Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

NEL 1799 TRAETTO, OGGI MINTURNO, ERA SANFEDISTA E REALISTA

Posted by on Apr 8, 2020

NEL 1799 TRAETTO, OGGI MINTURNO, ERA SANFEDISTA E REALISTA

Dopo aver fatto tappa ad Itri e a Castelforte l’Ass. Id. Alta Terra di Lavoro nel presentare il testo in copia anastatica di D. Petromasi che narra l’epopea dell’esercito Crociato e Cristiano, nell’uso comune chiamato della Santa Fede, guidata dal Card. Fabrizio Ruffo, sabato 23 marzo 2019 s’è fermata a Minturno grazie alla volontà del Comune e al Comitato Luigi Giura che hanno organizzato il convegno per presentare il suddetto testo e per parlare delle vicende drammatiche del 1799 che hanno interessato la cittadina aurunca.

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1799… E la chiamarono libertà (Seconda parte)

Posted by on Nov 11, 2019

1799… E la chiamarono libertà (Seconda parte)

     L’intervento precedente – escludendo le due appendici – si chiudeva con la promessa che si sarebbe parlato del sangue di vittime innocenti che, a causa dell’invasione francese dovuta all’invito  dei “liberali”  nostrani, impregnò di sangue, sia durante la discesa che durante la risalita, le zolle della nostra terra ed arrossò perfino le acque dei nostri fiumi. Poiché l’evento interessò in misura maggiore una determinata parte della penisola italiana, prenderemo in esame solo gli avvenimenti che si snodarono dagli estremi confini settentrionali del Regno di Napoli, cioè dai paesi dell’Alta Terra di Lavoro fino alle province della Puglia e delle Calabrie. 

     La “democratizzazione” dei vari paesi del Regno non avvenne all’improvviso dalla sera alla mattina; ma, proprio come i frutti di una pianta, ebbe bisogno di tempo per completare il proprio ciclo di maturazione. E questo ebbe inizio con gli incalzanti inviti dei “patrioti” napoletani alle truppe francesi affinché si decidessero a non tentennare ulteriormente e venissero a “liberare” i sudditi del Borbone da una ormai insopportabile tirannia.  Così pochi giorni prima del nuovo anno (1799) il generale Championnet, con un esercito di 15.000 uomini, si decise ad esaudire le pressanti richieste dei simpatizzanti filo- francesi.

     La prima città che si trovò sulla strada dei “liberatori” fu Fondi; e i Francesi, appena vi misero piede, presentarono il loro biglietto da visita incendiando il teatro baronale e dando alle fiamme tutto quello che poteva costituire la memoria del luogo : l’archivio comunale, la biblioteca e tutti i documenti conservati nelle chiese, negli episcopi, nei conventi e perfino nelle raccolte dei privati. Tutte le chiese furono profanate, distrutte e vandalizzate e spogliate di tutto quello che poteva costituire preda di guerra, bottino.

     Subito dopo la stessa sorte toccò alle città di Itri, Gaeta, Mola, Castellone e Traetto. In quest’ultimo paese addirittura il generale polacco Dombrowsky, nei giorni di Pasqua del 1799: 24 e 25 marzo, si vantò di aver ucciso 349 paesani infilzati sulle baionette. Il canonico Gaetano Ciuffi, però, sostenne che le vittime fossero circa 800. Anche qui si ripeté lo stesso copione per le chiese e i luoghi sacri.

     Ma vediamo cosa prevedeva il piano di “liberazione”.

      a ) l’invasione degli Abruzzi (affidata ai generali Duhesme e Lemaine) che portò le divisioni francesi nelle città di Teramo, Chieti, Pescara, Cittaducale, L’Aquila, Popoli, Pratola e Isernia (qui vi furono 1500 persone passate a fil di spada)

     b) l’invasione di Terra di Lavoro (affidata ai generali Macdonald e Rey), che portarono stragi e distruzioni a Itri, Gaeta, Teano, Castelforte, Fondi e San Germano (l’attuale Cassino).

     c) l’invasione delle Puglie (affidata ai generali Duhesme e Broussier ai quali vennero ad aggiungersi Ettore Carafa, Conte di Ruvo e successivamente i generali Olivier e Sarazin per la città di Brindisi, e furono oggetto della ferocia dei “liberatori” le città di Troia, Bovino, Foggia, Barletta, Manfredonia, San Severo (3000 morti), Andria (4000 dati alle fiamme), Trani (1200 dati alle fiamme),[ Carbonara, Ceglie, Martino e Montrone. In questi paesi vennero uccise tutte le persone che vi si trovavano], Brindisi (aprile 1799)

     d) versante tirrenico (marzo/aprile – Generali Olivier e Watrin) . Nelle città di Cava, Vietri e Salerno si ebbero 3000 morti.

