Alta Terra di Lavoro

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Orizzonte perduto di Frank Capra

Posted by on Lug 5, 2019

Orizzonte perduto di Frank Capra

Sarà vero quel che si dice, che gli americani nascondono, sotto l’apparenza di gente pratica e positiva, inclinazioni oscure per le metafisiche, le teosofie e i misticismi. Sarà vero, anche, che l’America è il Paese dove più attecchiscono le religioni nuove, lo spiritismo, i miti pacifisti, le morali evangeliche, le utopie egualitarie, insomma tutti i sogni e le chimere di menti esaltate e impaurite. Noi in America ci siamo stati una sola volta, ma queste cose le conosciamo per sentito dire. Però possiamo spiegarle, considerandole come una sorta di sfogo, di reazione e di fuga da una vita così isterica e infelice. Ma che le speranze, le estasi e le illusioni, messe al concreto, siano così infantili e insieme medioevali, come almeno dal film “Orizzonte perduto”di Frank Capra appare, stenteremmo a crederlo. Non abbiamo letto il libro di James Hilton, da cui il soggetto è stato tratto, e non possiamo dire, quindi, se infantili siano gli ideali del regista o soltanto quelli dello scrittore. Certo gli ideali ciascuno se li sceglie secondo il proprio gusto: ma che strana economia di ideali, per gente che lavora in un Paese dove ce n’è tanta richiesta. Si pensi: un famoso scrittore, Premio Nobel per la letteratura, è rapito insieme a certi compagni di viaggio e condotto in un paese fuori dal mondo civile, incassato in fondo a una stretta valle, tra montagne altissime e nevose, inaccessibil ai comuni viaggiatori. La ragione del ratto? Il Capo della città favolosa ha letto, un giorno, in un libro del Premio Nobel questo profondo, abissale pensiero: “Ci sono momenti nella vita in cui l’uomo avverte l’eternità”. Da quel giorno il Capo (un ex prete senza una gamba, che vive in quel luogo da circa centoventi anni) si è messo in mente di conoscere personalmente lo scrittore. Soltanto un Premio Nobel della letteratura, capace di pensare così profondamente, potrà succedergli nella carica di Capo. La vcrità dove il vecchio centocinquantenario vive è naturalmente noiosissima. Già tutti i paesi immaginari, tranne Lilliput di Swift e il paese dei giocattoli di Collodi, sono sempre stati luoghi di noia e di sbadigli: dalla Repubblica di Platone all’Utopia di Tommaso Moro, alla Città del Sole di Campanella. In quelle città e repubbliche i cittadini per lo più sono tutti eguali, tutti onesti, tutti disciplinati. Soltanto gli Anabattisti, più di tre secoli fa, riuscirono ad immaginare, e a mettere poi in pratica, una società abbastanza allegra, in Westfalia. Essa, però, durò poco. Presto degenerò in orge spaventose e il suo capo, Giovanni di Leida, finì sul patibolo. Shangri-La, il paese di Frank Capra, è invece triste come un cimitero: i cittadini sono silenziosi, tranquilli, morigerati; le case, costruite nello stile dei padiglioni delle esposizioni coloniali. Unico beneficio, una salute perfetta, che fa vivere a lungo le persone, conservando la fresca apparenza della gioventù. Come ciò avvenga non si sa. Fatto è che tra i cittadini c’è, per esempio, una bella ragazza di settant’anni, che , a vederla, ne dimostra appena venti. La vergine settantenne, da cinquant’anni si annoia in quel luogo e si capisce che avrebbe gran voglia di andarsene. E infatti, appena le capita un giovanotto tra le mani, il fratello del Premio Nobel, nulla trascura, a quella tenera età, per non lasciarselo sfuggire. E’ anzi pronta a seguirlo in capo al mondo. Ma ecco che, appena fuori di quel clima da frigorifero, a un tratto le ragioni della vecchiezza prevalgono e l’aspetto della fanciulla si muta in quello più naturale alla sua vera età.Vien fatto di pensare all’Alcina di Ariosto, innamorata di Ruggero, che, da bellissima fata, si trasforma, per incanto, in un’orribile megera. Soltanto che Ruggero, nel Palazzo di Alcina, era trattato meglio. Ogni giorno feste, conviti, giostre, danze. Invece in “Orizzonte perduto” la nuova Alcina è una timida fanciulla vestita da tennis, che offre il tè e i biscotti al suo Ruggero, vicino al davanzale di una camera mobiliata in falso Rinascimento. Come Frank Capra si sia deciso a dirigere un film come questo rimarrà per tutti un mistero. “E’ arrivata la felicità”, film, anch’esso, di Capra, del 1936, che per tanta parte si ispira ad una produzione corrente: eppure, come tutto in quest’opera è narrato con semplicità, servendosi di ambienti comuni e di personaggi consueti. E il protagonista, il giovane milionario campagnolo, diventa senz’altro una figura poetica e vera, un personaggio degno di un racconto di Hamsun. Quel che in “Orizzonte perduto” è dato come una tesi invadente e fastidiosa: il motivo cioè dell’evasione da una civiltà piena di intrighi e di sgomento, là era appena accennato e con quale discrezione e delicatezza.Tutto era verosimile, ed anche commovente, in una vicenda per molti lati abbastanza ordinaria. Due anni prima, Frank Capra aveva diretto “Accadde una notte”, una fortunatissima pellicola, che finiva, come tutti ricordano, con la rottura di un fidanzamento proprio davanti all’altare e con le nozze immediate della bella e viziata figlia di un miliardario, Helen (Claudette Colbert), con un giornalista americano (Clark Gable). Una delle migliori commedie statunitensi degli anni Trenta ottenne un clamoroso successo di pubblico e la definitica consacrazione di Gable e si vide attribuire ben cinque Oscar (miglior film, migliore regia, migliori attori protagonisti e migliore sceneggiatura). La fortuna di Capra è stata finora nel mantenersi su un binario piuttosto modesto, dove i treni correvano verso stazioni conosciute e sicure, perché, nonostante le insincere acclamazioni di molti, le qualità di Frank Capra non sono poi così grandi. La sua dote migliore è una tenue facoltà satirica. insieme al dono di rappresentare poeticamente certe angosce e aspirazioni di personaggi umili e inquieti. La sua novità, nei confronti della produzione americana, sta nel fissare abilmente sentimenti un po’ confusi : nostalgia di un’esistenza semplice e naturale, ribellioni subitanee di fronte a pregiudizi, tenerezza verso persone sacrificate, pentimenti, stupori, disinganni. L’abbandonare quel binario è stato un gran torto. Capra è un cineasta che vede le cose con occhi chiari; non è un visionario. Questa metamorfosi improvvisa e gratuita dà da pensare: non vorrà certo d’ora innanzi seguire le tracce di Fritz Lang. Nemmeno gli è riuscito di far recitare gli attori con naturalezza e questo, per un regista americano, è forse la più grande mancanza.

Alfredo Saccoccio

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