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Orsara contro i duchi Guevara di Bovino

Posted by on Mag 19, 2022

Orsara contro i duchi Guevara di Bovino

Orsara contro I Duchi Guevara e le lotte per le quotizzazioni.

In questi anni( 1500) il paese di Orsara era passato dal possesso dei Cavaniglia a quello dei Guevara. Del Giudice menziona un atto del notaio Gregorio Russo di Napoli col quale il paese, insieme a Montellere e Montepreise, era stato venduto da Troiano Cavaniglia a Giovanni I Guevara, per sedicimila ducati,il 29/12/1524.


Con la vittoria aragonese del 1462, Orsara rimase definitivamente in possesso dei Cavaniglia, che conservarono anche dopo il trattato di Granada (1500) che segno la fine della Monarchia Aragonese; infatti, con un diploma del 10 maggio 1510, Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, ne confermò il possesso a Troiano Cavaniglia. Quest’ ultimo, con atto in data 29 dicembre del 1524 stipulato dal notaio Gregorio Russo di Napoli, vendette, per sedicimila ducati cum pacto redimendi, Orsara e feudi disabitati di Montellere e Monte Preise a Giovanni I Guevara, figlio di Guevaro Guevara, cadetto di nobile famiglia spagnola venuto alla corte di Alfonso I d’Aragona.

Il 16 settembre 1602 in località Ischia-Verditolo del territorio di Orsara, i notai Giovanni Muccigno ed Ovidio De Paulis redassero una transazione tra il feudatario Inigo Guevara, rappresentato dal suo amministratore Marcello Pisano a dall’erario (esattore) di Orsara, e il capitolo della chiesa orsarese, rappresentato dall’arciprete Giacomo Catania. Nell’atto si chiarisce che, trent’anni prima, Pietro Guevara (potrebbe essere Pietro Paolo, secondogenito di Giovanni I) aveva ricevuto in fitto alcuni terreni (non specificati) del Capitolo. Inigo,cui ne era venuto in possesso, non pagava l’estaglio e ne contestava addirittura la proprietà dell’ ente; ma, dopo aver consultato i legali, si obbligò a pagare l’estaglio o a restituirli.
Francesco Guevara fu il primo e forse l’unico feudatario che risiedette quasi stabilmente ad Orsara; era un ecclesiastico che aveva ricevuto gli ordini sacri il 9 luglio 1639 dal vescovo Calderisi di Bovino; nei registri parrocchiali di Orsara si ha solo un atto di battesimo da lui redatto il 31 gennaio 1650. Con un atto del 16 settembre 1662, dal notaio Giovanni Muccigno, acquistò il palazzo dei Calatrava, che destino a sua dimora. Molto probabilmente, a lui furono dovute le più radicali menomazioni alla chiesa abbaziale perché vi fece costruire la loggetta per comunicare col suo palazzo e, conseguentemente, dovette spostare l’altare al lato opposto. Formalmente il palazzo Calatrava fu ceduto al Guevara dal clero di Orsara, che ne ebbe in permuta 55 versure di terreno in località Laura (ora Montagna). Ricordando che il terreno e il palazzo, in origine, appartenevano all’abbazia. È presumibile che questa vendita mascherò una spoliazione, alla quale concorsero gli interessi di tutte le parti che intervennero all’accordo; infatti, il feudatario ebbe una dimora adeguata senza dare praticamente alcun corrispettivo; il clero ebbe la libera disponibilità del terreno abbaziale e potè dividerlo tra i suoi componenti; infine, il vescovo di Troia, che approvò l’accordo, addolcì le rivendicazioni degli Orsaresi per gli altri beni ecclesiastici in suo possesso. Alla fine del XVII secolo, morto Francesco Guevara, Orsara tornò sotto il dominio feudale del duca di Bovino.
Agli inizi del XVII secolo, era feudatario di Orsara Giovanni III Guevara, duca di Bovino. Gli succedette il primogenito Carlo Antonio, che, non potendo pagare al fratello Francesco un legato testamentario di 40.000 ducati, nel 1649 gli cedette Orsara ed altri feudi vicini. A Francesco Guevara si riferisce un’epigrafe esistente sul frontone della Fontana Nuova; vi si legge: D. FRAN(ciscus) GUEV(a)RA BO(n)CO(m)PAG(nus) DUCIS BIBINI FIL(ius)UTILIS DOM(INUS) URS(ari)AE IVCFO (?) E(t) INSBLEDIOR (?) CULT(um) SUB(di)T(i)B(us) SUIS ERGIV(it) AN(no) 1663.
Anche se vi sono delle parole che non si riescono ad interpretare, il senso e chiaro; si ricorda che la madre apparteneva alla famiglia Boncompagni del ducato di Sora.
Un’altra epigrafe esistente nella stessa fontana, ne ricorda il primo impianto avvenuto nel 1547 (URSARIENSES HUNC PERENNIS AQUAE FONTEM GUEVARAE IUSSU STATUERUNT MCCCCCXXXXVII – Gli Orsaresi per ordine dei Guevara costruirono questa fontana di acqua perenne nel 1547). E’ rimasto solo il ricordo di una Fontana Vecchia posta sull’odierna via Trento; si riteneva costruita prima dell’anno mille e fu fatta demolire dal commissario A. Garofalo verso.


