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Paul Valéry: il culto dell’intelligenza

Posted by on Set 21, 2020

Paul Valéry: il culto dell’intelligenza

   Dalla sua morte, avvenuta a Parigi, nel 1945, Paul Valéry non ha cessato  di essere presente. Autore  sovrabbondantemente citato, provvidenza dei sottoprefetti, dei ministri, dei generali e dell’università, egli è  un serbatoio inesauribile di aforismi e la risorsa dei professori  a disagio per la tesi. Tutta la gente pensante cerca presso di lui una cauzione e un ornamento al suo abbigliamento intellettuale.

  Talvolta sembra che l’Unesco ed alcune altre grandi macchine culturali della stessa risma non siano state create che per permettere ai loro membri di  pascersi delle sue sentenze marmoree e di parafrasarlo a sazietà. La sua opera, fortunatamente, vale più della  moltitudine di quelli  che la frequentano, la sfruttano e non la stimano che per il suo aspetto ben pettinato. Essa non avrebbe conosciuto una tale risonanza, se non fosse stata in stretta corrispondenza con gli interrogativi e le inquietudini del nostro tempo, e se, per la sua incompiutezza stessa, non si presentasse sotto una forma archi- classica, come il prototipo della creazione moderna.  Come se anticipatamente  Valéry avesse  presentito l’antipatia della sensibilità contemporanea ai grandi monumenti artistici. Il poeta e prosatore francese è partito prima: egli ha costruito dalle rovine. Esse sono magnifiche; le si visita sempre e Valéry spinge la buona volontà fino a servircene  da guida.

Uomo affascinato dall’intelligenza e meravigliato dalle prestazioni del suo intelletto, l’enciclopedista ci arriva  dritto dal Settecento. Egli ha fatto un salto da Voltaire a Mallarmé senza uno sguardo per il romanticismo, rispetto al quale manifesta la stessa sfiducia di Maurras. Questi meridionali allevati nel culto della Grecia, del sole e del pensiero dorico diffidano ugualmente di un movimento irrazionale generato da Ossian e da barbari Paesi di brume: Maurras vi vede la nascita dell’eresia democratica, mentre Valéry scopre il veleno del sentimento che ha corrotto il pensiero ed oscurato la bella ragione. Valéry  costruisce un’opera, alla maniera del “L’Enciclopedia “ o del “Dizionario filosofico”, ma, da un punto di vista più individuale, si riduce infine ad un bilancio dell’intelligenza: le vedute di un  grande spirito sul secolo nello stesso tempo che una riflessione sul funzionamento del proprio spirito. Volta a volta  archeologo del pensiero, esegeta delle grandi opere, filosofo delle civiltà, egli  si atteggia a Clausewitz della pace nelle grandi conferenze internazionali, dove si sogna l’intelligenza a detrimento dell’efficacia; traduttore di Mallarmé, evangelista di Degas, matematico d’occasione, Valéry ha trovato in Leonardo da Vinci l’uomo universale che egli ha sognato di essere. Annoiato di essere quel personaggio un poco ufficiale, minacciato dalla solennità, egli  se ne trae con l’umorismo: “ Mi si è sempre trattato da  reazionario, (…), ecco ciò che è di voler  recitare il Bossuet della III Repubblica.”

Passando per un poeta ufficiale (ciò che Voltaire non fu che un tempo riprendendo presto il sopravvento la sua natura ferocemente libera ), Valéry  non ha avuto  il suo caso Calas, il suo caso Sirven. La frequentazione dei salotti ha roso la sua facoltà di indignazione. E poi, questo pessimista guarda i suoi contemporanei come degli esseri di ragione. Egli li mette in equazione ma non  partecipa veramente alle loro sofferenze: l’ingiustizia, la guerra, come il crimine passionale, sono il destino  di un’umanità che egli giudica infrequentabile, poiché irrazionale. Si potrebbe epilogare lungamente sui rapporti di Valéry e della società. Egli ama  eccitarla con i suoi paradossi, con il suo genio, non vuole mettersela addosso: senza dubbio l’idea di finire da poeta maledetto nel carro funebre dei poveri, come Verlaine, o miserabile, come il suo amico Pierre Louys, non l’incanta troppo, donde una certa prudenza con le grandezze istituzionali. Perché rimetterebbe egli in causa una società che lo coccola, lo decora come un maresciallo sovietico e che fa di lui un dottore “honoris causa” del pianeta. Questo spirito, il più libero che sia, ha accettato di lasciarsi  portare a spasso dalle duchesse e dai presidenti della Repubblica, felicissimi di aver addomesticato questa belva sapiente che filosofeggia così bene all’ora del tè.

   Valéry avrebbe vissuto perfettamente felice nell’ammirazione e nel godimento che gli procurava l’esercizio della sua prodigiosa intelligenza, se  non fosse animato dal timore di lasciarsi oltrepassare  dai movimenti tumultuosi  di quello  irritante viscere che il suo potente cervello non riuscirà mai a  soffocare: il cuore. I limiti del suo pensiero vengono da questo a priori fondamentale. Egli non esercita il suo spirito che sui campi dissodati,  grazie all’intelligenza. Egli non si avventura al di là:  la psicanalisi, il ribollimento dell’irrazionale, quel regno della notte in cui le pulsioni amorose e le follìe creatrici danzano un sabba indiavolato, gli fanno paura. L’amore  non è per lui che un’invenzione, “una sciocchezza gigantesca e democratica”, donde la  sua allergia al romanzo in generale e a Proust in particolare. Il placido Julien Gracq l’ha aspramente  rimesso al suo posto: “Le riflessioni di Valéry sulla letteratura sono quelle di uno scrittore il cui piacere di lettura arriva al suo minimo, il pensiero di verifica professionale al suo massimo. La sua frigidità naturale nella materia fa che, ogni volta che se la prende con il romanzo,è alla maniera di un ginnasiarca  che criticherebbe la mancanza di economia dei movimenti del coito: egli si formalizza  di uno spreco di energia di cui non vuole conoscere la posta.” In poesia, il suo giudizio è ugualmente discutibile: non dice di trovare la scoperta del sonetto più ammirevole che in qualsiasi sonetto.

 Non è che tardivamente, alle soglie della morte, scoprendo le devastazioni dell’amore con una giovane donna (“Eri tra la morte e me, ma ahimé pare che io ero  tra la vita e te”), che Valéry sarà pronto ad abiurare la sua mistica dell’intelligenza; quella intelligenza di cui Barrès diceva che non è che “una piccola cosa alla superficie di noi stessi”. Però, per rendere del tutto giustizia a Valéry, al poeta, al pensatore, al magnifico scrittore, a quello spirito luminoso ed esigente, diciamo che egli resta con Montaigne, Pascal, Goethe, Nietzsche, uno di quei potenti geni le cui critiche appassionate  che si possono loro rivolgere non diminuiscono lo splendore. Al contrario, queste critiche confermano a qual punto il suo spirito  resta vivo e sempre fecondante. Valéry è sempre tanto presente e la sua opera sempre tanto stimata e frequentata.

Alfredo Saccoccio

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