Alta Terra di Lavoro

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OTTONE DI GRECIA, BRINDISI E IL RISORGIMENTO ELLENICO

Posted by on Mar 4, 2021

OTTONE DI GRECIA, BRINDISI E IL RISORGIMENTO ELLENICO

Povero Adriatico! Quando rivedrai le glorie delle flotte romane di Brindisi, delle navi liburniche e delle galee veneziane? Ora il tuo flutto travolto e tumultuoso sbatte due sponde quasi deserte, e alle fratte paludose della Puglia corrispondono le spopolate montagne dell’Albania. Venezia, una locanda, Trieste, una bottega, non bastano a consolare le tue rive del loro abbandono; e l’alba che ti liscia ogni giorno le chiome ondeggianti cerca indarno per le tue prode altro che rovine e memorie.

(Ippolito Nievo, Le confessioni di un italiano, 20)

La rivoluzione greca destò nella corte di Napoli forti preoccupazioni; si temeva fosse possibile un collegamento fra liberali del mezzogiorno e insorti ellenici. Rilevò il Panareo:

I rappresentanti napoletani in Oriente, pur non nascondendo gl’imbarazzi della Porta di fronte all’insurrezione, hanno parole di disprezzo per gl’insorti. Ma non manca nei loro dispacci la preoccupazione per un trionfo dei Greci, il quale, a loro modo di vedere, sarebbe esempio funesto per l’Europa. Non c’è da meravigliarsi se’ gl’insuccessi degl’insorti sono motivo di gioia per quei diplomatici, e se le notizie che inviano a Napoli sono condite di un, ottimismo che poggia sulle effimere vittorie dei Turchi[1]

Si pensava che la Terra d’Otranto, per la sua prossimità alla Grecia, fosse la provincia più esposta a un possibile contagio rivoluzionario; i moti carbonari, avviatisi per impulso dei sottotenenti Morelli e Silvati il  2 luglio 1820 avevano costretto, il 7 luglio successivo,  Ferdinando I a concedere la costituzione spagnola. Nel gennaio 1821 il re,  nel Congresso di Lubiana, chiese l’intervento austriaco che determinerà la fine della breve stagione liberale. Nel Salento l’eco dei moti del 1820 non era certo spenta; i carbonari, scampati alla reazione  governativa, non erano sicuramente indifferenti agli sforzi dei greci e speravano nella loro vittoria[2]. Nell’agosto del 1821 “numerosi manifesti furono trovati affissi in Brindisi e in Francavilla. Vi si leggeva che la Grecia, entrata in guerra con la Turchia per la sua emancipazione, vinceva ovunque protetta dalla Russia”[3]. Il 1823 “aumentò i sospetti la notizia mandata da Brindisi dal sottointendente De Marco: che cioè in quel porto era approdato un regio schooner inglese, comandato dal tenente Michael Setter, proveniente da Augusta di Sicilia con l’equipaggio di quindici persone. I Brindisini avrebbero visto con meraviglia il comandante inglese scandagliare in diversi punti il fondo del porto e rilevare la pianta delle coste, del porto e dell’isola delle Petagne, non senza essersi informato di una certa sorgente detta delle Fontanelle,e  se fosse stata capace di rifornire una flotta. L’Intendente ne riferì subito al ministro” e soggiunse che in Lecce si vociferava di una guerra fra potenze costituzionali e re di Napoli[4].

Si temeva che parte almeno dei proscritti in seguito ai fatti del 1820-21, in particolare Cesare Rossaroll, Lorenzo De Conciliis, Raffaele Poerio  potessero dalla Grecia rientrare in Terra d’Otranto[5]. Se lo avessero fatto, in base agli ordini impartiti, sarebbero stati subito posti in arresto;  singolare, in tale contesto, che, come segnalato da Ferdinando Cito dei marchesi di Torrecuso, dal 1823 al 1828 intendente di Terra d’Otranto,  il 20 settembre 1826, Brindisi fosse priva di Sottintendente[6].  Cito considera pericoloso il bagno penale di Brindisi, con oltre trecento servi, fra i quali molti attendibili, guardati da pochi soldati della R. Marina e da alcuni veterani, allora quasi tutti infermi”. La città è considerata centro di sediziosi e, non potendosi neppure fare assegnamento sulle guardie civiche, in massima parte composte di settari, l’intendente chiede un rafforzamento adeguato delle forze di polizia[7]. Fra i liberali presenti in Brindisi un esponente di rilievo è individuato in un componente della famiglia Monticelli, viceconsole inglese[8].   Le tensioni erano acuite dalla crisi economica che fra 1825 e 1826 aveva impoverito particolarmente i ceti rurali, alimentando episodi di guerriglia rurale e brigantaggio. Il malessere sociale accrebbe inevitabilmente l’influenza dei liberali che nel 1820 avevano sollecitato un nuovo assetto istituzionale del regno. Particolare sorveglianza fu esercitata sulle confraternite; non pare che in Brindisi dessero luogo a particolari problemi e l’unico elemento d’allarme, costituito da un insolito scampanio della chiesa di San Michele o delle Scuole Pie si scoprirà non collegabile a motivazioni politiche[9].

Entusiasmo destarono fra i liberali la notizie relative all’assunzione, il 1827, del comando dell’esercito greco da parte di sir Richard Church, (1784 –  1873), ben conosciuto nel Salento[10] e allo scontro navale di Navarino in cui l’armata navale turco-egizia, il I ottobre 1827, fu annientata da una squadra combinata delle flotte britannica, russa e francese. In Brindisi, secondo le informazioni del Sottointendente Barone, il fatto di Navarino non avrebbe determinato visibili conseguenze anche se si notava “una certa allegria” fra i liberali[11].  Non è dubbio che le notizie sull’insurrezione arrivassero per tempo in città; Costantino Dimo o Dima, originario di Giannina, caffettiere in Lecce, manteneva relazioni con Argo e Parga per il tramite d’imbarcazioni che “facevano la traversata da Corfù a Brindisi”[12].

Durante la guerra greca d’indipendenza, gli armatoloi ( gr. Αρματολοί), in uno coi klephts (gr. κλέφτης), costituirono il cuore delle forze combattenti e rivestirono un ruolo preminente per tutta la durata del conflitto. Il generale Yannis Makriyannis (1797–1864) nelle sue memorie si riferì ad armatoloi e klephts come  “lievito della libertà” (μαγιά της λευτεριάς). A Brindisi si era stabilita una colonia di armatoloi il 1793[13] senza lasciar grato ricordo della propria operosità; rilevarono Monticelli e Marzolla:

“Fece anche di più quell’ottimo Re [Ferdinando IV]. Credendo assicurata l’opera del porto, cercò di accrescere la popolazione di quella città, con chiamarvi a grandi spese numerosa colonia di Greci; dei quali pur giunse una parte in Brindisi; ma vi stette oziosa per pochi anni, e poi disparve. Invece di agricoltori e di artefici si accolsero 300 Etoli, chiamati Armatollini, cioè briganti di terra e di mare, che non coltivarono alcun palmo della terra loro assegnata, né esercitarono alcun’arte; ma ben divorarono i soccorsi pecuniari loro somministrati per lo spazio di tre anni, e poi disparvero. E non essendovi in Brindisi demanio del comune, i privati cittadini offerirono gratuitamente per dieci anni terre sufficienti ai nuovi coloni, come sono pronti a fare di nuovo per secondare colle loro deboli forze la beneficenza Sovrana”[14]

Non dissimilmente, Annibale De Leo riferì che il sovrano

“fece venire una Colonia di Greci da Parga, e da Prevesa, credendo di potere per mezze di essi ridurre alla debita coltura l’agro brindisino. Ottima fu l’idea, ma gli effetti non corrisposero alle speranze, che se n’ erano concepite. I Greci eran fuorusciti de’ loro Paesi non molto amici della fatica, e dopo che si ebbero consumati i grossi sussidj, che loro furono somministrati, l’un dopo l’altro sloggiarono di qui. Ad un saggio Governo non mancano dei mezzi per richiamare qui delle braccia, ma di gente onesta, non di bricconi e di scelerati”[15].

Un  inedito carteggio del 1804 riassume la vicenda; Annibale De Leo (1739 – 1814), arcivescovo di Brindisi (1798-1814) fu allora incaricato dalla Real Segreteria di Stato di redigere un’informativa sull’accaduto con riferimento, in particolare, alla rendicontazione dei dodicimila ducati che “con real dispaccio de’ 30 novembre 1793 pagò il Monte Frumentario per sovvenimento della Colonia Greca che veniva a stabilirsi in questa città con l’obbligo di queste Luoghi Pii della restituzione di tal somma sul corso di anni dodici, e del pagamento dell’interesse”.  L’arcivescovo scrive:

“Mi fo un dovere di farle presente che nel 1793 si portarono in cotesta capitale molti capi di famiglia greci, che volevano emigrare da Prevesa e da altri luoghi de’ domini ottomani, e stabilirsi nel nostro regno, e come aveano veduto che nel tenimento di questa città vi erano molte terre macchiose, ed incolte prescelsero questo sito, ove crederono di poter molto guadagnare colle loro industrie. Ma per far venire in questa città una colonia da detti luoghi ci bisognava della molta spesa, si dovevano pagare i noleggi de’ bastimenti che conducevano le famiglie, bisognava mantenere gl’individui tutti nel tempo delle contumacie, e prestargli ancora de’ soccorsi sin che non avessero cominciato a percepire il frutto de’ loro sudori. La clemenza del re era propensa a somministrare a tali greci gli opportuni sussidj, ma forse per non farsi credere che un governo amico della Porta animasse i suoi sudditi ad emigrare da’ suoi stati si volle fare apparire che ai greci si davano gli ajuti da i particolari, e non già dal sovrano. Quindi fu escogitato un ottimo espediente. Come i luoghi pii di Brindisi possedevano immense tenute di territorj macchiosi e derelitti, da i quali non si ricavava che l’utile del pascolo si ordinò che si distribuissero tali territorj alle famiglie greche, le quali le tenessero gratis per i primi dodici anni, e quindi cominciassero a pagare i canoni corrispondenti a i detti luoghi pii. Frattanto furon richieste le procure de luoghi pii per riceversi in loro nome dal Monte Frumentario ducati 12 mila per sussidi della nuova colonia, coll’obbligo di cominciare la restituzione dopo dodici anni co i frutti corrispondenti. E certamente detti luoghi pii doveano aprirsi a tal disposizione ch’era loro vantaggiosa, giacche dopo i dodici anni avrebbero veduto migliorati e ridotti in coltura i loro sterili fondi, e sarebbero divenuti proprietari di una ricca rendita di canoni su le terre date a i greci. Nel medesimo anno furono con Real Dispaccio accordate alla colonia varie grazie di esenzioni di pesi fiscali, e di poter ritenere le terre de’ luoghi pii senza contribuzione per il corso di dodici anni. Così cominciaro in novembre del 1793 a venir varj legni pieni di greci. Per il buon regolamento de’ medesimi fu mandato da Napoli l’ottimo Fantasia col carattere di loro governatore e fu istituita una deputazione composta dall’arcivescovo di quel tempo monsig. Rivellini, dal barone d. Francesco Monticelli, da d. Giovanni Ripa, e dal p. Bianchi conventuale, i quali tutti assunsero la direzione della colonia insieme al detto Fantasia. Disbrigata da nuovi coloni la contumacia, molti di essi presero l’abitazione nella città, ed una parte si stabilì in campagna nel sito piu salubre vicino alla città qual è quello di San Leonardo, ove si accomodarono a loro modo la chiesa, occuparono l’adiacente abitazione, e si costruirono molte casuccie di tavole. Costoro si mantenevano a spese del Monte Frumentario, e si aveano un assegnamento giornale dagl’incaricati. Era già il tempo dell’inverno fatto proprio per le colture delle campagne, specialmente per lo smacchia mento, e la sradicazione de’ ceppi delle macchie. Ma i greci dopo di esserle state assegnate le terre incolte de’ luoghi pii giusta la convenzione non vollero darci di fronte, e tutto l’apparecchio d’istrumenti rurali, di aratri, zappe, carri e bovi servì per coltivare alcune poche terre de’ Padri Teresiani ch’erano già in coltura. La massima parte di essi si vedeva nell’inverno distesi a terra, colla pancia al sole e colla pippa in bocca, senza voler andare in campagna continuando a pretendere d’esser mantenuti. A guisa di quelle antiche colonie romane che si spedivano ne’ luoghi conquistati ed occupavano i territorj migliori. Gente avezza a vivere di rapine, non era possibile da potersi indurre al travaglio. I signori deputati cominciavano a vedere l’infelice esito di tale colonia, e l’un dopo l’altro cominciarono s ritirarsi e il primo a dismettersi dalla deputazione fu il sig. d. Giovanni Ripa. Su’l suo esempio fece lo stesso il baron Monticelli, e quindi l’arcivescovo Rivellini. A questi fu surrogato da Regio Governatore d. Domenico Romano, che sostenne la deputazione insieme con Fantasia, e il P. Bianchi sino al consumo dell’intera somma rimessa.  Quando le famiglie greche videro che non ci era più danaro per esse, l’una dopo l’altra cominciarono a sfilare da questa città ove soltanto è rimasto il paroco della chiesa greca che prende 246 ducati di pensione dalla badia di S. Andrea e cinque o sei famiglie che qui dimorano per i loro negozj. Questa è la storia dell’infelice colonia greca, che io ho creduto doverle sinceramente esporre”[16].

I nuclei familiari trasferitisi a Brindisi furono centoottanta; incaricati di “real ordine per lo stabilimento, e buon governo della nuova colonia greca” furono inizialmente il barone don Francescantonio Monticelli, il marchese d. Giovanni Ripa, l’arcivescovo di Brindisi Giovan Battista Rivellini (1778-1795), Bonaventura Bianchi, conventuale. Panagiōtīs Kaklamanis detto Fantasia, originario di Lèucade o Leuca o Lefkada (gr. Λευκάδα[Lefkàda]), anche denominata Lefkas o Leukas, o Santa Maura,  fu “mandato da Napoli col mandato di loro governatore”. Le responsabilità del fallimento non sembra comunque possano ricadere sui soli immigrati verso cui puntano l’indice le fonti brindisine:

 “Un’ altra ed ultima trasmigrazione è avvenuta sotto l’attuale Sovrano, Figlio dell’Augusto Carlo III, nell’ anno 1774. Capo di questa Colonia, a cui fu assegnato per domicilio la città di Brindisi, fu un certo Panagioti Caclamani, meglio conosciuto sotto il nome di Fantasia, nativo di Leucade, il quale per officio dipendeva dagli ordini del defunto Marchese Vivenzio . Questa Colonia però non corrispose allo scopo del Governo, e alle grandi somme da esso sborsate per quegli stessi motivi, che si credeva evitare. I nuovi coloni, senz’arti e senza mestieri, altro non erano se non uomini vagabondi, che passarono nel Regno allettati dal generoso soldo di tre carlini al giorno per cadauno, che a nome del Re fu promesso ad essi per coltivare taluni terreni incolti, e poi aversi da stabilire in quella Provincia. Non decorse lungo tempo, ed i nuovi coloni venendo defraudati da’ proprj Superiori del loro assegnamento, tutti corsero in folla nella Capitale per implorare il patrocinio del Sovrano, che rimise i loro giusti reclami ad una commissione speciale presieduta dal sudetto Vivenzio . Il Re ordinò di più, che per un tale affare si fosse cooperato l’Archimandrita Paisio Vretò, Cappellano del 2° Reggimento Real Macedone, di cui conosceva bastantemente la fedeltà verso la sua Real Persona, e lo zelo pei suoi nazionali. Costoro in fatti non tardarono ad avere una porzione de’loro arretrati; ma la venuta che fecero nella Capitale, e la morte del loro Capo Fantasia furono causa della dispersione di questi Coloni. Il Governo dunque istruito dal grave errore economico-politico commesso per l’ultima Colonia di Brindisi, e volendo favorire il mezzo, tendente all’aumento della sua popolazione, incoraggiando l’emigrazione dei confinanti Greci o Albanesi, dovrebbe in tal caso accordare ai nuovi coloni la sola proprietà de’ terreni coltivabili, esentandoli da’ pubblici pesi per quanti anni crederebbe di giusto, e soccorrendoli nelle prime spese”[17]

Lorenzo Giustiniani (1761-1824) non imputa agli immigrati, che come altri considera albanesi, il fallimento dell’esperimento:

“Finalmente dee aggiungersi la settima trasmigrazione sotto l’Augusto nostro Regnante Ferdinando IV fatta pochi anni addietro di tali Albanesi, e furono stabiliti nella città di Brindisi, dandosi loro per direttore un dotto uomo, chiamato Panagioti Caclamani, conosciuto sotto il nome di Fantasia; che sebbene di professione Caffettiere, nulla di meno era valente nel greco, e nell’erudizione, essendo stato discepolo del chiar. Giacomo Martorelli. Egli si portò in Brindisi con buono appuntamento, ma indi a’ poco essendo colà morto, non saprei cosa fatta si fosse di una tale colonia”[18].

Poco si sa sulla sorte degli armatoloi brindisini; se rimasti nel regno potrebbero essere rientrati in patria per unirsi agli insorti o aver fornito loro comunque sostegno. Un indizio in tal senso è offerto dalla sottrazione del loro superstite luogo di culto, la chiesa di Sant’Antonio Abate, a vantaggio di privati; inizialmente gli immigrati avevano utilizzato la chiesa di San Leonardo, già Santa Maria Mater Domini, col nuovo titolo di San Giorgio, fuori città e perciò disagevole da raggiungere. Non ebbero buon fine le richieste volte a ottenere San Giovanni dei Greci[19].  Nella vivace polemica che si sviluppò ebbe parte anche la comunità ellenica di Lecce; fra i testimoni addotti a sostenere il buon diritto dei greci di Brindisi a utilizzare Sant’Antonio Abate è Costantino Dima o Dimo, sospettato di simpatie liberali[20]. In appendice si propone l’inedito carteggio che chiarisce molti aspetti della immigrazione del 1793 e rende evidente come non tutti i greci emigrarono e non tutte le responsabilità relative al fallimento dell’esperimento di colonizzazione dell’agro  siano a loro addebitabili. Pare potersi, sia pur dubitativamente, concludere che coloro che rimasero ebbero importanti funzioni di collegamento fra ambienti liberali salentini e insorti greci e che molti fra coloro che partirono combatterono per l’indipendenza della loro terra.

