Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (decima parte)

Posted by on Gen 12, 2018

PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (decima parte)

– 88 –

Il fatto però si fu, che, dopo varii assalti inutili contro le posizioni dei Cappuccini e del palazzo Lancellotti, decimate dalla mitraglia e dalle incessanti cariche della regia cavalleria, sul cadere del giorno, i Mazziniani si ritrassero, lasciando che il Re proseguisse tranquillamente la sua via, e, senz’altra molestia, rientrasse nei suoi Stati. La mattina seguente, in sull’albeggiare, furono spinti avanti i poveri ragazzi del Battaglione della Speranza, i quali trovata la Città indifesa vi entrarono trionfanti e dopo di loro le soldatesche repubblicane, che si dissero così vittoriose!

Gravi furono le perdite delle bande assalitrici, che, di cadaveri avendo seminata la campagna, ritornarono poi a Roma assai malconce, mascherando il meglio che per loro si potò il sofferto rovescio. E Garibaldi stesso andò debitore a un vero caso di non esser fatto prigioniero dai Napoletani. (1).

Questo fatto, per so stesso poco importante, fu per la setta una nuova rivelazione di quel che avesse a temere dalla fedele

(1) II Generale Francese Vaillant parla del fatto di Velletri, e poiché ne da qualche peculiare notizia aggiungiamo in nota le sue parole:

«Il 19 Maggio, il generale di divisione Vaillant, del genio, e il generale di brigata Thirv, dell’artiglieria, giunsero al quartiere generale; erano inviati ambidue in previsione dell’assedio che si era risoluto di fare se le negoziazioni abortivano.

«Quanto a queste negoziazioni, esse non avevano ancora prodotto che l’armistizio di coi si è parlato di sopra, e delle quali i Romani seppero profittare per iscongiurare il pericolo che li minacciava da un altro lato.

Infatti l’esercito napolitano forte di 9000 uomini di fanteria! 2000 di cavalleria e 54 cannoni, sotto gli ordini del Re di Napoli in persona, aveva occupato, nei primi giorni di maggio, le posizioni contigue ad Àlbano. In seguitò del rifiuto di cooperazione del generale Oudinot, che aveva a questo proposito istruzioni formali, quest’esercito aveva cominciato il suo movimento di ritirata» sin dal 17 di maggio, ed era arrivato ai 13 a Velletri. Esso si disponeva a» continuare la sua marcia retrograda su Terracina, allorché nel mattino del 19 fu attaccato da Garibaldi. Questo capo di partigiani, rassicurato dalla parte dei Francesi pel fatto dell’armistizio, era sortito da Roma alla testa 12 o 13 mila uomini, e, girando la montagna di Albano per la strada detta di Frosinone, si era avanzato su Velletri per Palestrina e Valmontone. Dopo un combattimento nel quale le truppe romane conservarono il vantaggio dell’attacco (quello cioè di rimanere di fuori senza poter penetrare nella città); il Re di Napoli abbandonò le sue posizioni, e riprese il 20 di Maggio il suo movimento di ritirata che effettuò fino a Terracina, senza essere altrimenti inquietato. Garibaldi rientrò in Roma. I risultati del combattimento del 19 maggio, furono esagerati, come lo erano stati quelli della ricognizione fatta dai Francesi il 30 di Aprile. Gli spiriti si esaltarono maggiormente nella città, e vi si prepararono ad una difesa vigorosa». (Vedi Vaillant, le Siège de Rome pag. 14).

  • – 89

devozione del Re delle Due Sicilie verso la S. Sede, e come fosse opera vana di assalire questa, senza prima aver distrutto quello.

Dicemmo una nuova rivelazione, conciossiachè i gerofanti rivoluzionarii che governavano a Torino si erano accorti da pezza di quel che potevano aspettarsi dai Reali di Napoli, e in seguito dei fatti del 15 di Maggio 1848, e mentre a Gaeta pendevano tuttora gli accordi delle potenze europee per il ristauramento del Trono Pontificio. Infatti poco mancò che fin d’allora il Governo Subalpino non si arrogasse la egemonia d’Italia, insistentemente offerendosi l’istauratore del Potere temporale del Papa. Ed anche qui giova ricorrere alla storia.

