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Padula Vincenzo, Il prete meridionalista

Posted by on Mar 25, 2021

Padula Vincenzo, Il prete meridionalista

Padula Vincenzo nacque ad Acri (CS) il 25 marzo del 1819 da Carlo Maria e da Mariangela Caterino. Vincenzo apparteneva a una famiglia della buona borghesia meridionale, suo padre era medico e sua madre, donna molto colta, proveniva da una famiglia di tradizione murattiana.

In quell’ambiente, il percorso sociale di ogni giovane era segnato da vie obbligate, come il sacerdozio o l’iscrizione all’Università di Napoli. Vincenzo scelse la prima strada anche se, arrivato in seminario, a causa di uno sfortunato episodio amoroso fu assalito da forti ripensamenti: una vicenda che segnò la sua vita, spesso sregolata e controversa. La formazione di Vincenzo fu in simile a quella della gioventù dell’epoca: studio dei classici e attenzione al dilagante romanticismo europeo. Vincenzo, anche se iniziò subito a scrivere poesie e prose, non abbandonò la Chiesa e nel 1843 fu ordinato sacerdote. Nelle composizioni giovanili di Padula si nota: l’influenza della sua attività di poeta erotico popolare, l’interessamento, da  intellettuale colto, alle tradizioni e alla cultura calabrese, l’impegnato sul versante politico-civile e lo studio della letteratura antica e moderna. Le sue prime opere furono testi passionali, alcuni dedicati al suo amore impossibile (Alla rondinella, Le lenzuola, Il Giornale di Maria, I quindici anni, Le tre Marie, Il bacio), poesie d’occasione, come quella dedicata al suo maestro Domenico Gaudinieri, composizioni (Monastero di Sambucina, Valentino, Sigismina), pagine di prosa (La mia tabacchieraAll’avv. Achille Nigra, Impressioni di Viaggio). La sua produzione giovanile, pur condizionata dalla complessità dei suoi interessi, lo maturò all’interno di un clero meridionale spesso corrotto e inadeguato, ma anche ricco di uomini colti e raffinati. Grazie alla sua ottima preparazione ottenne l’insegnamento, prima nel seminario di Rossano, poi in quello di Bisignano e infine a S. Marco Argentano, entrambi in Calabria Citeriore, nel Regno delle Due Sicilie. Negli anni Quaranta iniziò la sua militanza liberale e alcune volte si avvicinò pure al nazionalismo italiano. Tra i suoi amici c’erano i futuri dirigenti del liberalismo calabrese, come Domenico Mauro di San Demetrio Corone e Vincenzo Sprovieri di Acri. Dopo l’invasione francese del Regno delle Due Sicilie del 1799, la società meridionale subì una forte frattura e il basso clero, numeroso e complesso, era un esempio di questa divisione. Il quel periodo, nella capitale come in provincia, i giornali, le riviste e le società economiche erano lo strumento culturale per i politici, i colti, gli accademici, gli scrittori e i giuristi. Padula diventò un appassionato giornalista: partecipò al  periodico “Il Calabrese” dove scrivevano, oltre a Domenico Mauro, numerosi letterati che erano estremisti in politica ma romantici in letteratura, fra i quali Francesco Saverio SalfiGiuseppe CampagnaPietro Giannone e i fratelli, Pietro, Biagio e Gioacchino Miraglia. Poi fondò a Napoli, con Domenico Mauro, Il Viaggiatore. Il radicalismo di Padula e dei giovani intellettuali suoi amici era diventato più estremista per rivendicare le arretrate condizioni delle Calabrie. Nel 1844 fu testimone della rivolta di Cosenza e della fallimentare spedizione dei fratelli Bandiera. Nel 1848 aderì, anche se sembra non abbia preso parte direttamente ad atti violenti, alla rivolta antiborbonica: scrisse poemi, inni, canti (La Coccarda, Abbasso, Al Nettuno) e testi ostili all’allora ministro borbonico di polizia Francesco Saverio Del Carretto. Ad Acri, dopo aver parlato nella cattedrale