Nella seconda metà del XVIII secolo, sotto la spinta delle nuove idee che pervadevano l’Europa vi furono anche ad Orsara contestazioni nei confronti dell’autorità costituita. Una delle prime questioni riguardò l’elezione dell’arciprete che era stata sempre una prerogativa del feudatario; infatti, dopo la rinuncia dell’arciprete Tommaso Nicola Picolo, il conte Troiano Cavaniglia nel 1514 designò Giacomo Alamo e, nel 1521, Feo Pinto. In seguito le designazioni furono fatte dai Guevara; infatti, Giovanni I nel 1528 designò Guglielmo De Ferrjis; Giovanni II, nel 1576, Angelo Di Sapia(o La Pia); Inigo I nel 1590 Giacomo Cataneo; Giovanni III nel 1618, Ercole Noia e, nel 1642. l’abate Francesco Calvano; Francesco Guevara, nel 1652, Francesco Curcio e, poi, Stefano Grippo, Vincenzo Staffiero (1673), Antonio Ingrossa (1674) e Nunzio Poppa. Inigo II designò Giovanni Spontarelli, che assunse l’incarico il 4 marzo 1715.
Nel 1762, alla morte dello Spontarelli, gli Orsaresi contestarono al feudatario Giovanni Maria Guevara il diritto di eleggere l’arciprete. In effetti, Secondo un privilegio del papa Benedetto XIII (1724-30) la nomina veniva fatta dal vescovo su designazione del feudatario. Però, non ostante le contestazioni, il feudatario elesse, in prosieguo di tempo, gli arcipreti Pasquale Ricci, Leonardo Tarantino e, il 13 giugno 1766, Paolo Malfesa, che non potè prendere possesso della carica per le contestazioni relative all’Abazia. In seguito, il feudatario designò Gianvincenzo La Monaca nel 1793 e Vito Frisoli nel 1801, per 1’ultima volta. Poi il diritto non fu più esercitato; ma fu abolito formalmente soltanto nel 1844 da sentenza emessa dal tribunale di Lucera in applicazione della legge 20 luglio 1818.
Dal primo settembre del 1700 fino alla morte avvrenuta il 15 novembre 1748, fu duca di Bovino Inigo Il Guevara. Costui era feudatario e possessore del vasto territorio tra Bovino, Castelluccio dei Sauri, Montaguto, Orsara, Panni e Troia. Questo territorio, in massima parte boschivo, era destinato alla caccia; perciò, aveva preso il nome di Caccia dei Guevara ed aveva come centro, non per posizioze ma per importanza, la Torre della Caccia, che trovavasi già riportata in una carta geografica dei musei Vaticani compilata alla fine del XVI secolo. In seguito l’edificio assunse il nome di Torre Guerara; Inigo II lo fece ristrutturare e vi fece apporre all’ingresso un’epigrafe per tramandare che Inigo Guevara, duca di Bovino, fedelissimo e riconoscente, fece la costruzione nel 1736 dedicandola a Carlo il Borbone, re di Napoli, di Sicilia e di Gerusalemme, affinchè, quale ospite graditissimo, rendesse più nobili i rustici passatempi dei duchi bovinesi con la presenza, la compagnia e la caccia (CAROLO BORBONIO NEAPOLIS SICILIAE HIERUSALEM REGI ET C(etera) PIO FELICI INVICTO AUGUSTO QUOD RURALES BOVINENSIUM DUCUM DELICIAS PRAESENTIA COMITATE VENUTU HOSPES MAXIMUS FECERIT NOBILIORES INNICUS DE GUEVARA BOVINI DUX D(evotus) N(umini) M(ai estati) Q(uae) E(jus) NE BENEFICI AMPLISSIMI MEMORIA UNQUAM INTERCIDAT P(oni) C(uravit) ANNO MDCCXXXVI). In effetti il re Carlo III di Borbane che aveva un attaccamento quasi maniacale per la caccia, e il suo successore Ferdinando I soggiornarono molto spesso in questo edificio ospiti dei duchi di Bovino. La destinazione a caccia di questo vastissimo territorio, riduceva le già scarse fonti di reddito delle popolazioni. Ad Orsara e nei paesi vicini le possibilità di reddito erano legate, esclusivamente, alla coltivazione dei terreni, peraltro, erano di scarsa produttività ed anche insufficienti come estensione. In conseguenza la popolazione si era stratificata in due classi: i possidenti o galantuomini ed i bracciali. I primi gestivano i terreni, in minima parte come proprietari; in maggiore misura, come coloni dei baroni o della Chiesa o anche come amministratori dei comuni; essi, inoltre, avevano un livello culturale più elevato che li portava ad essere meno legati ai pregiudizi e più aperti al nuovo in politica. I bracciali nullatenenti, erano legati alle tradizioni e, quindi alla Chiesa o, piuttosto, alla religione ed anche alla monarchia borbonica. Nella società locale così configurata, il contrasto era solo tra i bracciali ed i possidenti; questo stato di cose, ormai anacronistico rispetto alle nuove concezioni ed aspirazioni, caratterizzò le lotte politiche ed agrarie del XIX. Ad Orsara le prime contestazioni furono portate davanti ai giudici e riguardarono la tenuta di Cervellino, la cui estensione trovasi indicata in 57 carra e 13 versure (circa 1700 ettari) sulla quale potevano pascolare 456 bovine, 30 equini, 343 ovini e 336 maiali. Nel XV secolo, l’università di Orsara concesse al re Ferdinando I d’Aragona il territorio di Cervellino per destinarlo al pascolo delle regie razze di cavalli. Però all’atto della concessione, il Comune fece espressa riserva degli usi civici, il cui esercizio fu ristretto a certi periodi dell’anno, come è riconosciuto in un decreto dato nel 1579 dalla R. Camera della Sommaria. La zona fu costituita in difesa (ancora oggi è il nome proprio di una parte del territorio). Nel 1693, dismesso I’allevamento dei cavalli, il Fisco vendette Cervellino a Francesco Veneri. Nel 1759, quando iniziarono le contestazioni degli orsaresi, il territorio era di proprietà della duchessa Alvito e tenuto in fitto da Ferdinando Poppa; quest’ultimo pretendeva, come canone annuo per il pascolo (fida), 24 carlini per ogni bovino e 20 per equino. La contestazione degli Orsaresi finì davanti alla R. Camera della Sommaria e questa, con sentenza del 9 luglio 1763, stabilì che gli Orsaresi dovevano pagare una fida di 6 carlini, soltanto per ciascun animale di grossa taglia che pascolava su quel territorio. In seguito Cervellino “divenne proprietà del duca Rospigliosi Pallavicino, poi, di Gaetano Varo e, infine, fu acquistato dal Comune di Orsara con l’atto stipulato l’11 ottobre 1782 dal notaio Raffaele Avossa.