     Ribadiamo – per non generare equivoci – che nel numero delle vittime di cui ci occupiamo non sono incluse quelle  relative ai morti in battaglia.

MASSACRI 

     Il 29 dicembre 1798, appena ad un giorno dall’inizio dell’avanzata, si ebbe il saccheggio di Itri con stupri e massacro degli abitanti da parte delle truppe polacche del generale Dombrowski. Tra le vittime vi fu anche il padre di Michele Arcangelo Pezza. E forse quest’episodio non sarà estraneo allo zelo che il Pezza impiegò nel recare il maggior danno possibile ai Francesi.

     Il 22 gennaio 1799, non appena le truppe francesi, aiutate dagli studenti della Facoltà di Medicina dell’Ospedale degli Incurabili e dalle cannonate sparate su di loro dai giacobini che avevano occupato il castello di Sant’Elmo, riuscirono ad entrare in città, ci fu l’immediata fucilazione di quaranta lazzari a via Foria.

     Tra il 21 e il 23 gennaio 1799 : cinque vittime uccise cammin facendo al Ponte della Maddalena. Le vittime tra i lazzari ( tra 8.000 e 10.000) non le includiamo nel computo, perché cadute in combattimento.

     24 gennaio 1799 : immediata fucilazione – a titolo d’esempio – di due ufficiali borbonici che avevano opposto resistenza, da parte del generale Broussier non appena riesce ad entrare nel Castello del Carmine.

     7 marzo 1799 : l’Alta Commissione Militare condanna a Napoli quattro individui, rei di insurrezione e tumulto nella zona del Mercato.

    23 marzo 1799 : caduta di Andria ad opera di Ettore Carafa conte di Ruvo. “ … diecimila rimangono vittima dei loro delitti, ed Andria, dopo essere stata saccheggiata, brucia di presente”(Comunicato del Comitato Patriottico Rivoluzionario al Governo provvisorio della città).

     25 marzo 1799 : saccheggio a L’Aquila. Settecento insorgenti, fra cui 29 frati, vengono massacrati. Viene frantumata l’urna d’argento che conteneva le ossa di San Bernardino e le ossa stesse disperse al vento. Rubato l’argento e calpestate le ostie consacrate.

      – Presa di Trani sempre da parte del Ruvo

     4 aprile 1799 :  saccheggio di Carbonara. Ottocento insorgenti passati a fil di spada. A restaurazione avvenuta, il sindaco, in un suo discorso, disse “ … Non vi lasciarono né porte né finestre delle case, fin anche li chiodi alle mura … non perdonando le chiese[1]

      – Ceglie. Scrive il generale Broussier : “ i miei soldati uccisero tutti quelli che vi si trovavano e misero a fuoco il villaggio “.

     8 aprile 1799 : a Napoli vengono fucilati Silvestro e Sabato Javarone, Carmine Grazioso e Antonio De Luca. Due vengono fucilati a Casoria, undici a Torre Annunziata, tre a Mugnano. [2]

      A Napoli la Commissione Militare condanna alla forca Giuseppe Maimone e Gioacchino Lubrano, i cui cadaveri vengono lasciati penzolare per due giorni dalle corde; Salvatore Capuano e Candido Jalenti, per l’uccisione dei fratelli Ascanio e Clemente Filomarino.

     13 aprile 1799 – Fontana Liri (alta Terra di Lavoro): uccisione di nove persone

     aprile 1799 : incendio di Castellammare e Gragnano da parte del generale Watrin: azioni di tale ferocia che pure lo storico di parte Colletta non potette fare a meno di definirle: “Incendi infami a chi li causò, a chi li accese, perché non da mira di buona guerra, ma da feroce insazietà di vendetta” . A questi sono da aggiungere altre 3000 vittime circa tra Salerno e Cetara.

     10 maggio 1799 : Altamura. I repubblicani prima di abbandonare nottetempo la città rinchiudono nella Chiesa di S. Francesco 48 persone, fatte fucilare dal generale Felice Mastrangelo. I cadaveri vengono legati ad altre persone vive o ferite e buttate in una fossa. “ Per compimento di loro barbarie, legarono a quei cadaveri esangui altrettanti ancora viventi, e così a due a due legati li seppellirono insieme[3]

     11 maggio 1799 : Fontana Liri (alta Terra di Lavoro) : saccheggio e incendio del paese, con altri tredici morti, tra cui un novantenne e un neonato di otto mesi ucciso “ad ubera matris”, cioè mentre era attaccato al seno della mamma.   