Parendo le sorti del conflitto definite, la corte di Napoli, che  avrebbe avanzato nei primi giorni del marzo 1829 la candidatura di Carlo Ferdinando di Borbone – Due Sicilie, principe di Capua (1811 –  1862) al trono di Grecia, mutò almeno in parte atteggiamento; nel 1828 Brindisi può offrire di fatto supporto logistico alle flotte alleate; il 4 luglio 1828, in Corfù,  “arrivò in 24 ore da Brindisi la goletta di S. M. Cristianissima la Dauphinoise , capitano M. Auvrey” [21]. Il 12 settembre 1828 si annota:  “Una corvetta inglese giunta da Navarino a Brindisi il 12 del corrente settembre, ha recato la notizia, che la prima divisione della spedizione francese era felicemente sbarcata a Calamata, e che le truppe egizie da Corone e Modone si dirigevano a Navarino, dove trovavasi il sig. Stratford Canning, il quale stava trattando con Ibrahim-bascià per l’imbarco di esse”[22]. Il 6 settembre “alle ore 9 della sera, arrivò qui [Corfù] la goletta da guerra francese l’Artesienne, capitano Milgeville, proveniente da Brindisi, recando dispacci per il generale Guilleminot, e  dopo essersi trattenuta alcune ore in questa rada, salpò di bel nuovo per recarglieli”[23]. Permanevano i timori di un contagio liberale ben documentati dallo scozzese Craufurd Tait Ramage (1803-1878) che in The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions descrive un viaggio compiuto nel regno delle Due Sicilie fra l’aprile e il giugno 1828. In quell’occasione si fermò a Brindisi incontrandosi con  Francesco Scolmafora (1768-1845), dal 1823 bibliotecario della “Annibale De Leo”; il canonico lo indusse a esprimere le sue opinioni sulla rivoluzione greca per poi informarne gli organi di polizia:

 “C’è una libreria qui, l’unica della quale abbia sentito parlare da quando ho lasciato Napoli, ed ero ovviamente ansioso di visitarla. È molto grande e contiene prevalentemente scritti teologici, poiché era stata fatta costruire dal penultimo Arcivescovo di Brindisi; ed annesso a questa biblioteca c’è un piccolo museo contenente una discreta collezione di vasi antichi e monete. Fui presentato al bibliotecario, alto dignitario della Chiesa, e con lui c’era la maggiore autorità militare di Brindisi. Immaginai fossero personaggi moralmente integerrimi, animati da un vivo senso di onore, e non avrei mai sospettato che avessero intenzione di spiare le mie parole e le mie azioni. Non avevo nulla da nascondere ma il loro modo di agire fu meschino e spregevole. Ancora una volta venne intavolato il discorso sulla rivoluzione greca ed io, credendo di trovarmi di fronte dei gentiluomini, espressi le mie opinioni a riguardo: speravo che gli sforzi fatti dai greci potessero essere coronati da successo. Puoi immaginare il mio sdegno quando scoprii che questa spia clericale era andato dal capo della polizia per riferirgli la conversazione nella quale mi aveva tratto in inganno. Se non fossi stato protetto dal sotto-intendente, massima autorità di Brindisi, gli imbecilli mi avrebbero certo arrestato. Fui pregato di evitare quegli argomenti e di fare attenzione nell’esprimermi su qualsiasi altro soggetto a carattere politico. Naturalmente mi scusai con lui per il fastidio che avevo potuto arrecargli col parlare della rivoluzione greca, ma al contempo dissi, senza mezzi termini, ciò che pensavo dei modi dell’ecclesiastico ed aggiunsi che speravo di non incontrarlo mai più perché, in tal caso, non avrei saputo astenermi dal dirgli in faccia quale fosse la mia opinione riguardo al suo atteggiamento. All’inizio, ero divertito dal fare sospettoso delle autorità, ora però si è raggiunto ogni limite! Crederesti mai che il Cavalier Cito si era sentito in obbligo di avvisare le autorità di questa città che un giovane inglese dal carattere sospetto si trovava a Brindisi, dando ordine di sorvegliare ogni movimento e che gli fosse riferito tutto ciò che facevo? Raccontai quindi al mio ospite con quale meschinità ero stato trattato da Cito e sapendo che sarebbe stato suo dovere riferire tutto quello che gli dicevo, lo pregai di riferire che consideravo Cito un essere spregevole per aver trattato un innocuo viaggiatore in quel modo. Il mio ospite rise della mia indignazione e disse che avrebbe scritto che ero sotto la sua stretta sorveglianza, che abitavo in casa sua e che non avrei avuto rapporti con nessuno, se non tramite lui. Noi inglesi parliamo liberamente di qualsiasi cosa, ma qui si deve pesare bene ogni parola prima di pronunciarla. Non avevo mai capito tanto bene l’assioma «il silenzio è d’oro». Ora capisco quanto sia utile avere lettere commendatizie per le autorità che in ogni parte d’Italia mi hanno sempre trattato con la massima cortesia all’infuori di questo individuo, Cito. Trascorsi parte della serata al caffè pubblico, dove i cittadini rispettabili si riunivano per svagarsi, per mangiare gelati, e giocare a biliardo. Quindi mi recai a casa del signor Monticelli, il vice-console inglese, dove ebbi l’onore di conoscere tutti i cittadini in vista, durante la cena. Passammo alcune ore davvero piacevoli, e poco dopo la mezzanotte il sotto-intendente mi condusse nella sua ospitale dimora[24].

Il 9 ottobre 1831 veniva assassinato il conte Giovanni Antonio Capodistria (1776-1831), primo presidente della neonata repubblica greca. Gli successe nella carica, per sei mesi, il fratello Agostino Antonio Maria (1778-1857)  poi sostituito da un consiglio direttivo. La convenzione di Londra del 7 maggio 1832 stabilì la trasformazione istituzionale col passaggio dalla forma repubblicana a quella monarchica:

“Intanto al 7 maggio 1832 fu sottoscritta in Londra una convenzione fra l’Inghilterra, la Francia e la Russia da un lato, e la Baviera dall’altro, in cui il re di Baviera accettava la sovranità della Grecia per il suo secondogenito ancor minorenne principe Ottone (nato il 1° giugno 1815). Il principe Ottone assumeva con ciò il titolo di re della Grecia, la quale sotto la guarentigia delle tre potenze mediatrici veniva a formare un nuovo regno ereditario in ordine di primogenitura, nella famiglia bavara, purché mai non vada a riunirsi con la corona di Baviera. Il giovine re venne affidato ad una reggenza di ministri bavari, alla testa dei quali fu posto il conte d’Armansperg[25] qual presidente; e per appoggio al re ed alla reggenza vennero dati 3500 uomini bavaresi d’infanteria, cavalleria ed artiglieria, nonché un imprestito di 60 milioni di franchi a nome della Grecia, guarentiti similmente dalle tre potenze e pagabili in tre serie rispettivamente divise in rate minori. Sotto tali auspicj il re e la reggenza imbarcatisi a Brindisi, e le truppe bavare a Trieste, si unirono nelle acque di Corfù in gran convoglio e con pompa di deputazioni, fra le quali si distingueva Miauli[26], e fra solenni accompagnamenti scortati da flotte appartenenti alle tre potenze mediatrici approdarono in Nauplia al principio del febbrajo 1833”[27].

Per dare attuazione  al disposto fecero rotta su Nauplia (Ναύπλιο, Nafplio; in  italiano anche  Napoli di Romània) unità francesi, inglesi e russe. Fra queste era la fregata britannica Madagascar, classe Seringapatam, realizzata a Bombay e varata il 15 novembre 1822, sotto il comando di Edmund Lyons, (1790 –1858), di stanza a Malta. Il trasferimento dall’isola al porto greco fu di vantaggio al poeta francese Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine (1790 -1869) che offre un vivido ritratto del Lyons:

“Malta, 28, 29, 30 Luglio [1832].

Costretti a soprattenerci a Malta per indisposizione della Giulia. Si rimette, e decidiamo tirar dritto alle Smirne, toccando Atene. Là poserò mia moglie e mia figlia, e solo, traverso l’Asia minore, andrò visitando il resto d’Oriente. Sciogliamo il cavo, ma sull’uscir dal porto una vela proveniente dall’Arcipelago annunzia che varj vascelli furono presi da’ pirati greci, ed uccisi i naviganti. Il console di Francia ne consiglia d’ indugiarci alcuni dì; Lyons, capitano della fregata inglese il Madagascar, ci offre di scortarci fino a Nauplia in Morea, anzi di rimorchiarci, se più lenti: offerta fatta con tutta la cortesia di modi, che può crescerne il prezzo. L’accetto: mercoledì alle otto mattina si va. Appena in mare, il capitano, il cui vascello volando ci oltrepassa, fa issar le vele ad aspettarci. Ne getta al mare un barile, cui è attaccata una gomona, che noi peschiamo, e, come un levriere alla lassa, seguitiamo la mole ondeggiante, che solca il flutto senza mostrar d’accorgersi del nostro peso. Io non conosceva il capitano Lyons, né ero da lui conosciuto di nome ch’ è tampoco: non m’ era abbattuto in lui in nessuna casa di Malta, perché egli stava in quarantena; eppure ecco un officiale d’altra nazione, di nazione emula spesso e nemica, che al primo cenno per nostra parte, consente a rallentar di due o tre dì il cammino, sommetter il suo vascello ad un movimento spesso pericoloso, qual è il rimorchio, e sentirsi forse intorno borbottar i marinaj, e tutto per nobiltà d’anima, e simpatia per le inquietudini d’una donna e i patimenti d’una fanciulla. Leale e schietto s’altri mai, egli sale talvolta al nostro bordo per informarsi dell’esser nostro, ed assicurarci del piacere che prova a proteggerci”[28].

Il Madagascar giunge a Nauplia l’8 agosto; qui sir Henry Hotham[29], comandante la Mediterranean Fleet, ragguagliò il capitano Lyons, designato comandante in capo della piccola flotta alleata incaricata del trasferimento di Ottone di Baviera in Grecia, sulla sua missione e sui suoi scopi: 
 
“They arrived at Nauplia on August 8, and found there  Sir Henry Hotham, who had now an important mission to confide to the captain of the Madagascar. Ever since the assassination of Capodistrias the three protecting Powers — England, France, and Russia — of freed Greece had been seeking a new ruler for that country. The people desired a king, a somewhat difficult matter, because he was not to be of English, French, or Russian nationality. At last the choice fell on Prince Otho, the second son of the King of Bavaria, and a lad not yet eighteen years of age. Negotiations with his father took some time, but eventually all was arranged. There was to be a Regency of three till Otho came of age, and he was to be accompanied by a detachment of Bavarian troops. That the new Greek Court should arrive with as much pomp as possible, it was decided to convey it by sea in an English, French, and Russian warship. For our representative Sir Henry Hotham selected the Madagascar, a choice which had an important influence upon the future career of Captain Lyons. He was moreover to be the senior officer of the combined squadron, and thus most of the arrangements would fall into his hands. There was some competition for this of course with our allies, but Sir Henry Hotham had by his ability and charm of manner obtained such a position with his French and Russian colleagues that he had no difficulty in securing this for Captain Lyons. He knew the service would be well done; with honour to the country and with credit to the profession. Greece sent a deputation of three representatives — of whom the principal was Admiral Miaoulis — to greet its new king, and they embarked on board the Madagascar. She sailed for Trieste on September 6, accompanied by the Cornélie and Anna, where they arrived on the 20th[30]. 

Il Madagascar congiuntosi a Nauplia con la corvetta francese Cornelia e la fregata russa Anna[31], fa sosta a  Corfù; una corrispondenza del 19 settembre 1832 informa:

“La fregata di S. M. Britannica il Madagascar, Capitano Lyons; la corvetta di S. M. il Re de’ Francesi la Cornelia, Capitano Dupont; e la fregata di S. M. l’Imperatore delle Russie l’Anna, Capitano Selivanoff, sono state destinate a portarsi a Trieste coll’oggetto di condurre in Grecia la Reggenza di S. M. il re Ottone, secondo il trattato dei 7 maggio scorso, composta del Conte Armannsber [von Armansperg]; del Colonnello Heydeckcr [Carl Wilhelm von Heydeck][32] e del Consigliere Maurer[33]. Il supremo comando della suddetta squadra è affidato al Capitano Eduardo Lyons, comandante della fregata di S. M. il Madagascar, a bordo della quale trovasi imbarcata una Deputazione spedita dal Governo Greco per complimentare il nuovo Re della Grecia, e composta dall’Ammiraglio Mimili [Miaulis], e dai Generali C. Bozzaris [Kostas (Kitsos) Botsaris ][34] e Gogliopulo [Dimitris Koliopoulos Plapoutas][35]. Il giorno del suo arrivo qui la detta Deputazione fu invitata da S. E. il signor Alessandro Woodford[36] ad un pranzo, a cui intervennero pure i Comandanti di tutti i suddetti legni, e la sera assistette ad una festa da ballo data da Lady Woodford [Charlotte Mary Ann Fraser]. Il giorno dopo tutto la suddetta squadra fece vela per la sua destinazione. Il legno a vapore il Mercurio, del Governo Greco, avendoli: bordo il Capitano Trentini ufiziale delle Guardie Bavaresi, latore di dispacci di Parte di quel Governo per S. M. il Re di Baviera, arrivò qui nel giorno 9 del corrente, ed ai. 10 parti per Barletta”[37].

Il convoglio rimarrà sino ai primi di gennaio del 1833 a Trieste come riferisce una corrispondenza del 31 dicembre 1832. Qui sono imbarcate le truppe bavaresi mentre la delegazione greca trasborda sul Cornelia:

“Trieste 31 dicembre.

Ai 29, e nei giorni seguenti s’andò imbarcando la quinta ed ultima colonna delle r. truppe bavare destinate per la Grecia, nonché il resto del treno ed attrezzi, che raggiungerà a Pirano il convoglio, pronto alla partenza per Corfù e Nauplia, insieme con la deputazione greca, e con i legni regi delle tre potenze mediatrici, che trovansi nel nostro porto: cioè la fregata inglese Madagascar, cap. cav. Lyons; la fregata russa Ahra, cap. cav. Sevilianoff; e la corvetta francese Cornelia, capit. cav. Dupont. Questi legni regi toccheranno Brindisi per ricevere S. M. il Re Ottone con la reggenza, e seguito, a bordo del Madagascar, dove furono fatti a tale oggetto i più eleganti e ben intesi preparativi. Frattanto il brigg di S. M. Britannica, Rapid, capit. Swinburn, con 75 persone d’equipaggio, e 10 cannoni procedette la spedizione, partendo diretto per Corfù, dal nostro porto alla sera del 27 corrente.

Altra dello stesso giorno. Oggi alle 2 pomeridiane fece vela dal nostro porto per Pirano, Brindisi e Nauplia la r. corvetta francese, Cornelia, avente a bordo la deputazione greca”[38].

Il capitano Lyons si recò personalmente a Monaco di Baviera per organizzare al meglio il delicato trasferimento in Grecia delle truppe bavaresi, di Ottone e del consiglio di reggenza:

Various delays took place until in the beginning of November Captain Lyons decided to go to Munich, and by personal communication with the authorities expedite the embarkation. His visit was opportune. Writing to his wife from Munich on November 8, he says — " Nothing could exceed the flattering reception I have met with from the King (of Bavaria), King Otho, the Regency, and the Ministers. I have settled the affair. I am to remain at Trieste with the ships till the troops are embarked in the merchant ships. Then the ships-of-war will convey them to Corfu, and return to Brindisi to embark the King and the Regency. I am as you may suppose delighted to take Otho. The Russian and French ships must take a few troops. I cannot, as I shall be brimful of Royalty. It is as well that I came here, as the arrangements could never have been made by letter." In fact Captain Lyons found that something more than conveying the Regency was expected. Writing to the Admiral to explain the reason of his visit — for the regulations do not authorize a captain going so far from his ship without permission — he says — " On the day I expected the Regents might arrive at Trieste, I received a letter from the Ministers of the Alliance at Munich, which in my opinion rendered it very desirable that I should proceed at once to that capital, where I learnt for the first time that not only the families of the Regents proposed to embark in the Madagascar, but also his Majesty the King of Greece and his suite. When the enclosed lists were put into my hands I at first hesitated, on account of the extreme difficulty of accommodating and entertaining so many distinguished passengers. But when I found not only the King of Greece and the Regency, but also the King and Queen of Bavaria attached great importance to all the persons they had assigned to the Madagascar being embarked in her, I thought it would be inexpedient to interpose at that critical moment any obstacle to the settlement of this long-pending and anxious question. I thought it best to say at once to Count Armansperg that I had received instructions from you to meet his wishes on all points, and would do my best to accommodate them handsomely and comfortably." He was not the man to make difficulties, though to provide for fifty or sixty people in a 44-gun sailing frigate — especially with a king and three semi-royal Regents, besides women and children — was a formidable undertaking. So on his return to Trieste every carpenter he could get was set to work; cabins were built and furnished in a style fitting the occasion, and soon all was in readiness for the party to form the new Court of Greece. King Otho desired to embark at Brindisi in order that he might make a tour through Italy before settling down to his royal duties.  At the beginning of January 1833 a portion of the suite embarked, and the troops being now on board the ships destined for them, the squadron left Trieste on the 5th.”[39].

Nel viaggio verso Brindisi, ove aveva deciso d’imbarcarsi per la Grecia,  Ottone fu accompagnato dal fratello maggiore Massimiliano[40]; la città lo accolse con grande cordialità, memore della munificenza con cui la casa di Baviera aveva finanziato la costruzione della chiesa e monastero di Santa Maria degli Angeli, ancora sotto patronato dei Wittelsbach:

“Di fatti fu cagione di alta gioia 1’arrivo del Principe Ottone di Baviera in Brindisi, nel cui porto avean già date le ancore quattro legni da guerra, ov’erano imbarcati i quattro ministri delle grandi potenze, che fecero la ricognizione della sua Sovranità all’Ellenico governo.

L’immenso entusiasmo con che i Brindisini salutarono quest’astro polare dell’attuale incivilimento Greco, e le fastose manifestazioni dì quei tre giorni che fu tra loro, erano indice di quella morale dipendenza, che dicesi gratitudine generata nella coscienza del popolo dall’amorevole disinteresse degli augusti suoi avi in pro della Religione e del paese, nell’ edificare di proprio danaro il ricco Tempio degli Angioli. E fu tanta e tale la benevolenza del R. Principe, che oltre di avere amabilmente, svestito del regio orgoglio onorati tutti d’un domestico sorriso, volle anche infuturar con esso loro la ereditaria alleanza di affetto in un’autografa lettera, che a memoria duratura del generoso sentire di quel magnanimo regnator di Grecia gelosamente conservasi nella cittadina biblioteca![41]“.

Ottone arrivò a Brindisi probabilmente l’11  gennaio[42]; errata pare l’indicazione dell’Ascoli che sostiene la data del 14[43]. Il re salpò da Brindisi il 15[44] ed essendosi trattenuto in città per tre giorni non può esservi giunto il giorno prima; il Madagascar giunse in porto il 13, il giorno dopo il re si trasferì a bordo e i plenipotenziari delle potenze alleate riconobbero la sua sovranità sulla Grecia:

 “Leaving the transports off Corfu, the Madagascar with her two consorts steered for Brindisi, arriving on the 13th. The next day the King and remainder of suite went on board the Madagascar, making sixty-two people in all. The Regents were Count Armansperg, President, Chevalier de Maurer, General de Heideck, and an extra member. Chevalier de Abel. On the staff and belonging to the household, secretaries, etc., eighteen persons. The ladies — eleven in all — included Countess Armansperg and her daughters, Madame Heideck, etc. There were also eighteen men- and eight women-servants. With this party the Madagascar set out on January 15 for Greece. No bad weather marred the enjoyment of all on board, games and dancing being the principal amusement. The middies were in great request and made much of. Sir George Eliot says of this time — " Captain Lyons was very kind to me, and took me with him to Munich, and then sent me to Berlin, where my uncle Lord Minto was Ambassador. I remember an incident at Munich which showed his diplomacy. At a ball a young lady daughter of an influential member of the Court was talking with him, when accidentally with her sleeve she upset a valuable statuette standing on a little table, which fell and broke into pieces. I was near at the time, and saw what had occurred and the distress of the lady. Captain Lyons at once caught hold of me and charged me with the offence, thus making me the scape-goat to spare the lady, and drawing all eyes upon me as the offender. I saw the object at once, but discipline prevailed, and later he brought the lady up and made her dance with me, which he said was sufficient reward. We brought King Otho and his Prime Minister Count Armansperg and family to Greece. The Count's daughters were quite young and pretty, and the middies used to dance with them on the quarter-deck. Of course some jealousy arose, and whilst it was my watch on deck I went down to make myself smart for the evening dance, for which irregularity I was mast-headed by the officer of the watch. Being a good dancer I was asked for by one of the young ladies, and Captain Lyons hearing what had become of me told the young lady of my default, and pointing to the mast-head said that she might call me down. When I perceived her efforts my pride compelled me to resent such an insult, and I would not come down until ordered by the captain, when I found the young lady in tears." The young King thoroughly enjoyed this cruise. Captain Lyons writes of him as " a most amiable, cheerful, sensible, and agreeable person," but adds, "The only dis-comfort I have is the King's sitting up till one or two o'clock laughing and amusing himself, which is too much for the servants." An incident occurred one night about eight o'clock as they were beating up to Corfu, in the King's secretary falling overboard. A life-buoy was at once dropped, the ship hove-to, and a boat lowered. A man of the captain's boat's crew (White) jumped into the sea and saved the secretary's life by taking him to the life-buoy, Captain Lyons writes of this to his wife — " The night was one of the darkest I ever saw. The (to them, his guests) unaccountable bravery of this act of White's ; the promptitude with which the life-buoy was let go, and the boat launched, astounded them, and if anything had been want- ing to make them think the Madagascar perfection this was sufficient. The King took his watch off and gave it to White, promised him an order of merit, etc." They remained at Corfu three days, and then with the transports proceeded to Nauplia, where they arrived on January 30, where all the leading people of Greece had assembled to greet their new sovereign. Among foreigners none were more distinguished in bearing than our own Commander-in- Chief, Sir Henry Hotham. Captain Lyons writes — "The Admiral managed to give the best effect to our arrival. He saluted exactly at the right time; he came on board exactly at the right moment and in the right way; he looked so like a British admiral, so superior to his colleagues, that loving and honouring him as I do, I was thoroughly gratified, and the impression he made on the King and all the Bavarians was just what I could have wished. The day was sublime and the scene gratifying to all. What then must it have been to me after all my worry to arrive with all the transports and all in good humour ! Every horse in the most perfect condition." His reward was in the testimony borne to the manner in which he had executed the mission. On disembarking, which took place on February 6, Count Armansperg wrote to thank the Admiral for his arrangements, adding — " I take this occasion to express to your Excellency the particular satisfaction of the King and of the Regency of the choice, you made in Captain Lyons to conduct his Majesty to Greece and direct the expedition. Independent of the care which he gave to the embarkation of the troops at Trieste, it is to his activity and ability that we owe the successful arrival of the expedition at its destination. Moreover, the attention, politeness, and kindness of his proceedings have earned him the gratitude of his Majesty and the Regency, while he has secured their affection and esteem by his personal qualities. They trust you will continue to station one of his Majesty's ships in these waters, and that it may be one commanded by Captain Lyons. We should see in such an act a further proof of the friendly feelings of the British Government to which we attach so much value." On this occasion Sir Henry wrote to the Admiralty — " Their Lordships' secretary will be informed by the Report I have now the honour of making, of the successful and complete execution of the difficult and responsible service of transporting from a distant country all the elements of Government, and all the means for consummating the benevolent work of the august allied sovereigns in erecting Greece into a new and independent kingdom. "This service, performed as it has been with so much ability and indefatigable exertion, has done credit to his Majesty's Navy and honour to the officer who has so successfully conducted it. As Captain Lyons's recent relations with the King and the Regency will render his presence more acceptable to them than that of any other officer, and as his acquaintance with, and acknowledged qualification for, the peculiar duties connected with the interests of this country are materially increased by the advantages he derives from his position at the commencement of the new era, I consider that he will be in all respects the most eligible officer under my command to be charged with the duties of this part of the station; and therefore I shall arrange for his being the senior officer of the ships whose services may still be required on the coasts of Greece, as soon as the Madagascar shall have been revictualled and prepared for that service."  A few days afterwards Captain Lyons proceeded to Malta and had a pleasant spell of three months in the society of his wife and daughters”[45].
 