Mene del governo piemontese circa la ristaurazione del trono pontificio

«In sul cominciare del 1849, (scriveva L’Armonia (1), n. 121 del 27 Maggio 1856), governando in Piemonte il Ministero Democratico, con Buffa, Rattazzi, e Vincenzo Gioberti Presidente, gli Italianissimi subalpini offrivano al Papa, esule in Gaeta, aiuto, mediazioni, soldati e cose simili. A tale uopo spedivano presso Pio IX il Conte Enrico Martini, che oggidì è uscito dalla Diplomazia e dalla politica, e si è molto sensatamente riabbracciato coll’Austria. In quel tempo, taluno dei Rappresentanti delle Potenze cattoliche presso il Papa ebbe a ricordare il timeo Danaos et dona ferentes di Virgilio, e pare che il Principe di Cariati, che stava in Francia, giungesse perfino ad accusare i democratici del Piemonte di voler togliere al Papa, le Legazioni, mentre facevano vista di portargli soccorso».

Ecco come racconta la cosa Carlo Luigi Farini: «La Corte di Napoli poneva opera solerte in risvegliare i sospetti ed accrescere i timori nell’animo suo (del Papa), e faceva diligenza per dare ad intendere che tutte le profferte del Piemonte velavano il disegno d’impadronirsi di gran parte dello Stato della Chiesa. I Ministri napolitani affermavano avere le prove, e lo stesso Principe di Cariati ne spargeva la notizia, e ne faceva testimonianza non pure in Napoli ed in Gaeta, ma in Francia». A quei dì, continua il citato autorevole giornale, trovavasi in Napoli, Ministro pel Piemonte, il Senatore Plezza, più tardi Console dei Carabinieri Italiani; e il Governo Partenopeo lo teneva a bada, e non ne aveva ancora voluto riconoscere il grado e la qualità. Quando venne agli orecchi del Ministero democratico di Torino l’accusa del Principe di Cariati, volle tosto richiamato da Napoli il Senatore Plezza e spedì i passaporti all’Inviato napolitano, che risiedeva in Torino,

(1) Diretta allora dal Teologo Giacomo Margotti, divenuta quindi l’Unità Cattolica.

– 90 –

interrompendo ogni offizio diplomatico.

«Questa nostra deliberazione, scriveva il Gioberti, Ministro» degli affari esteri, fu cagionata non solo dal rifiuto arbitrario, che il Gabinetto di Napoli fece di accettare il sig. Plezza, non allegandone alcuna ragione valevole, (essendo state smentite (?!) quelle di cui aveva fatto menzione) e i poco garbati trattamenti recati al medesimo; ma più ancora l’indegna calunnia spacciata in Francia dal Principe di Cariati, colla quale ci attribuiva l’offerta di togliere al Papa le Legazione….

Spero, continuava scrivendo il Gioberti, che il sospetto di tanta infamia non anniderà per un solo istante nell’animo del Pontefice. Essa dovrebbe bensì giovare a mostrargli qual sia il carattere del Gabinetto che l’ha inventata. L’animo candido e leale di Pio IX può essere illuso dalle moine di certi personaggi, i quali fanno i mistici in Gaeta, e si burlano in Napoli della Religione e del Capo Augusto che la rappresenta. Ella procuri di mettere nel Papa la fiducia nel Piemonte (1).

Nel medesimo tempo il Piemonte, il 28 Gennaio 1849, faceva proporre al governo rivoluzionario di Roma, per mezzo del ministro Gioberti, d’inviare un corpo di 20 mila uomini negli Stati della Chiesa per facilitare al Pontefice il ritorno in Roma, escludendo così ed Austriaci, e Francesi, e Spagnoli. Assestate per tal modo le cose romane dai Piemontesi, è indubitato che veniva loro assicurata la tanto desiderata egemonia sulle cose italiane.

La proposta venne fatta dal Gioberti istesso al Muzzarelli, Presidente del ministero del Governo usurpatore a Roma, con la seguente lettera:

»Ricevo da Gaeta la lieta notizia, che il conte Martini fu accolto amichevolmente dal Santo Padre in qualità di nostro ambasciatore. Tra le molte cose che gli disse il Santo Padre sul conto degli affari correnti, questi mostrò di vedere di buon occhio che il governo piemontese s’interponesse amichevolmente presso i rettori ed il popolo di Roma per venire ad una conciliazione. Io mi credo in debito di ragguagliarla di questa entratura, affinché ella ne faccia quell’uso che le parrà più opportuno.