     11 maggio 1799  :  Arce : un 90enne (tale Filippo Vannucci) ucciso dai giacobini

     11 maggio 1799 : Roccasecca : 13 morti

     12 maggio 1799 :  Isola Liri : 537 persone trucidate dai giacobini francesi del generale Watrin, di cui 350 (tra uomini, donne e bambini) sgozzati mentre pregavano nella Chiesa di San Lorenzo. L’efferatezza di tale episodio suscitò tanta impressione che anche il Colletta non poté fare a meno di registrarla nella sua “Storia”:<< … il nemico (cioè i Francesi) sfogò lo sdegnosui miseri abitanti; e trovando nelle cave poderoso vino, ebbro d’esso e di furore  durò le stragi, gli sfoghi e le lascivie tutta la notte. Ingrossavano le piogge, e la terra bruciava; al nuovo sole,dove erano case e templi, furono visti cumuli di cadaveri, di ceneri e di lordure>>.

    12 maggio 1799 : Montecassino : 150 vecchi massacrati + 2 monaci. Saccheggio di ogni cosa di valore e distruzione di opere d’arte e opere del pensiero.

     12 maggio 1799  : Roccasecca : 6 persone trucidate

     13 maggio 1799 :  6 monaci uccisi nell’abbazia di Casamari + una donna 72enne (tale Maria Pede).

     13 maggio 1799 : Porrino : 10 persone trucidate

     20 maggio 1799 : Roccasecca : 84enne (tale Lucia Corsetti) trucidata, più il capo-massa Pietro Guglielmi

     13 giugno 1799 : Napoli : fucilazione di Gerardo e Gennaro Baccher, Natale d’Angelo, Ferdinando e Giovanni La Rossa

     16/17 giugno 1799  : Napoli : trenta cacciatori calabresi, nottetempo, vengono uccisi nella Villa di Chiaia, dai giacobini discesi da Castel Sant’Elmo. [4]

     Totale delle vittime approssimato per difetto, perché manca il numero degli abitanti uccisi a Trani, a Ceglie e ad Isola Liri il 24 aprile 1799: 24.235. Facendo un rapporto tra le vittime degli insorgenti e quelle dei giacobini si arriva allo sconvolgente risultato che per ogni “eroe/martire” giacobino sono stati sacrificati 200 insorgenti, “anonimi/non-martiri” e quindi non meritevoli di alcun ricordo, come intitolazione di strade, piazze, istituti pubblici o giornate della memoria.

     Eppure non è improbabile che anche tra queste vittime vi fossero persone culturalmente e professionalmente, se non al di sopra, alla pari del centinaio di vittime della “ferocia” di Ferdinando di Borbone che hanno avuto una risonanza planetaria, come se  il degrado civile, morale e culturale della nazione fosse dipeso dalla loro scomparsa.

     Concludo, sostenendo che, essendo quella dei giacobini una guerra ideologica, essa non aveva come fine la resa dell’avversario ma lo sterminio, e chiudo prendendo a prestito un pensiero di Ferdinando Corradini, citato dal Riccardi, che sembra fatto  apposta per l’ occasione : << … Se i giacobini volevano in questo modo compiere un atto propagandistico che facesse capire in modo plateale quali erano le idee di cui erano portatori, bisogna dire che riuscirono perfettamente nel loro intento>>. [5]

Castrese Lucio Schiano


[1] F.M.Agnoli – 1799 la grande insorgenza, pag. 157

[2] F.M.Agnoli –  ibidem, pag. 179

[3] A. Cimbalo, L’itinerario, pag. 200

[4] D. Sacchinelli, Memorie storiche sulla vita del Cardinale Fabrizio Ruffo. Con osservazioni sulle opere di Coco, di Botta e di Colletta, pag. 247

[5] F. Riccardi, Il 1799 nell’Alta Terra di Lavoro, pag. 32

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INVASIONE E LIBERAZIONE 1799

Posted by on Apr 12, 2019

INVASIONE E LIBERAZIONE 1799

I giacobini si ritennero patrioti e sostennero che la rivoluzione era a favore del popolo, per risollevarlo dalla miserrima condizione, intanto però, ne fomentavano la strage, ritenendo quindi che la felicità vada imposta dalle menti elette anche a prezzo di un bagno di sangue.

