Alta Terra di Lavoro

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Nota informativa n. 12 gennaio – aprile 2000

Posted by on Apr 3, 2022

Nota informativa n. 12 gennaio – aprile 2000

Editoriale

È possibile tracciare oggi un bilancio storico dell’Insorgenza? A mio parere è prematuro, anche se credo che almeno qualche conclusione, meno di sostanza e più in termini di “politica culturale” o di “battaglia delle idee”, si possa trarre.

Un elemento importante che segna un leggero mutamento di scenario è stato il bicentenario del ciclo d’insorgenze verificatesi durante il Triennio repubblicano. In questi cinque anni si è certo più celebrato che approfondito, più commemorato che fatta ricerca, però rimane il fatto che l’Insorgenza — magari obtorto collo — non è più, almeno per gran parte degli ambienti culturali italiani, un oggetto misterioso: non si può più fare finta di sentirne parlare per la prima volta.

Per usare una metafora dell’amico Giovanni Cantoni che descrive assai bene la condizione della ricerca sull’Insorgenza, si può dire che qualcuno — che non si è neppure sicuri sia realmente esistito — cantò un tempo le glorie di Ilio e il suo canto giunse attraverso il tempo, molti secoli dopo, fino alle orecchie di uno studioso, di un archeologo tedesco, Heinrich Schliemann (1822-1890). Questi, affascinato dal retaggio della civiltà greca classica, e soprattutto dalle gesta cantate da Omero e avvenute intorno a quel luogo, desiderò riportare alla luce quella città, ormai sepolta dal tempo. Recatosi in Asia Minore, sul luogo che i suoi studi indicavano come il più probabile, iniziò una ricognizione e, individuate alcune rovine, fece i primi scavi, che fecero affiorare i primi tesori della città e le prime prove storiche del suo assedio. Lo stato delle conoscenze relative all’Insorgenza riflette questa vicenda. Qualcuno — pochi — ne ha trasmesso una tenue memoria nel tempo, cantando questa resistenza come un’epopea. Qualcuno, molto tempo dopo, ha raccolto questo filo e lo ha ripercorso all’indietro. Si è imbattuto in reperti, in rovine, in segni di eventi passati, elementi che, messi assieme, non sembravano trascurabili, anzi lasciavano intravedere una realtà enorme sommersa. Così, qualcuno ha iniziato a recarsi sui luoghi di tali eventi, ha iniziato a scavare nelle memorie patrie e ha dissepolto i primi resti. Non ha dissepolto l’intera città, forse neppure le mura o il tesoro di Priamo, ma sicuramente ha dimostrato che qualcosa di grande è esistito.

Fuori di metafora, oggi che vi siano quanto meno state un’opposizione, una reazione e una resistenza, anche armata, contro la Rivoluzione italiana, nei suoi vari momenti di sviluppo, non è più da dimostrare. Essa è un dato, un fenomeno storicamente accertato, ne conosciamo la periodizzazione e i tratti, e già questa prima e incompleta conoscenza fa trasparire un altro dato: che si tratta di una realtà dalle proporzioni enormi. Per esempio, secondo stime approssimate per difetto, negli anni successivi al 1796 oltre trecentomila italiani impugnarono le armi contro i francesi e la Rivoluzione italiana da essi operata. Almeno sessantamila sarebbero le vittime — che, rapportate alla popolazione attuale, diventerebbero 240.000! — di questa sollevazione generale degl’italiani alla fine del 1798. Sono cifre queste che non trovano uguali e consentono di definire l’Insorgenza come il maggior movimento di popolo dell’Italia moderna e contemporanea e, forse, dell’Italia di sempre.

Ma la conoscenza dell’Insorgenza, almeno a un grado accettabile, non è un dato acquisito. Nonostante gli sforzi dei ricercatori indipendenti, sono ancora troppo pochi i dati — per motivi diversi — necessari per descriverne l’ampia e complessa trama, per individuarne le radici specifiche e per tentare infine una elaborazione in sede storiografica, che la situi nel quadro storico dell’Italia moderna, modificando quest’ultimo, ove necessario, alla luce del nuovo “reperto”. Se si vuole conseguire quest’ultimo obiettivo, ossia giungere a una più matura valutazione degli eventi alle origini dell’Italia contemporanea, occorre proseguire nell’acquisizione di dati sull’Insorgenza, cioè, tornando alla metafora iniziale, continuare a scavare per portare alla luce tutta la città. Organizzando i materiali affiorati, occorre iniziare — in altre parole — a dare risposta a domande tuttora aperte: che cosa? chi? dove? e soprattutto perché? Non solo: occorre anche chiedersi che cosa è stato dell’Insorgenza dopo il suo apparente trionfo storico negli anni della cosiddetta Restaurazione. Gli studi fioriti in coincidenza con il bicentenario, il formarsi di realtà private — istituti, comitati, centri studi — intenzionate a condurre ricerche e studi, qualche fremito nel mondo accademico, oltre che le numerose celebrazioni, sono tutte realtà nuove sui quali occorre fondarsi.

Da questi studi sono emerse conferme e anche elementi ulteriori. Fra questi ultimi, si segnalano una meno episodica e più accurata ricostruzione del quadro militare generale in cui l’Insorgenza si sviluppò, in particolare nell’anno 1799, quando il movimento insorgente ebbe più di un punto di contatto con i piani tattici delle potenze alleate. Ancora, come il volume di Emilio Gin recensito in questa rivista dimostra, stanno uscendo dall’ombra anche i protagonisti della resistenza armata: “bande”, milizie territoriali, “masse”, eserciti. Sensibile è anche la ripresa d’interesse per le figure dei capi, dei leader delle varie insorgenze. Oltre al saggio sul maggiore Branda de’ Lucioni — che fu a capo dell’insorgenza piemontese del 1799 —, pubblicato a cura dell’Istituto (Libreria Piemontese, Torino 1999), e a quello sul marchese aretino Giovanni Battista Albergotti (1761-1816) — uno dei capi del Viva Maria toscano —, contenuto nel volume di saggi Folle controrivoluzionarie (Carocci, Roma 1999), coordinato da Anna Maria Rao, è apparso nel gennaio di quest’anno un buon lavoro sulla figura, spesso cantata e forse mai studiata scientificamente, del colonnello Michele Pezza (1771-1806), detto “Fra’ Diavolo”, su cui riferisce Francesco Pappalardo in questo numero della Nota Informativa.

In certa misura si rileva come la ricorrenza del bicentenario — pur se non di rado vista come occasione di concorrenza o di minaccia — sia stata stimolo a una riflessione, più o meno compiuta, anche da parte della storiografia “neutrale” o di quella tradizionalmente avversa per motivi ideologici all’Insorgenza. Per limitarsi ai contributi maggiori, il volume di saggi di Anna Maria Rao citato — già apparso in una prima versione come numero monografico della rivista Studi Storici — ne è la prova maggiore; lo stesso dicasi della ripubblicazione del saggio di Gabriele Turi — un’opera decisamente pionieristica, apparsa nel 1969 — sul Viva Maria in Toscana (il Mulino, Bologna 1999).