a favore della Costituzione siciliana, fu nominato l’oratore ufficiale del Circolo democratico diretto da Vincenzo Sprovieri. Dopo la sconfitta dei rivoltosi antiborbonici a Capotenese, Padula scrisse un componimento (Per la disfatta degli insorti calabresi). Nel frattempo, gli avversari politici ostacolarono la sua nomina a parroco ad Acri, un posto di primo piano nel sistema di potere locale. Perseguitato dalla reazione borbonica, in seguito alla sconfitta dei moti del 1948, gli fu tolto l’incarico di insegnamento al seminario. Aprì quindi una scuola privata, ma gli fu tolto il permesso. Così fu costretto a fare l’istitutore presso famiglie liberali calabresi, prima presso i Ferrari a Petilia Policastro e poi a Crotone. Nel settembre 1848 fu vittima insieme al fratello Domenico, che fu ucciso, di un agguato. Vincenzo riuscì a fuggire, ma dovette abbandonare Acri. Si rifugiò a Rossano, dove aprì una scuola privata fino a che fu allontanato dal vescovo per i suoi giudizi pesanti nei confronti dei notabili locali. Passò quindi da un luogo all’altro: da San Giovanni in Fiore a Cosenza, da Catanzaro a Napoli, dove si stabilì nel 1854 con la speranza, fra l’altro, di rendere la sua cultura più moderna e meno provinciale e di concorrere a qualche cattedra universitaria. Le sue attese andarono in parte deluse; pubblicò tuttavia la traduzione dell’Apocalisse e di altri versi sacri. A Napoli lavorò come precettore in alcune importanti famiglie calabresi (Cosentini, Berlingieri, Ferrari, ecc.), offrendo corsi privati. Fondò poi, con Carlo De CesareFederico QuerciaPasquale Trisolino il periodico “Secolo XIX”. Le sue attività furono contrastate, però, dalla decisa repressione antiliberale del governo di Ferdinando II. Egli era nell’elenco dei sospettati politici e quindi fu escluso, per una relazione negativa della polizia, dal concorso per la cattedra di letteratura italiana presso l’Università di Napoli. Tra i suoi allievi c’erano alcuni amici di Agesilao Milano, l’attentatore calabrese del re, come Giambattista Falcone, poi ucciso nella spedizione di Sapri: in quell’occasione Padula fu arrestato per un breve periodo. Scrisse poesie d’amore, spesso erotiche e trasgressive (Il ritorno a Maria, Il cardello geloso, Il telaio, La tentazione) che gli costarono ancora una volta la mancata nomina a titolare di una parrocchia. Scrisse pure prose giornalistiche (I tre artisti), favole (La castagna, La noce, ll lacciaio), liriche d’amore (Il distacco), inni sacri (Il Natale, La Passione), versi celebrativi (In morte del marchese Cesare Berlingieri di Crotone), saggi e adulazioni, tra i quali Per le sponsalizie di Giuseppe e Maria che ottenne finalmente un successo di pubblico. Nel 1860 fu tra i decisi sostenitori dell’unificazione italiana: partecipò alla “Spedizione dei Mille”. Così, i rivoluzionari della sua generazione, diventarono di conseguenza classe dirigente del nuovo Stato. Padula fondò prima un giornale di centro-sinistra, “Il popolo d’Italia” e successivamente il periodico bisettimanale “Il Bruzio”, vicino alle posizioni politiche moderate di Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini. Su quest’ultimo giornale pubblicò vere e proprie inchieste sulla società contadina calabrese, sulle lotte politiche locali, sul brigantaggio, sulla povertà, sulla violenza e sulla emarginazione delle donne. L’attività politico-giornalistica di Padula, nella quale utilizzò tecniche moderne, come l’intervista, fu instancabile. Polemizzò contro le usurpazioni demaniali, criticò il modo di fare del clero e delle gerarchie ecclesiastiche, si schierò, inizialmente, con decisione a favore della repressione del brigantaggio, anticipando problemi e ricerche dei primi