Qualche esempio di stragi di civili:

  • 1300 persone furono uccise a Isola Liri e dintorni;
  • Itri e Castelforte furono devastate;
  • 1200 persone uccise a Minturno in gennaio, più altre 800 in aprile;
  • gli abitanti della cittadina di Castellonorato furono tutti massacrati;
  • persone passate a fil di spada:
    •    1500 nella sola Isernia;
    •    700 nella zona di Rieti;
    •    700 a Guardiagrele;
    •    4000 ad Andria;
    •    2000 a Trani;
    •    3000 a San Severo;
    •    800 a Carbonara;
    •    tutta la popolazione a Coglie.

In un dispaccio del 21 gennaio 1799 dai giacobini napoletani allo Championnet, al fine di invitarlo ad affrettarsi a marciare su Napoli per la loro salvezza, troviamo scritto:

“NON LA NAZIONE
MA IL POPOLO E’ IL NEMICO DEI FRANCESI” 

Questa affermazione, scritta dai filofrancesi durante i giorni della rivolta dei lazzari, con l’evidente paura di fare una brutta fine, dimostra che le poche decine di giacobini della “Repubblica Napoletana” ben capivano che solo l’arrivo immediato delle truppe d’invasione francesi poteva salvarli dalla furia popolare.
Scrive Massimo Viglione: “Ma, proprio scrivendo quelle parole, essi dimostravano, a se stessi ed alla storia, il loro totale isolamento da tutto il resto del popolo. Il fare una distinzione fra la categoria di “Nazione” e quella di “Popolo”, attribuendo la prima a se stessi, cioè poche decine di giacobini, e la seconda, con valenza dispregiativa, a milioni e milioni di individui di tutte le classi sociali, dall’ultimo dei contadini al Re, risulta essere una testimonianza inequivocabile non solo dell’isolamento, ma anche della loro utopia, e dimostra anche tutto il loro reale disprezzo per il popolo, atteggiamento tipico di ogni casta intellettuale di ogni tempo e luogo”. 

La parte continentale del Regno subì una spietata occupazione francese; i giacobini napoletani istituirono un governo fantoccio denominato “Repubblica Partenopea” che non fu riconosciuto neanche dalla Francia.
Tutti i beni, compresi gli scavi di Pompei, furono dichiarati proprietà dello straniero che pretese anche forti indennità di guerra.

Un cardinale della Chiesa, il principe Fabrizio Ruffo, di sua spontanea iniziativa chiese a Ferdinando uomini e mezzi per liberare il Regno.
Ottenne, così, il titolo di Vicario plenipotenziario del Re, una nave e sette uomini.

Ruffo mosse inizialmente con altri sette uomini contro l’esercito francese e liberò il Regno dagli eserciti napolconici invasori.
Non ha ricevuto dagli storiografi alcun riconoscimento per la sua azione, né il suo nome appare nella toponomastica delle città o sulla fiancata di un incrociatore.
Eppure quella del Ruffo fu un’autentica guerra di liberazione: all’inizio dell’anno 1799 quasi tutta la penisola italiana era sotto la dominazione straniera; nel mese di ottobre non vi era più un soldato francese in Italia.
Scrive il Viglione: “La grande marcia di riconquista del Regno effettuata dal cardinale Ruffo va inquadrata nel contesto generale del vasto fenomeno dell’Insorgenza. Mentre il Ruffo risaliva il Regno con il suo esercito, 38.000 toscani liberavano il Granducato, decine di migliaia di italiani affossavano la Repubblica Cisalpina e riconquistavano il Piemonte al seguito degli eserciti austro-russi; tutti insieme, infine, marciarono su Roma nel mese di settembre, quasi in una gara a chi arrivava prima a mettere la bandiera su Castel Sant’Angelo: e la gara fu vinta, ancora una volta, dalle truppe del cardinale Ruffo, che per prime liberarono la capitale della Cristianità”.

Il popolo si schierò a difesa delle istituzioni e della fede cattolica, l’insorgenza popolare divampò in tutto il Regno, inarrestabile. “Probabilmente, chiunque altro avrebbe rinunciato alla folle idea gridando all’ignavia dei suoi Sovrani. Non il Ruffo, che veramente partì con quel che aveva, e sbarcò il 7 febbraio 1799 in Calabria nei pressi di Pizzo.
Quattro mesi dopo, l’esercito dei volontari della Santa Fede, o sanfedisti, era composto di decine di migliaia di persone, ed entrava in Napoli da trionfatore, restaurando la Monarchia borbonica.
Ruffo iniziò la riconquista della Calabria verso il mese di aprile, e in maggio mosse verso il Nord, passando attraverso Matera, quindi Altamura, per dirigere poi verso Manfredonia ed Ariano, ove giunse il 5 giugno, preparandosi a marciare sulla capitale.
Liberò Napoli il 13 giugno dopo una tragica battaglia che rivide i lazzari in azione al suo fianco.