Per altro verso, per trovare soluzione ai numerosi problemi ancora aperti servono ricerche sul campo, che “snidino” i documenti dai loro “nascondigli” — pur nei limiti che le fonti di questo periodo storico presentano, e studi sorretti da valide basi metodologiche, da veri e propri “professionisti”. Tornando al lavoro condotto da Emilio Gin nell’Archivio di Stato napoletano, è quasi incredibile che i documenti che egli produce riguardo alla composizione delle “masse” dell’esercito sanfedista siano affiorati solo duecento anni dopo l’epopea della Santa Fede: andare a vedere come le “masse” erano composte avrebbe dovuto essere la prima preoccupazione del primo storico che se ne è occupato. E invece no: singolare davvero!

Bisogna utilizzare le ricerche di storia delle classi subalterne, servirsi di categorie mutuate dalla sociologia, dalla storia delle mentalità e della religiosità — sia di quella “colta” sia di quella popolare —, nonché dalla demografia storica.

Certo non è facile ricomporre in un quadro un fenomeno che fu di suo frammentato e particolaristico: è però uno sforzo che va fatto se si vuole restituire a questa pagina di storia la sua fisionomia autentica e, magari, rendere giustizia ai suoi protagonisti. Il diverso giudizio ideale o politico che si può dare su di essa non deve esimere dall’interessarsene.

A quale “chiodo”, per parte nostra, intendiamo “appendere” il lavoro di ricerca che compiamo è ben descritto dalle considerazioni di carattere generale di Edoardo Bressan che aprono il presente fascicolo. Personalmente non credo che si possa arrivare a condividere in toto un’unica valutazione sull’Insorgenza, perché il dibattito storico in ultima analisi rimanda al giudizio di valore, da un canto, sulle forme politiche dell’antico regime e, dall’altro, sulla modernità politica, e qui esistono punti di vista differenziati, se non diametralmente opposti. Quello però che mi pare un obiettivo realistico e doveroso è smettere di discriminare nella ricerca e nella divulgazione la pagina storica costituita dall’Insorgenza.

Abbiamo più volte anche in questa sede richiamato il pericolo di modellare la storia italiana saltando o ridimensionando momenti importanti di essa. Crediamo, infatti, che la gente sia stanca della ripetizione di tesi ormai convenzionali, e che occorre uscire dagli schemi consueti, ammettendo comportamenti impropri da qualunque parte essi vengano. Nella storia non c’è niente di “sacro” quanto alle conclusioni: tutto è suscettibile di essere rimesso in discussione, non quando — orwellianamente — cambia il detentore del potere, ma quando nuovi fatti affiorano dalla ricerca e nuove ipotesi di lavoro vengono formulate. Non si capisce più perché certe posizioni debbano essere difese con le unghie e con i denti, certe “vulgate” vengano ripetute usque ad nauseam anche dopo il tramonto — ma non la fine — delle ideologie moderne. Qual è il timore che vi sta dietro? Nessuno storico serio credo voglia negare realtà ormai acquisite, come lo Stato unitario e i relativi duecento anni di storia comune dalle Alpi alla Sicilia. Il difendere “teoremi” non più attendibili rischia anzi di aumentare lo scollamento fra il popolo e le sue classi dirigenti, di accrescere il fastidio della gente per la politica in generale, attraverso il disgusto per una cultura storica che rischia di annegare nell’oleografia.

Solo attraverso il ricupero completo della memoria storica, solo con una visione completa della biografia nazionale sarà possibile restaurare o irrobustire quella virtù “politica” per eccellenza che è la prudenza. Virtù che, se è proposta a tutti, è particolarmente richiesta a coloro che hanno una vocazione e sostengono un ruolo “politici” in senso stretto.

Il compito degli studiosi dell’Insorgenza, in chiusura di questo bicentenario — per parte dell’Istituto questo coinciderà con il convegno del 3 giugno prossimo ad Arezzo —, è di continuare nei loro sforzi, indirizzandosi prioritariamente ai quesiti ancora senza risposta, in particolare a quel grande quesito che si può formulare all’incirca così: che cosa accadde dell’Insorgenza dopo la sua apparente vittoria nel 1815? Dove sfociò quella immensa mobilitazione popolare? Chi “indossò” le istanze degl’insorgenti negli anni successivi alla Restaurazione, almeno fino al 1848?

Oscar Sanguinetti

1. Appunti di storia dell’Insorgenza / 11

Pubblichiamo — con lievi ritocchi redazionali, ma senza rifonderli — i due interventi che il professor Edoardo Bressan, dell’Università degli Studi di Milano, ha tenuto in occasione della tavola rotonda “1799-1999 Repubblica Napoletana e Insorgenza antigiacobina. Fra modernizzazione politica e rivendicazione dell’identità”, svoltasi a Milano, il 27 marzo 1999. Coordinato da Marco Invernizzi, il dibattito ha visto coinvolti, oltre al prof. Bressan, il dr. Giacomo de Antonellis, giornalista e storico, il prof. Giuseppe Planelli, giornalista de L’Osservatore Romano e saggista, e il dr. Francesco Pappalardo, della delegazione romana del nostro istituto. Alcune note redazionali, inserite a fini esplicativi, sono riportate in parentesi quadra; il titolo è anch’esso redazionale.

Prof. Edoardo Bressan: due interventi alla tavola rotonda “1799-1999 Repubblica Napoletana e Insorgenza antigiacobina. Fra modernizzazione politica e rivendicazione dell’identità”

2. In memoriam

Marzio Tremaglia

La vigilia della Pasqua di Risurrezione di quest’anno 2000 è tornato al Padre l’amico Marzio Tremaglia. Da molti mesi aveva combattuto con coraggio e con cristiana consapevolezza contro il male che non perdona. Nato a Bergamo nel 1959 da Mirko, dirigente e parlamentare prima del Movimento Sociale-Destra Nazionale e poi di Alleanza Nazionale, Marzio si era laureato in giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed aveva intrapreso la carriera di avvocato. Fin dai primi anni della giovinezza ha militato nei gruppi giovanili del partito paterno, divenendo in seguito dirigente nazionale di Alleanza Nazionale. Nel 1980 è stato eletto consigliere comunale di Bergamo, mentre dal 1995 è stato deputato all’Assemblea della Regione Lombardia, nonché Assessore alla Trasparenza e alla Cultura. Giornalista e uomo di cultura è stato sempre vivo e talora tenace sostenitore — sia personalmente, sia attraverso il ruolo da lui rivestito — dei valori e alle iniziative del nostro Istituto, di Alleanza Cattolica e dell’area culturale, quella cattolica, cui entrambi si riferiscono.