Notizie sull’itinerario di Ottone di Baviera, dalla sua patria a Brindisi, sono nella corrispondenza di Peter Ernst von Lasaulx (1805 –1861) che accompagnerà il re in visita ad Atene; informa sull’imbarco del sovrano sul Madagascar in Brindisi[46].

 Due anni dopo, nell’occasione dell’incoronazione di Ottone, fissata al I giugno 1835 in coincidenza col raggiungimento della maggiore età, il re di Baviera Luigi (1825-1848) scelse ancora una volta Brindisi per imbarcarsi per la Grecia; qui ad attenderlo è la fregata inglese Portland[47]:

“Una lettera da Malta del 21 scorso contiene ciò che segue: la fregata la Portland di 52 cannoni è stata staccata dalla squadra inglese e messa a disposizione del re Ottone a fine di trasportare il re di Baviera da Brindisi in Grecia in occasione dell’incoronazione di suo figlio”[48].

In quello stesso anno la lunga crisi del porto di Brindisi, avviata dall’errato intervento sulla sua foce effettuato da Andrea Pigonati, giunge finalmente a una positiva svolta. Non è irragionevole pensare che essa sia stata determinata, almeno in parte, dalla nascita del regno di Grecia e, conseguentemente, dalle nuove opportunità commerciali che si aprivano per il Mezzogiorno d’Italia:

“Scrivono da Napoli, che la commissione composta di cinque ingegneri ed uffiziali di mare e di terra spedita a Brindisi fin dal febbraio di questo anno per osservare lo stato di quel porto e i lavori e le spese necessarie per ristaurarlo, sia vicina a compiere le sue incombenze e tornare nella capitale per darne conto a S. M.

Portandosi a fine la ristaurazione di quel porto non solo si apriranno a’ suoi sudditi le più facili e sicure comunicazioni colla Grecia e coll’Oriente, ma si appresterà il più sicuro e comodo asilo a tutti i naviganti dell’Adriatico nelle tempeste; tanto più se nella degradazione attuale quel porto ne’ mesi di dicembre, gennaio e febbraio appena scorsi, 130 bastimenti vi trovarono salvezza e soccorsi, mentre in tutti gli altri porti della costa adriatica avvennero naufragi crudeli ed avarie considerevoli”[49].

La connessione fra interventi a vantaggio del porto di Brindisi e prospettive aperte dall’indipendenza raggiunta dalla Grecia era stata proposta, già il 1833,  rilevando che la prima

“farebbe sommo onore al Governo di Ferdinando II, somma utilità arrecherebbe’ al Distretto di Brindisi, alle Provincie di Lecce e di Bari, al Regno intero, e darebbe alla Nazione un punto marittimo di difesa e di offesa significantissimo e del più grande interesse, specialmente nella novella ristaurazione della Grecia , dell’Egitto, e di buona parte dell’Asia”[50].

Era essa ribadita ancora nel 1834:

 “E che! Non sa il nostro architetto che la Grecia rinascente ha fatto e fa continue premure al nostro Governo per istabilire nel porto di Brindisi un punto essenziale al suo ed al nostro commercio ? Non sa che quel Governo ristauratore ha destinato uno de’ suoi pacchetti a vapore per recarsi a Corfù ed a Brindisi ? che un negoziante greco di Nauplia spedisce un suo pacchetto a Brindisi per Trieste, e da Trieste a Brindisi  tornando alla Grecia ? Il nostro Giornale officiale del 27 luglio 1833 e del di 14 gennajo del corrente anno 1834 ha istruito il pubblico di questi fatti. Non sa il dotto architetto che il Re dei Greci a Brindisi volle imbarcarsi accompagnato dalle fregate russe, francesi, inglesi e greche? Non sa che la fregata imperiale russa la Principessa Luigia due anni sono lungamente in Brindisi si trattenne attendendo il signor de Ribaupierre ambasciadore russo per portarlo in Costantinopoli? che lo stesso fecero le fregate inglesi che più volte a Costantinopoli portarono il sig. Canning Stranford? Non sa che Lord Adams ed ultimamente Lord Woodford in Brindisi lungamente albergarono con le fregate e corvette che doveano menarli a Corfù ed alle Isole Ionie?”[51].

L’avvio di un regolare servizio di collegamento fra Trieste, Brindisi e Nauplia trova conferma nei giornali del tempo:

“Il Consolato generale di S. M. il Re di Grecia in questo Regno, ha notificato che i pacchetti greci hanno cominciato a toccare anche il porto di Brindisi, e che d’ora innanzi frequenteranno regolarmente quello scalo tanto nel loro viaggio di gita da Nauplia a Trieste, quanto nel loro- ritorno da quest’ultimo porto alla sede del Real Governo in Grecia. Que’ pacchetti greci s’incaricano della corrispondenza, come pure del trasporto di mercanzie e passeggieri tanto per Nauplia quanto per Trieste, e viceversa. Un posto nella camera a bordo di detti pacchetti di Brindisi a Trieste costa dramme 36, ossia sei colonnati di Spagna , e da Brindisi a Nauplia lo stesso prezzo. Un posto nel corridoio costa la metà per l’una, o per l’altra direzione: si può aver pranzo alla tavola di camera mediante 3 dramme, ossia mezzo colonnato per giorno, ed alla tavola di corridoio per la metà di tal prezzo”[52].

Il ruolo dello scalo brindisino, in cui con  regio decreto del 29 ottobre 1844 era stata istituita la “scala franca”[53], ha ampia conferma negli accordi fra l’amministrazione generale greca delle poste e il consiglio amministrativo dell’Imperial regio “privilegiato Lloyd austriaco”.  La convenzione postale del 15 e 27 aprile 1843, trovò conferma nella seriore del 26 novembre e 8 dicembre 1850; la società del Lloyd, le cui navi scalavano a Brindisi dal 1847, si obbligava a

 

“Mantenere una comunicazione ogni quattordici giorni (eccettuato il caso di impedimento per forza maggiore) fra Trieste ed Atene (il Pireo) toccando Ancona, Brindisi, Corfù, Argostoli, Zante, Patrasso, Vostizza e Lutraki, passando il golfo di Lepanto e di là (per l’istmo di Corinto) da Kalamaki nel Pireo a norma dell’attuale regolamento delle corse per la prima linea, unito al presente trattato”[54].

Grandi erano le speranze riposte in Ottone ma altrettanto grande fu la delusione per il suo operato; Giosue Carducci nell’ode Per la rivoluzione di Grecia, datata 8 novembre 1862 ma rielaborata e corretta nel 1867 per l’edizione dei Levia Gravia, riassunse con efficacia l’accaduto. Il poeta ricorda l’insurrezione del popolo greco contro Ottone di Baviera che si riteneva avesse tradito le speranze in lui riposte affidandogli il regno dopo la vittoriosa guerra per l’indipendenza sostenuta contro i Turchi.  Carducci  celebra la libertà tornata a rinnovare le glorie antiche in Grecia. L’ombra di Demostene si posa soddisfatta nell’Agorà, nella quale un tempo tuonò in difesa della Grecia contro Filippo di Macedonia. Ma è un’illusione effimera, poiché i Greci mettono sul trono un nuovo re[55].

APPENDICE

Documenti relativi alla comunità greca di Brindisi. 1794-1830[56]

Doc.1. Da Panagiōtīs Kaklamanis detto Fantasia a mons. Salvatore Spinelli,  vescovo di Lecce. Brindisi, 27 Febbraio 1794

Fin da che intesi essere stata dal nostro amabilissimo sovrano I. F. destinata la sua ben degna persona per istituire in cotesta città una colonia greca, fu di vivo giubilo il mio cuore ricolmo, poiché non poteva cader la scelta su di altra, la quale meglio potuto avesse secondare le benefiche clementi mire del Re. Il non essermi in conto alcuno ingannato, dimostrato me lo ha la sua garbatissima de 25 dello stante, rilevato avendo dalla medesima, che ha ella incominciato l’esecuzione dall’affidatale opra dal promuovere la religione cattolica. Aderendosi da me quindi alle lodevoli premure datemi, ho subito incaricato a questo d. Demetrio Bogdano di costà prontamente portarsi pell’uopo espressatomi, nella sicurezza di poter il medesimo ben riuscirvi, essendo egli dotato di tutte quelle buone qualità, che richiedonsi in un ottimo ecclesiastico. Ho al medesimo insinuato di portarsi subito per ricevere la missione, e le opportune facoltà da cotesto Monsignor Arcivescovo, cui ho fatto mia commendatizia, assicurandolo della di lui abilità, e buon costume, ed ortodossia.

Siccome allo stesso ho raccomandato di non abbandonare i Greci qui stabiliti, ed alla di lui spiritual cura affidati, perché non risentino del detrimento della di lui lunga assenza così prego lei di permettergli portarsi spesso ad accorrere a spirituali bisogni de medesimi, benchè da me non si lascerà fra questo mentre di prenderne particolare  pensiere sperando di poterle riuscire ben presto avere qualche altro buon prete Greco da potersi destinare per parroco di codesta colonia, che non possa permettere restar abbandonata. Mi offro in tanto quanto in tutto ciò che la mia   cooperazione puol influire all’esatto adempimento della religiose cure del sovrano a prò di codesta Colonia, mentre in attenzione di frequenti suoi comandi passo a

Panagiota Carlomani Fantasia, Brindisi

Doc. 2. Dal Vescovo di Lecce, mons. Salvatore Spinelli, a don Demetrio Bogdano. Lecce, 10 Marzo 1794

Ho ricevuto il suo foglio in data di 4 andante, e con sommo piacere ho ravvisato dal medesimo le cortesi accoglienze, che nel di lei  arrivo costà le sono state praticate, e specialmente: dal Sig.:  D. Panagiota, e da cotesto degnissimo Mons. Arcivescovo, avendole questi prontamente accordato le necessarie facoltà a poter amministrare i Sagramenti, ed esercitar le Chiesastiche funzioni per cotesta Colonia Greca Or la stima, che ho per V. S. Ill. ma mi fa giustamente: sperare, che voglia, ella fargli moltissimo onore in si fatto rincontro. Nell’atto quindi che l’assicuro d’aver io gradito il ragguaglio datomi su questo particolare, le raccomando di continuare gli ulteriori rincontri, onde possa sempre più consolarmi dello spiritual vantaggio percepisce codesta Gente alla sua cura commessa. Mi saluti distintamente codesto suddetto  D. Panagiota, mentre augurandole dal cielo tutte le felicità mi rappresento.

Doc. 3. Da Sig. Segretario Migliarino a mons. Annibale De Leo, arcivescovo di Brindisi. Napoli, 02 Maggio 1801

Colla presente sono a pregare V. S. Ill. ma, e Rev. ma a volermi denotare le Colonie Greche esistenti in cotesta sua Diocesi, e se nelle medesime vi sieno Chiese officiate con rito Greco, come ancora, se essendovi Chiese di tal natura, vi si trovino Preti abili a poter reggere altra Chiesa dello stesso rito. Con che sicuro dei suoi favori, con piena stima mi raffermo.

P. S. Siano abili pel costume, dottrina, e fedeltà  inverso  della R. Corona.

Doc. 4. Da mons. Annibale De Leo, arcivescovo di Brindisi al  segretario Migliarino. Da Brindisi, s.d.

Eccellenza, in questa Città ci è una Chiesa Greca aperta sette anni addietro per uso della disgraziata colonia che si cercò di qui stabilire. Ci è il Prete Greco venuto allora da  Prevesa  che tiene la Chiesa aperta per le poche famiglie qui rimaste fuor che il saper leggere e scrivere, e far le funzioni della sua Chiesa non mi pare che abbia altra dottrina. Egli è nello scisma con tutti i suoi Greci qui dimoranti uniti al Patriarca di Costantinopoli, io ho creduto usando prudenza di non entrare in dispute di Religione colla speranza che possa illuminarsi in appresso. Il suo costume non sarebbe cattivo se non che lo sento intrigato in Negozij e mercimoni. Fuori di qui non ci è altra Chiesa ne Prete Greco in questa Diocesi .

Ardisco soggiungerle che in Lecce ci è l’altra Chiesa col suo Prete Greco da me conosciuto molto più abile di questo, ma della cui probità io non rispondo. E pregando V. Ecc. a dell’onore di molti suoi venerati comandi con piena stima  me le raffermo

Doc. 5. Da mons. Annibale De Leo, arcivescovo di Brindisi a Tommaso Rascaccio. Da Brindisi [1804][57]

Si è compiaciuta V.S. Ill. ma con Sua Veneratissima Carta de’ 26 p. p. Giugno  parteciparmi il Real Dispaccio de’ 23 dello stesso mese col quale S. M. per la Reale Segreteria di Stato, ed Azienda ha comandato che V. S. Illustrissima prenda conto dell’uso individuale della somma de’ ducati dodicimila, che con Real Dispaccio de’ 30 Novembre 1793 pagò il Monte Frumentario per  sovvenimento della Colonia Greca, che veniva a stabilirsi in questa città con l’obbligo di questi Luoghi Pii della restituzione di tal somma pel corso di anni dodici, e del pagamento dell’interesse, e riferisca tutto l’occorrente alla M. S.  per quindi manifestarsi le ulteriori Regali Risoluzioni per tal effetto mi ha comandato di prender l’ordinato conto dell’uso individuale dell’enunziata somma qui rimessa con formarne un esatto e regolare notamento e riferirle poi l’occorrente. In esecuzione di tal Ven. Comando mi fo un dovere di farle presente, che nel 1793 si portarono in codesta Capitale alcuni deputati greci venuti dal peloponeso, e da Montenegro, che domandarono il permesso di stabilire in Brindisi una colonia. Questa esibizione fu accettata, ma per la estrazione fu considerato bisognarci molta spesa dovendosi pagare i noleggi de’ Bastimenti, che conducevano le famiglie; e bisognando mantenere gl’individui tutti nel tempo delle contumacie, e prestar loro de’ soccorsi, sinchè non avessero cominciato a percepire il frutto de’ Loro sudori .(C)

Quindi  fu escogitato un ottimo espediente. Come i Luoghi Pii di Brindisi possedevano immense tenute di territori macchiosi, e derelitti dai quali non si ricavava che’ l’utile del pascolo, si ordinò, che si distribuissero tali territori alle famiglie Greche, le quali li ritenessero gratis per i primi dodici anni; e quindi cominciassero a pagare i canoni corrispondenti a detti Luoghi Pii. Frattanto furon richieste le Procure de’ Luoghi Pii per ricevesi in Loro nome dal Monte frumentario ducati dodici mila per sussidi della nuova Colonia, coll’obbligo di  cominciarne la restituzione dopo dodici anni coi frutti corrispondenti. E certamente i lodati Luoghi  Pii non doveano opporsi a tal disposizione, ch’era loro vantaggiosa; giacche’ dopo i dodici anni avrebbero veduti migliorati, e ridotti a coltura i loro sterili fondi, e sarebbero divenuti proprietari di una ricca rendita di canoni sulle terre date ai Greci.

Nel medesimo anno furono con Real Dispaccio accordate alla Colonia varie grazie di esenzioni di pesi fiscali, e di poter ritenere le terre de’ Luoghi Pii senza contribuzione per il corso di dodici anni.

Così cominciarono in Novembre del 1793 a venire vari legni pieni di Greci. Per il buon regolamento de’ medesimi fu mandato da Napoli l’ottimo Fantasia col carattere di Loro Governatore, e fu istituita una Deputazione composta dall’Arcivescovo di quel tempo Mons. Rivellini, del Barone D. Francesco Monticelli, di D. Giovanni Ripa, e del P. Bianchi Conventuale, i quali tutti assunsero la direzione della Colonia insieme col detto Fantasia.

 (D) Disbrigata da nuovi Coloni la contumacia, molti di essi presero abitazione nella città, ed una parte si stabilì in campagna nel sito più salubre vicino alla città, qual è quello di S. Lionardo, ove si accomodarono a loro modo la Chiesa, occuparono l’adiacente abitazione, e si costruirono molte casucce di tavole. Costoro si mantenevano a spese del Monte Frumentario, e ne aveano un’assegnamento giornale dagl’Incaricati.

Era già il tempo dell’inverno tutto proprio per le colture della campagne, e specialmente per lo smacchiamento, e la sdradicazione de’ ceppi delle macchie. Ma i Greci, dopo di essere Loro state assegnate le terre incolte de’ Luoghi Pii giusta la convenzione, non vollero darci di fronte, e tutto l’apparecchio di strumenti rurali, di aratri, zappe, carri, e bovi servì per far coltivare alcune poche terre de’ P.P. Teresiani, ch’erano già in coltura. La massima parte di essi si vedeva nell’inverno distesa a terra, colla pancia al Sole, e colla pipa in bocca, senza voler andare in campagna, continuando a pretendere di essere mantenuti, a guisa di quelle antiche Colonie Romane, che si spedivano ne’ luoghi conquistati, ed occupavano i territori migliori. Gente avvezza a vivere di rapine, non  era possibile di potersi indurre al travaglio.

I Signori Deputati cominciarono a vedere l’infelice esito di tal Colonia, e l’un dopo l’altro cominciarono a ritirarsi. Il Primo a dimettersi dalla Deputazione fu D. Giovanni Ripa. Sul di lui esempio fece lo stesso il Barone Monticelli, e quindi l’Arcivescovo Rivellini. A questi fu surrogato il R. Gov. D. Domenico Romano, che sostenne la Deputazione  insieme con Fantasia, e il P. Bianchi sino al consumo dell’intiera somma rimessa.

Quando le Famiglie Greche videro, che non ci era più danaro per esse, l’una dopo l’altra cominciarono a sfilare da questa città, ove soltanto è rimasto il Parroco della Chiesa Greca, che prende 246 ducati di pensione dalla badia di S. Andrea, e cinque, o sei famiglie, che qui’ dimorano per i loro negozi.

