Notizie di Giuseppe Maria Galanti su Fabrizio Ruffo scritte prima del 1799
Giuseppe Gangemi
Nel 1996, Augusto Placanica raccoglie, all’interno di una serie di pubblicazioni dell’opera omnia di Giuseppe Matia Galanti, vari manoscritti e li pubblica in volume con titolo Memorie storiche del mio tempo.
Questo volume è interessante, ai fini di questo scritto, perché riferisce degli incontri tra Galante e Ruffo, quando il primo è ancora reputato un grande riformista ed empirista, il migliore e più degno allievo di Antonio Genovesi e il secondo è, prima, un funzionario dello Stato Pontificio e, dopo, il tesoriere del Papato. Placanica aggiunge, nel volume che cura, alle Memorie scritte prima della rivoluzione repubblicana, un manoscritto che intitola Memorie di maggio 1799 e che è costituito da scritti su Giuseppe Maria non vergate da suo pugno, ma probabilmente da Ezechiele, suo fratello, e una Terza parte delle Memorie, di nuovo di suo pugno e successive alla fine della Repubblica Napoletana. Per questa ultima parte di memorie, Galanti non è più quello di prima, anche perché egli si tiene lontano dalla Repubblica e, al loro ritorno, i Borboni ne diffidano perché, ha continuato a vivere a Napoli e non si trasferito in Sicilia o in campagna.
Questa terza parte di memorie sono le “Memorie di uno sconfitto: le Memorie di un Galanti grande riformatore, e consapevole di esserlo, certo, ma partecipe e testimone della tragedia napoletana di fine Settecento, da lui vissuta come una beffa crudele, in un coacervo di responsabilità” (Placanica in Galanti 1996, 5).
Il primo incontro tra Galanti e Ruffo avviene a Roma al tempo in cui era tesoriere del governo del Papa, nei primi mesi del 1793. Galanti viene indirizzato a Ruffo da una dama che ha conosciuto in una casa di Piazza Colonna. Questa, sapendo di lui, immagina che voglia conoscere Roma anche per gli aspetti politici ed economici e lo indirizza a Ruffo. “Il giorno appresso andai da lui, il quale mi agevolò da vedere quanto si poteva di Roma in otto giorni che durò la mia dimora. Siccome trovai del piacere in sentire Ruffo, perché alla sua penetrazione accoppiava certa perizia degli affari, così non mancai di vederlo ogni giorno, e questa conversazione mi spianò la strada da conoscere il politico e il morale di questo paese” (Galanti 1996, 104).
Parlando, più avanti, dell’economia di Roma, in un momento successivo alla destituzione di Ruffo dalla carica di tesoriere, nel 1794 avanzato, Galanti scrive: “Ruffo si è travagliato di promuovere in Roma gli oggetti di economia, e senza successo. Roma oggidì è avvilita dalla sua costituzione, che per l’addietro l’aveva resa ricca e rispettabile” (Galanti 1996, 110). La costituzione di Roma, che nel passato ha funzionato e l’ha resa ricca, adesso è superata. Ruffo ha cercato di fare il possibile per rinnovarne le leggi e rilanciare l’economia, ma è stato inutile.
Un successivo incontro tra i due si realizza a Caserta dopo che Ruffo è diventato cardinale. L’anno è il 1795. Si limitano a parlare a lungo e si ripromettono di continuare a discutere nel viaggio di ritorno (Galanti 1996, 117). Galanti prosegue per Roma e, al ritorno, torna a Caserta per omaggiare i sovrani. In questa città, si realizza il programmato incontro con Ruffo. Galanti porta con sé sei relazioni stese per una ricerca sullo Stato Pontificio. “La seconda e la terza – la seconda sulla sua costituzione civile, e in quale parallelo era colla nostra rispetto a’ tribunali ed all’economia giudiziaria. La terza sulla sua costituzione economica – di queste relazioni furono comunicate al cardinale Ruffo, il quale mi fece comprendere che alcune materie avevano bisogno di dilucidazione maggiore (Galanti 1996, 119-120).
Questi primi incontri tra i due confermano la competenza di Ruffo in economia, soprattutto con riferimento allo Stato Pontificio. La sua reputazione era elevata negli ambienti aristocratici romani anche tra coloro che non erano esperti di questo argomento. Negli incontri successivi, Galanti, di fatto, mette alla prova questa competenza e verifica che è al proprio livello. Con lui può discutere alla pari e persino fargli leggere i propri scritti per ricevere valutazioni, critiche e suggerimenti. Il che conferma, da diversa fonte, cose che già si sapevano di lui: gli studi al Clementino e l’esperienza che si è fatta sul campo hanno reso Ruffo un testimone privilegiato di altissimo livello, anche se, non essendo un intellettuale, a differenza di Galanti che lo è, non ha mai scritto di economia.
Il 12 settembre 1797, a Reggio Calabria, nel giorno della Festa della Madonna della Consolazione, viene ucciso il Brigadiere Generale Giovanni Pinelli, governatore della città. Alla notizia dell’omicidio, il Preside don Antonio Winspeare da Catanzaro si precipita a Reggio con un drappello di soldati per condurre un’inchiesta sul caso. Dopo aver raccolto tutti gli indizi possibili e aver esaminato una infinità di testimoni, ordina perquisizioni, persecuzioni e arresti. Nonostante gli scarsi indizi e le testimonianze contraddittorie, vengono arrestati oltre 60 cittadini, tutti appartenenti alla Massoneria. La congiura prende il nome da Giuseppe Logoteta, Congiura Logoteta, e ha come obiettivo primario quello di favorire lo sbarco dei Francesi in Calabria.
Nel 1798, a congiura del tutto finita, senza conseguenza per merito del Preside Winspeare, Galanti fornisce un’informazione a proposito della famiglia del cardinale Ruffo. “Nel governo provvisorio Logoteta aveva proposto di arrestarsi la madre e il fratello del cardinale Ruffo, per la notizia sparsasi che insieme col preside di Catanzaro, Antonio Winspeare, avevano fatto insorgere le Calabrie. Non ebbe seguito perché nell’unione di molti non si sogliono prendere degli spedienti storici: ma si conchiuse arrestarsi Davide Winspeare, figlio del preside, giovane di merito, e che negli ultimi mesi del governo regio era stato creato fiscale della posta” (Galanti 1996, 188). Davide Winspeare, nel 1811, scrive un importantissimo e celebre libro sulla Storia degli abusi feudali.
Tutte le successive annotazioni di Galanti su Ruffo sono successive all’impresa del 1799 e sono di natura diversa. Egli esprime critiche sull’operato di Ruffo e dei suoi Calabresi, e anche per questo i Borboni non si fideranno più di lui.


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