Preghiamo la Vergine Addolorata — Marzio ci ha lasciato nel giorno del planctus Mariae — per la sua anima, nella certezza che la luce della risurrezione già lo inondi. Siamo particolarmente vicini ai suoi familiari: a sua moglie e ai suoi due bambini ancora in tenera età, nonché a suo padre; chiediamo al Signore Risorto di sostenerli e di confortarli in questo terribile frangente, confermandoli nella certezza che si ricongiungeranno a Marzio nella vita che non ha fine.

A testimonianza della rara sensibilità che Marzio aveva maturato anche del problema che costituisce la ragion d’essere del nostro Istituto, nonché della profonda consonanza delle sue prospettive con le nostre, pubblichiamo il testo di un messaggio — letto dal consigliere regionale Piero Macconi — da lui inviato, nell’impossibilità di essere presente di persona, al convegno Le insorgenze anti-giacobine, il problema dell’identità nazionale e la “morte della patria”. Spunti per una rinascita della “nazione spontanea”, tenutosi a Milano il 26 ottobre 1997. Il testo è trascritto direttamente, senza ritocchi, dal suo telefax pervenuto al convegno.

[O. S.]

Caro Presidente, signori e signore,

Sono particolarmente rammaricato e spiacente di non poter essere presente al Vostro importante convegno di oggi, che sento di poter chiamare anche “nostro” convegno: la Regione Lombardia ha infatti sostenuto il ciclo di attività, studi e ricerche che in questi ultimi anni ha consentito di riaccendere le luci dell’attenzione e della conoscenza su un periodo della nostra storia rimosso ed ignorato, o spesso rappresentato in maniera strumentale e fuorviante.

[…] Il vostro incontro di oggi è significativo, per molti motivi. Rappresenta una prima occasione per trarre un bilancio dagli studi compiuti in questi ultimi due anni sul capitolo delle Insorgenze, che sorsero spontanee e rigogliose nella nostra Regione e in tutta Italia contro il tentativo violento e sopraffattore di imporre stili di vita, principi, valori del tutto estranei alla nostra tradizione ed alla concreta esperienza di vita delle comunità, delle famiglie, delle persone di quei tempi.

Costituisce una riflessione di eccezionale attualità sulla realtà e verità della nostra Storia: su quali fossero le radici del nostro popolo alla fine del XVIII° secolo, ma anche su quali siano tuttora le fondamenta che dobbiamo conoscere, se vogliamo procedere oltre nella ricostruzione morale dell’Italia e degli italiani. Questa infatti continua ad essere l’urgenza principale, la vera emergenza nazionale: rinascere dalle ceneri di un sistema di potere che si è trasformato in egemonia di cultura e di valori falsi; ricostruire il sentimento dell’onore e della dignità di una Nazione, fino ad oggi ignorati e calpestati. Per far questo, non è possibile continuare ad accettare versioni della storia italiana ispirate a ideologie e modelli culturali sconfitti dalla verità e dagli uomini, ben prima che dai fatti. La iniziale ironia e scetticismo che lo studio delle Insorgenze anti-giacobine aveva suscitato nasceva esattamente da un tale atteggiamento di presunzione e supponenza accademico e culturale; nasceva dalla stessa mentalità secondo la quale l’Unità d’Italia si sarebbe dovuta compiere programmaticamente contro la tradizione Cattolica e le radici autentiche dei nostri paesi, delle famiglie e delle contrade. Per rammentare Don Bosco, in troppi ritennero che “fare l’Italia” equivaleva a protestantizzarla, trasformarla in ciò che non era mai stato né poteva essere.

Confondere la modernizzazione con lo sradicamento, la costruzione di uno Stato unitario con la cancellazione degli antichi legami di identità e tradizione, la battaglia contro la fede con la lotta all’oscurantismo: questi e molti altri voluti equivoci hanno condizionato anche quel grande e straordinario processo storico che portò all’Unificazione politica di una realtà, che condivideva una sola, profonda unità e identità.

Quest’ultimo è l’altro, importante elemento confermato dalle ricerche e dagli studi sulle insorgenze: oltre e ben prima delle articolazioni politiche e statuali, esisteva un’Italia profondissima ed originale, l’Italia delle contrade e dei borghi, delle tradizioni e di quel “comune sentire” che dalla fine dell’Impero romano e prima ancora, ha consentito a comunità diverse di sentirsi parte comune di una nobile e grande realtà, che il mondo intero percepiva come un solo luogo, della lingua e dello spirito.

Auguri quindi di un buon e proficuo lavoro, che sappia fornire altre armi ad un combattimento spirituale e culturale, oggi come non mai urgente e doveroso.

Marzio Tremaglia
Assessore alla Cultura della Regione Lombardia
26/10/1997

3. Notizie e segnalazioni bibliografiche

3.1 Pubblicazioni dell’Istituto

È disponibile il volume — pubblicato nel dicembre 1999 — di Marco Albera e Oscar Sanguinetti, Il maggiore Branda de’ Lucioni e la “Massa Cristiana”. Aspetti e figure dell’insorgenza anti-giacobina e della liberazione del Piemonte nel 1799, Libreria Piemontese Editrice, (via S. Secondo, 11- 10128) Torino 1999, pp. 144, L. 26.000.

3.2 Altre pubblicazioni

Antonio Bacci, Viva Maria! Storia in ottava rima dell’Insurrezione aretina del 1799 contro i Francesi con una nota introduttiva, Calosci, Cortona (Arezzo) 1999, pp. 95.

L’opera di don Antonio Bacci si distingue immediatamente per la curiosa e inconsueta caratteristica di essere scritta, almeno per la sua parte principale, non in prosa, ma in versi: in ottava rima appunto, come il titolo stesso recita. Per trovare altre narrazioni poetiche di quegli avvenimenti bisogna risalire all’epoca in cui si svolsero, quando sicuramente il genere letterario, comprese le sue declinazioni satiriche, era assai più in voga. Un rapido esame della bibliografia del Viva Maria aretino (cfr. Roberto G.[iuliano] Salvadori, Bibliografia aretina 1790-1815 e rassegna bibliografica del “Viva Maria” 1799, Centro Stampa dell’Università, Siena s. d. [1989?]) ci rivela infatti l’esistenza di almeno quattro opere coeve in versi, tra cui Le Ottave per la liberazione della Toscana dai Francesi che la dominavano dell’abate Pietro Bagnoli (1767-1847).