Ad Orsara le lotte violente per la questione agraria iniziarono alla fine del XVIII secolo. I primi moti si ebbero nel 1797 e poi nel 1799 quando i bracciali, approfittando dei rivolgimenti politici che rendevano deboli le autorità costituite, occuparono e dissodarono i boschi Montagna e Lama Bianca; cercarono anche di dissodare Montemaggiore, difesa chiusa destinata da motto tempo a pascolo dei buoi aratori. In queste occasioni, non vi fu alcuna reazione da parte delle autorità; ma nel 1802, quando l’occupazione si ripetè per Montemaggiore e Pannolino, fu inviato ad Orsara il gudice Gelormino della R. Udienza di Lucera. Costui, con l’intervento del soldati, fece cessare le l’occupazioni e ristabili l’ordine. Negli anni successivi le contestazioni imboccarono vie legali. In questi anni, sullo sfondo della Rivoluzione Francese, anche l’Italia meridionale fu scossa da profondi sconvolgimenti politici e sociali. Ferdinando I Borbone fuggi in Sicilia il 21 dicembre 1798 all’avvicinarsi dell’esercito francese del generate Championnet; quest’ultimo entrò in Napoli il 23 gennaio 1799. Proclamata la Repubblica Partenopea, i nuovi governanti inviarono nelle provincie i democratizzatori col compito di nominare gli amministratori locali, innalzare l’ albero della libertà e confiscare i beni ecclesiastici. L’odio verso i galantuomini (in massima parte favorevoli al nuovo governo), il fanatismo religioso e l’ostilità contro gli stranieri Francesi provocarono, subito dopo, rivolte popolari con saccheggi e violenze atroci contro i repubblicani. Ad Orsara, fu eretto l’albero della liberta infiggendo un grosso ramo nella pietra tonda (è una pietra cilindrica, appositamente costruita; ha diametro 54 centimetri ed altezza 68 con un grosso buco al centro; attualmente e incastrata in un angolo della Chiesa parrocchiale). Alla data del 13 febbraio1799, trovo annotato “Francesco Pinto di anni 28 è morto ucciso nella pubblica piazza di questa terra di Orsara”; ma non è precisato se, come sembra, il motivo fu politico. Il 23 febbraio 1799, tre colonne di soldati francesi, percorrendo la via della valle del Cervaro e la via Trajana, giunsero a Foggia e perseguirono i responsabili della ribellione, fucilandone alcuni; Troia evitò il saccheggio e la fucilazione dei ribelli pagando un riscatto di tremila ducati. Ad Orsara fu costituita la truppa civica agli ordini del sottotenente Giuseppe Borrelli. In Capitanata la repubblica durò meno di tre mesi; il 21 aprile i Francesi abbandonarono Foggia e il 24 maggio vi entrò l’esercito borbonico del cardinale Fabrizio Ruffo e del generate Antonio Micheroux. Allontanatisi i Francesi e ristabilita a Napoli la monarchia borbonica, Ferdinando I cercò di ingraziarsi le popolazioni limitando i diritti dei feudatari sui beni delle collettivita. Il sistema feudale aveva attribuito ai feudatari ogni potestà e, quindi, anche l’amministrazione dei beni pubblici. Gli immobili potevano essere dei privati (allodi), dei baroni (burgensatica) e dei Comuni (demani) (“Dicuntur demania…. civitates, castra et bona alia…retenta per antiquos reges in potestate et dominio suo non donata et concessa aliis”). Il concetto di demanio come proprietà territoriale dei Comuni fu sancito dagli artt. 176 e 182 della legge 12.12.1816.


Gli usi civici già in epoca romana venivano ritenuti una derivazione del primitivo uso comune del territorio (compascua) e, quindi, originate in epoca preistorica con la formazione delle prime comunità (98). Conservati dal sistema feudale, furono riconosciuti anche dall’art. 15 della legge 2 agosto 1806 che abolì il feudalesimo e sono ancora tutelati dalla legislazione italiana vigente. Consistono nel diritto degli abitanti di utilizzare un territorio facendovi pascolare animali oppure raccogliendo legna o altri frutti naturali. Nella pratica I’accertamento degli usi civici e della demanialità era estremamente difficoltoso sia perchè mancavano, salvo casi rarissimi, prove documentali e sia perchè le situazioni di fatto derivavano da consuetudini, leggi ed abusi, i cui effetti si erano accumulati per secoli. In conseguenza si ebbero contestazioni senza fine tra gli ex baroni e le popolazioni (come cittadini e come enti pubblici). Queste contestazioni si tradussero, sotto l’aspetto legale, in cause interminabili e, sotto I’aspetto pratico, in sommosse e violenze. In questo periodo anche Orsara iniziò l’azione legale contro il feudatario per rivendicare gli usi civici sul territorio di Ripalonga. Ripalonga comprendeva anche le località denominate Ischia del Governatore, Lama Bianca Piano Perazze; l’estensione complessiva era di circa mille ettari (oggi la zona e riportata nei fogli catastali da 1 a 8 e nel foglio 42). Il feudo fu acquistato dai Guevara nel 1596. Nel 1763, il duca Giovanni Maria Guevara lo concesse ai massari (pastori) di Orsara per il canone annuo di 372 tomoli (circa 161 quintali) di grano. Il 28 marzo 1803 il Comune di Orsara, difeso dall’avvocato Giuseppe Casoria, iniziò davanti la R. Camera della Sommaria l’azione legale per Ripalonga contro il duca Carlo Guevara, difeso dall’avvocato Pietro Porcelli. Con la successiva allegazione difensiva del 3 luglio 1803, contestò anche il diritto di esigere i balzelli feudali (portulania, bagliva, focaggio, cippone, bottega lorda). La lite fu definita per i buoni uffici del canonico Michele La Monica con una “convenzione…. approvata da tutta l’intera cittadinanza di Orsara”. Questa convenzione, ratificata dalla R. Camera Sommaria con decreto 14.11.1803, fu trasfusa nella transazioni redatta a Napoli il 22 febbraio 1804 dal notaio Ferdinando Caristo; in quest’atto si stabilì che il duca:
1) rilasciava al Comune di Orsara le “difese” Acquara, Ischia del Governatore e Monte Preise;
2) dava in enfiteusi al Comune per il canone annuo di 372 tomoli di grano (precedentemente pagato dai massari) i territori di Ripalonga, Piano Perazzi e Lama Bianca;
3) riconosceva come demaniali Montemaggiore e Montagna. Per contro il Comune di Orsara riconosceva al duca la proprietà del territorio detto di Pescorognone (oggi in catasto ai fogli 41 e 42) e faceva “altre piccole concessioni”. La questione fu risolta anche politicamente quando il 3 dicembre 1804 la R. Camera della Sommaria accolse l’istanza presentata da Ignazio Tancredi per il Comune di Orsara ed autorizzò la concessione ai privati dei territori delle località Acquara e Ischia del Governatore. Nel febbraio 1806, mentre l’esercito francese del generale Massena entrava nuovamente nel Regno di Napoli, Ferdinando I Borbone tornò in Sicilia. Il trono fu dato prima a Giuseppe Bonaparte, che giunse a Napoli l’11 maggio 1806, e, poi, dal settembre 1808, a Giacomo Murat. Uno dei primi provvedimenti del nuovo regime fu la legge 2 agosto 1806 che abolì il sistema feudale. Il successivo decreto 11 novembre 1807 istituì la Commissione Feudale per decidere tutte le controversie tra i feudatari ed i Comuni. Per la definizione dei processi fu posto il termine del 31 dicembre 1808 poi prorogato al 31 agosto 1810.Nell’ottobre del 1809, l’avvocato Casoria (costui morì poco dopo e fu sostituito dall’avvocato Clemente Gaito), per il Comune di Orsara, riprese l’azione legale per la rivendica di altre terre demaniali contro il duca Guevara, sempre difeso dall’avvocato Porcelli. Dopo le decisioni interlocutorie del 31 ottobre 1809 e del 23 marzo 1810, si ebbe la sentenza del 31 agosto 1810 che stabili:
1)Pescorognone e Magliano appartenevano ai Guevara:
2) gli Orsaresi avevano il diritto di affrancare i fondi delle predette contrade che coltivavano da almeno dieci anni;
3) i terreni demaniali di Orsara erano liberi da terraggi, censi e di ogni prestazione feudale perchè non esisteva ad Orsara feudalità universale’.
4) in forza di un accordo intervenuto nel 1529 il comune di Orsara e il conte Cavaniglia (o Giovanni I Guevara), Monte Preise apparteneva al Comune di Orsara; questo, però, doveva pagare al duca il censo annuo di 55 ducati.