(1) Lo Stato Romano dal 1815 al 1840, per Carlo Luigi Farini. – Firenze, Felice Le Monnier, 1851, vol. 3 cap. X: Accuse contro il Piemonte, pag. 190 e 191.

– 91 –

» Se ella mi permette di aprirle il mio pensiero in questo» proposito, crederei che il governo romano dovesse prima di» tutto usare influenza, acciocché la costituente che sta per aprirsi» riconosca per primo suo atto i diritti costituzionali del Santo Padre. Fatto questo preambolo, la Costituente dovrebbe dichiarare che, per determinare i diritti costituzionali del Pontefice, uopo è che questi abbia i suoi delegati e rappresentanti nell’assemblea medesima, ovvero in una commissione nominata e autorizzata da essa Costituente. Senza questa condizione, il Papa non accetterà mai le conclusioni della Costituente, ancorché» fossero moderatissime, non potendo ricevere la legge dai propri sudditi senza lesione manifesta, non solo dei diritti antichi, ma della medesima Costituzione.

» Se si ottengono questi due punti, l’accordo non sarà impossibile. Il nostro Governo farà ogni suo potere presso il Pontefice affinché egli accetti di farsi rappresentare, come principe costituzionale dinanzi alla commissione, o per via diretta, od almeno indirettamente; e, io adoprerò al medesimo effetto eziandio la diplomazia estera, per quanto posso disporre.

» Questo spediente sarà ben veduto dalla Francia e dall’Inghilterra, perché conciliativo, perché necessario ad evitare il pericolo d’una guerra generale.

» Nello stabilire l’accordo tra il popolo romano ed il Pontefice» bisognerebbe aver riguardo agli scrupoli religiosi di questo.

» Pio IX non farà mai alcuna concessione contro ciò che crede debito di coscienza. Sarebbe dunque mestieri procedere con molta delicatezza, non urtare l’animo timorato del Pontefice, lasciar da parte certi tasti più delicati, e riservarne la decisione a pratiche posteriori, quando gli animi saranno più tranquilli dalle due parti. Io spererei in tal caso di potere ottenere un modo»di composizione che accordasse la pia delicatezza del Pontefice coi diritti e coi desiderii degli Italiani nell’universale.

» Stabilito cosi l’accordo del Papa e dei sudditi agli ordini» costituzionali, sarebbe d’uopo provvedere alla sicurezza personale del Santo Padre, il quale, dopo i casi occorsi, non potrebbe sicuramente né dignitosamente rientrare in Roma senza esservi protetto contro i tentativi possibili di pochi faziosi, (importante confessione). Per sortire questo intento senza gelosia del popolo e pregiudizio della dignità romana, il nostro governo offrirebbe al Santo Padre un presidio di buoni soldati piemontesi, che lo accompagnerebbe in Roma ed avrebbe per ufficio di tutelare non meno la legittima podestà del Pontefice contro pochi tumultuanti,

– 92 –

che i diritti costituzionali del popolo e del parlamento contro le trame e i conati di pochi retrogradi.Sono più settimane che io vó pensando essere questa la via più acconcia e decorosa per terminare le differenze. Ho incominciato a questo effetto delle pratiche, verso le quali il Pontefice pare ora inclinato. Se non si adopera questo partito, l’intervento straniero è inevitabile; e benché io metta in opera» tutti i mezzi per impedire questo intervento, ella vede che durante l’attuale sospensione delle cose, la voce del Piemonte non può prevalere contro il consenso di Europa. Io la prego illustrissimo signor presidente, a pigliare in considerazione questi miei cenni che muovono unicamente dall’amore che porto all’Italia e dal desiderio che tengo di antivenire ai mali imminenti.

Torino, 28 Gennaio 1849.

«Gioberti» (1).

Intanto, nel 1849, secondo il Ministero Gioberti, Rattazzi, Buffa e compagni, era infamia il togliere al Papa le Legazioni; non era più infamia nel 1870 il togliergli tatti gli Stati, e insignorirsi dell’istessa Roma con bombe parricide!