Il 21 giugno 1799 i francesi e i collaborazionisti giacobini si arresero”.
Da buon cristiano concesse ai giacobini condizioni di resa più che caritatevoli, ma l’ammiraglio Nelson, giunto a Napoli il 24 giugno 1799, non riconobbe la capitolazione accordata dal cardinale Ruffo che fu messo a tacere.
Se non fosse stato per Nelson essi sarebbero potuti partire per la Francia, e sarebbero stati dimenticati; senza saperlo egli li trasformò in martiri. Le navi trasporto furono portate a tiro dei cannoni, i passeggeri erano come, topi in trappola e i più noti furono imprigionati nelle stive delle navi inglesi.
Racconta il Viglione: “Ruffo fece di tutto per salvare i giacobinii napoletani. Molti storici, nelle loro opere chiariscono senza ombra di dubbio come l’unico vero responsabile della condanna dei giacobini fu Orazio Nelson con l’avallo della Regina. E, in fondo, furono gli stessi democratici ad autocondannarsi.
Infatti, quando l’Armata giunse a circondare la capitale, il Ruffo in persona entrò in contatto con i comandi giacobini, e promise che avrebbe loro messo a disposizione navi regie per partire per la Francia.
I repubblicani ebbero anche da ridire, e pretesero dal Ruffo che desse pubblico ed ufficiale riconoscimento alla Repubblica Napoletana, altrimenti non avrebbero accettato l’offerta.
Il cardinale, con cristiana pazienza, andò anche oltre i suoi legittimi poteri di Vicario del Re e riconobbe a nome del Sovrano la Repubblica”.
E chiarisce subito: “E’ chiaro che fece ciò solo allo scopo di salvarli. I giacobini allora iniziarono ad imbarcarsi, ma nel frattempo giunse nel porto il Nelson con la sua flotta, e fece subito sapere che il patto era infame e che non ne avrebbe permesso l’esecuzione, anche a costo di decapitare il Ruffo!
Questi allora andò personalmente a protestare sulla nave dell’ammiraglio, ricordandogli che aveva dato la sua parola e che era il Vicario del Re.
Ma il Nelson, forte dell’appoggio della Regina, rispose insolentemente tramite la sua amante Lady Hamilton che non era dignitoso per un ammiraglio parlare troppo a lungo con un prete cattolico.
Il Ruffo, benché umiliato, non si diede per vinto, e provò nuovamente a convincere i giacobini a consegnarsi a lui, promettendo di farli fuggire via terra.
I repubblicani però preferirono consegnarsi al Nelson, reputando che era meglio fidarsi di un ammiraglio protestante piuttosto che di un prete cattolico.
Appena costoro si imbarcarono sulla nave, Nelson li fece arrestare tutti.”

La decapitazione di suo cugino Luigi XVI e di Maria Antonietta, le sofferenze e l’allontanamento da Napoli non predisponevano il Re alla clemenza verso i traditori, verso coloro che avevano appoggiato l’invasore straniero, in nome di una “civiltà” imposta con la violenza.
Fu istituita una Giunta di Stato che doveva giudicare i civili e una Giunta di generali per i militari.
Di 8000 prigionieri:

  • 105 furono condannati a morte, di cui 6 graziati;
  • 222 furono condannati all’ergastolo;
  • 322 a pene minori;
  • 288 a deportazione;
  • 67 all’esilio;
  • tutti gli altri furono liberati.

Durante i pochi mesi della repubblica
vennero condannati a morte e fucilati 1563 legittimisti

da “La storia proibita – Quando i Piemontesi invasero il Sud”, AA.VV.,
Controcorrente, Napoli, 2001

fonte http://lazzaronapoletano.it/category/0003/0003-0003/

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1799, Fernando Riccardi rende onore al Ducato di Sessa

Posted by on Gen 19, 2018

1799, Fernando Riccardi rende onore al Ducato di Sessa

Il 13 gennaio abbiamo organizzato di concerto con la Proloco di Sessa, con la Biblioteca Comunale di Sessa e con il patrocinio del Comune di Sessa, un convegno dove veniva presentato la copia anastatica della marcia dei Sanfedisti del Card. Ruffo. Stando a Sessa non si poteva non parlare dei fatti del 1779 accaduti a Sessa e a questo ci ha pensato Fernando Riccardi che ha regalato all’aristocratica Sessa momenti di altissima cultura degni del blasone che la perla Regnicola ha nel suo Dna.

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