Questa è la storia dell’infelice Colonia Greca, che io ho creduto di doverla sinceramente esporre. Ora per eseguire il comando di  S. M. e l’incarico dettatomi da V. S. Ill. ma  di prender conto dell’uso individuale fatto di ducati dodici mila, debbo farle noto, che non ho stentato poco per poterne venire in cognizione, ritrovandosi nostri tutti gl’incaricati e superstite il solo D. Giovanni Ripa, il quale mi ha risposto, ch’essendosi  egli dimesso dalla Deputazione, niuna carta si ritrovava presso di Lui. Ma finalmente dopo tante indagini ho ritrovato il bilancio presso del Not. Michele D’Ippolito, in mano di cui erano stati passati dal defunto Cassiere Domenico Balsamo tutti i mandati de’ Deputati. Onde mi do’ l’onore di umiliare a V. S. Ill. ma il conto di detto Bilancio, dal quale si viene in cognizione, che il danaro del Monte Frumentario si è erogato nelle spese de’ noleggi, delle contumacie, delle riattazioni de’ Lazzaretti, ne’ sussidi dati a’ Greci per il di loro mantenimento di molti mesi, in molte spese, che si fecero per la loro Chiesa, e finalmente nelle compre delle zappe, aratri, ed altri strumenti rurali, come ancora di bovi, carri, biade, e grani per semine, come distintamente  si rileva dal detto bilancio (E)

Ma io non debbo qui tralasciare di far presente V. S. Ill. ma, che dopo l’esito infelice di tal Colonia non mi sembra giustizia che i Luoghi Pii rifacciano il Monte Frumentario delle somme somministrate. Le Procure da essi fatte non senza molta ripugnanza furono rilasciate per un rispetto dovuto a chi le richiedeva, né potevano costituirli debitori. Si diede loro la sicurezza, che niun danno ad essi sarebbe derivato, e che avrebbero veduta le loro terre ridotte a coltura; e ricavato de’ significanti vantaggi dai canoni, che dopo i dodici anni avrebbero pagato i nuovi Coloni, canoni, ch’erano approvati dai Reali ordini, ed espressi nelle grazie accordate alla Colonia.

Se una tale operazione riusciva felice, e l’immenso agro Brindisino avrebbe acquistato un nuovo aspetto colla coltura, pure richiedeva la giustizia, che i Luoghi Pii contribuissero a proporzione de’ vantaggi ricevuti, ed il resto si supplisse dagli altri possessori Laici di terre macchiose perché indirettamente anch’essi ne percepivano il vantaggio. Ma qual giustizia vuole, che il peso della reintegrazione fosse rovesciato su de’ soli miserabili Luoghi Pii, che sono nella massima desolazione,  per le circostanze de’ tempi, e mancano del necessario sostentamento, specialmente i Monasteri delle Monache.

La Maestà del Re con somma clemenza ha fatto contribuire dalle rendite del Monte Frumentario immense somme per le bonificazioni del Porto di Brindisi: se si è cercato di ridurre a coltura il territorio macchioso di detta Città colle braccia de’ Greci, questa operazione sarebbe stata di sommo vantaggio non solo ai privati, ma ancora al bene pubblico, e non deve defraudarsi il piano de’ meritati elogi. Ma dopo che l’esito è stato infelice, non sarebbe gran fatto, che la Carità del Padrone unisse i dodicimila ducati alle tante migliaia spese per il Porto.

Ch’è quanto mi occorra partecipare a V. S. Ill. ma in esecuzione di quanto mi ha prescritto. Ed augurandomi l’onore di molti di Lei Venerati Comandi, con piena stima mi ecc…

Nota (C)

Il Re per  sua clemenza era inclinato apprestare a questi Greci i soccorsi opportuni per abilitarli alla coltura de’ terreni, che avrebbe prodotta la loro sussistenza, il vantaggio di questo pubblico, specialmente de’ luoghi pii, i quali possedevano immense tenute di territori macchiosi, e direlitti, da quali non ricavavano, che l’utile del pascolo. Fu quindi risoluto, che dal Monte frumentario si somministrasse la somma dei 12mila ducati a titolo di mutuo con l’obbligo de’ luoghi pii da doverseli restituire fra anni dodici insieme coll’interesse da stabilirsi, essendosi considerato, che fra questo tempo si sarebbe il debito estinto colla rendita, che li stessi luoghi pii avrebbero percepito da terreni medesimi, che si sarebbero ridotti a coltura. Tanto fu eseguito, e furono seguentemente formate le capitolazioni con que’ Deputati da V. S. Ill. ma, a cui da S. M. sen’era dato l’incarico, e fu formata una deputazione composta dall’ Arcivescovo di quel tempo Monsignor Rivellini, dal Barone D. Francesco Monticelli, D. Gio. Ripa, e del P. Bianchi conventuale, i quali tutti assunsero la direzione della Colonia insieme coll’ottimo Fantasia mandato in Brindisi col carattere di Governatore della Colonia Greca. Purgata la Contumacia cominciarono seguentemente i greci ad applicarsi alla Coltura de’ terreni loro assegnati; ma gente non melinata  alle fatiche, ed avversa a vivere colli soccorsi che se li somministravano col denaro del Monte frumentario, la impresero tanto lentamente, che niun  vantaggio mai ne hanno i luoghi più risentito. Fra tanto sopraggiunte le passate vicende parte de’ Greci medesimi si uni co’ Moscoviti, ed altri si unirono col Seguito del Cardinal Ruffo, ed hanno continuato poi a servire nel Reg. to de’ camisciotti, onde non è rimasto in questa Città, che il parroco della Chiesa Greca, a cui si corrispondono ducati  al mese a titolo di provigione pel suo sostentamento, e cinque o sei famiglie tra cui ora si forma la Colonia.

Nota (E) Rilevo V. S. Ill. ma dalla narrativa di questi fatti, che in tempo degli ordini dati da S. M. per la Somministrazione de’ mentovati ducati 12mila coll’obbligo de’ luoghi pii si ebbe in vista il vantaggio, che se li aspettava del considerevole mutamento della loro rendita colla coltura de’ loro terreni macchiosi, la quale li avrebbe somministrato il modo di pagare. Vantaggio, che non hanno essi in alcun modo sperimentato.

A questa speranza, ch’è svanita si sono aggiunti i danni gravissimi sofferti dalli stessi luoghi pii nelle passate vicende, e le contribuzioni a cui sono stati obbligati in tempo della dimora già fatta in questa Città  da Francesi, e che ora tutta via sussiste, in maniera che se le rendite mie particolari, e della Mensa sono già ridotte quasi a niente, molto più quelle dei luoghi pii, che posso in coscienza avertarle, che giungono appena a provvedere alla loro miserabile sussistenza.

Non mi resta perciò, che implorare a favor loro la clemenza Reale che V. S. Ill. ma di presenza potrà sempre meglio cuitare, affinche’ la M. S. la quale tante luminose prove ha dato, e che segue a dare di sua graziosa beneficenza, e generosità, si compiaccia usarla pure a favore di questi luoghi pii per abilitarli a sussistere

Doc. 6. Da Tommaso Rascaccio  a mons. Annibale De Leo, arcivescovo di Brindisi. Napoli, 21 luglio 1804

Mi si è passato il borro della vostra relazione per il debito de’ Luoghi pii, per esaminarla ed informarne il Sig. Marchese Sopraintendente. Le vostre carte mi sono servite sempre per modello di pensare, e per testo di lingua, ma questa volta, bisogna credere che datosene da voi l’incarico, non abbiate poi riveduto e corretto questo borro rimesso. Io soffro mille mali da più tempo, e soprattutto non mi regge la testa. Alla meglio che ho potuto, ho fatto diverse postille, cassazioni e chiamate, che qui annesse vi rimetto anche un foglio separato, sottomettendo tutto alla vostra saviezza, nel formare l’originale. A’ me pare che evitata l’agredine in certo modo ragionevole, abbia a’ formarsi una Omilia Episcopale che allontani ogni idea di comodo de’ Luoghi pii, e faccia riconoscere lo stato in cui sono ridotti. Anche il bilancio degli esiti a’ me sembra confusissimo, e male scritto ancora. Crederei che dovrebbe formarsi, dicendosi: tanto per noleggi tanto per sovvenzioni tanto per provviste tanto per bovi tanto per istromenti rurali tanto per semenza ecc…

Io non mi ricordo se nel darsi i terreni a’ i Greci si riceve’ il di loro obbligo per il canone dopo tanti anni. Per convalidare che i Luoghi pii nessun utile abbiano ricavato, dipenderà dal vostro arbitrio, se anche di questo vi piaccia farmi carico nella relazione.

Debbo finalmente dirvi che un simile affare, conviene trattarlo con infinita ponderazione e non alla rinfusa; ed a’ voi non manca la ragione da poterne considerare il perché.

Consentitemi la ultima buona grazia, e credetemi costantemente.

Doc. 7. Da mons. Annibale De Leo, arcivescovo di Brindisi al sig. marchese Nicola Vivenzio.

Si è compiaciuta V. S. Ill. ma con Sua Veneratissima Carta de’ 26 p.p. Giugno parteciparmi il Dispaccio de’ 23 dello stesso mese, col quale S. M. per la Reale Segreteria di Stato, ed azienda, ha comandato ch’ella prenda conto dell’uso individuale della somma de’ ducati dodici mila, che con Real Dispaccio de’ 30 Novembre 1793 pagò il Monte Frumentario per sovvenimento della Colonia Greca, che veniva a stabilirsi in questa Città con l’obbligo di questi Luoghi Pii della restituzione di tal somme pel corso di anni dodici, e del pagamento dell’interesse, e riferisca tutto l’occorrente alla M. S. per quindi manifestarsi le ulteriori Regali Risoluzioni. Per tal effetto mi ha comandato di prender l’ordinato conto dell’uso individuale dell’enunziata somma qui’ rimessa con formarne un’esito e Regolare notamento, e riferirle poi l’occorrente. In esecuzione di tal Venerato Comando mi fo un dovere di farle presente, che nel 1793 si portarono in cotesta Capitale alcuni Deputati Greci venuti dal Peloponneso, e da Montenegro, che domandarono il permesso di stabilire in Brindisi una Colonia. Questa esibizione fu accettata, ma per la effettuazione fu considerato bisognarci molta spesa, dovendosi pagare i noleggi de’ bastimenti, che conducano le famiglie, e bisognando mantenere gl’individui tutti nel tempo delle contumacie, e prestar loro de’ soccorsi, sinchè non avessero cominciato a percepire il frutto dei loro sudori.

Il Re per sua clemenza era inclinato a prestare a questi Greci i soccorsi opportuni per abilitarli alla coltura de’ terreni, che avrebbe prodotto la loro sussistenza e il vantaggio di questo pubblico, ma riflettendosi che i Luoghi Pii di questa Città possedevano immense tenute di territori maccheosi, e derelitti, da’ quali non ricavavano che l’utile del pascolo, fu risoluto, che dal Monte Frumentario si somministrasse la somma di ducati dodici mila a titolo di mutuo coll’obbligo de’ Luoghi Pii da doverseli restituire fra anni dodici insieme coll’interesse da stabilirsi, essendosi considerato, che in questo tempo si poteva il debito estinguere con la rendita, che gli stessi Luoghi Pii avrebbero potuto percepire dai terreni medesimi. Tanto fu eseguito e furono seguentemente formate le Capitolazioni […] Deputati Greci coi quali si convenne che i territori dei Luoghi Pii dopo che sarebbero stati ridotti a coltura dovessero contribuire a detti Luoghi Pii i canoni corrispondenti fu in oltre formata da V. S. Ill. ma cui da S. M. mi era stato dato l’incarico una Deputazione composta dall’Arcivescovo di quel tempo Mons. Rivellini, dal Barone D. Francesco Monticelli, di D. Giovanni Ripa, e del P. Bianchi Conventuale i quali tutti assunsero la direzione della Colonia insieme coll’ottimo Fantasia mandato in Brindisi col carattere di Governatore della Colonia medesima.

Purgata la contumacia, cominciarono seguentemente i Greci ad applicarsi alla coltura dei terreni Loro assegnati; ma gente non inclinata alle fatiche, ed avversa a vivere colli soccorsi, che se li somministravano col danaro del Monte Frumentario, la impresero tanto lentamente, che niun vantaggio mai ne hanno i Luoghi Pii risentito niun territorio smacchiato e coltivato e niun canone pagato.  Frattanto sopraggiunte le passate vicende, parte de’ Greci medesimi si unì co’ Moscoviti, ed altri si unirono col seguito del Cardinal Ruffo, ed hanno continuato poi a servire nel Reggimento de’ Camisciotti, onde non è rimasto in questa Città che il Parroco di detta Chiesa Greca, a cui si corrispondono ducati 21al mese a titolo di provvisione per suo sostentamento, e cinque o sei famiglie, di cui ora si forma la Colonia.

Questa è la Storia dell’infelice Colonia Greca, che io ho creduto di doverle sinceramente esporre. Ora per eseguire il comando di S.M., a l’incarico datomi da V. S. Ill. ma di prender conto dell’uso individuale fatti de’ ducati dodicimila, debbo farle noto, che non ho stentato poco per poterne venire in cognizione, ritrovandosi morti tutti gli incaricati, e superstite il solo D. Giovanni Ripa, il quale mi ha risposto, che essendosi egli dimesso dalla Deputazione, niuna carta si ritrovava presso di Lui. Ma finalmente dopo tante indagini ho ritrovato il bilancio presso del Notaio Michele D’Ippolito, in mano di cui erano stati passati dal defunto Cassiere Domenico Balsamo tutti i mandati de’ Deputati onde mi do’ l’onore di umiliare a V. S. Ill. ma il borro del  detto Bilancio, dal quale si viene in cognizione, che il danaro del Monte Frumentario si è erogato nelle spese de’ noleggi, delle contumacie, delle Riattazioni de’ Lazzaretti, ne Sussidi dati a’ Greci per il loro mantenimento di molti mesi, in molte spese, che si fecero per la loro Chiesa, e finalmente nelle compre delle zappe, aratri, ed altri Istrumenti Rurali, come ancora di Bovi, Carri, biade, e grani per semine, come distintamente si rileva dal Detto Bilancio.

Rileva V. S. Ill. ma dalla narrazione di questi fatti, che in tempo degli ordini dati da  S. M. per la somministrazione de’ mentovati ducati 12mila coll’obbligo de’ Luoghi Pii, si ebbe in veduta il vantaggio, che se li oggettava del considerevole avanzamento della loro rendita colla coltura de’ loro terreni macchiosi, la quale loro avrebbe somministrato il modo di pagare, vantaggio che, non hanno essi in alcun modo sperimentato.

A questa speranza, ch’è svanita, si sono aggiunti i danni gravissimi sofferti dagli stessi Luoghi Pii nelle passate vicende, e le contribuzioni, a cui sono stati obbligati in tempo della dimora già fatta in questa Città da Francesi, e che ora tutta via sussiste, in maniera che se le rendite mie particolari, e dalla Mensa sono già ridotte quasi a niente, molto più lo sono quelle de’ Luoghi Pii, che posso in coscienza accertarle, che per provvedere alla loro miserabile sussistenza van facendo giornalmente de’ debiti.

Non mi resta perciò che’ implorare a favore Loro la Clemenza Reale, che V. S. Ill. ma di presenza potrà sempre meglio eccitare affinchè la M. S., la quale tante luminose prove ha dato e che segue a dare di Sua graziosa beneficenza, e generosità, si compiaccia pure usarla a favore di questi Luoghi Pii per abilitarli a sussistere: ch’è quanto ho creduto di dover partecipare a V. S. Ill. ma in esecuzione di quanto si è compiaciuta prescrivermi ed augurandomi.

In  allegato

Bilancio dell’esito fattosi per la Colonia Greca in questa città di Brindisi colli docati undici mila, e cento rimessi da Napoli al Sig. Barone D. Francescantonio Monticelli:

Acconcj de’ Lazzarettii41.22.2
Noli772
Cibari durante la contumacia564.40
 1377.62.2
  
Detti in prattica una colli soccorsi dalli 9 Decembre 1793 a tutti li 8 febraro 1794950.90
Dalli 9 detto tutto li  18 detto Febraro189.50
Dalli 19 a tutto li 28 detto180.70
Dal primo a tutto li 10 Marzo181.80
Dalli 11 a tutto li 20 detto179
Dalli 20  a tutto li 31 detto179
Dal I a tutto li 10.aprile179
Dalli 11. a tutto li 30 detto352.40
Più altri17.60
Dal I  Maggio a tutto li 20 detto370
Dalli 21detto a tutto li 10 Giugno372.80
Dalli 11 a tutto li 30 detto Giugno372.80
Più24
Dal I a tutto li 20 Luglio361.60
Dalli 21 detto a tutto li 5 Agosto176.20
Dalli 8 detto a tutto li 17 Agosto168.30
a 20. d. Agosto161.10
Settembre con tre recivi467
a 4. Ottobre14.70
4898.40
A 30 Marzo soccorso a due individui15
a 21 Giugno ad altro individuo13
a 30 detto ad altro70
a 1 Luglio. ad altro52
a 2 detto ad altro6
a 3 detto ad altro60
a 25 Agosto.ad altro101
A 10 Marzo per  prezzo di un telaro5.50
a 10. Agosto per altro telaro2
a 15 Ottobre a Sacerdoti36
a 26 Novembre 1794 a Medici12
a 9. Dicembre al Sacerdote Papa Nicola6
Più allo stesso a 13. Febraro22
A 10 Novembre a due altri20  
A 15 ottobre divisione generale con istrumento1136
 6454.90
Riporto1377.62
Totale7832: 52
Gratificazione al Sig. D. Panagiota  dalli 21 Dicembre 1793 a ducati trenta  il mese300
Più per conto di detta gratificazione per Novembre e Dicembre 179440
Più per gli utensilj  casa100
Più per pagar li debiti di due deputati all’altro che passi ad esito d’inconvenienti180
620
Paghe al fu interprete di Molizza per sette mesi  a tutto maggio 1794 a ragione di ducati 20 il mese140
Più alla vedova moglie per sovvenzione50
Ritiro per il denaro dal Procaccio36 : 30
Staffetta  per Napoli, e corriere  in Lecce per l’insulti ricevuti li Greci nella fiera di Mesagne16.20
Medici, e Medicamenti34.65.9
Totale8729: 67: 11
Per la Chiesa di S. Giorgio, ed altra incominciata dell’Assunta.   
Per legnami, chiodi, feri, calce, e magistero42.20
Affitto di galesse, e cibarj al  Parroco fatto venire da Lecce .Cera, incenso, olio e prezzo di varj vasi sagri72.63
Per migliorie per il giardino di detta Chiesa5.10
Scatola con utensili venuti da Napoli1.05
Riporto120,98
Formazione del Sepolcro1.72
Cera ed incenso, e viaggi di barca per le funzioni della Settimana Santa11.75.6
Tela per le tovaglie dell’altare3
Altri cibarj ed affitto di galesse al Parroco, ed in conto delle Pitture30.30
Cera incenso, ed olio3
Libri venuti da Venezia120
Altra cera, incenso, ed olio3
Prezzo di dodici Lampadi13.20
Più olio, e cera4.50
Più cera, ed incenso1.32
Più cera, incenso, ed olio nella Chiesa di S. Giorgio10.02
Magistero, e legnami per la chiesa dell’Assunta58.99         
Riporto381.78.6
Riporto9111: 46: 5
Riporto9111: 46: 5
Coltivi, semenza, strumenti,  animali, ed altro attinenti all’agricoltura 
Prezzo di 46 Zappe, 78 Sarchiolle e venti Vomeri  140.20  
Acconci di zappe prese ad imprestito1.55
Prezzo di altra zappa, Sarchiolla, e vomero2.93
Prezzo di 20  vomeri30.79
 175.47
Per affitto, o siano giornate di parecchi per arare13.85
Simile85.20
Simile con semenze di statotiche64.98.9
Giornate di periti mandati in giro del territorio1
Più3.49.6
Più3.14.10
Più\4
Trasporto di Finete2
Giornate d’agrimensore30.80
Affitto di cavalcature per i deputati90
Prezzo di 7 para di Bovi, di due Somarre comprese le spese per i Periti659
Più per altra somarra16
Prezzo del capannone fatto a San Giorgio87
Terre cedute da Padri Teresiani26.48.6
Riporto1173.33.7
Prezzo d’una Carretta, Fune, giochi d’Aratri, Racana, Mangiatoje di Carparo, Sporti, Rovagni, Imbasti, pelli, ed altre  giornate di Agrimensore, e varj strumenti di ferro104.90
Margiali, altri strumenti di ferro, altri sporti, letame, e rifusa sul cambio di un parecchio54.37
Prezzo di fave, e semenza di lino per uso di semenza21.50
Prezzo di  tomola 80.4 grano di semenza246
Paglia per i Bovi73:40
Prezzo di avena tomola 161 per Semina, e mangia di detti bovi151.60
Riporto1825.10.7
Affitti di case in conto34:43
Al Notare e Scritturale in conto60
A P. Erasmo per le spese di viaggio12
Nolo, e Soccorso all’albanese Antonio Carta57

Doc. 8. Da Ministero Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici al Vicario Capitolare di Brindisi. Napoli, 20 luglio 1825

Sig. Vicario, il Consigliere Ministro di Stato Ministro Segretario di Stato delle finanze mi ha fatto conoscere, che in aprile 1822 fu previa Sovrana approvazione venduta per mezzo della Cassa di  Ammortizzazione una Chiesa diruta sita in Brindisi di pertinenza di quella Colonia Greca, e dal compratore D. Oronzio Catanzaro ne fu versato il corrispondente prezzo in un’annua rendita di ducati ventidue iscritta sul G. Libro, che alla stessa Colonia Greca fu intestata che posteriormente essendosi per parte de’ Greci di Corfù e di Levante, domiciliati in Brindisi, chiesto in rimpiazzo la Chiesa di S. Giovanni Gerosolimitano per esercitarvi le sagre funzioni in rito Greco, al Consiglio Generale degli Ospizzi della provincia di Terra d’Otranto abbia manifestato al Ministro degli Affari Interni possedersi detta Chiesa dal Balì Caracciolo, e potersi aderire alla dimanda de Greci; e la Cassa di Ammortizzazione e del Demanio pubblico abbia riscontrato esso Sig. Consigliere Ministro, non incontrare dal di lei conto ostacolo alla dimandata concessione come però detta Chiesa appartiene alla suddivisata Commenda, di cui titolare è il Balì Caracciolo di S. Eramo, così la stessa Cassa ha opinato che dagli annui ducati ventidue di rendita iscritta ritratti come sopra dalla vendita dell’altra Chiesa alienata al Sig. Catanzaro debba dedursene tanta quantità di rendita che corrisponda a quella che attualmente lo stesso Balì percepisce dalla Chiesa dimandata in concessione, che si fa supporre trovarsi affittata per magazzino di legna; trasferendosi detta quota di rendita alla Commenda di S. Giovanni Gerosolimitano per esigersi dal Balì Caracciolo attuale amministratore, ed usufruttuario della medesima, vita sua durante. Lo partecipo a lei, Sig. vicario perché dica quanto occorrerle sull’assunto.