Il Conte di Cavour combatteva allora il Ministero democratico, come empio e demagogo, e il pensiero di togliere al Papa, fosse pur solo le Legazioni, era tacciato d’indegna calunnia! Il Governo piemontese prendevasi tanto a cuore siffatta accusa, che spediva i suoi passaporti all’Inviato di Napoli. Ma quanto il Governo di Napoli fosse nel vero, e quanto giuste le rimostranze dei suoi Diplomatici, fu presto palese qualche anno dopo, quando il Governo piemontese, all’epoca del Congresso di Parigi, dopo la guerra di Oriente, con una sua Nota verbale del 27 di Aprile 1856

(1) Su questo proposito il Padre Ventura, nel suo Essai sur le pouvoir pubblique, stampato a Parigi nel 1859, ci fa delle rivelazioni, ohe è istruttivo di raccogliere. Dice egli infatti che, allorquando il Gioberti si recò a Roma come ammiratore di Pio IX e difensore del Papato e del potere temporale del Pontefice, egli professava dottrine a questo favorevoli in pubblico; ma al Ventura stesso ed ai caporioni del movimento con esso lui congregati, teneva tutt’altro linguaggio e non dissimulava, ohe intendimento del Piemonte era quello d’insignorirsi d’Italia tutta, non esclusi gli Stati della Chiesa. (Vedi opera succitata pag. 607.)

Il Ventura dette la risposta che convenivasi ali esorbitante proposta del Gioberti. (V. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, vol. 1. pag. 184).

– 93 –

indirizzata ai Rappresentanti d’Inghilterra e di Francia, lungi dal riprovare quella infamia, la patrocinava invece caldamente, proponendo, senza un riguardo al mondo, di togliere al Papa per allora le Legazioni. Fu questa una splendida vittoria pel Governo di Ferdinando II, e ben 1 intese il Governo Sardo, quando inveiva a Gaeta contro il Principe di Cariati. La setta, che dominava fin d’allora padrona in Torino, giurò dunque la perdita del Re di Napoli.

Vinta appena, sul cadere del Giugno 1849, la Giovane Italia in Róma, fomentata dal Piemonte e sostenuta dalle subdole arti del Bonaparte, si accinse tosto ad incominciar da capo per far meglio, secondo il motto d’ordine mazziniano, dirigendo ogni sua azione a rovina dell’Austria e del Regno delle Due Sicilie, cosa che, quantunque malagevole, attesa la potenza temuta austriaca, e il noto attaccamento delle popolazioni napolitano alla Dinastia, non disperò punto di ottenere, sollevato che fosse Luigi Napoleone sul trono di Francia ed esigendo da lui, fatto Monarca di quella grande nazione, il compimento dei disegni settarii, e l’adempimento esatto dei giuramenti da lui prestati alle Logge, quando, ancor giovinetto, faceva guerra al Papa, che, generoso, avea ospitato la bandita sua famiglia.

Così, caduta la Repubblica di Mazzini, dopo il pegno dato dal Bonaparte alla setta nella surriferita lettera al Nev (sepolta questa prestamente in un poco naturale oblìo) ad altro non si pensò che al futuro scioglimento delle tre grandi Questioni. Difatti si diede il primo passo con la esaltazione del medesimo Bonaparte, portato, fui per dire, sulle braccia dei cattolici liberali, e di molti veri cattolici che, con inesplicabile leggerezza, dimenticarono e la lettera, e gl’intrighi della spedizione di Roma, e tutta intera la vita di lui; ma ciò fu, perché si avesse in sul momento chi li liberasse dalle mani dei socialisti, fosse pure per cadérvi più tardi peggio che mai, con la Comune e con la ruina di quella grande e cattolica Nazione.

Poste così le Tre Questioni, quali erano negli intendimenti della frammassoneria, faceva d’uopo preparare il terreno al loro svolgimento, e fu fatto con inaudita perseveranza nei cinque anni che succedettero alla presa di Roma, duranti i quali, fedeli al motto d’ordine «AGITATEVI ED AGITATE», non si fece altro che apparecchiare la futura riscossa, con incessanti agitazioni mantenendo e fomentando il fuoco della rivolta contro la S. Sede, contro l’Austria e contro gli altri Stati italiani. Per quel che riguarda poi il Regno delle Due Sicilie, la cui eccezionale prosperità e la fermezza del Re Ferdinando rendevano difficile e pericoloso il lavoro dei settarii, essi abbisognarono di tutto l’appoggio

– 94 –

di Francia e d’Inghilterra, di Luigi Napoleone e di Lord Palmerston per abbatterlo, nonostante che fin dal 1848, con fine ipocrisia, avessero i mestatori rivolto contro di quello i prematuri sforzi del Governo Piemontese, già venduto anima e corpo alla setta.

fonte

eleaml.org

 

Capitoli precedenti

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: