Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Di fronte al pericolo nasce la Nazione Napoletana

Posted by on Feb 20, 2020

Di fronte al pericolo nasce la Nazione Napoletana

Il 5 giugno 1796 a Parigi fu firmata una pace che fin dalla sua firma sembrò più un armistizio che un accordo che potesse durare nel tempo. La politica espansionista della Francia sembrava non doversi mai fermare; dopo il trattato di Campoformio i francesi rivolsero le loro mire allo Stato Pontificio dove, preparata ad arte una sommossa nella quale fu ucciso il generale Duphot, procedettero alla occupazione del territorio ed alla creazione della Repubblica Romana, altro fantoccio nelle loro mani, e seguitarono nella spoliazione del patrimonio artistico, costringendo il Pontefice Pio VI ad abbandonare Roma per chiudersi in un convento in Toscana.

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La vera storia di Luisa Sanfelice e dei suoi compagni

Posted by on Gen 12, 2020

La vera storia di Luisa Sanfelice e dei suoi compagni

Nel 1847 un decreto reale comunicava al paese che il Ministro delle Finanze Ferdinando Ferri era stato ritirato e sostituito con il Cavalier Giustino Fortunato. Il decreto in questione chiudeva la lunga, sorprendente e disinvolta carriera di un personaggio che fu protagonista, nella sua vita, di importanti avvenimenti storici.

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1861 : A Pontelandolfo inizia il massacro

Posted by on Ott 2, 2019

1861 : A Pontelandolfo inizia il massacro

I giornali, pur controllati dal governo, pubblicano i dati ufficiali della repressione nel Sud: nel napoletano si contano già 8968 fucilati, fra cui 64 sacerdoti e 22 frati, 10604 feriti, 60 ragazzi e 48 donne uccise, 13529 persone arrestate, 1428 comuni sollevati, 6 paesi dati alle fiamme.

Nel Sannio beneventano, nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni circondati da monti ormai pieni di bande partigiane, si respira un’aria di sollevazione come in migliaia di altri paesi del Sud occupato. Un contadino di Casalduni, di nome Fusco, rifiuta di far presentare il figlio richiamato alla leva piemontese: “Meglio morire per Dio e per il re nostro e fucilato davanti ai miei occhi, che servire Vittorio Emanuele”.

In quel periodo nel paese si tiene la tradizionale fiera di San Donato, che fa giungere a Pontelandolfo molti abitanti dei paesi vicini. Tra questi Cosimo Giordano, ex sergente borbonico alla macchia già da tempo, che decide di entrare in azione, ed entra in paese con una quindicina di uomini armati.

La presenza del fedele soldato provoca come una scintilla su un bidone di petrolio: l’intera popolazione si precipita per le strade, ed improvvisa una processione gridando a squarciagola “Viva Francesco II, viva ‘o rre nuosto” , e, raggiunta la chiesa, fa celebrare un Te Deum di ringraziamento. Poi si reca in municipio, dove fra il tripudio della folla vengono abbattuti gli stemmi sabaudi e il ritratto di Vittorio Emanuele.

Nel vicino paese di Casalduni accade altrettanto.

La febbre si sparse in tutto il circondario, ed anche Fragnito Manforte e Campolattaro insorsero. I liberali dell’ultima ora subirono il saccheggio delle loro abitazioni e fuggirono a Benevento.

L’11 agosto giunsero da Campobasso 40 uomini del 36° Rgt. Di linea piemontese, al comando del tenente Bracci. La popolazione reagì, ed uccise uno dei soldati, gli altri si barricarono nella torre.

Spettacolo indegno furono proprio i liberali rimasti che, vista la parata, passarono nel campo degli insorti, essendo anzi tra i più eccitati a farla finita con i piemontesi.

Affrontati dal popolo, guidato dall’ex militare napoletano Angelo Pica, furono uccisi in sei, compreso il tenente Bracci. Gli altri furono imprigionati ma il Pica, temendo il crescente furore della gente, decise di fucilarli tutti dopo un sommario processo.

Un tenente piemontese raccontava: “Gli abitanti di questo villaggio (Pontelandolfo) commisero la più nera barbarie, ma la punizione che gli venne inflitta, per quanto meritata, non fu meno barbara: un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case e poi mise fuoco all’intero villaggio, che venne completamente distrutto. Stessa sorte toccò a Casalduni”.