Doc. 9. Da Vicario Capitolare di Brindisi a Ministero Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici. Brindisi, 31 luglio 1825

Con ministeriale de’28 dello spirante mese n. 1298. L’E.V. mi fa conoscere la richiesta de’ Greci di Corfù, a Levante quivi domiciliati, per ottenere la Chiesa di S. Giovanni  Gerosolimitano in luogo di quella di S. Antonio abbate già alienata con sovrana approvazione al compratore signor Catanzaro, e il progetto, come combinava gl’interessi del Commendatore Caracciolo di S. Eramo, amministratore, e usufruttario, vita sua durante, di detta Chiesa di S. Giovanni; e nel medesimo tempo mi comanda a dirle quanto sopra occorreva sull’assunto. Di riscontro le umilio non esservi difficoltà alcuna nella rinnovazione della Chiesa Greca in questa città di modo spirituale de’ suddetti Greci, che anzi trovo assai decoroso, che questo Locale, il quale oggi serve per magazzino di legna, già riaperto all’E. V. si è che i Sacerdoti di quella nazione fussero non scismatici, ma sebbene Cattolici come lo furono negli anni trasandati, quando funzionavano qui nella Chiesa, che oggi trovasi alienata.

Doc. 10. Da  Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesistici al sig. Vicario Capitolare di Brindisi. Napoli 20 agosto 1825

Mi farà Ella conoscere in qual’ epoca fu conceduta a codesta Colonia Greca la Chiesa di S. Antonio Abate, di cui ha parlato ne’ riscontri datimi con rapporto del dì 31 luglio ultimo; se la medesima avea statuti roborati  di Regio assenso; e nel caso affermativo me ne rimetterà copia.

Per Consigliere Ministro di Stato Ministro Segretario di Stato degli Affari Ecclesiastici impedito il Direttore Antonio Franco.

Doc. 11. Dal Vicario Capitolare Giuseppe arciprete Chimienti a S.E. il Segretario di Stato Ministro degli Affari Ecclesiastici di Napoli. Brindisi 15 Settembre1825.

Eccellenza, Colla sua Veneratissima Ministeriale de’ 20 del p.p. Mese n. 1567. mi ha comandato L’E.V. farle conoscere l’epoca in cui fu conceduta a questa Colonia Greca la Chiesa di S. Antonio Abate, e se la medesima avesse statuti  roborati  di Regio Assenso.

In adempimento di tali ordini ho interrogato vari Greci qui esistenti, e niuno me ne ha saputo dare la conoscenza. Ed avendomi i medesimi assicurato, che il Loro Sacerdote Greco residente in Lecce poteva somministrarmene i lumi, come conservatore delle carte relative a tale oggetto non ho mancato diriggermi  allo stesso, ma invano sono stato ad aspettarmi di lui riscontro, poiché si è trovato partito per Corfù per disimpegno di suoi particolari affari. Ciò forma il mio dispiacere di non potere rassegnare per ora analogo riscontro su quanto L’E.V. si è servita comandarmi. Ad ogni modo per ciò, che riguarda a l’epoca  soltanto, in cui fu conceduta la su riferita  Chiesa  giusta la comune conoscenza di questi Cittadini, posso assicurare L’E.V. avere stata quasi contemporanea alla venuta di essa Colonia Greca in questa Città, che avvenne nell’ottobre dell’anno 1793.

Doc. 12. Dal Vicario Capitolare di Brindisi al Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici. Brindisi 18 settembre 1825

Colla sua veneratissima Ministeriale de 20 di prossimo passato mese n° 1567 mi ha comandato l’E. V. farle conoscere l’epoca, in cui fu conceduta a questa Colonia Greca la Chiesa di S. Antonio Abbate, come pure,  se la medesima avesse statuti roborati  di regio assenso.

Per adempimento di tali ordini ho interrogato vari Greci qui esistenti, e niuno me ne ha saputo dare la conoscenza. Ed avendomi i medesimi assicurato, che il loro  Sacerdote residente in Lecce poteva somministrarmene i lumi, come conservatore della Carta relativa a tale oggetto, non ho mancato diriggermi allo stesso. In vano sono stato ad aspettarmi di lui riscontro. Essendo stato finalmente accertato, che esso Sacerdote trovasi attualmente in Corfù per disimpegno di suoi particolari affari, mi vedo nel dispiacere di non poter rassegnare per ora all’E. V. analogo riscontro.

In quanto all’epoca però, in cui le fu conceduta la su nominata chiesa, per conoscenza comune di questi  cittadini, posso assicurare l’E. V. essere stata quasi contemporanea alla venuta della colonia Greca in questa Città, che avvenne nell’ottobre del 1793.  

Doc. 13. Da Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici al sig. Vicario Capitolare di Brindisi. Napoli 26 ottobre 1825

Essendo pervenuto in questo Ministero il di lei rapporto del dì 15 settembre ultimo, cui mi ha riscontrato sulla chiesa di S. Antonio Abate data a codesta colonia Greca, attendo gli schiarimenti, che sull’assunto  le dimandai sotto il dì 20 dello scorso agosto, tosto che le varrà riuscito di averli.

Doc. 14. Dal Vicario Capitolare Giuseppe arciprete Chimienti al  Segretario di Stato Ministro degli Affari Ecclesiastici di Napoli. Brindisi 1 dicembre 1825

Eccellenza, per eseguire i veneratissimi Ordini dell’E. V. replicarmi con Ministeriale de’26 ottobre ultimo n. 2070. in continuazione di altra Sua veneratissima di’ 20 agosto, colla quale mi comanda darle di’ schiarimenti per la Chiesa di S. Antonio Abate di qui, conceduta alla colonia Greca, mi dì l’onore di umiliare all’E. V. l’originale lettera di un Nazionale Greco, che trovasi in Lecce, a cui io mi sono diretto, per mancanza del di loro Sacerdote, che tuttavia è fuori, trovandosi come mi si dice in Venezia.                             

Allegato

Copia da Costantino Dima con annotazione:  L’originale della presente copia si è mandata al Ministro a I dicembre 1825. Lecce 21 novembre 1825

Reverendissimo Signore

Con suo venerato foglio de’ 19 spirante diretto al Parroco della Greca chiesa in questa città, od a chi lo rappresenta, ebbe la bontà partecipare le Ministeriali disposizioni relative alla conoscenza desiderata de’ titoli che possano constatare il possesso e  concessione della chiesa di S. Antonio Abbate, per uso del rito Orientale; cercando dippiù, se  la medesima aveva de’ statuti roborati  da Regio assenso. Per quanto ho caro  l’adempimento de’ di lei ordini, trovomi altrettanto quasi impossibilitato a compiacerla; tanto più, che il Parroco di questa nostra chiesa trovasi assente; né persona che lo rappresenti ha qui lasciata. Accetti  Ella intanto le dilucidazioni, che qual Nazionale Greco, da lunghi anni dimorante in Regno, ne possa conoscere.

Circa l’anno 1792 la felice memoria di Ferdinando Primo [allora quarto] seguendo le sempre benefiche disposizioni del suo cuore, concesse asilo in Brindisi a molti infelici Greci, che emigrarono dalla sferza degl’infedeli dominatori della di loro Patria. Concesse la fu Maestà Sua molti privilegi a quelli stranieri, e fra gli altri, quello di poter esercitare liberamente il Nazionale Culto verso la divinità giusto l’Ortodosso Rito; ed all’oggetto assegnò loro la Chiesa di S. Antonio Abate; come dispose che, l’allora Cappellano D. Nicola Ihioca venisse salariato dal Pubblico Erario, con pensione mensile di circa ducati dieciotto, che percepì finchè le passate emergenze dell’Occupazione Militare nella loro incipienza indussero la Maestà Prelodata di Ferdinando primo a conservarsi alla fedeltà de’ suoi sudditi con appartarsi  dalla Capitale. In tale emergenza una massima parte de’ rifuggiti Greci, mancando loro l’alta sovrana protezione si dipartirono da Brindisi; come fece il di loro suddetto Sacerdote portandosi in Messina, dove tutt’ora rattrovasi. Quei Greci poi che restarono, perché trovavansi di avere stabilmento di Negozio, ed altro venivano assistiti dal Parroco di Lecce negli atti Religiosi, trasferendosi a funzionare in quella Chiesa. A questa attaccava l’abitazione di un tal Catanzaro naturale di Brindisi. Profittando costui dell’apparente inutilità della casa di Dio, ch’egli asserì diruta , ed inservibile; chiese ed ottenne la concessione di quel Sacro Locale, ch’egli destinò a usi profani collo scandalo di tutti i cuori religiosi. La ruina asserita dal Catanzaro, era tutta effimera, perché da greci colà esistenti eransi spesi sopra ducati trecento per rinnovarne il tetto, e ciò non ha guari. Ottenne la Chiesa per poche centinaia, la ridusse a vili usi; ed i Greci stabiliti in Brindisi non possono esercitare la di loro Religione Cristiana secondo il loro rito; né il Parroco di Lecce può sperare di trovare il locale atto alle sue Sacre funzioni, cosa che prima non li mancava, quante volte colà portavasi nella ricorrenza delle festività, ed altri religiosi atti, come Matrimoni; Sacramenti finali e Temporali. In quanto al titolo di concessione e sovranno  assenso non si può conchiudere per la momentanea assenza di questo Parroco; ma sua Eccellenza il Ministro Segretario di Stato, e degli Affari Ecclesiastici, potrà sincerarsi dell’assenso Regio dall’esistenza della pensione, che accordò al Parroco, che godè per molti anni, e che come si è detto esiste in Messina, e potrà all’uopo somministrar de’ lumi meno equivoci.

Doc. 15. Da Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici  a mons. Pietro Consiglio, arcivescovo di Brindisi e amministratore della Chiesa Vescovile di Ostuni. Napoli, 8 luglio 1826

Illustrissimo e Reverendissimo Signore,

sotto il di’ 28 giugno p.p. anno il Consigliere Ministro di Stato Ministro  Segretario di Stato delle Finanze mi manifestò, che in aprile 1822 fu, previa Sovrana approvazione, venduta per mezzo della Cassa di Ammortizzazione una Chiesa diruta in Brindisi di pertinenza di quella Colonia Greca, e dal compratore D. Oronzio Catanzaro ne fu versato il corrispondente prezzo in un annua rendita di ducati ventidue iscritta sul G. Libro, che fu intestata alla Colonia anzi detta: che posteriormente per parte de’ Greci di Corfù e di Levante domiciliati in Brindisi furono presentati nel Ministero delle Finanze, ed in quello degli Affari Interni vari ricorsi contenenti prima i reclami avverso detta alienazione, ed indi la dimanda di darsi in rimpiazzo per l’esercizio delle Sacre funzioni in rito Greco un’altra Chiesa, che fu designata sotto il titolo di S. Giovanni Gerosolimitano: che il Consiglio Generale degli Ospizi di Terra d’Otranto nel rassegnare al Ministro degli Affari Interni una memoria de’ Greci medesimi avea fatto rilevare essere detta Chiesa posseduta dal Balì Caracciolo, ed avea proposto potersi aderire alla dimanda de’ Greci di ottenerla in concessione: che il Direttore della Cassa di Ammortizzazione, e del Demanio pubblico, da esso Sig. Ministro delle Finanze interrogato, avea fatto presente di non incontrare dal canto suo ostacolo alla dimandata concessione; appartenendo però detta Chiesa alla Commenda di S. Giovanni Gerosolimitano, di cui titolare è il Balì Caracciolo di S. Eramo, lo stesso Direttore avea proposto inversi dagli annui ducati 22 di vendita iscritta sul G. Libro, ritratti dalla vendita dell’altra Chiesa fatta come sopra al Sig. Catanzaro dedurre tanta quantità, che corrisponde alla rendita, che lo stesso Balì annualmente percepisce dalla Chiesa dimandata in concessione, che si fa supporre trovarsi affittata per uso di magazzino di legna: quota di rendita, che verrebbe trasferita alla Commenda suddetta per esigersi sul G. Libro dal Balì Caracciolo attuale amministratore ed usufruttuario della medesima, vita sua durante. E su di ciò conchiuse il lodato Sig. Ministro delle Finanze dimandando il mio avviso.

Sotto il di’ 20 luglio detto p.p. anno ne diedi comunicazione all’allora Vicario Capitolo di Brindisi, perché mi manifestasse l’occorrente. Ed ai riscontri dal medesimo datimi con rapporto del di’ 31 luglio 1825 risposi sotto il di’ 20 agosto detto anno di farmi conoscere in qual epoca era stata conceduta a detta Colonia Greca, la Chiesa di S. Antonio Abate, se avesse la medesima statuti roborati di Regio Assenso; e rimettermene nel caso affermativo la copia. La[risposta] del Vicario con  rapporto del di’ 15 settembre 1825 contenne assicurazioni soltanto dell’epoca della concessione,  e promessa  di dilucidazioni sulla seconda parte de’ quesito; per cui sotto il di’ 26 ottobre gli rescrissi di esser io in attenzione degli schiarimenti suddetti tosto che gli riuscirebbe di averli. In fine con rapporto del di’ 1 dicembre 1825 mi fece egli pervenire la lettera in proposito da lui avuta da un Nazionale Greco che trovasi in Lecce.

Nel partecipare ora tutto ciò a V. S. Ill. sima e Rev. ma io le acchiudo i divisati rapporti del Vicario, ed annessavi lettera, perché prendendo tutto in esame mi faccia conoscere il suo avviso, dopo aver acquistato quei lumi, che giudicherà opportuni.

Doc. 16. Da Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici a mons. Pietro Consiglio, arcivescovo di Brindisi. Napoli, 5 Marzo 1830

In data del di 8 luglio 1826 feci noto a V. S. Ill. ma R. ma quanto era occorso nell’alienazione della diruta chiesa di S. Antonio Abate conceduta alla Colonia Greca una volta stabilita in Brindisi, ed indi, a quel che si dice, disciolta: le manifestai pure i rischiaramenti dati sull’assunto dall’ultimo Vicario Capitolare di cotesta diocesi, relativamente all’epoca della detta concessione, ed esistenza di statuti muniti o no di Regio assenso; e nel tempo stesso commisi a lei di prendere tutto in esame, e di farmi conoscere il suo avviso.

Non ostante siano  scorsi più anni non mi ha ella fatto pervenire ancora il suo riscontro: ed è perciò che le ingiungo di adempirvi senza ulteriore indugio.

Doc. 17.  Da Demetrio Bogdano, parroco di San Nicola dei Greci in Lecce a mons. Nicola Caputo, vescovo di Lecce. Lecce, 17 marzo 1830

Con suo venerato foglio in data de 16 del corrente si è degnata V. E. Rev. ma ordinarmi per effetto di una ministeriale di S. E. il Ministro Segretario di Stato degli Affari Ecclesiastici diretta all’Arcivescovo di Brindisi datata a 5 andante ripartimento n. 303 che io colla maggior precisione, e speditezza dovessi farle conoscere quelle notizie, che sono relative all’epoca in cui la Chiesa di S. Antonio Abbate in Brindisi fu conceduta alla Colonia Greca per esercitarvi le Sagre Funzioni secondo il Rito Orientale; e Relative all’esistenza di statuti muniti, o no, di regio assenso, e nel caso affermativo, che fossi nel dovere di estrarne copia in carta semplice, acciò V. E. R.ma potesse tali notizie […] trasmetterle alla cognizione del sullodato Mons. Arcivescovo. Dal quale è stata uffiziata.

In pronto riscontro mi do l’onore di umilmente rassegnarle quanto è a mia memoria, e certa conoscenza per essere stato io in quel tempo un mezzo incaricato legalmente all’istallazione della Chiesa suddetta ove providi il necessario, conducente all’ottima esecuzione giusta la mente del sovrano.

Primo adunque. La colonia greca in quella città fu stabilita con reale decreto, e posta in esecuzione nell’anno 1794.

Di fatti il sig. marchese Vivenzio, ch’era da S. M. autorizzato prescelse capo ossia governatore di detta colonia il sig. d. Panagiota Coclamani Fantasia di chiarissimo nome. Quindi in forza di sovrani regolamenti si eresse una deputazione all’uopo per quanto abbisognasse per detta colonia. Che però arrivate le famiglie greche in Brindisi fu nominato capo de deputati l’arcivescovo di allora mons. Rivellini, e deputati l’arcidiacono D. Annibale De Leo (successore di Rivellini nell’arcivescovado), l’esprovinciale de’ minori conventuali P. M. Bonaventura Bianchi, il barone d. Franco Monticelli, ed il sindaco d. Giovanni Ripa.

Eretta questa rispettabile deputazione venne imantinenti dalla medesima ufficiato il vescovo di Lecce monsignor Spinelli, ed il preside della provincia sig. commendatore Marulli perché obbligato mi avessero di subito recarmi in Brindisi, ed interessarmi a disegnare, e costruire la nuova chiesa per commodo spirituale, e religioso di detta colonia giusta il rito orientale a celebrarvisi le S. Funzioni, Amministrazione de’ SS: Sagramenti  e divina predicazione. Fu desso il momento, che io ubbidientissimo alle autorità superiori non curando disaggio, e dispendio, nella povertà del mio spirito, e nella limitazione del mio pastorale ufficio pronto mi condussi in Brindisi, e diedi tosto principio all’opera salutare, con disegnar la forma del santuario dentro l’assegnatami cappella sotto il titolo di San Leonardo, qual santuario restò nel fabbrico, pitture, e sacro mobilio eseguito, e perfezionato, benedetto, e reso di fatto al pio esercizio delle sagre funzioni a norma del rituale greco.

