalle cause che li hanno determinati.

Il criterio adottato per costruire università, scuole superiori, tecniche, addirittura elementari da parte dello stato unitario, fu un duplice furto. Furto economico, perché per la materiale costruzione e per il mantenimento si spendono dei soldi nella città in cui è la scuola; furto sociale, perché i cittadini sfavoriti dalla mancanza di scuole non hanno la possibilità di migliorare.

Nel sud nel 1860 vi era una sola università, quella di Napoli ma vi erano gli Studi di L’Aquila, Bari, Salerno e Catanzaro che per serietà di studi valevano quanto delle Università. Nel 1899 la situazione è la seguente: su 17 Università, nel meridione rimane ancora una sola Università e sono stati soppressi gli Studi di Catanzaro, Salerno, Bari, L’Aquila.

Al nord, Università che valevano ben poco, furono trasformate prima in Università secondarie poi in primarie. Macerata, Sassari, Siena, Modena, Parma, Pisa avevano Università, tutto il meridione niente!

Il contributo dello stato era per l’Università di Napoli, con 5.200 iscritti, minore di quello per l’Università di Roma, con 1.700 iscritti! Con una sola Università, in un territorio vasto come tutto il meridione, le spese per l’istruzione universitaria erano molto più alte che al nord. Oltre che poche, le scuole erano mal distribuite territorialmente; la difficoltà materiale era d’ostacolo alla volontà di istruirsi. Alla fine dell’ottocento, al nord vi era un Istituto di istruzione media ogni 300 Kmq, al sud ogni 600 Kmq.

Ha dell’incredibile il fatto che ogni meridionale pagasse quanto un settentrionale per avere meno scuole e più lontane! Oltre tutti gli svantaggi che il sud accumulava nei confronti del nord, dall’unità in poi, anche la scuola sottolineò quella differenza di trattamento a favore del nord.

Carmine De Marco

pub. 11 luglio 2004

fonte

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