Chi aveva dati gli ordini per giungere ad un massacro che supera di gran lunga quelli visti durante l’ultima guerra? Enrico Cialdini. Lo stesso che aveva bombardato Gaeta, comodamente seduto in poltrona a Formia nella villa reale, per ben tre mesi, senza tentare il minimo assalto, e che nell’ultimo giorno di assedio, con i preliminari di resa firmati, aveva preferito continuare a bombardare mietendo vittime innocenti.

Un ufficiale piemontese, Carlo Melegari, in un volumetto di memorie anni dopo ricordava di aver incontrato il Cialdini al San Carlo. Questi, appena vedutolo lo apostrofò: “Ella avrà sentito parlare del doloroso ed infame fatto di Casalduni e Pontelandolfo, orbene, il Generale Cialdini non le ordina, ma desidera vivamente che di questi due paesi non rimanga più pietra su pietra. Ella è autorizzato a ricorrere a qualsiasi mezzo, e non dimentichi che il Generale desidera che quei poveri nostri soldati siano vendicati, infliggendo a quei due paesi la più severa punizione”.

Tempo dopo lo stesso Melegari ricordava come fosse stato “assolutamente necessario” punire gli abitanti di quel paese, insieme al sindaco ed al parroco, che erano tutti vergognosamente avversi all’unità d’Italia e partigiani del governo borbonico, avendo coltivato e fomentato lo spirito di “ribellione contro il governo piemontese”.

137 anni sono passati invano. Il sindaco di Pontelandolfo ancora vorrebbe ricordare e far ricordare quell’eccidio intitolando una piazza a quei Borbone per i quali l’intero paese si era sacrificato.

Il Prefetto ha bocciato la delibera, ma le case bruciate e diroccate sono ancora lì, come un drammatico monumento ai caduti.

Roberto Maria Selvaggi

Da “Il SUD Quotidiano” del 2/8/97

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La grande marina mercantile e militare napoletana

Posted by on Lug 18, 2019

La grande marina mercantile e militare napoletana

Il primato delle Due Sicilie sul Mediterraneo si concretizzò

Nella terza flotta al mondo per tonnellaggio e traffici,

rafforzato dalla grande tradizione delle scuole marinare

e da un’industria cantieristica all’avanguardia

Tra le vie del quartiere Flaminio di Roma che portano i nomi di illustri giuristi ve n’è una intitolata al sardo Domenico Alberto Azuni. Essa è situata proprio accanto al Ministero della Marina, quasi a voler ricordare le benemerenze, vere o presunte, del giurista sardo nel Diritto Internazionale Marittimo.

 Non ne esiste invece nessuna intitolata a Michele De Jorio, giurista napoletano autore del primo codice di diritto marittimo, il “Codice Ferdinandeo”.

In una rarissima lettera di Bartolomeo Pagano, nel 1798, il Codice Azuni viene definito “uno sfacciato plagio del Codice Ferdinandeo”; sfacciato perché in molte parti banalmente copiato di sana pianta.

Il Regno delle Due Sicilie fu il terzo paese d’Europa anche nel campo navale: è bene ricordarlo.

Il resto d’Italia viveva stretto tra terraferma e legami stretti con altre realtà statuali, il Lombardo-Veneto gravitava nell’orbita austriaca, pur avendo porti importanti come Venezia e Trieste, ed il piccolo Piemonte vivacchiava di angusti commerci col porto di Genova.

Il Regno del Sud era il più grande e più abitato stato della penisola, con poli di commercio marittimo di importanza internazionale come le Puglie ed i suoi porti di Bari, Brindisi, Gallipoli e Manfredonia.

Intorno a Napoli ferveva la più grande industria navale italiana, e non a caso il primo vapore europeo a solcare il mare, il Ferdinando I, fu qui costruito.

Ebbene anche questo è successivamente stato negato.

In una relazione ufficiale piemontese del 1890 si millantava il primato di un piroscafo sardo che iniziò a navigare su un fiume, e non sul mare, il 6 novembre 1819.

Jules Millenet scriverà nel1834: “In un’epoca in cui la Francia non possedeva alcun battello a vapore, e dove questo sistema di navigazione non era stato ancora adottato in Inghilterra, se non sui fiumi e sui golfi, si costruiva a Napoli il primo bastimento a vapore che abbia attraversato il mediterraneo”.

Dal 1815 al 1830 ebbe il monopolio della navigazione a vapore la “Amministrazione Privilegiata dei Pacchetti a vapore delle Due Sicilie”, società di proprietà del principe di Bufera prima e della Società Sicari, Benucci e Pizzardi, poi.