Il volume si apre con una vasta nota introduttiva di don Bacci (pp. 3-30), che, in primo luogo, in aperta polemica con alcune interpretazioni correnti dei fatti aretini, passa in esame le origini dell’insorgenza, in specie quella toscana, ricordandone le onnipresenti cause religiose, politiche e economiche. La nota prosegue sottolineando come tutte le classi sociali, per prime le più popolari, diedero il loro contributo al Viva Maria, i cui aspetti militari non furono certo di basso profilo. Sempre con accentuato tono polemico, don Bacci fa riferimento agli episodi che videro intere popolazioni, dalla penisola iberica alle steppe russe, opporsi, con le armi o senza, ma sempre pagando alto tributo di sangue, all’avanzata delle armate della Francia rivoluzionaria e bonapartista. La rievocazione è occasione per ricordare come però non tutti questi episodi hanno visto una coltre di silenzio calarvi sopra e tanto meno subito l’onta di una interpretazione storica spesso solo diffamatoria, sorte occorsa invece agli episodi domestici. Anche Arezzo pagò il suo tributo — i nomi dei morti nel saccheggio del 1800 sono riportati dai documenti originali — ma nonostante ciò sono mancate adeguate rievocazioni a livello locale. L’introduzione, arricchita di note e di un pregevole apparato iconografico che caratterizza tutto il volume, si chiude soffermandosi sui contributi più significativi che hanno tenuto viva la memoria del movimento insorgente toscanonei due secoli successivi. La parte poetica del libro (pp. 31-92) mantiene un tono narrativo, nel succedersi dei capitoli di differente numero di versi: Viva Maria!, Arezzo occupata, Arezzo liberata, La battaglia di Rigutino, Arezzo Capitale, Arezzo Provincia, Arezzo saccheggiata e infine un celebrativo A perenne Memoria.

[G. Fontana]

Santino Gallorini, La primavera del “Viva Maria”. Maggio 1799: l’Insorgenza ad Arezzo, Castiglion Fiorentino e in altri centri della Valdichiana. La “Battaglia di Rigutino”. 14-5-1999 200° anniversario [della] battaglia tra aretini e gallo-polacchi, Calosci, Cortona (Arezzo) 1999, pp. 288.

Il volume di Santino Gallorini — storico della Valdichiana aretina, socio di diverse accademie letterarie della provincia, nonché fra i fondatori della Società Storica Aretina — è stato promosso dal Comitato Storico-Culturale per le celebrazioni del II Centenario della Battaglia di Rigutino, con il patrocinio dell’Accademia Polacca di Roma, del Comune di Arezzo, della Istituzione Culturale ed Educativa Castiglionese e della parrocchia dei SS. Quirico e Giulitta di Rigutino. Si tratta di un significativo esempio di trascrizione di una memoria viva, non ricostruita artificialmente attraverso i reperti, ma tramessa familiarmente di eventi che sono stati oggetto della rimozione pressoché completa dagli annali storici nazionali. “Ero bambino quando già sentivo, da mio nonno e da mio padre, il racconto del passaggio delle truppe polacche dal nostro territorio, le fucilate scambiate con i contadini e la seguente “zuffa”, con uccisione del loro comandante. Dal tono del loro raccontare e dalle loro parole, traspariva l’importanza rivestita dall’avvenimento per i nostri antenati” (p. 13): così inizia infatti l’introduzione dell’Autore al libro. Non meraviglia che tale memoria latente — analoga per esempio a quella marchigiana dei fori delle palle di fucile ancora visibili nei muri della città avita — si sia risvegliata in occasione del bicentenario e si sia tradotta in pagine che consentiranno la sua conservazione anche all’esaurirsi della filiére umana. Le ricerche di Gallorini hanno prodotto un’ampia e completa ricostruzione di quella che considera […] una “primavera” all’interno dell’altra primavera stagionale: la Primavera del Viva Maria” (p. 19). Quello che più attrae nel lavoro di Gallorini è proprio l’ampiezza del quadro cronologico, che si estende dalle premesse del moto popolare, al momento dell’invasione, alle cause e al profilo comparato della sollevazione, agli scontri con le truppe franco-polacche, comandate dal generale Jan Henryk Dabrowski, (1755-1818) alle manovre delle colonne di liberazione degli aretini nel resto della Toscana, alla decisiva battaglia di Rigutino, alla liberazione e al governo provvisorio dell’intera Toscana. Non viene omessa anche una trattazione dello scabroso episodio dell’eccidio ebraico di Siena del 29 giugno 1799, che Gallorini riconduce al furore di vendetta e di rapina della teppaglia senese — esisteva una annosa inimicizia, dovuta per lo più a ragioni d’interesse, con la popolazione ebraica, che in più veniva accusata indiscriminatamente di ricettazione dei beni rubati dai francesi — e non alle truppe aretine, i cui ufficiali mantennero la disciplina fra i loro uomini, mentre le autorità insorgenti svolsero ex post una severa inchiesta sui fatti del ghetto. Notevole sono anche la mole e la precisione dei dati di archivio — sia di ordine locale, sia relativi all’invasore — che lo studioso aretino è riuscito a mettere assieme attraverso l’esplorazione delle raccolte documentarie civili e religiose di Arezzo e comuni circonvicini, nonché di Firenze. Fra di essi spiccano l’elenco nominale dei caduti aretini e polacchi nei combattimenti del 13-15 maggio 1799 e la composizione di alcune delle “bande” aretine. Anche la bibliografia — tre pagine fitte, che comprendono anche opere di storia militare polacca — è di tutto rispetto. Illustrano il volume riproduzioni di lettere, di stampe e di bandi e proclami sia francesi sia aretini.

[O. Sanguinetti]

Alberto Pattini, La guerra di liberazione del popolo delle valli di Non e di Sole contro Napoleone nel 1796-1797, Temi, Trento 1997, pp. 202.

La notorietà della grande insorgenza tirolese del 1809 e la fama di Andreas Hofer (1767-1810) hanno in qualche modo oscurato la memoria di quanto accadde nelle attuali provincie di Trento e Bolzano all’epoca della prima invasione francese. A questa lacuna pone il rimedio il volume di Alberto Pattini, che si focalizza sul contributo all’Insorgenza delle popolazioni delle valli di Non e di Sole, allora come tutto il Trentino parti integrante della Contea del Tirolo, ma che per l’ampiezza dell’indagine storica fornisce preziosi elementi di comprensione tanto per la prima insorgenza tirolese (1796-1797), in coincidenza con l’invasione napoleonica dell’Italia settentrionale, quanto per la seconda (1809), in occasione della rivolta contro l’occupazione franco-bavarese. Preceduto da una breve introduzione, il testo si apre con un accurato excursus storico (cap. I, pp. 11-30) sulla nascita e sulla organizzazione dei Bersaglieri Tirolesi o Schützen, milizia popolare reclutata su base territoriale fin dal 1200, secondo le norme del diritto consuetudinario. Dopo aver descritto — nel capitolo II (pp. 31-38) —, sulla base di documenti d’archivio, come fossero formati questi corpi militari nelle valli citate e come fossero mobilitati di fronte alla necessità di difesa del territorio, la narrazione affronta con la stessa minuzia di particolari l’invasione francese del 1796 (cap. III, pp. 39-50). Gli invasori realizzano il loro successo nel settembre dello stesso anno, conquistando Trento, per poi perderla nel novembre successivo ad opera dell’esercito imperiale e dei bersaglieri, questi ultimi assai efficaci dal punto di vista territoriale grazie alla loro abilità, alla mobilità e alla perfetta conoscenza del territorio (cap. IV, pp. 51-54 e cap. V, pp. 55-64). Le valli trentine rivedono le armate rivoluzionarie già alla fine del successivo gennaio, ma, sempre con il decisivo contributo dei valorosi bersaglieri, Trento è liberata di nuovo il 10 aprile 1797 (cap. VI, cap. VII e cap. VIII, pp. 65-106). Conclusa la narrazione cronologica degli eventi, il volume prosegue l’indagine, costantemente basata su un accurato lavoro d’archivio che svela anche alcuni inediti, facendo stato delle opinioni dei cronisti locali circa il comportamento francese (cap. IX, pp. 107-112), delle armi, dell’abbigliamento, delle bandiere, delle decorazioni, dell’organizzazione delle specifiche compagnie e dei tratti biografici di alcuni comandanti (dal cap. X al cap. XVI, pp. 113-198). Il testo si chiude con un’appendice che riporta la composizione completa dei bersaglieri di Sarnonico (Trento) e da una bibliografia. Di interesse non secondario è l’apparato iconografico, basato su riproduzioni di documenti e di stampe dell’epoca, che arricchisce il libro. Dalla lettura di questa opera emergono chiaramente gli elementi comuni a tutte le insorgenze, ma anche elementi peculiari della prima insorgenza tirolese. Di fianco alle armate imperiali, che manovrano su scala strategica, le agili compagnie di bersaglieri, reclutate valle per valle, paese per paese, cooperano brillantemente con l’esercito regolare, ora sostenendolo nelle operazioni campali, ora affiancandolo con una non meno efficace opera di disturbo, di esplorazione e di guerriglia vera e propria. A questo livello di insorgenza organizzata e istituzionalizzata, capeggiata dalla nobiltà locale e priva d’incertezza e improvvisazione, si affianca quando necessaria la vera e propria sollevazione di massa delle popolazioni che, chiamate a raccolta dalle campane a martello, accorrono generosamente impugnando gli strumenti del lavoro quotidiano. Un modello di difesa complesso, basato su una profonda coesione sociale, che mostrerà ancora la sua efficacia, seppure in condizioni diverse, anche quando, nel 1809, le bandiere imperiali non sventoleranno più davanti ai valligiani.

[G. Fontana]

Francesco Barra, Michele Pezza detto Fra’ Diavolo. Vita, avventure e morte di un guerrigliero dell’800 e sue memorie inedite, Avagliano, Cava dei Tirreni (Salerno) 2000, pp. 192.

Francesco Barra, docente di storia contemporanea presso l’università di Salerno e autore di studi sul cosiddetto brigantaggio, sia anti-napoleonico che anti-unitario, racconta la storia di “Fra’ Diavolo” (1771-1806) e la genesi del suo mito, utilizzandone le memorie finora inedite. La ricostruzione della vita e delle imprese di Michele Pezza è piuttosto accurata, dalla giovinezza alla grande insorgenza del 1799, fino alla difesa di Gaeta nel 1806 e all’insurrezione calabrese dello stesso anno, che faranno di lui uno dei personaggi emblematici della resistenza anti-rivoluzionaria nel Regno di Napoli e uno dei protagonisti dell’immaginario romantico dell’Ottocento europeo. Con il titolo di Memorie del 1798-1800 (pp. 147-167) Barra pubblica il manoscritto Istoria delli fatti accaduti a D. Michele Pezza dal giorno 17 dicembre 1798 per la rivoluzione accaduta nel Regno di Napoli all’entrata de’ Francesi, da lui ritrovato negli Archives Nationales di Parigi, dov’era giunto attraverso numerose peripezie, dopo essere stato sequestrato dai francesi, il 24 settembre 1806, nell’abitazione di “Fra Diavolo”. Il testo contribuisce ad accrescere la conoscenza di alcune vicende di quegli anni cruciali e del ruolo giocato in esse dal guerrigliero di Itri, consentendo il chiarimento di alcuni particolari finora oscuri e dando lustro a una pubblicazione che, per altro verso, si caratterizza per alcuni giudizi superficiali sull’insorgenza sanfedista, definita come “la reazione selvaggia di una società rurale arcaica” che […] reagisce abbandonandosi ai suoi ancestrali riti e deliri” (p. 136).

[F. Pappalardo]

Emilio Gin, Santa Fede e congiura antirepubblicana, Adriano Gallina Editore, Napoli 1999, pp. 228.

Finalmente ci è dato conoscere chi si è finora celato sotto la dicitura — o l’epiteto — di “masse sanfediste”, di “bande del cardinale Ruffo”, di “armata della Santa Fede”. Finalmente uno studioso, Emilio Gin, si è preso la briga di visitare l’Archivio di Stato di Napoli, reperire una massa documentaria di tutto rispetto e, con l’apporto di studiosi di storia e istituzioni militari — fra i quali Piero Crociani —, di tracciare finalmente un profilo anche se sommario dei reparti che combatterono contro l’occupante franco-giacobino sotto la bandiera gigliata nel corso del 1799. Si tratta soprattutto di resoconti di ispezioni — le “riviste” — fatte dai regolari borbonici alle masse dopo la vittoriosa conquista di Napoli nel giugno, cioè — come scrive nella prefazione il professor Massimo Mazzetti — allorché “[…] questo tipo di formazione stava in parte autosciogliendosi” (p. 7). Non sono disponibili i dati di tutti i reparti, ma il quadro è sufficientemente rappresentativo e include le formazioni per cui esiste il dubbio che si trattasse di residui dell’esercito regolare disgregatosi all’inizio del 1799, come pure corpi semi-militari — per esempio, il Real Corpo dei Fucilieri di Montagna composto in realtà di guardaboschi e guardie di finanza. Le truppe “a massa” calabresi, pugliesi, lucane, campane, abruzzesi, si raccoglievano sotto il nome del comandante — il capo-massa che talora ha un soprannome pittoresco: “Panedigrano” (Nicola Gualtieri), “Fra Diavolo” (Michele Pezza) o “Sciabolone” (Giuseppe Costantini) o altri ancora — o del luogo di provenienza ed erano caratterizzate da una grande disomogeneità culturale proprio a causa di questa origine personale e regionale. Ma vi erano anche formazioni più simili a reparti regolari, comandati da ufficiali del disciolto esercito borbonico. I dati confermano che pochi furono i nobili ad arruolarsi con il Cardinale, così come mancano i preti, soprattutto nei gradi inferiori, più a ridosso delle masse stesse: dunque niente “aristocratici reazionari” e “preti fanatici”, come una vieta “vulgata” continua a tramandare. Nei quadri dell’Armata molti sono invece i militari di professione e predominante è l’elemento borghese. Gin non ne fa solo un arido elenco dei reparti e dei loro componenti, ma ci restituisce una “morfologia” ragionata e comparativa delle truppe “a massa”, di cui cerca di ricostruire le mosse sul terreno, soffermandosi anche sui capi, segnalando le opere che ne hanno più o meno ampiamente trattato. Importante è anche la presenza segnalata di ufficiali inglesi in veste di consiglieri militari a fianco di alcuni capi-massa calabresi. La seconda parte del lavoro è invece una preziosa e unica ricerca sulle cosiddette Unioni Realiste, ossia i nuclei clandestini di resistenza — che l’autore non esita a definire “formazioni “civili” che organizzarono la resistenza” (p. 16) — contro l’occupazione francese. Dalla ricerca […] appare un quadro effettivamente impressionante della estensione e della consistenza del movimento realista in Napoli” e “la cosa più notevole è la quasi istantanea costituzione della maggior parte di queste organizzazioni subito dopo l’occupazione francese. Una almeno ha addirittura origine qualche anno prima. In realtà l’ipotesi del Cuoco sulla “congiura degli ufficiali” provocata dalle disposizioni ministeriali del 5 aprile è completamente destituita di ogni fondamento visto che l’ultima costituzione di una “unione” di cui [si] ha notizia avviene nel mese di marzo ’99″ (M. Mazzetti, p. 8). Il fine delle Unioni è essenzialmente quello di preparare il ritorno al vecchio regime, nonché di raccolta di informazioni e di boicottaggio e sabotaggio. Tra le fila di queste associazioni emerge la figura di don Gaetano Ferrante, vero e proprio tessitore della trama clandestina, che affiorò soprattutto allorché fu scoperta la cosiddetta “congiura Baccher”, che fece fucilare dai repubblicani i fratelli Gerardo e Gennaro Baccher — oltre a loro erano iscritti alle Unioni anche gli altri fratelli Camillo e Gerardo — , il 13 giugno 1799. La composizione sociologica delle Unioni rivela ancora dati contro-corrente: parecchi militari, molti preti ma non con funzioni dirigenti, molto ceto medio. Lo studio di Gin sembra davvero un passaggio obbligato per chi voglia conoscere senza pregiudizi la realtà della Repubblica giacobina e dell’Insorgenza del regno di Napoli.