In seguito dopo scorsi mesi comecché detto sito di cappella riusciva molto incommodo all’intervento, e frequenza di quell’anime alle sagre funzioni, perché sita detta chiesa in campagna circa un miglio lontana dalla città, così la deputazione con religiosa premura dispose, che in vece di quella fuori dell’abitato, si accordasse alla colonia altra chiesa dentro l’abitato, e nel cuore della città, sotto il titolo di S. Antonio Abbate, attaccata, come oggi si vede, al palazzo del signor d. Oronzo Catanzaro. Quale nuova cappella colla mia indefessa cura, assistenza, e diuturno travaglio fu elevata subito a chiesa di rito greco, ove già si esercitarono subito gli atti di religione, e dell’altare sagro santo di  G. C. Nel corso poi de’ successivi anni fu mantenuta, e ristaurata a proprie spese ne finestroni, ne tetti, e riparazioni di oggetti di culto; proseguendo io a tal cura spirituale, e temporale fino al termine, che non si sa come, e per quale intrigo dal governo fu venduta al suddetto sig. Catanzaro, che vi attaccava, come sopra.

Forse quell’intrigo di vendita fu l’opera del tempo contraria alla religione; checché ne sia per maggior dilucidazione della cosa, ed in conferma di una verità notoria alla passata, ed attuale popolazione di Brindisi, non debbo omettere, come io munito allora, ed in tutto il tempo della colonia, anche la medesima sciolta, di facoltà spirituali dall’arcivescovo Rivellini, e successori pro tempore di quella metropolitana chiesa sempre, e per tutti gli anni ho travagliato, come tuttora travaglio quando occorre, e son chiamato, e ben lo sa V. E. R. che spesso mi ha dato la sua benedizione al bene di quell’anime per quante n’esistano al presente, alla di loro eterna salute, come un di loro da principio destinato parroco, ben potrà V. E. R. rilevarlo dalle copie che le annetto di quelle carte originali, che presso di me conservo, cosicché ho corso, e corro da Lecce in Brindisi a mie spese nei bisogni loro spirituali per la gloria del Signore, e malgrado la penuria de’ tempi, e la congrua, che manca a questa mia Chiesa parrocchiale.

In secondo luogo passo ad assicurarla che in quella chiesa greca di Brindisi non mai ebbero esistenza, e luogo statuti particolari, ed in conseguenza regio assenso. Non era quella chiesa capitolare, bensì istallata da principio con un solo sacerdote parroco che funzionava senza numero di altri sacerdoti, e col solo rituale, e statuti conciliari del sacerdozio. Ch’è quanto

Il parroco di S. Nicolò de Greci in Lecce Demetrio Bogdano

Doc. 18. Da  Amministrazione Diocesana a mons. Pietro Consiglio, arcivescovo di Brindisi. Lecce, 29 marzo 1830

Essendomi per effetto della Sua pregiatissima de 13 dell’andante, n. 76, rivolto al Parroco di questa Chiesa Greca per le analoghe notizie sull’epoca in cui fu conceduta alla Colonia Greca, la Chiesa di S. Antonio Abbate di costì, il Parroco suddetto con foglio de 17 del suddivisato mese, è venuto a manifestarmi, quanto V.S. Ill. e Rev.ma si compiacerà rilevare dall’annessa di Lui risposta, e da due Copie Legali di lettere che parimenti conpiego.

Intanto avendo l’anzidetto Parroco spiegato a voce che le notizie chieste da S. E. il Ministro degli Affari Ecclesiastici, tendono a pronunziare diffinitivamente sulla di Lui domanda, colla quale chiese di accollarsi alla di Lui Parrocchia in Lecce, la rendita del ritratto della testé citata Chiesa di S. Antonio Abbate, venduta dalla Corte a D. Oronzo Catanzaro, io mi permetto di pregare V. S.  Ill. ma e Rev. ma, a coadiuvare presto la prefata Eccellenza la sacra e giusta domanda del citato parroco, che riflette di aumentare le rendite della sua chiesa, che sono al maggior segno ristrette; per lo che mi assicura lo stesso che la consulta tenuta in Napoli all’oggetto, gli è stata favorevole.

Il presidente dell’amministrazione diocesana

Doc. 19. Da  Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici a mons. Pietro Consiglio, arcivescovo di Brindisi. Napoli 1 maggio 1830

In riscontro al di lei rapporto del di 27 marzo ultimo relativo alla Chiesa di S. Antonio Abate di Brindisi, manifesto a V. Signoria Illustrissima  e Reverendissima, che desidero conoscere da chi fu conceduta nel 1794 alla Colonia Greca stabilita in detto Comune, ora disciolta, la divisata Chiesa ridotta ad uso profano, ed indi alienata ad Oronzo Catanzaro; e se per tal concessione vi fu beneplacito Sovrano.

Doc. 20. Da Direzione de’ dazi diretti, demanio, dritti  e rami diversi della Provincia di Terra d’Otranto a mons. Giuseppe Rotondo, arcivescovo di Brindisi. Lecce, 28 aprile 1853

È stata proposta al Pubblico Demanio la alienazione di un locale diruto (antica cappella della Commenda di S. Gio: del   S.to Sepolcro), sito detto locale in codesta città nel vicoletto Santa Chiara.

Io mi rivolgo a Lei, Illustrissimo e Reverendissimo Signore, colla preghiera di riferirmi su tal proposta per quanto specialmente possa riguardare dritti della Chiesa.

Giacomo Carito


[1] S. Panareo, Preoccupazioni governative e spirito pubblico nel Salento in rapporto alla guerra d’indipendenza greca, in “Rinascenza Salentina”, 8 (1940), pp. 71-92, p. 72; per una visione d’insieme del movimento liberale nel brindisino vedi S. Panareo, Dalle carte di polizia dell’archivio provinciale di Lecce. I. Brindisi,  in “Rinascenza Salentina”, 5 (1937), n.2,  pp. 129-141.

[2] Panareo, Preoccupazioni, cit., p. 73.

[3] P. Palumbo, Risorgimento salentino (1799-1860), n. ed. con premessa, note ed indici a cura di Pier Fausto Palumbo, Lecce: Centro di Studi Salentini, 1988, p. 349.

[4] Palumbo,, cit., pp. 350-351.

[5] R. Moscati, La questione greca e il governo napoletano, in “Rassegna Storica del Risorgimento”, XX (1933), pgg. 21-49,pp.25-26: “ Uno studio sugli esuli meridionali nella penisola ellenica sa­rebbe veramente da tentarsi; non è il caso ch’io mi dilunghi qui sull’argomento. Dirò solo che dei napoletani in Grecia ve n’erano parecchi: i più pericolosi, anzi, i più accaniti contro ogni specie di sovranità, anche costituzionale notava da Àrgos un corrispon­dente segreto del Governo Siciliano erano, insieme col pie­montesi e coi lombardi, appunto i napoletani. Dopo la morte di Rossarol in Egina, capo riconosciuto degli esuli meridionali in Argos era il colonnello Vincenzo Pisa. Egli, che era già stato comandante della fortezza di Napoli di Romania, era stato nominato, proprio in quei giorni, generale delle truppe insorte, e destinato a comandare, in sostituzione del defunto generale Dentzel, l’armata di Rumelia. . Il Pisa ci assicura una nota informatrice di Alta Poli­zia godeva dì tutta la fiducia del governo Greco, e con la sua ottima condotta militare e buona amministrazione era riu­scito a procurarsi la stima di tutte le autorità locali . In attiva corrispondenza con Guglielmo Pepe, coi due Poerio, con Lorenzo De Conciliis , di cui attendeva di giorno in gior­no il ritorno in Grecia, egli si riprometteva di far rivoluzionare parte degli Abruzzi; proponeva, inoltre, di fare uno sbarco in Pu­glia e in Calabria con truppe irregolari greche, dette Pallicari, ot­time per le guerre di partito, come i Guerrilleros spagnoli”.

[6] Panareo, Preoccupazioni, cit., p. 76.

[7] Panareo, Preoccupazioni, cit., p. 77.

[8] Panareo, Preoccupazioni, cit., p. 82.

[9] Il 14 aprile 1825 il Sotto Intendente di Brindisi comunicò quanto segue:    Al Sig. Intendente della Provincia di Lecce. Sig. Intendente, riscontrando il suo pregevole foglio del 17 del passato febbraio, ho l’animo di assicurarla che le Congregazioni di Pii Stabilimenti dei Comuni di questo Distretto di cui mi faccio carico non si sono giammai allontanate dalle loro istituzioni. Io intanto non ho mancato di dare le disposizioni opportune perché le medesime fossero attentamente sorvegliate, acciò potessi darle conto di tutto, qualora alcuna di esse offrisse delle particolarità meritevoli ad interessare la Polizia. Io la prego di rimandare in tale assicurazione di riscontro il precitato foglio. Il Sotto Intendente L. De Mossa (Archivio di Stato, Lecce, Atti di Polizia, I Ministeriale, Busta 2, Controllo Congregazioni Pie, ecc., Fasc. 50 del 9.2.1825). Lo scampanio del 26 aprile 1826 in realtà era motivato da banali motivi economici legati al culto dei santi Medici;  vedi L.  Caruso, Terra d’Otranto 1825-1826: vigilanza della polizia borbonica su riunioni illecite in luoghi pii in “ Risorgimento e Mezzogiorno” Rassegna di Studi Storici, Istituto per la storia del Risorgimento, Comitato di Bari, 17 (2006),  Fascicolo: 1-2, pp. 107 – 122.

[10] Church, per incarico ricevuto nell’ottobre del 1817, aveva provveduto a reprimere il brigantaggio diffuso nell’area salentina. P. Colletta, Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, IV, Capolago: Tipografia elvetica, 1834, VIII, 3, 48, pp. 90-91:  “ De’ quali disordini più abbondava la provincia di Lecce, così che vi andò commissario del re coi poteri dell’alter ego il generale Church, nato inglese, passato agli stipendi napoletani per opere non lodevoli, quindi obliate per miglior fama. Il rigore di lui fu grande e giusto: centosessantatré di varie sette morirono per pena; e quindi spavento a’ settari, ardimento agli onesti, animo nei magistrati, resero a quella provincia la quiete pubblica. Ma senza pro per il regno perciocché i germi di libertà rigogliavano, animati dalla Carboneria”.

[11] Panareo, Preoccupazioni, cit., p. 86.

[12] Palumbo, cit., p. 379; G. Ceva Grimaldi, Itinerario da Napoli a Lecce, e nella provincia di Terra d’Otranto, nell’anno 1818, Napoli: nella tipografia di Porcelli, 1821 (Nuova edizione, a cura di Enzo Panareo, Cavallino di Lecce: Lorenzo Capone editore,  1981),  informa che il commercio in Brindisi era di fatto gestito da triestini e greci. Rileva, p. 174, che “ ora solo da Brindisi si mandano nelle isole Jonie e nell’Albania solidissime e vaste anfore di creta”; soggiunge, pp. 179-181: “Alla fatale epoca dei decreti di Berlino e di Londra, di gravissima danno fu la mancanza di navi nazionali: il porto di Gallipoli rimase deserto: Brindisi fece un poco di negoziato con Trieste. Ma chi il crederebbe? L’utile maggiore ne cadde in mano degli stranieri: alcuni mercanti Ragusei, e Montenegrini vennero a stabilirsi in Brindisi. La pace restituita e la protezione che il Governo concede al commercio lo richiama già a nuova vita: l’olio intanto ne forma la principal ricchezza. L’olio delle province di Bari e Lecce è richiesto principalmente dagli stranieri per uso di fabbriche di panni, di saponi e di pelli; giacché quello di Spagna e di Francia, eccellente pel vitto, non è così atto alle manifatture, per essere meno pingue del nostro, e perché  nei climi freddi più facilmente cade in rancidezza. Tre sono i caricatoi di questo genere nella provincia: Brindisi, Taranto e Gallipoli. Gli oli che si caricano in Brindisi, come negli altri porti dell’Adriatico, sono per 1’ordinario diretti a Trieste; donde vengono trasportati nell’interno della Germania. Questo commercio è maggiore quando per le guerre è impedita la navigazione per l’Oceano Atlantico; allora gli oli trasportati da Trieste passano nella parte più settentrionale dell’Allemagna e anche al di là. Il porto di Brindisi vien frequentato dai Veneziani e dai Greci delle isole Jonie. I Veneziani per lo più portano tavole d’ abete, ferri ed acciai, e caricano olj e vini per Trieste: i Greci vengono a comperare pelli ed utensili di creta, e portano quei piccioli e vivaci cavalli di Albania e di Epiro, che poi si spargono in tutt’ il regno”.  La presenza di mercanti greci e di rapporti con la Grecia spiega perché  l’Intendenza di Terra d’Otranto diramasse una circolare ai Regi Giudici, perché “durante l’incidenza della guerra con la Porta Ottomana, rapportassero settimanalmente sullo spirito pubblico”; oggetto di vigilanza speciale erano i porti di Brindisi e di Otranto, dove le navi francesi od inglesi si rifornivano di viveri (V. Zara, Memorie e documenti inediti. La Carboneria in Terra d’Otranto (1820-1830), in “Il Risorgimento Italiano” 6 (1913), n. 1, pp. 1-110, n.3, pp.  310-460, p. 404.

[13] T. Morelli, Cenni storici sulla venuta degli Albanesi nel regno delle Due Sicilie, in Id., Opuscoli storici e biografici di Tommaso Morelli, Napoli: Stab. Tipogr. del Cav. Gaetano Nobile, 1859, pp.4-30,  p. 13, indica erroneamente come data di stabilimento della colonia il 1774: “E la settima trasmigrazione finalmente successe sotto suo figlio Ferdinando IV nell’anno 1774. Ella ebbe per guida Panagioti Caclamani, altrimenti detto Fantasia. Questi si stabilì co’suoi coloni nella città di Brindisi che gli fu assegnata per domicilio , e dopo di essere stato ben guiderdonato, vi terminò i giorni; ed ecco la cagione della dispersione della colonia”.

[14] G. Monticelli – B. Marzolla, Difesa della città e del porto di Brindisi, II ed., Napoli: nel gabinetto bibliografico e tipografico, 1832,  pp. 24-25; non dissimilmente, G. Monticelli, Difesa della città e porti di Brindisi, Napoli: nel gabinetto bibliografico e tipografico, 1831, p.19 “Fece anche dìppiù quel buon Re. Credendo assicurata l’opera del porto, cercò di accrescere la popolazione di quella Città con chiamarvi a grandi spese numerosa Colonia di Greci, de’ quali pur giunse una parte in Brindisi , ma vi stette oziosa per pochi anni, e poi disparve. Così le ottime intenzioni di quel monarca restarono imperfette e deluse , non per dolo o mala fede , ma per gli esecutori non pratici delle opere di mare, né versati in faccende economiche non comuni e straordinarie”.  In nota, si aggiunge:

 “In  vece di agricoltori e di artefici si accolsero 300 Etoli , chiamati Armatollini, cioè briganti di terra e di mare, che non coltivarono nessun palmo della terra loro assegnata , ne esercitarono alcun’arte  ma  ben divorarono i soccorsi pecuniarj loro somministrati per lo spazio di tre anni, e poi disparvero”.  Dello stesso tenore la testimonianza di T. Cinosa, Compendio historico della Città di Brindisi dalla di lei fondazione al corrente anno MDCCCXVII colla notizia degli uomini illustri che in tutti tempi vi fiorirono, Ms. n.6  in biblioteca provinciale “N. Bernardini”, Lecce p. 43: “Finalmente per la ripopolazione della città, fu chiamata una colonia greca dell’isole jonie, cui furono assegnati per i primi soccorsi 12 m[ila] ducati e molti territori incolti di pertinenza delle comunità religiose. E per vieppiù incoraggiarla fu istallata una commissione particolare, presieduta dall’arcivescovo e dal governatore della stessa nazione spedito da Napoli, presso la quale fossero le risoluzioni su gli affari di quella. Furono parimente assegnate due chiese per l’esercizio del culto religioso, una dentro la città detta di S. Antonio Abate, e l’altra fuori nella chiesa di Mater Domini, ossia S. Lionardo, officiate da due sacerdoti dello stesso rito, penzionati della corte. Ma poiché detta colonia era della gente oziosa di quella nazione, consumati i sopradetti soccorsi un dopo l’altro fecero ritorno nella loro patria” o l’altra di Ceva Grimaldi, cit., pp. 251-252:  La colonia però che promettea  più grandi vantaggi fu quella, del pari venuta dall’ Albania, alla quale l’ augusto nostro sovrano accordò uno stabilimento in Brindisi nella fine dello scorso secolo. I generosi soccorsi che le furono, in ogni guisa, somministrati facevano  augurarne la rapida e durevole prosperità  e le fertili pianure di Brindisi preparavano larga ricompensa alle fatiche de’ nuovi coloni: ma la loro inerzia fu invincibile. Oziosi, sedenti per terra con le gambe incrocicchiate, imitando così servilmente i Turchi, mangiarono neghittosamente le semenze che dovevano spargere ne’campi, i buoi e gli armenti che dovevano ararli e fecondarli: e fu forza rimandar questi pigri ne’ loro patrj tugurj. Ma tali esempj, poco fortunati , non debbono farci perdere la speranza di riveder fra noi quelle colonie  che, come dice il gravissimo Palmieri, c’inviava la Grecia fiorente per le scienze e le arti, e la Grecia schiava sotto la scimitarra de’Turchi”. Giovanni Monticelli fu console generale del regno delle Due Sicilie in Malta dal 1832 al 1837. Il 26 luglio 1832 la sua nomina ebbe il gradimento del governo inglese (Proclami, notificazioni ed altri avvisi ufficiali, pubblicati dal governo dell’isola di Malta e sue dipendenze. Dal I gennaio 1830 alli 31 decembre 1835, Malta: nella stamperia del Governo, 1836,  p.69)  (A. Zammit Gabarretta, Documents relating to Maltese History in the State Archives of Naples, in “Proceedings of History Week”, 1983, pp. 65-72, p. 65; con tale qualifica è compreso fra i sottoscrittori di F. O. Renucci, Storia di Corsica, I, Bastia: dalla tipografia Fabiani, 1833 riportati nel Supplimento alla lista degli associati del I volume).  Archivio di Stato di Palermo. Real Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale in Sicilia. Ripartimento Polizia. Repertorio anno 1836, b. 212, fasc. 1/1, doc. 75 del 23 giugno 1836: Sulle osservazioni fatte dal Regio Console in Malta Giovanni Monticelli nel ruolo di equipaggio del Leutello di Padron Giovanni Figuccio. Successivamente sarà console generale a Milano (Almanacco reale del regno delle Due Sicilie per l’anno 1841, Napoli: dalla Stamperia reale [1841?], p.114). Gli assunti impegni diplomatici spiegano perché, in prosieguo di tempo, le seriori memorie in difesa del porto di Brindisi siano firmate da Francesco Antonio Monticelli e Benedetto Marzolla.

[15] A. De Leo, Sulla coltura dell’agro brindisino. Memoria di mons. Annibale De Leo arcivescovo di Brindisi, socio corrispondente. Presentata nell’adunanza de’ 25 aprile 1811, in “Atti del Real Istituto d’incoraggiamento alle scienze naturali di Napoli”, II, Napoli: tipografia di Angelo Trani, 1818, pp. 54-85,  pp. 84-85.

[16] Arcidiocesi di Brindisi – Ostuni, Archivio dell’Economato, Cart.10, fasc 19. L’arcivescovo fu incaricato dell’indagine conoscitiva per Regal Dispaccio del 23 giugno 1804 trasmessogli il 26 dello stesso mese; chiese informazioni al barone Mariano Monticelli, figlio di Francescantonio, il quale gli diede risposta scritta l’11 luglio 1804 precisando che il defunto genitore già nel luglio 1793 aveva rassegnato le dimissioni dalla direzione della colonia. Acclusa alla letter

a dell’arcivescovo è il Bilancio dell’esito fattosi per la colonia greca in questa città di Brindisi colli docati undici mila e cento rimessi da Napoli al Sig. Barone D. Francescantonio Monticelli. Sullo stabilimento della colonia vedi R. Jurlaro, Cronaca dei sindaci di Brindisi, II, 1787-1860, Brindisi: Amici della A. De Leo, 2001, pp. 43-56.

[17] Appendice alla storia di Scanderbeg contenente gli avvenimenti più rimarcabili dopo la sua morte, e le trasmigrazioni degli albanesi nel regno delle Due Sicilie, in Compendio dell’istoria di Giorgio Castriotto soprannominato Scanderbeg principe dell’Albania tradotto dall’idioma greco-moderno e corredato di note dal dottor Andrea Papadopulo-Vreto Leucadio socio corrispondente della Società Pontaniana di Napoli,  II, Napoli: presso Agnello Nobile, 1820, pp. 209-244, pp. 222-224.

[19]Inedite informazioni su queste chiese, riferite al 1768, sono in Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni. Archivio dell’Economato, Cart. 11, fasc. 14, p.5: “De alia Ecclesia S. Johanni ad Maris Cittus. Ad eosdem Equites Hierosoljmitanos pertinet quoque haec Ecclesia, quae reperta fuit decenter ornata ac restituta Cura Commendatarii Chisii Montorii. Solum mandamus quod Palliolum Altaris deprimatur, ac eius fronti aequiparetur, totumque Altare obtegatur stragula. Missali apponantur signacula, ac infarciatur libellus sanctorum novorum.  Ivi, p.7: “De Ecclesia S. Antonii Abbati. Pertinet ad Beneficium, sive Abbatiam ejusdem  tituli, cujus Rector est R.dus D. Pascalis Sifanni Neapolitanus. Altare Majus, quod est sub invocatione Sanctissimi Crucefixi adnexum habet onus missae in singulis Dominicis. Mandamus quod ejus ara sacra equiparetur mensae et provideatur de tela stragula, et legile ligneo. # ac in ejus area appendatur Baldacchinum quo obtectum remaneat ad arcendam pulverem. Alterius altaris sub titulo S. Antonii Lapis Sacer asportetur ad partem anteriorem, ita ut ab ejus  fronte parum distet. Tertium denique altare sub titulo B. Virginis Suspensum remaneat, donec necessariis ornamentis provideatur.   Visitaris Sacris suppellectilibus mandamus quod planeta viridis coloris reficeretur veduti et alia Planeta floribus distitum quam tolerandam duximus ob Ecclesiae inopiam; Iniungentes nihilomus Procuratori R. do D. Francisco Turi, quod ex duobus sericis Altarium Palliolis Albi, e rubri coloris alias Planetas conficere curet pro servitio ejiusdem Ecclesie. Purificatoria Uniantur, ut necessariam habeant latitudinem, ac in Sacrestia apponatur genuflexorium cum tabella precum pro celebrantium opponunitate”. Ivi, p.10: “De Ecclesia Heremi  S. Leonardi. Haec Ecclesia que ut ajum elapso seculo extructa fuit ex caementis monasterii S. M.ae Angelorum et est quoque in juribus, mense archiepiscopalis quatuor habet altaria, quond tria suspensa sunt donec necessariis provideatur suppellectilibus. Altare Maius provideatur nova cruce grandiori elevata cum imagine crucifixi pendentis ad Rubricae praescriptum, ac Patena calicj complanetur, et perpoliatur”. Sull’ultima facciata del manoscritto è riferimento alla cappella “ruris vulgo dicti Firlelle, in quo erat antiquum Monasterium Monachorum S. Basilii sub titulo S. Marie de Ferulellis”.

[18]Copia di una lettera del Signor D. Lorenzo Giustiniani, diretta a S. E. il Signor D. Francesco Migliorini, Segretario di Stato di S. M. (D. G.),  Ministro di Grazia e di Giustizia e dell’ Ecclesiastico, in Appendice, cit., pp. 230-242, p. 242. La lettera è proposta anche in  “Giornale di scienze, letteratura ed arti per la Sicilia”, 10 (1832), tomo XXXVII, gennaio, febbraio, marzo, p. 70-77, pp. 76-77. L. Giustiniani, Dizionario istorico-geografico del regno di Napoli, X, Napoli: Ioni, i8o5. Fantasia, originario dell’isola di Santa Maura, era molto conosciuto in Napoli; vedi Gherardo degli Angioli, Frammenti di alcune prose di di f. Gherardo degli Angioli dell’ordine de’minimi, IV, Napoli: nella stamperia Abbaziana, 1781,  p. 122: “solo una cosa vi raccomando, che vogliate colla vostra invincibile persuasione insinuare al nostro sig. Panagiota Caclamani da S. Maura, che si degni di venire a visitarmi più spesse volte; perché egli mi apre dinanzi un picciol Teatro della estinta Grecia, e col suo parlare, e co’ suoi dolci costumi mi rappresenta ancor vivi que’ celebri autori. Ma sopramodo mi cagiona utile, e diletto il ragionare, ch’ei fa, de’ Santi Padri antichi; non senza la conveniente affezione, e stima verso i sacri dottori latini”. Il legame con Martorelli è attestato da M. Vargas Macciucca, Dell’antiche colonie venute in Napoli ed i primi si furono i fenici opera del duca Michele Vargas Macciucca, Napoli : presso i fratelli Simoni, 1764. Con riferimento a una lettera inviata il 30 giugno 1776 da Partenio, sacerdote di Cuma in Eubea a Jacopo Martorelli, in pagina di premessa  non numerata, si precisa: “È venuta in Napoli questa lettera con bastimento di Zante di veneziana bandiera, il padrone chiamasi capitan Anastasio Carcavela e la diede al savio giovane Panagiota Caclamani nella chiesa de’Greci”.  La cultura classica a Napoli nell’Ottocento, 2, Napoli: Dipartimento di filologia classica dell’Università degli studi di Napoli, 1987, p.468: “ Al nome di Antonio Gicca lo stesso Pagano collega quello di un altro dotto greco, Panagiota Caclamani, di cui anche fornisce un efficace ritratto con brevi espressioni, che però rivelano una consuetudine e una familiarità ben consolidate”. G. La Torre – E. Rossi,  Albania –Italia. Miti – storia– Arbëreshë, Firenze: Associazione “Amicizia” Italia – Albania onlus, s.d.i., p. 149, facendo riferimento al noto saggio di A. Masci, Discorso sull’origine, costumi, e stato attuale della nazione albanese di Angelo Masci, Farneta di Cosenza: Edizioni “Rinascita Sud”, 1974, rilevavano: “l’avvento dei nuovi venuti, greci ed albanesi, situati nella città di Brindisi,  aveva provocato seri inconvenienti, in quanto i fuggiaschi non erano dediti ad ordinati lavori, bensì, essendo senza arte alcuna, preferivano vivere di espedienti, di pirateria, di contrabbando, mentre era virtualmente impossibile tramutare in lavori agricoli le loro diuturne abitudini. Occupazioni che erano lontane dalle fatiche dei campi. Molti interrogativi gravavano l’animo dei responsabili e dei governanti del Regno, in quanto non era stata consentita, né era possibile qualsiasi scelta tra padri di famiglia, lavoratori comuni ed agricoltori, od anche semplici pastori, che costituivano una miscela informe e disordinata. Molti individui privi di occupazione erano dediti al vagabondaggio ed al facile uso delle armi, tutti fattori negativi ed odiosi che si sarebbero malauguratamente riprodotti anche con maggior vigore nella nuova patria, che però non era terra di conquista. Il ricorso a sussidi in denaro, da parte dei governanti di Brindisi per soccorrere la colonia assicurava pochi risultati, mentre l’assegnazione mirata di terreni, di case, di animali, in proporzione a ciascun nucleo familiare (accordando possibilmente esenzioni da pesi, tasse e gabelle ad alcuni segnalati individui) avrebbe potuto migliorare in gran parte l’accoglienza e la vita medesima dei profughi. Tuttavia la confusione determinata dall’esodo, dalle paure, persecuzioni e morte avrebbe compromesso, così come succede nel tempo, lo svolgimento ordinato della differente “diaspora” di gente cristiana ed europea. Essa in origine era stata colpita in Patria negli affetti fin dentro gli antichi villaggi, nelle case e nei terreni, negli animali e proprietà e soprattutto nei confronti delle donne che i Turchi consideravano prede scelte e preferite col sistema della schiavitù generalizzata”. Vedi pure V. Dorsa, Su gli Albanesi. Ricerche e pensieri, Napoli: tipografia Trani, 1847: “Finalmente sotto Ferdinando IV Borbone vennero gli ultimi Albanesi, stabiliti in Brindisi ad oggetto di coltivare le vaste campagne già deserte di quella terra. Fu loro dato per direttore il dotto uomo Panagioti Caclamani sopramiomato Fantasia. Si è detto e si dice comunemente che gli Albanesi venuti nel nostro Regno erano turba di soldati fuggitivi. Per quanto puossi conceder ciò in riguardo alla gente venuta da Pichiernì ed all’altra stabilita in Brindisi, delle quali ignoro la qualità e condizione, è falso poi rispetto agli altri Albanesi del Regno”.  Alla colonia brindisina si fa riferimento in A. Cesari, La comunità arbëresh in Italia: il caso di Portocannone e Montecilfone in A. Cesari – D. Fanelli, La migrazione albanese in Italia fra passato e presente, Torino: L’Harmattan Italia, 2004, p. 13.

[20] Vedi supra, n.12.

[21] “Gazzetta di Milano”,  6 agosto 1828, n. 219, p. 859.

[22] “Gazzetta di Milano”,  23 settembre 1828, n. 267, p. 1055; “Diario di Roma”, n. 38, 18 settembre 1828, p.3.

[23] “Gazzetta di Milano”,  2 ottobre 1828, n. 276, p. 1091.

[24] C. T. Ramage, The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions,  traduzione e a cura di  Patrizia Pascazio, testo originale a fronte, Edizioni digitali del CISVA, 2010, pp. 79-81; sulla vicenda vedi V. Zacchino, Terra d’Otranto nel 1828 (Dai diari dello scozzese C.T. Ramage), in “Rassegna salentina”, IV (1979), n. 1 (gennaio-febbraio 1979), pp. 5-20 ; Id., La situazione politica in terra d’Otranto nel 1828 e i suoi riflessi nel diario di un viaggiatore scozzese, in “Archivio Storico Pugliese”, XXIV (1971), fasc. 1-2.pp. 156-162.

[25] Joseph Ludwig von Armansperg, in greco: Κόμης Ιωσήφ Λουδοβίκος Άρμανσμπεργκ ( 1787 – 1853)  fu dal re Luigi di Baviera  nominato presidente del Consiglio Privato di Ottone, nonché “primo rappresentante” (o Primo Ministro) del nuovo governo. Dopo che il re ebbe raggiunto la maggiore età nel 1835, von Armansperg venne nominato Arcisegretario, carica corrispondente a quella di Arcicancelliere. Nel 1837 il re lo rimosse dal suo incarico e fece ritorno alla residenza della sua famiglia, il castello di Egg presso Deggendorf nella Bassa Baviera.

[26] Andrèas Vòkos  Miaùlis (gr. ᾿Ανδρέας Βῶκος Μιαούλης), ammiraglio (1760 – 1835) ebbe ruolo rilevantissimo durante la guerra d’indipendenza greca. Inflisse dure perdite  alla flotta turco – egiziana sia il 5 settembre 1824, a Capo Geronte presso l’antica Mileto che nel febbraio 1825 a Sfacteria, di fronte alla rada di Navarino; nello stesso anno riuscì per tre volte a rifornire Missolungi assediata. Cessata la guerra, su sollecitazione dell’anglofilo Comitato d’opposizione, catturò la flotta del russofilo Capodistria, ancorata a Paro. L’azione riuscì ma intervenuto l’ammiraglio russo Record, M. dovette bruciare le due unità maggiori, Hellàs e Spètse, e riparare a Idra in un canotto. Le sue spoglie furono solennemente tumulate al Pireo presso la cosiddetta tomba di Temistocle, cui si volle paragonarlo.

[26] “Diario di Roma”, n. 82 del 13 ottobre 1832,  Supplimento,  pp. 3-4.

[27] G. de Lugnani, Studj sopra la storia universale, 5,  Trieste: Weis, 1839, pp. 164-165.

[28] A. de Lamartine, Rimembranze di un viaggio in Oriente, 1, Milano: presso la Ditta Pirotta, 1835, p. 61-63.

[29] Sir Henry Hotham (1777 –1833) fu nominato comandante in capo della  Mediterranean Fleet il 30 marzo1831; morì a Malta, per emorragia cerebrale, il 19 aprile 1833. Su Hotham vedi J. Marshall, (1823). Royal Naval Biography: or Memoirs of the services of all the flag-officers, superannuated rear-admirals, retired-captains, post-captains and commanders, whose names appeared on the Admiralty list of sea officers at the commencement of the year 1760, or who have since been promoted; illustrated by a series of historical and explanatory notes. With copious addenda,  1, Part II,  London: Longman, Rees, Orme, Brown, and Green, 1823, pp. 615–621, 872. 

[30] S. M. Eardley-Wilmot, Life of Vice-Admiral Edmund, lord Lyons. With an account of naval operations in the Black Sea and Sea of Azoff, 1854-56,  London: Sampson Low, Marston and company, limited,  1898, p. 62.

[31] Classe Speshnyi, Anna 44/54 (“Анна”, 1829) incrociò in Egeo nel 1831–1833. Fu trasferita alla flotta del mar Nero il 1833 e disarmata il 1838.

[32] Carl Wilhelm von Heydeck (1788-1861) fu convinto filoellenico e proprio la sua conoscenza del mondo greco convinse Luigi di Baviera a inserirlo nel consiglio di reggenza..  “Messaggiere Tirolese”, n. 69, 28 agosto 1832, p. 4: “La reggenza già è stata nominata , e sarà in Grecia in ottobre. Il generale Heydeck fa parte della reggenza. e di più è nominato generalissimo di tutto le forze greche e bavaresi. Il generale Heydeck è molto utile per quel paese, ove si è tanto distinto e conosce gli uomini e le cose”. W. Cargill, The foreign affairs of Great Britain administered by the right honorauble Henty John viscount Palmerston, London: John Reid, 1841, pp. 90-91: “The Regency was appointed to consist of Count Armansperg, M. Von Maurer, and Colonel Heydecker; and M. Von Abel was appointed a Supplemental Member of the Regency, with permission to attend at the Sittings, and have a consultative voice in them”. Heydeck aveva partecipato all’insurrezione greca con ruolo attivo dal 1826. Nel 1827, prese parte, agli ordini di Thomas Gordon al tentative di aiutare I difensori dell’acropoli di Atene. Nel 1828, Ioannis Kapodistrias lo nominò comandante di Nafplion  e qualche mese più tardi governatore militare di Argos. Nel 1830, fece ritorno a Monaco e riacquistò il suo rango di colonnello dell’esercito bavarese. Riferisce la “Gazzetta Piemontese”, n. 126 del 18 ottobre 1828: “Egina, 25 agosto. Sono qui giunti ultimamente il colonnello bavaro di Heydeck ed il sig. Nicola Kalergi governatore dell’Argolide: il primo è venuto per sottomettere al Presidente un progetto d’ ordinamento di un corpo di 3m. uomini regolari, e per accompagnarlo poscia nel giro che dee fare alle isole. La spedizione contro Prevesa , di due cannoniere, di sei grandi pirame , di un battello a vapore e di due golette , è partita da Poros per quel golfo: essa dee congiungersi alla divisione già preparata per lo stesso oggetto dal defunto capitano Hastings, e sarà in tutto di 35 vele; ma il bravo capitano non è più , e si crede perciò che la spedizione non sia per avere miglior esito delle tante altre già tentate: dopo la morte di lui tutti gli Inglesi venuti con esso hanno lasciato il servigio, e non v’ hanno più braccia capaci a reggere la grossa nave a vapore ch’egli montava, l’altra che accompagna la spedizione, non può più chiamarsi con questo nome, però che la macchina è tutta guasta, e si governa tanto malamente a vele, che non si sa se potrà arrivare sino a Prevesa”.

[33]  Georg Ludwig von Maurer (1790 – 1872) designato dal re Luigi di Baviera quale componente il consiglio di reggenza restò in carica sino al 1834 allorché fece ritorno in Baviera.

[34] Kostas (Kitsos) Botsaris (Κώστας (Κίτσος) Μπότσαρης,  c. 1792–1853),meglio conosciuto come Constantine Botzaris, fu un generale e senatore greco,eroe della guerra d’indipendenza greca.

[35] Su Koliopoulos Plapoutas (1786-1865)  vedi D. Dakin The Greek Struggle for Independence, 1821-1833, Berkeley-Los Angeles:University of California Press,  1973, pp. 124 e 304; T. Kolokotronês , Kolokotronês. The kleft and the warrior. Sixty years of peril and daring,. An autobiography, London:  T. Fisher Unwin, 1892, passim; L. F.C. Stanhope, Greece in 1823 and 1824: being a series of letters and other documents on the Greek revolution, written during a visit to that country: illustrated with several curious fac similes, London: Sherwood, Jones, and co., 1824, pp. 340-341: “Copia del paragrafo di lettera scritta li 3 Maggio, 1824, S. V. dal Sr. Anagnosti Papastatopulo, da Pirgos,  al Sr. Giorgio Zarifopulo, in Xante. Eccovi le notizie oggi ricevute. La famiglia Giatraco  con quella di Petrombei e communemente tutti li Mistrioti si sono uniti con legami, scritti, e giuramenti, che si sono resi tutti in un’anima. In Caritena li Sigri. Deligiani, Colocotroni, e Cogliopulo, dopo essere stati per alquanto tempo discordi, sono stati obbligati dalla propria loro provincia, e si sono uniti fermamente, ed indissolubilmente. Così che Mistrà cioè li Giatraco, Sparta, Caritena, Arcadia, Nissi, Andrussa, Calamata, Milachica, Cuyzucmani, e diverse altre provincie si sono di nuovo strettamente unite. Questa parziale unione del Peloponeso è il precursore della pace generale, perche uniti tutti questi, e coli’ andata del Generale Nichita in Argos, dove trattò col nobilissimo Sr. Giorgio Conduriotti, li quali scrissero concordemente alli capi che trovansi in Caritena, per andare in Argos e deffinire la pace, che deve certamente portare la felicita della Grecia. Perciò dunque quelli che trovaransi in Caritena, marciarono il primo di Maggio per Tripolizza, da ove sarà spedito il Generale Cogliopulo in Argos, e poscia andranno li rimanenti per unirsi con gli altri di varie Provincie onde trattare la convenzione. Abbiamo ferme speranze che in pochissimi giorni rilucerà nella Grecia la pace generale, essendosi rese note le operazioni d’ambe le parti, da cui si conoscono le conseguenze delle discordie”; J. C. Alexander, Brigandage and public order in the Morea, 1685-1806, Athens:Imago, 1985: G. Karabelias, From National heroes to nationals villains: bandits, pirates and the formation of modern Greece, in Subalterns and Social Protest: History from Below in the Middle East and North Africa,  a cura di Stephanie Cronin, New York: Routledge, 2008, parte 11.

[36] Sir Alexander George Woodford (1782-1870) ebbe importanti incarichi nelle isole Jonie: “Woodford was lieutenant-governor and commanded the infantry brigade at Malta from 1825 until he was transferred in a like capacity in 1827 to Corfu. He was made KCB on 13 September 1831, and KCMG on 30 June 1832, in which year he was appointed to the command of the forces in the Ionian Islands, and acted temporarily as high commissioner”(R. H. Vetch, Woodford, Sir Alexander George(1782–1870), rev. H. C. G. Matthew, Oxford Dictionary of National Biography, Oxford: Oxford University Press, 2004). Ricoprirà, per un brevissimo periodo, l’incarico di lord alto commissario per le isole Jonie nel febbraio 1835, succedendo a lord Nugent. Ne dà notizia il “Nuovo osservatore veneziano”, nel n. 31 del 12 marzo 1835, con una corrispondenza da Corfù, del 7 febbraio 1835, in cui si riporta la lettera indirizzata dal senato delle isole al lord dimissionario, “consolandosi che un Personaggio di così distinto carattere e della più rara bontà qual è il Maggiore Generale sir Alessandro Woodford sia stato dal Reale favore contemplato a succederle intanto nell’ Uffizio di lord alto Commissionario”.

[37] “Diario di Roma”, n. 82 del 13 ottobre 1832,  Supplimento,  pp. 3-4.

[38] “Messaggiere Tirolese”, anno 1833, martedì 8 gennajo, n. 3, p.1; “La voce della verità, Gazzetta dell’Italia centrale”, sabbato 12 gennaio 1833, n. 225.

[39] Eardley-Wilmot, cit., pp.  63-64.

[40] E. Lo Gatto, “L’Europa orientale”,  13 (1933), Libreria di Cultura, p. 115.  Allgemeiner Geschäfts-Kalender für das Königreich Bayern: Auf das Jarh 1838, Bamberg: Drud undVerlagbed. Literarisch-Artistischen Instituts, 1838, p. 112: “Das Volk der Hellenen hatte in dankbarer Anerkennung dessen, was der erlauchte König Ludwig von Bayern für sie in ihrer tiefsten Roth gethan den Sohn desselben, den edlen Wittelsbacher Otto auf seinen, beinahe seit vier Jahrhunderten verwaisten Thron berufen. Eine Deputation der Ersten aus ihrer Mitte traf am 5. Okt. 1882 zu München ein. Miaulis, Bozzaris und Koliopulos waren bestimmt worden, dem jungen Fürsten die Wahl des griechisches Volkes zu verkünden. Am. 6 Dez. desselben Jahres schlug endlich die ernste Trennungsstunde. All die Seinen begleiteten in trüber Stimmung den Scheidenden. Die Stätten des Abschieds von den segnenden Vater zwischen Perlach und Hechenkirchen, und von der tieferschütterten Mutter bei Aibling sind durch die Otto-Säule und das Therefien-Monument bezeichnet. Weiter nach Süden hin aber, wo der Inn seine klaren Wasser durch die Berge drangt, sind seit Jahrhunderten die Grenzmarken Bayerns und Tyrols, nur eine kleine Strecke von dem letzten bayerischen Dorfe Kiefersfelden. Auf der Höhe des Berges an dessen Fuß die Steine mit den Wappen Bayerns und Tyrols errichtet worden, prangen die stattlichen Ueberreste des Schlosses Thierberg, sich spiegelnd in dem dunklen Wasser des engumschloßnen Hechtsees; zur linken strömet der Inn und jenseits desselben, zeigt sich Kufstein, dieBergveste, mit dem Städtchen zu ihren Füßen. — Unbemerkt hatte in tiefer Nacht König Otto mit seinem erlauchten Bruder dem Kronprinzen Maximilian der ihn bis an die Küsten des Adriatischen Meeres nach Brindisi treubegleitend folgte, die Grenzscheide seines Vaterlandes überschritten. Mit dem Anbruche ‘des nächsten Morgens aber eilte er dem Drange seines Herzens folgend zum heimischen Boden zurück, um dem treuen Vaterlande noch einmal feinen Abschiedsgruß zu bringen, um noch einmal den Thränen freien Lauf zu lassen, die ihm die schmerzliche Trennung von den geliebten Eltern erpreßte. Er liebte ja seine Bayern unendlich, er kannte den treu bewährten alten Biedersinn seiner Landleute, in deren Mitte er lebend und todt so gerne geblieben. Und nun sollte er dieß schöne Land und all die Seinen verlassen um sie vielleicht nie wieder zu sehen! Sollte sein Geschick theilen mit einem Volke dessen Sprache und Sitten er nicht kannte, dessen bejammernswerthen Zuftands traurige Kunde die Länder erfüllt”.

[41] S. Morelli, Brindisi e Ferdinando 2. o il passato il presente e l’avvenire di Brindisi quadri storici di Salvatore Morelli, Lecce, [Tip. Del Vecchio], 1848.pp. 117-118.

[42] L. Mele, Memorie, ms. in collezione Giorgio Sciarra, Brindisi,  p. 12.

[43] F. Ascoli, Storia di Brindisi scritta da un marino, Rimini: Tip. Malvolti, 1886, p. 409: “Il 14 di gennaio del 1833, il re Ottone arrivava a Brindisi, nel cui porto travavansi quattro bastimenti da guerra, sui quali erano imbarcati i quattro ministri delle grandi potenze, Russia, Francia, Inghilterra e Austria, i quali riconobbero la sovranità di Ottone su la Grecia. L’accoglienza che la città di Brindisi fece al re Ottone fu si spontaneamente festosa, si entusiastica e cordiale, che egli, riconoscente, volle spedire all’Università una lettera, scritta di suo pugno, di ringraziamento, che conservasi ancora gelosamente nella biblioteca brindisina”.

[44]H. J. Schmitt, Istoria critica della chiesa greco-moderna e della chiesa russa accompagnata da speciali considerazioni sopra la loro costituzione nella forma di un sinodo permanente di Ermanno Giuseppe Schmitt, 1,  Milano: Tipografia e Libreria Birotta e C., 1842, pp. 105-106: “Venuto il tempo in cui la presenza del re Ottone e della reggenza era diventata estremamente necessaria alla Grecia, partirono tutti da Monaco al 6 dicembre del 1832, e al 15 gennajo 1833 s’imbarcarono sulla fregata inglese la Madagascar. Al 30 si presentarono nel porto di Nauplia accompagnati da due legni di guerra, un francese ed un russo, e da trentacinque legni di trasporto sopra cui erano imbarcate le truppe bavare. Al 3 di febbrajo queste ultime sbarcarono in numero di 3500 uomini, ed al 6 il re ed i membri della reggenza discesero anch’essi, e scortati dalle truppe bavare fecero il primo ingresso in Nauplia”. C. Mini, I russi, i turchi e la guerra d’oriente: studj storici, politici, geografici e militari, 3, Firenze: tipografia Torelli, 1855, p. 285, sostiene la data del 14:  “ Il re Ottone, imbarcatosi a Brindisi il 14 gennajo 1833, sbarcò a Nauplia il 6 febbrajo, e il corpo francese d’occupazione abbandonò la Grecia nel mese d’ agosto”. Dakin, cit., p. 310. La data del 13 è proposta in “Das Pfennig-Magazin für Verbreitung gemeinnütziger Kenntnisse”, Volume 7, nn. 301-352, Leipzig: In der expedition des Pfennig-Magazins (F. A. Brockhaus), 1839, p.18: “Vor Allem kam es nun freilich darauf an, daß die Griechen, die bei dieser wie bei der vorigen Wahl gar nicht zu Rathe gezogen worden waren, ihre Zustimmung zu derselben ertheilten. Daß die Ankunft eines fremden, von den europäischen Mächten unterstützten, von einem Truppencorps begleiteten und mit beträchtlichen Geldmitteln versehenen Fürsten ihnen bei der hoffnungslosen Lage des Landes nur zum Heile gereichen könnte, sahen sie sehr wohl ein; auch trug der damals in Griechenland anwesende Hofrath Thiersch nicht wenig dazu bei, sie für ihren neuen König günstig zu stimmen. Die Nationalversammlung zu Nauplia erklärte am 8. August 1832 feierlich und einstimmig ihre Anerkennung des Prinzen Otto als Königs von Griechenland; Hofrath Thiersch erhielt den Auftrag, das Anerkennungsdeeret nebst Dankadressen an die Könige von Baiern und Griechenland nach München zu überbringen. Später wurde eine eigene Deputation dahin gesandt, um den König Otto, welcher am 5. October die Königswürde feierlich angenommen hatte, einzuladen, baldigst nach Griechenland zu kommen; diese leistete ihm am 15. October im Namen des griechischen Volkes den Huldigungseid. Am 6. December 1832 trat endlich König Otto, von seinen Altern und Geschwistern (vom Kronprinzen bis Neapel) begleitet, die Reise nach Griechenland an; an der Stelle, wo er das bairische Gebiet verließ, wurde später eine Kapelle gebaut und in derselben jährlich am Jahrestage seiner Abreise aus Baiern Gottesdienst gehalten. Über Florenz kam er am 20. Dec- in Rom an, hielt sich hier acht Tage auf, kam am 13. Jan. in Brindisi an und machte die Überfahrt nach Griechenland nebst den Regentschaftsmitgliedern auf der ihm zur Verfügung gestellten englischen Fregatte Madagaskar”. La stessa data è proposta in Conversations-Lexicon der neuesten Zeit und Literatur, III, Leipzig: F. A. Brockhaus, 1833, pp. 397-398.

[45] Eardley-Wilmot, cit., pp. 64-68.

[46] R. Stölzle, Ernst Von Lasaulx (1805-61) ein Lebensbild, Munster: Druck und Verlag  der Aschendorffschen Buchhaundlung, 1904, p. 51.

[47] La Portland, varata l’8 maggio 1822, era armata con cinquantadue cannoni.

[48] “Gazzetta di Zara”, n. 42,  26 maggio 1835, Zara: Fratelli Battara, 1835-1849,  p. 166.

[49] “Gazzetta di Zara”, n. 56, 14 luglio 1835, p. 224; la commissione era stata istituita con regio rescritto del  10 novembre 1834  per  redigere  il progetto di riapertura del porto, approvato dal  Consiglio Ordinario di Stato il 27 luglio 1842. Scrive Morelli, cit., pp. 116-117: “Con questa scientifica sicurezza adunque che sorge nell’animo solo di chi giudica con disinteresse, e con passionato zelo guarda il bene della comune patria, il Re ordinava una commissione, onde verificare lo stato effettivo e quali mezzi necessitavano per conseguire il designato scopo: la qual commissione esaminate le risorse locali sottopose al governo in un proggetto di arte del celebre cav. Melorio, che per il ristauro del porto doveasi allargare il canale riducendolo a forma d’imbuto, approfondirlo sino al punto capace a sostenere il passagio di grossi legni da guerra, e praticarsi altrettanto nelle secche del porto interno ed esterno. Si proponea dippiù la edificazione di solida banchinalungo le sponde della città, l’innalzamento di Fari in diversi punti, ed altre opere che valgano a renderlo porto di Commercio e Militare; non obbliando le colmate de’ bassi fondi, edei terreni paludosi circostanti, da cui congetturavasi esalassero miasmi nocivi alla salute del popolo. Dal trentatre al quarantadue un tal proggetto rimanea in forse di approvazione, ma le simpatie di Ferdinando rese ormai operative, erano potente caparra alle Brindisine speranze; né vi mancavano mezzi che a quando a quando avessero ringiovanite le cadaveriche ombre della grandezza antica pei commerci diplomatici tra l’Oriente e l’Occidente”. Sulla complessa vicenda della riapertura del porto di Brindisi vedi F. Briamo – G. Cavaliere, Brindisi: storia scritta da secoli di miseria e di morte. Il canale Pigonati, Galatina: Editrice salentina, 1972. Nel testo, alle pp. 59-78, è il Cenno istorico alla bonifica del porto e della città di Brindisi e diretto alla Commissione spedita qui da S. M. il re per l’indicato oggetto redatto da Stefano Palma, sindaco di Brindisi dal 1835 al 1838.  Sui lavori e sulal composizione della commissione vedi Ascoli, cit., pp. 414-426.

[50] F. Monticelli, Terza memoria in difesa della città e de’ porti di Brindisi, Napoli: nel gabinetto bibliografico e tipografico, 1833. p. 57. Il concetto è ribadito a p. 59: “Saremmo noi soli a non aver occhi per vedere le singolari bellezze di quel porto , i comodi che a più esteso commercio ha presentato per tanti secoli , e le grandi utilità che se ne potrebbero ritrarre ora specialmente che la Grecia risorge a nuova vita, e che una bellicosa e conquistatrice nazione si è stabilita in Egitto e nell’Asia, quando si distruggessero gli sciocchi artifizj de’passati  nostri architetti, e si rinnovasse una volta l’antica foce?” . Non dissimilmente, R. Gabriele, Brevi osservazioni intorno al parere del direttore generale de’ ponti e strade sul Tavoliere, Napoli: Tipografia Flautina, 1833, p.8: “ma pure il nuovo interesse politico, che sorge vicino a noi in Grecia, il crescente commercio del Mar Nero, richiamar potrebbero l’attenzione del Governo alla restaurazione del porto di Brindisi, e delle sue insalubri adiacenze”.

[51] F. Monticelli, Esame critico delle osservazioni sul ristabilimento del porto e sulla bonificazione dell’aria di Brindisi  date in luce dal sig. Giuliano De Fazio, Napoli: dal gabinetto bibliografico e tipografico, 1834, pp. 26-27.  Vedi pure F. Monticelli , Osservazioni sul progetto della strada regia che unir dee la provincia di Bari con quella di Lecce, ossia a favore dell’antica via Appia, Napoli: Gabinetto Bibliografico e Tipografico, 1833,  p. 14: “Ci sia piuttosto di esempio e d’ istruzione il Governo della Grecia che tra Nauplia, le Isole Jonie  e Brindisi va a stabilire, per animare il commercio all’ uso antico, il traffico di un battello a vapore”. Analoghe considerazioni sono in  M. L. Rotondo, Saggio politico su la popolazione, e le pubbliche contribuzioni del regno delle Due Sicilie, al di qua del Faro, Napoli: dalla tipografia Flautina, 1834, pp. 471-472: “Gli altri Stati di Europa già volgono le mire ad impadronirsi delle prime relazioni commerciali colla Grecia. La piazza di Trieste gode da più tempo la confidenza de’ Greci ed ivi si dirigono tutti i loro navigli. Alcuni negozianti francesi anno già stabilite le case di commercio in Nauplia, onde colla protezione di quel governo aprire una regolare corrispondenza con Marsiglia pel cambio delle merci e delle rispettive produzioni. Da officiali notizie sappiamo che si metteranno in attività due pacchetti, de’ quali uno partirà da Nauplia per Messina e Livorno, e 1’altro da Patrasso per Brindisi e Trieste. Se è difficile lo sperare che i negozianti del Regno, o qualcuna delle nostre società anonime si prefiggano lo scopo di stabilire in Grecia delle case di commercio, non sarà vano al certo di attendere dalle cure di un governo saggio ed illuminato l’allontanamento, per quanto è in suo potere, degli ostacoli che c’impediscono la comunicazione, e ci privano del favore delle commerciali relazioni colla Grecia. Se apprezziamo la posizione geografica del Regno i futuri destini del nostro commercio si presentano nella più bella e lieta prospettiva, giacché i nostri porti servendo di appoggio all’intiero commercio del Mediterraneo e dell’Adriatico colla Grecia si faciliteranno i cambii de’ prodotti non solo colla Grecia, ma con tutte le nazioni addette a questo traffico. Ove però sfuggono i primi momenti di questo nuovo periodo, ed il commercio prende altre direzioni noi dobbiamo paventare un rivale impegnato a dover formare la sua potenza con quei mezzi medesimi di produzione che costituiscono la principal risorsa della nostra ricchezza, e del nostro commercio”.

[52] “La Gazzetta Piemontese”, n. 81, martedì 8 luglio 1834, p. 431.

[53] Con successivi decreti si ebbe il 29 ottobre 1844 lo “stabilimento della scala franca nel porto di Brindisi”; seguì la definizione della “Pianta organica del personale per il servizio della scala franca nel porto di Brindisi”;  il 17 gennaio 1845 si fissavano “soldi ed indennità del direttore e degli impiegati addetti al servizio della scala franca nel porto di Brindisi”; in seguito, “si autorizza la istallazione degli agenti spedizionieri giurati presso la scala-franca di Brindisi; con decreto del 29 luglio 1845 si fissava “la cauzione da darsi dagli agenti spedizionieri giurati presso la scala franca di Brindisi”;  si stabilivano infine “Nuove concessioni, beneficii, facilitazioni e diminuzioni di dritti a favore dei bastimenti e delle mercanzie che giungano al porto di Brindisi, in cui col decreto dei 29 ottobre 1844 fu istituita la scala franca” (D. Vacca, Supplimento all’indice generale-alfabetico delle leggi e dei decreti per il regno delle Due Sicilie distinto per materie con ordine cronologico dall’anno 1841 a tutto  il 1845 per cura di Domenicantonio Vacca, Napoli: stabilimento tipografico all’insegna dell’Ancora, 1846, pp. 19, 39, 42-43, 67-68, 136, 183-184). Lo scalo franco sarò soppresso dal regno d’Italia con decreto del 6 luglio 1862.

[54] Raccolta degli atti ufficiali dei proclami ec. emanati e pubblicati dalle diverse autorità durante l’I. R. Governo generale civile e militare  del regno Lombardo – Veneto dal primo maggio al 31 dicembre 1851, VI, Milano: coi tipi di Luigi di Giacomo Pirola, 1851, p. 220; vedi pure, ivi, pp. 223 e 226. L’inserimento di Brindisi nella linea Trieste-Atene  ritardò perché come ebbe a rilevare Direttore C. L. de Bruck all’assemblea degli azionisti del Lloyd  l’8 maggio 1844 comunicando gli esiti del decorso 1843: “Dobbiamo esprimere tuttora il nostro rincrescimento di non poter comprendere i porti di Manfredonia e Brindisi nella nostra linea per e dalla Grecia, poiché le trattative col governo napolitano non condussero ancora a risultato veruno” (Enciclopedia del negoziante ossia gran dizionario del commercio, dell’industria, del banco e delle manifatture, VI, Venezia: Giuseppe Antonelli, 1843, cl. 2402). Forte era l’interesse del Lloyd per Brindisi: “Es sind ferner Schritte zur Wiederaufnahme der Linie zwischen Syra und Alexandria sowie zur Berührung der Häfen Brindisi und Manfredonia gethan, und um die Mittel an Schiffen mit diefen Absichten in Einklang zu bringen, läßt die Gesellschaft zwei neue Dampfboote in Triest bauen, die im August und September in fahrbarem Zustande fein werden” (“Allgemeines Organ für Handel und Gewerbe und damit verwandte gegenstände”,  9, Köln: Bachem, 1843. p. 296). Le navi del Lloyd poterono far riferimento a Brindisi solo dal 1847; F. Babudieri, I porti di Trieste e della regione giuliana dal 1815 al 1918, Roma: [s.n.], 1965, p. 99, n.2, riferisce: “Dopo interminabili discussioni e logoranti trattative, il 28 luglio 1847 il governo di Napoli si decise finalmente ad equiparare nel porto di Brindisi i navigli esteri, e quindi anche i navigli del Lloyd Austriaco, a quelli napoletani. Ciò rese possibile alle navi di questa compagnia di riprendere quella linea toccata nei viaggi da e per la grecia, cosa che fu accolta con grande soddisfazione dai ceti commerciali triestini”. L’inserimento di Brindisi nelle rotte del Loyd fu stabile: “Le Lloyd autrichien a aujourd’hui 58 bâtimens à vapeur, de la force de 9,380  chevaux, partie à hélice et partie à roues. En 1852, ses recettes ont été de  212,000 florins par mois, en 1853 de 273,600, et de 386,000 en 1854. Elles  ont donc augmenté de 82 pour 100 dans l’espace de trois ans. Les lignes de l’Albanie, de Brindisi, de Malte, de Sicile, de Jaffa, d’Alexandrie, ont reçu plus de développement. Le Lloyd fait maintenant 1,500 voyages par an, et transporte  350,000 passagers. Il a tué la concurrence turque, mais il a fort à lutter contre celle des messageries Impériales françaises” (Annuaire des Deux Mondes. Histoire générale des divers états. 1854-1855,  Paris : Bureau de l’Annuaire des deux mondes, 1855, p.620) .

[55] G. Carducci, Tutte le poesie, Introduzione di  Carlo Del Grande, Commenti di Vittorio Citti et alii,
[Milano] : Bietti, 1967, Levia Gravia, XXXIV.

[56] I documenti sono in Arcidiocesi di Brindisi – Ostuni. Archivio dell’Economato,  Cart. 10, fascicoli 9 (doc. 20), 14 (docc. 1-2 e 8-19), 19 (docc. 5-7), 21 (docc.3-4).

[57] Annibale De Leo, in risposta a richiesta pervenutagli dal marchese Vivenzio di offrire rendiconto dei dodicimila ducati versati dal Monte Frumentario “per sovvenimento della Colonia greca”, elabora una minuta che sottopone al giudizio e alle osservazioni di Tommaso Rascaccio, notabile brindisino residente a Napoli che il 1833 risulta segretario del Consiglio generale degli Ospizj (Reale Arciconfraternita degli ufficiali di banco in S. Potito, Napoli [s.n.], 1833, p. 67)

Giacomo Carito

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