Nel 1815 al seguito dell’esercito austriaco, tornò al trono di Napoli Ferdinando I Borbone e dette mano alla Restaurazione, i cui eccessi rafforzarono, gli opppositori, già organizzati in sette segrete, fino a spingere ai moti rivoluzionari del 1820. Verso la fine del 1818 ad Orsara, vi fu un altro scoppio di violenze per la questione agraria; i “brac­ciali…..si sfrenarono” occupando, dividendo e dissodando i boschi nelle località Riconi di Cerveliino e Mezzanelle di Crepacore. Intervennero i soldati, al comando del capitano Savino, e fecero cessare le occupazioni. In questa occasione, si distinsero Michele Natale e Nicola Perrone, che si ritroveran­no trent’anni dopo in situazioni analoghe; ciò sta ad indicare che la questione si evolveva molto lentamente e vi erano resistenze fortissime. Comunque, la preoccupazione di evitare altre sommosse indusse il sottointendente di Bovino a fare pressioni sul Decurionato (consiglio comunale) di Orsara per una soluzione; infatti, il 26 ottobre 1819, fu costituita una commissione composta da Francesco Di Michele, Giuseppe Iatarola e dall’agrimensore Gaetano Amicangelo di Montaguto col compito di ripartire 556 versure di terreno di Ripalonga. L’attività di questa commissione fu interrotta dai moti rivoluzionari iniziati nel regno di Napoli il 2 luglio 1820 dagli ufficiali Salvati e Morelli.
In questa occasione, fu costituita la Repubblica Federativa della Daunia, alla quale, invitati, aderirono tutti i comuni di Capitanata ad eccezione di Orsara e Montaguto. E’ difficile individua­re le cause della mancata adesione; si può pensare che la decisione fu presa dai possidenti, che controllavano l’amministrazione comunale e temeva­no che i rivolgimenti politici potessero pregiudicare i loro interessi. Però, anche ad Orsara, i rivoluziona­ri avevano adepti in tutte le classi sociali; infatti, venivano sorvegliati come carbonari i possiden­ti Domenico e Pasquale De Gregorio, Benedetto De Paolis, Tommaso Gambatesa, Severino La Monaca, Pientrantonio Spontarelli; i preti Giovanni Ferrara e Carlo Ricci; il medico Carmelo Di Stefano; il fabbro Angelo Guerriero; il calzolaio Gaetano Languzzi e il falegname Geremia Schiavino. Era anche molto forte la setta segreta dei Calderari di tendenza conservatrice e filo-borbonica. Vi erano, quindi, forti tensioni sociali e, in conseguenza, le lotte politiche erano aspre. Sedata la rivoluzione del 1820, si scatenò la repressione, che ebbe come strumento legale il decreto del 7 maggio 1821; era prevista la pena di morte a chi costituiva una setta segreta e l’esilio a chi ne faceva propaganda. Ristabilita la normalità, ad Orsara si riprese l’at­tività amministrativa per la ripartizione delle terre. Intervenne nuovamente il commissarto Zurlo e, con un atto del 5 marzo 1822, divise il territorio di Cre­pacore (2230 ettari) ripartendolo tra Orsara (circa mille ettari), Greci, Celle San Vito e Faeto. Questa spartizione non apportò alcun beneficio alle popolazioni perchè pose solo fine ad una controversia iniziata alla fine del XIII secolo fra i Comuni; i terreni, invece, appartenevano al duca di Ser­racapriola, Nicola Maresca (1789-1870), alla cui famiglia erano pervenuti verso la metà del XVIII secolo. La ripartizione dello Zurlo, però, dette ai Comuni interessati la possibilità di iniziare nel 1822, l’azione per la revindica della demanialità contro il Maresca. Il 22 novembre 1825 la Gran Corte dei Conti autorizzò i Comuni a proseguire l’azione e l’8 agosto 1830 vi fu un accordo parziale in base al quale il Maresca restituì parte del territorio. La causa si trascinò fino alla fine del XIX secolo ed ebbe una definizione sfavorevole per i Comuni. Intanto, ad Orsara, la ripartizione delle terre si era impantanata tra cavilli burocratici e cabale dei decurioni (consiglieri comunali); questi avevano trovato, nelle leggi per la tutela dei boschi (art. 180 legge 12.12.1816 e legge 21.8.1825), nuovi argomen­ti per opporsi alla quotizzazione.