[O. Sanguinetti]

Francesco Mario Àgnoli, 1799 la grande insorgenza. Lazzari e sanfedisti contro l’oppressione giacobina, Controcorrente, Napoli 1999, pp. 304.

Ricostruzione quasi completa degli avvenimenti della Rivoluzione e della Contro-Rivoluzione nel Regno di Napoli nel 1799, il nuovo lavoro del magistrato e storico Francesco Mario Agnoli — membro del comitato scientifico dell’Istituto per la Storia delle Insorgenze — è sollecitato dalla […] esigenza di un lavoro destinato soprattutto ad offrire un nuovo osservatorio capace di consentire una corretta visione generale dell’intera vicenda anche al pubblico dei lettori non specialisti dell’argomento” (p. 13). Il libro, volutamente divulgativo e quindi quasi del tutto privo di apparato critico — sarebbe stata utile, comunque, almeno una bibliografia generale —, utilizza le cronache e gli scritti dei contemporanei per ripercorrere le vicende della conquista francese di Napoli, della giacobina Repubblica Napoletana, delle innumerevoli insorgenze di quei mesi e della riconquista del regno a opera dell’Armata Reale e Cattolica guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827). Attenzione adeguata è rivolta a “La Grande Insorgenza” del 1799, che scosse tutte le province del Regno occupate dai francesi: le figure dei capi, le loro imprese, le stragi e i sacrilegi dei rivoluzionari sono descritte con molti particolari, ed è ricordata anche l’attività delle Unioni Realiste, associazioni segrete anti-repubblicane che raccoglievano proseliti in tutti i ceti della capitale e mantenevano viva l’agitazione in città, a prezzo di continui arresti e fucilazioni dei loro membri. Agnoli indaga pure su “l’oppressione giacobina”, fermandosi su alcuni protagonisti: il presidente del governo provvisorio, Carlo Lauberg (1752-1834), ex frate scolopio e massone, che negli anni 1790 aveva fatto della sua accademia di chimica un centro di diffusione delle idee rivoluzionarie e di cospirazione politica; l’ammiraglio Francesco Caracciolo (1752-1799), protagonista di un inesplicabile voltafaccia e della conseguente adesione alla causa giacobina, che gli costò la vita; Luisa de Molino Sanfelice (1764-1800), che, con la sua delazione, provocò il fallimento di una cospirazione realista. Meno approfondita, invece, è la ricostruzione della politica religiosa del nuovo governo e della persecuzione anti-cattolica da esso condotta. Nel complesso, la ricostruzione corretta e accurata, e la lettura scorrevole, fanno del libro di Agnoli una delle migliori descrizioni, recenti e non, delle vicende napoletane del 1799.

[F. Pappalardo]

Aleksandr V.[asilievich] Suvorov, La corrispondenza dalla Campagna d’Italia (marzo-agosto 1799), a cura di Piero Cazzola, trad. it., Centro Studi Piemontesi-Ca dё Studi Piemontèis, Torino 1999, pp. 76.

In occasione del bicentenario della campagna di guerra del 1799 che oppose gli eserciti austro-russi, al comando del feldmaresciallo imperiale Aleksandr Vasili’evič Suvorov (Mosca 1730-San Pietroburgo 1800), a quelli della Repubblica Francese nell’Italia settentrionale, è stata pubblicata nella collana storica “Piemonte 1748-1861” del Centro Studi Piemontesi la prima traduzione italiana della corrispondenza che il condottiero russo scambiò, fra il marzo e l’agosto 1799, con il suo sovrano, lo zar Paolo I Petroviè (1754-1801), nonché con diplomatici, generali, ammiragli, russi e stranieri e con esponenti delle corti alleate inglese e austriaca, con i quali intratteneva un fitto carteggio. La traduzione è stata curata dal professor Piero Cazzola, emerito di lingua e letteratura russa presso l’Università di Bologna, che ha integrato ciascuna delle 51 missive con ampie note, anche relative ai personaggi militari e civili, implicati nelle vicende belliche e nelle azioni diplomatiche. I testi originali sono compresi nel volume A. V. Suvorov, Pis’ma [lettere], pubblicato sotto l’egida dell’Accademia delle Scienze dell’URSS a Mosca nel 1986 presso la casa editrice Nauka, a cura del professor V. S. Lopatin. La selezione operata da Cazzola delle oltre 670 lettere di Suvorov pubblicate a Mosca comprende quelle contenute nei capitoli Campagna d’Italia del 1799 e Campagna di Svizzera del 1799 del volume originale. Nell’introduzione Cazzola sottolinea come le lettere di Suvorov non siano soltanto un contributo alla conoscenza di rilevanti retroscena sia della campagna militare che delle contese diplomatiche fra l’Austria e i suoi alleati. La lettura di documenti di prima mano fa drammaticamente comprendere come fu la corte viennese a impedire il trionfo finale della brillante campagna condotta in Italia da Suvorov, il quale, contro ogni logica strategica, venne dirottato verso la Svizzera — invece che verso la Francia meridionale — al solo fine di neutralizzare il peso “politico” delle armate russe. Tutt’altra speranza nutriva il feldmaresciallo, che aveva ben capito la sfida epocale nella quale era stato coinvolto dalla Provvidenza divina. “L’Italia — scriveva — dev’essere liberata dal giogo dei miscredenti Francesi, ogni ufficiale con senso dell’onore deve sacrificarsi a questo scopo. In nessun esercito si possono tollerare i cosiddetti Raisonneurs. Colpo d’occhio, rapidità e impetuoso attacco, questo è sufficiente!” (lettera al generale barone Michael Friedrich Benedikt von Melas [1729-1806], del’11/12-4-1799).

