Alta Terra di Lavoro

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NOVE ARTISTI PER CINQUE COMUNI a Frosinone dal 1 al 10 febbraio

Posted by on Feb 3, 2020

NOVE ARTISTI PER CINQUE COMUNI a Frosinone dal 1 al 10 febbraio

Nove artisti del Gruppo AA BB ‘80 si sfidano in questi giorni a Frosinone in un percorso itinerante che ha collegato ad oggi cinque comuni a cavallo delle province di Latina e Frosinone: Arce, Isola del Liri, Sezze, Sermoneta e Frosinone.

L’evento espositivo si inquadra nella programmazione di arte visiva contemporanea curata con grande professionalità da Alfio Borghese negli spazi espositivi della Villa Comunale e della Casa della Cultura.

Il percorso da essi tracciato ci ha condotto non solo nei luoghi del basso Lazio e dell’Alta Terra di Lavoro ma costituisce e rappresenta il programma di un comune agire in cui le esperienze di tutti diventano patrimonio condiviso nella consapevolezza della forza nell’unione.

Il tema indagato e trend union è la bellezza della forma pura: prisma a base quadrata, altezza 2 metri.

Come interpretare questo assioma in chiave artistica è stato il tema sul quale si sono confrontati artisti locali con esperienze e formazione diversa.

Esperienze personali e percorsi artistici, in campo prevalentemente pittorico, sono approdati alla realizzazione di un prodotto di sintesi creativa a tutto tondo che ha evidenziato le particolari vocazioni ed il know-how di ognuno di essi.

Modelli tridimensionali che rimandano, ad una prima valutazione, alle esperienze monolitiche dei totem indio-americani e ancor prima a quelli neolitici di Stonehenge ma anche ad un passato più recente ove tanti si sono confrontati a vari livelli, e ancora si confrontano, con prodotti ed esperienze totemiche. Ricordiamo quelli sloveni presso Formaviva a Kostanjevica in legno e quelli meno noti di Giò Urbinati con la mostra ”I totem dell’Auser”, oppure le “100 sculture” a Belpasso, e così tanti altri.

Il tema, quindi, esplora un campo di indagine che continua ad attrarre, a sedurre e a produrre infinite ed inaspettate soluzioni creative. In questa mostra si palesano così le esperienze di questi artisti i cui “oggetti” sono destinati ad essere ospitati in eterogenei e molteplici involucri espositivi.

Giuseppe Belli riesce a far parlare quel che rimane di un tronco d’albero che mi piace pensare sia superstite e scomodo testimone di un recente penoso evento distruttivo. L’artista sfrutta sapientemente non solo le forme antropomorfe del legno recuperato ma, ancor più, i cromatismi in un gioco chiaroscurale e materico estremamente espressivo che restituisce alla materia stessa quella dignità sottrattale inesorabilmente dagli eventi ed aspirando alla fluidità e alle suggestioni organiche dell’artista brasiliano Henrique Oliveira.

Olga De Gasperis pone al centro della sua indagine la donna. Viene riproposta con un accostamento di volti femminili rappresentati con una matura capacità di sintesi mediante l’uso del bitume, tecnica inusuale ma già in uso con Caravaggio, frutto di una personale tensione che la pone sempre alla ricerca di nuove ed originali modalità espressive. I suoi volti ricchi di pathos e afflato realistico sono mutuati con sequenza di fotogrammi filmici a raccontare un pensiero evolutivo. Una sintesi pittorica che irrompe dall’alto, nello spazio circostante, mediante tentacoli di canapa attratti inesorabilmente dalla forza gravitazionale.

Luciano de Prosperis sceglie invece di lavorare le superfici del suo prisma facendo emergere da esse rocce meteoritiche che sembrano aver terminato la loro corsa sul blocco che le ha attratte, ormai incastonate su superfici nelle quali sembrano affondare. Superfici lavorate con alchimie materiche, sulle quali ha segnato tracciati con tessere luminescenti quasi a raccontare un improbabile percorso prima dell’impatto fatale.

Lo schiaccianoci, dalla superficie smaltata di colore rosso vivace che trattiene la sfera terrestre di Stefano Incocciati cattura inevitabilmente l’attenzione. Offre interessanti spunti di riflessione su attuali problematiche di carattere planetario, di un pianeta non più in armonia con l’universo all’interno di un delicato equilibrio cosmico. Il mondo è bloccato dolorosamente nelle fauci di un gigantesco ed imponente strumento d’uso domestico nell’improbabile attimo che precede la distruzione.

La proposta di Fabio Landolfi sintetizza il frutto di una fase artistica ottenuta mediante una feconda ricerca che lo ha condotto progressivamente su un percorso d’indagine sempre più minimalista ed essenziale ove, spesso, apposizioni cromatiche di effetto luminescente interagiscono con la forma proposta e ne calibrano le suggestioni. Qui, nello specifico, linee decise e luminescenti evidenziano i confini del mutevole spazio retrostante che risulta schiacciato in una stretta fenditura e vi si interpone da protagonista.

Maria Angela Pallisco esprime la sua idea attingendo vitalità prevalentemente dalla tradizione tessile, vestendo letteralmente il prisma con un “tessuto non tessuto” realizzato con paziente tessitura manuale – esaltato da un composto intreccio di rivestimento – la cui trama ordinata e monotonamente ripetitiva, nel rompere gli schemi e l’ordine imposto, si libera finalmente a terra in una sorta di strascico da veste nuziale che ricuce la “forma simbolo” – si elegante ma per certi versi ostile – allo spazio circostante.

L’idea di Alberto Pelagalli si materializza con piccoli pannelli pittorici di vario formato, incastonati nel telaio ligneo di supporto che ospitano, come un grembo materno, una sculturina di donna, in posizione fetale che pare prendere vita. Posta su un piano a mezz’altezza, diviene musa ispiratrice nelle specchiature che la ritraggono ancora in attimi di intimo narcisismo, in posa statica o in movimento. Fotogrammi pittorici che prendono così volume traendo ispirazione dalla simbologia aristotelica e distribuiti sulle quattro facce visibili del prisma. È il numero della materia e dei quattro elementi ancestrali: fuoco, acqua, terra, aria ma anche della concretezza, dell’ordine e dell’orientamento.

Stefania Scala si discosta dalla rigidità del tema e a questo si attiene solo per l’ingombro a terra, per di più con una modalità enigmatica, ponendo fuori sede una sua appendice che infrange gli schemi tematici preimposti. Quattro giunchi di pari altezza infissi su basi lapidee si ergono verso l’alto, vestiti parzialmente da fitte spirali di fili blu dalle valenze simboliche che improvvisamente abbandonano il loro moto avvolgente per depositarsi finalmente a terra, dove si liberano stanchi, sul freddo pavimento che li circonda. Tra questi si inserisce al centro, saturando lo spazio libero, un ulteriore enigmatico elemento cilindrico che conferisce corposità ad una composizione fondamentalmente aerea, sulla quale si riportano scritture ancestrali secondo un disegno che rievoca venature marmoree.

Il monolite marmoreo di Franco Vitelli, invece, irrompe nello spazio della mostra non certo in maniera inquietante come il monolite buio e repulsivo di Stanley Kubrick, ma qui la materia pare raccontare la sua stessa storia con le forme di tarsie marmoree policrome; forme organiche su fredde superfici colorate, un tempo fluide lave incandescenti, ricostruite con le mani di un abile artista-artigiano.

Gennaio 2020                                                                                                Errico ROSA

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