Il 28 agosto 1824, il principe ereditario, France­sco I Borbone, era in visita ufficiale a Foggia; gli Or­saresi gli inviarono una delegazione per perorare la causa della ripartizione ed ottennero più frequenti solleciti all’autorita locale da parte dell’Intendente di Foggia. Cosicchè, entro lo stesso anno, fu rifatto il progetto di ripartizione con 952 quote per complessivi 3209 tomoli; il canone era di 6 carlini a quota. Poi, le quote divennero 962 per 3537 tomoli ed infine, nel 1826, le quote furono ridotte a 748 e furono divise in tre classi in rapporto alla fertilità: la prima di tre tomoli, la seconda di quattro e la terza di sei; il canone unico era di 30 carlini. Ciò non ostante, non vi furono assegnazioni. Il Decurionato si oppose sempre alla ri­partizione richiamando le leggi a tutela dei boschi e facendo proprie le ragioni dei possidenti e cioè che gli Orsaresi rifiutavano le assegnazioni perchè non volevano pagare canoni nè volevano terre da dissodare, tanto che avevano lasciato in abbandono quelle già assegnate; volevano invece, le terre che gli altri avevano già dissodato e migliorato. Daltra parte si rispondeva che i possidenti si erano appropriati dei migliori terreni, per i quali pagavano canoni irrisori; inoltre, non volevano altre assegnazioni o facevano assegnare solo terre inadatte alla coltivazione perchè ciò gli consentiva di subaffittare i loro terreni a prezzi esosi e di reperire mano d’opera a basso prezzo.
In questi anni la questione agraria sembra passata in secondo piano; in effetti si era fatta strada l’idea che, per vincere le opposizioni locali alla ripartizione, occorreva ricorrere direttamente re. Ciò porta a configurare una situazione politica con la classe dei bracciali di tendenza filo-borbonica e, quindi, conservatrice per la politica generale e rivoluzionaria per quella locale. La classe contrapposta dei possidenti era di tendenza antiborbonica, ma conservatrice per le questioni locali. D’altra parte, è risaputo che, durante le lotte per il Risorgimento, non solo ad Orsara, le fazioni popolarl erano filo-borbonche. Per ricorrere al re, ci si rivolse all’avvocato Edoardo Forgione; ma, avendo costui chiesto un compenso di 300 ducati, si rifiutò la sua assistenza. Frattanto, si ebbe un’occasione che sembrò particolarmente favorevole, l’orsarese Gaetano Zullo, nel 1843 durante il servizio militare a Napoli era riuscito a fare amicizia con tale Antonio Manzi stalliere del re. Tornato ad Orsara prospettò ai concittadini la possibilità di avvalersi del Manzi per avvicinare il re; perciò fu incaricato di recarsi a Napoli. Quivi, si fece redigere una petizione da uno scrivano di via S. Carlo. Tornato ad Orsara, riferì che il Manzi lo aveva presentato al re, nella villa reale di Castellammare di Stabia; aveva così consegnato l’istanza direttamente nelle mani del re e ne aveva ottenuto promesse di interessamento.Passarono alcuni mesi senza alcun risultato, perciò, Gaetano Zullo, della cui credibilità si cominciava a dubitare, prese una nuova iniziativa. Insieme ad altri, il 30 settembre 1844, si recò a Foggia dall’Intendente, che non volle riceverlo, e il 3 gennaio 1845, si recò dal sottointendente a Bovino. Chiedeva una carta di viaggio per recarsi dal re a Napoli e presentargli una nuova istanza per la ripartizione delle terre. Il permesso fu negato; la sera dello stesso 3 gennaio, una cinquantina di persone si riunirono nella casa di Antonio Fatibene e decisero di partire per Napoli la mattina del 6 gennaio. La mattina del giorno fissato, più di cento “villani” si riunirono nella chiesa della Madonna della Neve e, ascoltata la messa, si avviarono verso Napoli al suono delle campane e col crocifisso in testa alla comitiva. Lo stesso giorno il sindaco, Michele De Paulis e il pretore Gaspare Di Nunzio, comunicarono all’Intendente di Foggia il fatto e riferirono la diceria che, qualunque fosse stato l’esito della missione a Napoli, al ritorno della comi­tiva vi sarebbero state violenze ed occupazioni di terre demaniali e private. Il 7 gennaio 1845, per localizzare la comitiva, l’Intendente di Foggia ebbe un febbrile scambio di telegrammi con l’Intendente di Avellino e con il sot­tointendente di Ariano. Finalmente la mattina dell’8 gennaio 1845, la polizia fermò la comitiva, che era appena partita dopo aver pernottato nella taverna di Salvatore Pascale a Monteforte Irpino. Gli Orsaresi “camminando a due a due con i piedi scalzi” si erano accodati ad una processione guidata da un prete di Torre delle Nocelle e diretta al santuario di S. Filomena al Cardinale. Nell’occasione furono arrestati: Lorenzo Morsovillo di anni 55 (è indicato come capo perchè aveva trattato il pagamento col taverniere Pascale), Loren­zo Caccese di anni 52, Antonio e Raffaele Fatibene di 63 e 27 anni, Fedele Gianquitto di 50 anni, Giovanni, Luca e Michele Mastronicola di 29, 63 e 56 anni, Damiano Modesto di 60 anni, Michele Natale di anni 63, Nicola Perrone di 63 anni, Saverio Raffa di 50 anni, Carlo e Giuseppe Sammarco entrambi di 53 anni e Gaetano Zullo di 26 anni; questi, portati al carcere di Foggia ed interrogati nei giorni successivi, furono scarcerati il 5 febbraio 1845 e sottoposti a sorveglianza. Agli altri componenti la comitiva, circa 50 persone, fu ordinato di tornare ad Orsara e, per le spese di viaggio, fu dato un carlino a testa con la promessa che avrebbero ricevuto un altro carlino passando per Camporeale presso Ariano. Nello stesso anno 1845, per opporsi ad un aumento di tasse sul bestiame, 35 cittadini, difesi dall’avvocato Domenico Frascolla, proposero, dinanzi al Consiglio di Intendenza della Capitanata, una causa contro il Comune per far dichiarare l’esisten­za degli usi civici sui terreni di Cervellino, Ischia del Governatore e Montemaggiore. La sentenza, del 1848, negò l’esistenza degli usi civici, ma accolse l’istanza di riduzione delle tasse.


Negli anni successivi, il panorama politico diven­ne piu vario ed aumentarono i fermenti popolari in tutto il regno di Napoli. A Bovino dopo il 1820, si era costituita, per ini­ziativa di Emanuele Santoro la vendita carbonara segreta denominata “Vallo illuminato”. Ad essa si collegavano anche i carbonari dei paesi vicini (150). Ad Orsara erano ritenuti carbonari e, quindi, attendibili (sottoposti a sorveglianza) il calzolaso Pietro Colaprico, Severino La Monica e Pietro Guiducci. La Carboneria, però, era in declino; mentre erano in ascesa i Liberali ed i Comunisti (151): Sembra limitativo ritenere che i comunisti fossero soltanto coloro che, secondo la definizione dell’art.12 del decreto 8 giugno 1807, lottavano per la quotizzazione dei terreni comunali e di quelli che si ritenevano usurpati dai baroni (152); infatti, a que­sta quotizzazione miravano tutte le correnti politiche più o meno antigovernative. I Comunisti, inve­ce, avevano un credo ideologico non chiaramente individuabile oggi e, forse, non lo era neppure per i contemporanei; erano, però, certamente di tenderize anarchiche e socialiste, anche se non specificamen­te marxiste. Questa precisazione è interessante perchè dimostra la rapidità con cui si stavano diffondendo, in ogni parte dell’Europa, le idee che portarono ai moti rivoluzionari del 1848. I Liberali di Orsara si riunivano nella farmacia di Leopoldo Campanella o nella bottega del sarto Giacomo Fasulo; avevano adepti anche negli altri paesi del circondario, Greci e Montaguto, ed erano a contatto col centro liberale di Napoli guidato da Carlo Poerio. Il principale animatore locale di questa corrente era l’agrimensore Giuseppe Calabrese figlio del fornaio Francesco. Costui era nato nel 1811 ed aveva studiato nel seminario di Bovino; in continuo contatto con i contadini per motivi professioli, era convinto della necessità di quotizzare i latifondi dei Guevara e dei Maresca. Le prime avvisaglie delle nuove tendenze si ebbero agli inizi del 1847 con i moti popolari di Greci e più ancora, con quelli di Orsara. Qui, il 4 gennaio 1847, 600 bracciali tennero occupato il bosco di Montemaggiore. Il giorno successivo intervennero il giudice Di Nunzio, la guardia nazionale guidata dal sindaco Michelantonio Ricci e la gendarmeria reale di Bovino; furono arrestati 37 bracciali e cessò l’occupazione. In seguito, i fermenti si aggravarono in tutto il preAppennino Dauno-Irpino; i moti popolari, spesso accompagnati da occupazioni di terre, raggiunsero il massimo nel 1848 e, alla fine dell’anno, il carcere di Bovino e, presunilbilmente, anche quello di Orsara erano sovraffollati per il gran numero degli arresti. Questa situazione locale rispecchiava quella generale del Regno di Napoli e dell’Europa; ciò ha fatto passare alla storia il 1848 come l’anno delle rivoluzioni. Il comportamento esitante della Monarchia Borbonica esaltò i fermenti sociali e contribuì a farli degenerare in aperta rivolta. Dopo i moti di Napoli del novembre 1847, la rivolta di Palermo dagli inizi del 1848, e quella scoppiata nel Cilento il 17 gennaio 1848, vi fu la grande manifestazione popolare, che, il 27 gennaio 1848, portò un’immensa folla davanti alla reggia di Napoli. Questi fatti indussero Ferdinando II Borbone ad emanare, il 29 gennaio 1848 l’editto che indisse le elezioni dell’assemblea costituente e fissò i principi della costituzione.
Il 18 aprile 1848 furono fatte le elezioni; ma il 5 maggio si impedì l’inaugurazione dell’Assemblea e furono indette nuove elezioni per il 15 giugno successive. Ciò portò alla rivolta e alle barricate di Napoli del maggio 1848 e solo le elezioni successive placarono gli animi. Indecisione ancora maggiore il governo dimostrò per la questione agraria, che interessava concretamente la quasi totalità della popolazione. Il 22 aprile 1848, il ministro Raffaele Conforti diramò una circolare che consentiva ai Comuni di riproporre la revindica dei terreni demaniali. Il provvedimento, che, nelle intenzioni del governo, avrebbe dovuto sopire i fermenti, in effetti li esaltava perchè ne riconosceva la legittimità, non offriva un mezzo legale per una rapida soluzione e alienava al governo l’appoggio dei possidenti. Infatti, nelle lotte sociali, l’autorità che cerca di conciliare gli interessi contrapposti senza un chiaro criterio di ciò che è giusto o, almeno, conveniente, finisce per aggravare il conflitto perchè rinsalda il convincimento che solo la forza può affermare il diritto.


Agli inizi del 1848 il circondario di Orsara, comprendente anche Greci e Montaguto, aveva una popolazione di 9410 abitanti; 74 persone erano attendibili (sorvegliati dalla polizia come sovversivi). Nella sola Orsara (4857 abitanti) gli attendibili erano 23 (2 contadini, 8 artigiani, 1 commerciante, 2 professionisti, 7 proprietari e 3 sacerdoti). Nel marzo, fu nominato sottointendente di Bovino Francesco Capobrin per sostituire il predecessore Cassitto, ritenuto poco energico. I primi moti si verificarono in marzo a Greci; la popolazione depose il sindaco e il capo-guardia Vincenzo Lusi; poi, riunita nella chiesa parrochiale, acclamò a sostituirli Giuseppe Lauda e Carlo de Majo. Il 30 aprile 1848, ad Orsara fu arresto il comunista Fedele Cappetta detto Sacrestano perchè aveva raccolto un gruppo di persone e, commentando la circolare del ministro Conforti, li incitava a quotizzare le terre demaniali e quelle dei Guevara nelle località Magliano e Torre. Appena si seppe dell’arresto, l’anarchico Giacomo Fasulo raccolse la popolazione e la folla si presentò davanti alla Pretura chiedendo la liberazione del Cappetta; al rifiuto, assalì il carcere e lo liberò con la forza. Per questo fatto furono inquisiti il Fasulo e Giuseppe Calabrese, non ostante che quest’ultimo non avesse partecipato ai fatti perchè era a Napoli. Con sentenza del 9 dice 1850 entrambi furono assolti per amnistia (7.9.1850) e sottoposti a domicilio coatto. II 3 maggio 1848, fu arrestato Pasquale Mastrolacasa; suonando un corno incitava gli Orsaresi ad occupare la tenuta Torre. Il 15 maggio circa trecento persone occuparono i terreni di Montemaggiore e Cervellino; il sindaco Michele Ricci e il pretore Bellotti fecero intervenire la Guardia Nazionale e, questa, dopo pochi giorni, riuscì a far cessare l’occupazione facendo opera di persuasione, per cui fu accusata di connivenza. Fatti più gravi si verificarono il 23 agosto successivo. Circa sessanta persone invasero e presero possesso della tenuta Magliano. Francescantonio Timi, fattore del duca Guevara, ricorse al sottointendente Capobrin, il quale fece intervenire il reparto dei dragoni a cavallo e ne diresse lui stesso le operazioni. I soldati assalirono improvvisamente gli occupatori, li dispersero e li inseguiro fin nelle vie di Orsara. Non si ha notizia di morti o feriti; furono arrestati, insieme ad altre persone, anche Fasulo e l’avvocato Edoardo Forgione come istigatori. I fermenti continuarono senza altri fatti clamorosi finchè, nel 1852, furono assegnate 741, quote di terre demaniali per complessivi 11497 moggi. In seguito, ad Orsara, vi furono altre ripartizioni di terre demaniali fino alle ultime avvenute nel 1933 e nel 1948. Oggi la questione è pressocchè dimenticata, ne restano, però, le conseguenze; infatti, il dissodamento di quelle terre, poco adatte alla coltivazione intensiva, fu essenziale per lo sviluppo sociale ed economico della popolazione. Oggi la loro coltivazione è divenuta non necessaria ed antieconomica, tanto che molte zone sono del tutto abbandonate e, quel che è peggio, isterilite e degradate; onde, anche se costoso, sarebbe utile, ripristinare la situazione originaria. Le contestazioni per i possedimenti del duca Guevara continuarono finchè, tra il 1920 e il 1925,i terreni furono venduti ai privati. Gli acquisti e le spartizioni furono fatti, in massima parte, dalle cooperative La Solidarietà, di tendenze socialiste, interessata all’acquisto di Magliano, e Agricola Torre Guevara e Limitrofi di tendenze cattoliche e interessata alla tenuta Torre.


Nell’estate del 1860, tra lo sbarco di Garibaldi a Marsala (11 maggio) e il suo ingresso trionfale in Napoli (7 settembre), venuta meno l’autorità costituita, in tutti i paesi della Capitanata vi furono tumulti con saccheggi e talvolta anche assassini. Ciò accadde ad Accadia, Greci, Orsara, Panni e Roseto; a Bovino i tumulti durarono due giorni in luglio e diversi giorni a settembre; a Biccari fu uccisa una guardia nazionale. In ottobre vi fu il Plebiscito per votare l’annessione al nuovo regno d’Italia. Anche in questa occasione vi furono tumulti e violenze: a S. Marco in Lamis ed a Cagnano non si votò e a S. Giovanni Rotondo furono addirittura uccisi alcuni componenti del seggio elettorale. La Capitanata, però, fu favorevole all’annessione con 57.288 voti e solo 996 contrari. A Panni vi furono 136 voti a favore e 321 contro. Ad Orsara si votò il 29 ottobre 1860 e vi furono1006 voti a favore e nessuno contro. Negli anni successivi il fenomeno più triste fu la recrudescenza del brigantaggio, sovvenzionato e organizzato, almeno nei primi tempi, dai Borbonici che speravano in una rivincita. La legge 15 agosto 1863 comminò la fucilazione immediata per i briganti che opponevano resistenza con armi. In questa occasione, si costituì a Orsara la commissione per la repressione del brigantaggio composta dal presidente Antonio Fresini e da Carlo De Gregorio, Samuele Buonassisi e Francesco Saverio Fragassi. Tra il 1860 e il 1864 nella zona operarono i briganti Giuseppe Schiavone, che fu catturato e fucilato a Melfi il 28 novembre 1864, Carmine Donatelli detto Crocco, Michele Caruso (fu arrestato il 10 dicembre 1863 a S. Giorgio Molara e fucilato due giorni dopo (a Benevento) e l’amante di quest’ultimo Filomena Piccaglione di S. Agata di Puglia. Per combattere i bri­ganti nel territorto di Orsara operarono reparti del 22° Reggimento fanteria agli ordini del capitano Nicola Renzoni e dei tenenti Carlo Nava e Giovanni Trapassi. Molto attiva fu anche la Guardia Nazionale comandata da Giuseppe Calabrese. Si ricordano molti fatti di questo periodo. L’8 ottobre 1862, la guardia nazionale di Orsara catturò e fucilò il brigante Leonardo Orlando di Greci. Il 4 dicembre successivo in località Magliano rimasero uccisi cinque briganti della banda di Petrozzi e Schiavone durante uno scontro a fuoco con i soldati. Il 29 dicembre in località Acquara, furono catturati e fucilati i briganti Scrocco e D’Alessio, mentre i compagni Barra, La Luna e Tedesco riuscirono a fuggire. L’ 8 febbraio 1863 a Cervellino, in uno scontro a fuoco tra la banda di Angelo Cavaliere ed i soldati, rimase ucciso il brigante Michele Rafaniello. Il 26 marzo 1863, in località Montegrifo presso Faeto, la guardia nazionale di Orsara ed i soldati del Trapassi catturarono, non ostante si fossero arresi senza combattere, i briganti Antonio Malamisura, ven­tunenne di Monteleone, e Angelo Di Pietro, ven­tiquattrenne di Bonito. Portati ad Orsara furono fucilati la sera dello stesso giorno ed i cadaveri furono lasciati nel cimitero; ma durante la notte, il Di Pietro, che si era finto morto ma era solo ferito fuggì ed andò a consegnarsi alle autorità di Troia che gli risparmiarono la vita e, al processo, fu assolto e liberato. L’episodio più grave accadde nel giugno 1863 quando furono avvistate nel territorio di Orsara le bande collegate di Michele Caruso e Giuseppe Schiavone. Il giorno 22 i briganti riuscirono a disimpegnarsi dai soldati in due scontri a fuoco in territorio di Celle. Anche la mattina del 23 in località Magliano, si scontrarono col reparto del Renzoni; ma si ritirarono perdendo soltanto i cavalli. Per costringerli ad allontanarsi dal territorio di Orsara, verso le 11 dello stesso giorno, 35 guardie nazionali orsaresi col comandante Giuseppe Calabrese e il vice sindaco Michele Grillo, si portarono in località Sannoro; qui la guardia Vitulli ebbe un’aspro alterco con Pasquale De Maria per avergli confiscata una giumenta datagli dai briganti in cambio di un altro animale. Poi le guardie si diressero verso Orsara, ritenendo che le bande si fossero allontanate. Di questa convinzione ebbero conferma alla masseria di Mattia Stefanelli da costui e dal suo operaio Leonardo Boscia; ma, poco oltre, tra le località Piano Perazzi e Vallone Caselle circa a 4 chilometri a nord di Orsara si trovarono improvvisamente accerchiati da una sessantina di briganti, che intimarono la resa promettendo salva la vita. Si arresero; ma i briganti, dopo averli privati delle armi e delle divise, cominciarono a massacrarli. Particolare efferatezza usò Filomena Piccaglione, amante del capobanda Schiavone. Le guardie si difesero come poterono in una lotta corpo a corpo col coraggio della disperazione;l’eccidio terminò quando i briganti si accorsero che stavano sopraggiungendo i soldati del capitano Renzoni. La notizia giunse subito ad Orsara e la popolazione si riversò in piazza per conoscerne i particolari. Nella folla, l’avvocato Diodato De Stefano affrontò il Tenente Trapassi e lo schiaffeggiò accusandolo di aver vigliaccamente ritardato il suo intervento in aiuto delle guardie; Il De Stefano fu assolto nel successivo processo per oltraggio. In questa occasione furono uccise le guardie Nicola Amendola, barbiere di 31 anni; Samuele Buonassisi, di 36 anni maestro elementare; Giuseppe Buonocore, pizzicagnolo di 36 anni; Giuseppe Calabrese, di 52 anni agrimensore (era stato detenuto politico tra il 1848 e il 1850 per i fatti che abbiamo già riferito); Edoardo Cappetta, orefice di 36 anni; Giuseppe D’Errico, falegname di 45 anni; Francesco Saverio Fragassi, avvocato di 33 anni; Antonio Frisoli, macellaio di 40 anni; Michele Frisoli, muratore di 35 anni; Michele Grilli medico di 28 anni (era stato garibaldino); Raffaele Martino, calzolaio di 28 anni; Francesco Paolo Pellegrino, barbiere di 30 anni; Ernesto Pesce, di 28 anni, guardia di pubblica sicurezza originario di Nola; Vincenzo Spontarelli, di 53 anni, esattore; Tommaso Tozzi, agricoltore di 43 anni; Giuseppe Valentino, calzolaio di 28 anni; Tito Vitulli, di 28 anni, guardia di pubblica sicurezza originario di Bomba (Chieti). Nei giorni successivi, per le ferite riportate, morirono Donato Frisoli, macellalo di 36 anni, e Nicola Maria Cucciardi, di 41 anni. Pur essendo stato ferito, si salvò Antonio De Salvio, sarto di 33 anni. Delle 35 guardie, che avevano par­tecipato all’azione, ne morirono 19 e si salvarono 16. Il processo per questi fatti si svolse ad Avellino dal 25 al 27 novembre del 1864; furono condannati per favoreggiamento ad otto anni di reclusione Pasquale De Maria di Orsara e Mattia Stefanelli di Celle; furono assolti Leonardo Boscia di Greci e Lorenzo Poppa di Orsara. La condanna fu confermata della Corte di Cassazione di Napoli il 30 giugno 1865. A ricordo di questo fatto, molti anni dopo fu posto in piazza Municipio ad Orsara una lapide, ancora esistente, col nome degli uccisi e con l’epigrafe: Ai patrioti, della civica guardia nazionale, che, nella lotta contro il brigantaggio, per tradimento, caddero, il 23 giugno 1863, la fratellanza Orsarese di New York, nella gloria dei compiuti destini d’Italia, memore MCMXXI.
Per l’epoca piu recente si riferiscono le più importanti notizie di cronaca. Il 7 ottobre 1887, Daniele Bonassisi uccise sull’altare della chiesa parrocchiale l’arciprete Michele Spontarelli per una contestazione riguardante il Monte frumentario. Dopo la prima guerra mondiale si riaccese ad Orsara la questione agraria.


Nel 1920 il sindaco e il parroco presero l’iniziativa di distribuire ai contadini alcuni terreni boschivi e della parrocchia. Si formarono, con la partecipazione del pretore del luogo, le liste degli aventi diritto e, nel mese di maggio, gli assegnatari si recarono a ricevere le consegne in corteo, con a capo le autorità locali e la bandiera della Lega Cattolica. In seguito, vi furono altre agitazioni, senza grave incidenti fino a quando, pochi anni dopo, il duca di Bovino vendette agli Orsaresi le tenute di Magliano e Torre Guevara.
Nel dopoguerra, il sindaco Pietrantonio Loffredo procedette all’ultima quotizzazione e assegnazione dei terreni comunali.

fonte

https://www.comune.orsaradipuglia.fg.it/elenco-aree-tematiche/cultura-e-patrimonio/notizie-storiche/orsara-contro-i-duchi-guevara-di-bovino

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