[M. Albera]

Si segnala che si sono rese disponibili alcune copie del volume di Francesco Mario Àgnoli, Rivoluzione scristianizzazione insorgenze. Quattro saggi, con una prefazione di Marco Tangheroni, Krinon, Caltanissetta 1991, pp. 84, L. 12.000.

3.3 Echi di stampa sull’Insorgenza

Nei mesi trascorsi l’Insorgenza è approdata sulla stampa in diverse occasioni: di seguito diamo un elenco dei principali interventi — sia in positivo che in negativo — sul tema; non sono incluse le pure cronache di avvenimenti.

. Roberto Romaldo, E Siena fa “mea culpa” sulle Insorgenze (L’arcivescovo Bonicelli chiede perdono per i crimini commessi dai “Viva Maria”), in Avvenire, 15-3-200.

. Gustavo Mola di Nomaglio, Vento antigiacobino (La figura del maggiore Branda de’ Lucioni e la liberazione del Piemonte), in il Giornale del Piemonte, 29-2-2000.

. Francesco Mario Agnoli, Insorgenti antigiacobini, quegli eroi dimenticati, in la Padania, 25-11-1999 [presentazione e recensione della Guida Bibliografica dell’Insorgenza in Lombardia (1796-1814), edita dall’Istituto per la Storia delle Insorgenze (a cura di Chiara Barbesino, Paolo Martinucci e Oscar Sanguinetti, Milano 1999)].

. Giacomo Tasso [Giacomo de Antonellis], “Insorgenze”, cosa [sicerano costoro?, in Civiltà ambrosiana. Rivista di attualità, studi e documentazione, [Milano] anno XVII, n. 1, gennaio-febbraio 2000, pp. 12-16.

. Piero Cazzola, Insorgenze: il Piemonte si ribella a Napoleone, in il Giornale del Piemonte, 28-3-2000 [con segnalazione del volume Marco Albera e Oscar Sanguinetti, Il maggiore Branda de’ Lucioni e la “Massa Cristiana”. Aspetti e figure dell’insorgenza anti-giacobina e della liberazione del Piemonte nel 1799, Libreria Piemontese Editrice, edito a cura dell’ISIN].

. Ivo Musajo Somma, Sanguinetti sui moti controrivoluzionari, ne il nuovo giornale [settimanale della Diocesi di Piacenza], 24-3-2000.

. Salvatore Spera, recensione della Guida Bibliografica dell’Insorgenza in Lombardia (1796-1814), edita dall’Istituto per la Storia delle Insorgenze (a cura di Chiara Barbesino, Paolo Martinucci e Oscar Sanguinetti, Milano 1999), nel corso di Banchetto Letterario, rubrica libraria a tema (27-4-2000: Politica: ideologia e utopia) di Tele Dehon, Andria (Bari).

4. Attività dell’Istituto

4.1 Manifestazioni gennaio-aprile 2000

· Perugia, 22-28 gennaio 2000. Organizzatore: Alleanza Nazionale, in collaborazione con l’ISIN e con il Comitato per le Celebrazioni del Bicentenario delle Insorgenze Antigiacobine in Italia. Titolo: I popoli contro l’utopia. Intervenuti per l’Istituto: Sandro Petrucci.

· Città di Castello (Perugia), 29 gennaio-4 febbraio 2000. Organizzatore: Alleanza Nazionale, in collaborazione con l’ISIN e con il Comitato per le Celebrazioni del Bicentenario delle Insorgenze Antigiacobine in Italia. Titolo: I popoli contro l’utopia. Intervenuti per l’Istituto: Sandro Petrucci.

· Torino, 23 febbraio 2000. Organizzatore: Alleanza Cattolica, in collaborazione con l’ISIN. Titolo: Il maggiore Branda de’ Lucioni. Aspetti e figure della liberazione del Piemonte nel 1799. Intervenuti per l’Istituto: Marco Albera e Oscar Sanguinetti.

4.2 Manifestazioni in programma

· Arezzo, sabato 3 giugno 2000, ore 9,30-17, presso l’aula magna del Seminario Diocesano, via del Murello, 2, convegno di studi “A duecento anni dalla liberazione della Toscana e dalla istituzione della Provincia di Arezzo. “DIGITUS DEI EST HIC”. Il Viva Maria di Arezzo: aspetti religiosi, politici e militari (1799-1800)”, promosso dall’Istituto per la Storia delle Insorgenze, in collaborazione con Alleanza Cattolica e con la rivista Cristianità. Con il patrocinio del Comune di Arezzo e della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro.

Finalità del convegno

Con questo convegno, che radunerà studiosi di diverse sensibilità e provenienza, l’Istituto per la Storia delle Insorgenze intende concludere il ciclo d’iniziative di scambio culturale e di commemorazione relative ai moti popolari contro la Rivoluzione francese che si verificano in Italia durante il Triennio Giacobino (1796-1799) — prima fase dell’Insorgenza italiana —, in occasione del loro secondo centenario. Tale ciclo, apertosi con il convegno nazionale di Milano del maggio 1996, è proseguito con manifestazioni di diverso “taglio” e impegno, tenute in diverse città al ritmo di circa una all’anno, l’ultima delle quali ha avuto luogo nel dicembre dello scorso anno a Milano.

Il movimento insorgente del Viva Maria è l’ultimo del Triennio, essendosi sviluppato ad Arezzo e in tutta la Toscana nel corso del 1799 per venire soffocato dalla nuova invasione francese dell’Italia solo nell’autunno dell’anno successivo. La ricorrenza del suo bicentenario cade dunque a pieno titolo in questo anno 2000 e coincide fra l’altro con quello della costituzione della città di Arezzo in provincia.

L’incontro di studiosi — che prende nome da quello del foglio degl’insorgenti aretini — si propone di mettere in luce la complessità di questo grande movimento, che, insieme alla Santa Fede, è il più rilevante fenomeno d’insorgenza popolare in Italia e che presenta aspetti politici, religiosi e militari, tanto importanti quanto trascurati o, più spesso, nascosti sotto interpretazioni unilaterali, non di rado pregiudizialmente negativistiche e ostili.

Libri e articoli ricevuti

La rassegna che segue riporta titoli di opere — di argomento vario e più o meno recenti — pervenute all’Istituto, il quale però non esprime alcuna valutazione sulle medesime, né peraltro le propone o le segnala, riservandosi, se del caso, di farne recensione in seguito. Chi fosse interessato ad acquistare una o più delle opere elencate, è pregato di non rivolgersi all’Istituto, ma direttamente all’editore o all’autore.