meridionalisti dei decenni successivi. La sua produzione di quegli anni fu anche la più efficace dal punto di vista letterario: i suoi migliori racconti furono ispirati alla viva cronaca, alla realtà. Vincenzo Padula, con la formazione dell’Unità d’Italia, ha avuto così la possibilità di emergere nella società e nelle istituzioni: gli fu assegnata una cattedra al liceo Vittorio Emanuele II di Napoli (1866-78), ma non la tanto attesa parrocchia. Nel 1867 fu nominato segretario di Cesare Correnti, ministro della Pubblica Istruzione. Perse il concorso per la cattedra di letteratura italiana all’Università di Napoli, ma riuscì a vincere la reggenza della stessa docenza all’Università di Parma. Scrisse anche saggi sulla cultura antica e sulla letteratura, oltre a pubblicare vecchie opere a lungo meditate, come il dramma Antonello capobrigante calabrese, dramma in cinque atti ambientato in Sila all’epoca dell’impresa dei Fratelli Bandiera. Si dedicò, inoltre, alla celebrazione del Risorgimento e alla retorica della legittimazione della nuova patria, tramite discorsi, opuscoli, ricordi, come l’Elogio dell’abate Antonio Genovesi, l’Orazione funebre per Mariantonia Falcone e il poemetto in versi Il Monastero di Sambucina. Vincenzo Padula, dopo pochi anni dell’Unità d’Italia modificò la sua opinione sul Risorgimento, infatti nei suoi scritti sollevò la questione meridionale classificando: “Gli usurpatori della Sila a ladri in giamberga, ovvero galantuomini usurpatori in abito lungo”. Inoltre, nella sua grande inchiesta sociologica sulla Calabria, scrisse: “….. La classe più numerosa e miserabile è quella dei braccianti. Fino a otto anni il fanciullo calabrese va dietro all’asino, alla pecora e alla troia; a nove il padre gli pone in mano la zappa e la pala, in spalla la corba, lo conduce seco al lavoro e lo mette in condizione di guadagnarsi 42 centesimi al giorno…”. E inoltre: “… Il Bruzio venne fuori durante il periodo acuto del malcontento dei contadini affamati e delusi per non avere ottenuto la terra …”. Il progressismo del Padula mirava a modernizzare e moralizzare la società calabrese ma, per timore di una rivolta generale delle popolazioni, non volle giustificare apertamente la ribellione contadina: “….. Pur essendo fino a un certo punto attratto da questa guerriglia di disperati, che aveva un sostegno popolare ed era una forma, sia pur sbagliata, di reazione all’ingiustizia sociale, non del tutto priva di una sua epica, brutale, grandezza egli sostenne la necessità di una repressione rapida e dura perché le azioni brigantesche creando un clima d’insicurezza che blocca drammaticamente lo sviluppo delle attività produttive….” aggiunse il Padula: “…. Il brigantaggio, è un gran male ma male più grande è la sua repressione; si arrestano le famiglie dei briganti e i più lontani congiunti e le madri, le spose, le sorelle e le figlie loro servono a saziare la libidine ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti. E delle violenze non parlo…..”.  E ancora: “.. I giornali del Piemonte, della Lombardia e della Toscana ci narrano furti tanto enormi e omicidi tanto atroci che neppure l’idea ne balenò mai alla mente dei briganti…. Scrisse infine: “La Calabria prima e dopo l’Unità d’Italia”, “Cronache del brigantaggio in Calabria1864-65” e “il Vocabolario calabro – Laboratorio del Dizionario Etimologico Calabrese”. Negli ultimi anni, le passioni intellettuali di Padula si allentarono. Si ammalò e lasciò l’Università di Parma, facendo ritorno nel suo paese d’origine. Lentamente ritrattò anche le critiche al papa e alle polemiche anticlericali. Vincenzo Padula morì ad Acri Il 7 gennaio 1893.

Francesco Antonio Cefalì

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