Ferdinando II decise di abolire il monopolio con un decreto, che accordava anche esenzioni fiscali e facilitazioni “a chiunque, suddito o straniero che, stabilitosi nel Regno, costruisse nei cantieri dello stesso battelli a vapore per destinarli alla marina mercantile delle Due Sicilie”.

Nacquero così tante compagnie di navigazione: nel 1839 Vincenzo Florio fondava l’Amministrazione dei Pacchetti a vapore siciliani, nel 1841 nasceva la Compagnia Andrea De Martino e soci, poi l’Amministrazione Napoletana, la Giglio delle Onde e la Calabro Sicula.

E nel 1853 ancora un primato: il palermitano Salvatore de Pace costituiva infatti la Società Sicula Transatlantica, e con il piroscafo Sicilia iniziava i viaggi periodici con l’America, con scalo a Napoli e Gibilterra, e raggiungendo New York in 26 giorni.

Quelli furono però solo viaggi di affare e di piacere, solo dopo l’unità divennero quella vera e propria tragedia che fu l’esodo di milioni di meridionali verso la speranza di un futuro diverso.

Nel 1860 tutta la flotta mercantile iniziò lo stesso declino che accomunò l’ex Regno delle Due Sicilie.

La società Rubattino di Genova, per intenderci quella che fornì il naviglio a Garibaldi, fu spudoratamente agevolata e nel giro di venti anni divorò la flotta Florio, ed altrettanto accadde per gli altri, che mano a mano scomparirono.

La Marina Militare napoletana era anch’essa tra le migliori del mondo.

Aveva combattuto molto poco, salvo che nella Campagna di Sicilia del 1849, ed era dotata di navi moderne con equipaggi di prim’ordine, fedeli alla patria ed al re, ma non fu altrettanto onorata nei suoi ufficiali.

Il conte d’Aquila, fratello di Ferdinando II, Comandante Generale della marina, non fu mai uomo di polso e lasciò sempre fare agli altri, non nascondendo spesso atteggiamenti frondisti nei confronti dello stesso re.

Solo alla fine, nell’estate del 1860, capì quel che sarebbe accaduto e tentò senza successo di riprendere le redini della situazione, per ristabilire un governo autenticamente nazionale che non facesse da battistrada a Garibaldi e a quel che ne seguì.

Il lavoro di corruzione operato sugli ufficiali di marina fu incessante e continuo, e portò come inevitabile conseguenza al dissolvimento dell’arma nelle vicende finali del Regno: a parte alcuni uomini, come gli ammiragli Lettieri e Del Re ed i comandanti Pasca e Flores, il grosso passò più o meno apertamente al nemico fin dal maggio 1860.

Ma dal punto di vista tecnico e marinaresco i napoletani non furono secondi a nessuno: la piccola marina sarda sembrava una flottiglia di pescherecci disastrati a confronto con quella delle Due Sicilie.

La cantieristica napoletana, oltre a costruire tutto il naviglio interno, eseguiva lavori per mezza Europa.

Il 14 agosto 1852 fu inaugurato a Napoli il bacino di raddobbo per le grandi riparazioni, con una spesa di 300000 ducati, unico del mediterraneo.

Intorno al polo cantieristico, grazie alla ferrovia costruita appositamente per unire la capitale con le realtà industriali, nacquero altre industrie private, oltre Pietrarsa, che prosperarono anche grazie a quel polo, aggiungendo agli oltre 2000 addetti di Castellammare ed ai 4000 di Pietrarsa quelli della Zino & Henry, della Guppy & Co., dello stabilimento Pattison ed altri ancora.

Per non parlare del ferro utilizzato, tutto, proveniente dalle fonderie pubbliche e private della Calabria.

Con l’arrivo dei “liberatori” tutte queste industrie furono sistematicamente portate al fallimento, con decine di migliaia di persone gettate in mezzo ad una strada, come testimoniato dalle prime rivolte operaie represse nel sangue, e cancellando per di più anche il ricordo di tale operosità e ricchezza e iniziando quella serie di luoghi comuni relativi al Sud povero, mafioso ed incapace di iniziative imprenditoriali.

Proprio dove oggi sorge un anonimo museo ferroviario morirono, falciati dal fuoco dei bersaglieri, degli operai che chiedevano solo pane e lavoro, perché non avevano ancora capito di avere perso, oltre a quello, anche la propria dignità di uomini liberi.

Roberto Maria Selvaggi

fonte http://www.adsic.it/2001/12/19/la-grande-marina-mercantile-e-militare-napoletana/#more-77

Da “Il SUD Quotidiano” del 20/12/97

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