Pasquale Battista, Triggiano e Capurso nel XVIII secolo. Triggiano nella controrivoluzione del 1799 in Terra di Bari, con una prefazione di Francesco Pappalardo, Centro regionale Servizi Educativi e Culturali, Triggiano (Bari) 1999, pp. 120.

Biblioteca Casanatese, I periodici di “ancien régime” e del periodo rivoluzionario nelle biblioteche italiane, a cura di Paola Urbani e Alfredo Donato, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali-Ufficio Centrale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali, Roma 1992, pp. 428.

Edoardo Bressan, Autogoverno e istituzioni comunitarie, in Malghe e alpeggi dell’Alta Valcamonica, NED, Milano 1989, pp. 92 (pp. 77-84).

Vittorio Caruso, La rivoluzione del 1799. Democratizzazioni insorgenze inquisizioni nei comuni irpini al di qua del Calore, ideaSTAMPA, Prata di Principato Ultra (Avellino) 1999, pp. 144.

Mons. Guido Corallini, Le Insorgenze in Toscana. Prato e Livorno (1787-1790), in I quaderni de l’Arno, inserto speciale del mensile L’Arno [ Pisa] aprile 2000.

P. Elio Falera o.m.v., Il Lanteri difensore della genuinità della dottrina cattolica in Piemonte contro i due errori correnti: antipapismo politico-religioso e rigorismo morale, Pontificia Universitas Gregoriana, Roma 1952, reprint, Alzani, Pinerolo (Cuneo) 1995, pp. 134.

Riccardo Jannuzzi, Duecento anni dopo. I Francesi a Trani nel 1799, Landriscina, Trani (Bari) 1999, pp. 94.

Lugano dopo il 1798. L’ex-baliaggio tra 1798 e 1803 [raccolta di saggi e catalogo pubblicati in occasione della mostra omonima, Museo Storico di Villa Saroli, Lugano 3/12/1999-25/3/2000], a cura di Antonio Gili, Edizioni Città di Lugano, Lugano (CH) 1999, pp. 504.

Marius Michaud, La contre-révolution dans le Canton de Fribourg (1789-1815). Doctrine, propagande et action, Editions Universitaires, Fribourg (CH) 1978, pp. 520.

Milano 1848-1898. Ascesa e trasformazione della capitale morale, a cura di Rosanna Pavoni e Cesare Mozzarelli, 2 voll., Marsilio-Museo Bagatti Valsecchi, Venezia-Milano 2000, pp. 298 e VII + 246 [vol. I: Milano capitale sabauda, Milano tecnica, Milano vetrina della nuova Italia, la società milanese, saggi di: Amedeo Bellini, Inge Botteri, Gabriella Butazzi, Laura Civinini; Paola Gallo, Albano Marcarini, Claudio Pavese, Raimondo Riccini; Pier Fausto Bagatti Valsecchi, Ernesto Brivio, Simonetta Coppa, Fulvio Irace, Marta Sancho Viamonte, Ornella Selvafolta, e Annalisa Zanni; Serena Bertolucci, Giulio Lupo, Giovanni Meda, Alessandro Morandotti e Marina Rosa; vol. II: Tra un regno e l’altro, Il governo di Milano, La società milanese, saggi di: Maria Luisa Betri, Carlo Maria Fiorentino e Giorgio Rumi; Edoardo Bressan, Aldo De Maddalena, Robertino Ghiringhelli, Ivano Granata, Marco Invernizzi, Maria Malatesta, Maurizio Punzo e Mario Taccolini; Franco Cajani, Enrico Decleva, Stefano Levati, Marina Messina e Marco Santoro].

Pasquale Moschiano, 1799. Marzano e Lauro nel turbine della rivoluzione del Vallo, Comune di Marzano, Marzano di Nola (Avellino) 1999, pp. 100.

Angela Preioni Travostino, Domodossola durante il Regno italico. Cronaca degli anni 1805-1807, in Oscellana. Rivista Illustrata della Val d’Ossola, anno XXIX, n. IV, ottobre-dicembre 1999, pp. 199-218.

Domenico Sacchinelli, Memorie storiche sulla vita del cardinale Fabrizio Ruffo. Tutte le contestazioni dell’abate sanfedista alle opere di Vincenzo Cuoco, Carlo Botta e Pietro Colletta, Controcorrente, Napoli 1999, pp. 352.

Ticino. Suworow in der Schweiz mit den Kosaken über die Alpen / Souvorov en Suisse avec les Cosaques à travers les Alpes [opuscolo divulgativo a uso turistico dell’ente per il turismo ticinese: l’edizione italiana risulta esaurita], a cura di Luca M. Venturi, Ticino Turismo, [Villa Turrita, CP 1441 CH-6501] Bellinzona (CH) 1999, pp. 24.

Ticino 1798-1998. Dai baliaggi italiani alla Repubblica cantonale [raccolta di saggi e catalogo pubblicati in occasione della mostra omonima, Villa Ciani, Lugano 1/8/1998-1/11/1998], 1 vol. in due tomi, Casagrande, Lugano 1999, pp. 460 (269 + 191) [tomo I: I – Saggi introduttivi, II – Percorso iconograficoIII – Temi e approfondimentiIV – Apparati, a cura di Andrea Ghiringhelli e Lorenzo Stanzini; saggi di: Vittorio Criscuolo, Andrea Ghiringhelli, Georg Kreis, Ottavio Lurati; Carlo Agliati, Gianni Berla, Pietro Bianchi, Stefania Bianchi, Giovanni Buzzi, Antonio Gili, Brigitte Schwarz, Simone Soldini, e Marcello Sorce Keller; tomo II: V – Percorsi di allestimento architettonicoVI – Documenti oggetti storici e d’arteVII – Apparati, a cura di Carlo Agliati; saggi di: Carlo Agliati, Gabriele Geronzi e Bruno Reichlin].

Tolentino e le Marche. Dal Trattato del 1797 alla Battaglia del 1815, a cura di Giorgio Semmoloni[catalogo della mostra iconografico-documentaria omonima, Tolentino-Castello della Rancia, 21 marzo-30 giugno 1998], Comune di Tolentino, Tolentino (Macerata) 1998, pp. 118.

Luigi Torres, L’Abruzzo borbonico nel ’700. Dal vicereame spagnolo all’invasione francese, Adelmo Polla Editore, Cerchio (L’Aquila) 1999, pp. 188.

Luigi Torres, Il brigantaggio nell’Abruzzo peligno e in alcune province meridionali, Amministrazione Provinciale de L’Aquila, L’Aquila 1996, pp. 490.

fonte

http://www.identitanazionale.it/boll_m012.php

Dedicata ai valorosi difensori che nell’eccidio minacciato
al trono, e alla Religione, l’uno, e l’altra sostennero
con invitta costanza, magnanimità, e coraggio

Incisione di Giovanni Battista Cecchi (1748/49-1815ca)
su un’idea di P. Ermini, Romanelli, Arezzo 1800.
Civica Raccolta di Stampe “Achille Bertarelli” di Milano,
n. 1907, cart. 12-36.

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