Perle di Sicilia
Qualche giorno fa sono stato in Sicilia. Questa volta, però, contrariamente alle altre volte, il tour mi ha alquanto stressato sia per il traffico notevolmente congestionato sia per la segnaletica piuttosto carente o, più probabilmente, perché sto invecchiando… ma, parafrasando il Divino Poeta, per trattare del ben ch’io vi trovai, dirò dell’altre cose ch’io vi ho scorte, a partire da Bagheria dove ho scoperto due… “foreste incantate”: il “Museo dell’acciuga”, e il laboratorio delle “Sculture di carta”.
Il “Museo dell’acciuga” è un qualcosa realizzato con passione autentica e coinvolgente dove, al di là delle stesse aspettative del suo ideatore, Michelangelo Balistreri, oltre a varie “schegge” di storia, si trova tanta anima di Sicilia.
La visita, che inizia dall’esposizione dell’elica (1) di un’imbarcazione sequestrata alla mafia e di antiche àncore di pietra presumibilmente risalenti agli antichi Fenici (2), si snoda attraverso corridoi formati da variopinti barattoli, di ogni forma, dimensione e marca, di alici salate: normalissimi oggetti del quotidiano ma che in questo luogo raccontano la storia dell’Isola attraverso due sue caratteristiche primarie: il sale e la pesca.
Come si sa, l’appetito viene mangiando e, raccogli di qua, raccogli di là Michelangelo ha finito per mettere insieme la più svariata oggettistica che ha come denominatore comune la sua Isola. Addentrandosi in quegli ambienti, infatti, si trova una Sicilia ricostruita in maniera originale pezzo su pezzo, come mattoni di una casa messi uno sull’altra. E così, dopo una miriade di contenitori di latta colorata di ogni tipo, si arriva in una via ricostruita ad arte (pare un set cinematografico!) dove si affacciano le più svariate botteghe di un tempo, come quella del barbiere con le sue bacinelle di metallo o del rigattiere, per finire in una vera e propria sala di proiezione d’una volta che, con le sue vetuste poltroncine di legno ribaltabili ed un ancor più vetusto (ma ancora funzionante) proiettore richiama subito alla mente il “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore. E poi, sculture in legno di radica, utensili vari e perfino una stesa di cravatte, create allo scopo, ognuna delle quali con su stampato il viso di una vittima della mafia… E, infine, un’intera stanza dedicata allo scheletro di un capodoglio (3), che, ad osservarlo bene, ci dice che, quasi sicuramente, milioni di anni fa, non era affatto un animale acquatico.
In un angolo, poi, riservato ai media di varie generazioni, il padrone di casa intona a beneficio dei visitatori alcuni versi nel suo idioma accompagnandoli con una chitarra dalla cassa acustica – tanto per rimanere in tema – a forma di… barca! (4)
Anche un interessantissimo aspetto “storico” emerge dalla visita e riporta alla mente la forzata unità d’Italia che, nello specifico settore, si tradusse con l’imposizione della tassazione sul sale: un aggravio che, a lungo andare, generò ulteriore miseria, rivolte ed amare emigrazioni… Si narra che, per cercare di evadere quell’assurdo balzello, le donne contrabbandassero il sale nascondendolo nelle vesti a mo’ di reggiseno: così, nel caso fossero state scoperte, bastava buttarsi in acqua affinché il… “corpo del reato”, sciogliendosi, non potesse più fornire prove per capi d’imputazione.
Sarebbe stato interessante approfondire più dettagliatamente queste vicende, ulteriore conseguenza della conquista dell’isola da parte di 1089 (+ 1) scalzacani in camicia rossa, ma il signor Mariano Lanza, il cicerone che mi ha guidato tra i vari cimeli del museo, trascinato dalla foga di prendersela più con Re Ferdinando (non importa se IV, I o II, ma comunque Borbone…) che con i “fratellastri d’Italia” che alla Sicilia hanno fatto questo ed anche peggio,[1] ha creduto bene di non dare riscontro alle mie ripetute richieste di meglio conoscere tali avvenimenti…
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Proprio accanto al Museo dell’Acciuga, ecco un altro “giardino delle meraviglie”: una, se così si può definire, bottega di creatività estrema creata da Emilio Costanzo, un mago del riciclo, una dimostrazione vivente che in natura nulla si crea e nulla si distrugge.
Già, perché con l’eccezionale abilità con cui le sue mani piegano e modellano i rettangolini di ormai inutili “gratta e vinci” che hanno deluso la speranza di chi li aveva comprati, crea dei capolavori unici nel suo genere sia per la perfezione della riproduzione sia per il meraviglioso ventaglio cromatico che offrono allo sguardo meravigliato del visitatore.
E così, uno per volta, questo misconosciuto artista di Aspra ci ha presentato la sua Torre di Pisa costruita in due anni di paziente lavoro, con oltre 200.000 piccoli “origami” assemblati insieme, pezzo per pezzo, uno sull’altro e regolarmente… pendenti (5). E poi, un delfino sorridente con tanto di pallone sul muso (6), un globo terraqueo con una policromia perfetta ed ordinata (7) fino alla magia di ritratti somigliantissimi che, però, possono essere ammirati solo dietro lo schermo di una fotocamera perché, grazie ad uno strano gioco di effetti ottici, a prima vista sembrano solo macchie di colori indefiniti… (8). Chiude il tutto una finestra canora dietro la quale, spalancando le persiane, appaiono panorami diurni e notturni accompagnati ad arte da una melodia partenopea… (9)
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La tappa successiva è stata Marsala (10), sì proprio laddove ebbe inizio, in quell’infausto maggio 1860, l’inesorabile declino del Regno delle Due Sicilie e dove – singolare paradosso – mi sono trattenuto in cordiale conversazione con lo storico Presidente del Centro Internazionale Studi Risorgimentali e Garibaldini, Elio Piazza, con il quale ho ormai instaurato un rapporto – ben consolidato e ricambiato – di stima e amicizia. A qualcuno che mi conosce ciò potrà sembrare strano, ma io ho sempre apprezzato e rispettato serietà e coerenza, qualità più abbondantemente presenti in questo siculo “nemico” che non in qualche filoborbonico di maniera con cui, negli anni, ho avuto a che fare…
Prima di salutarci, gli ho chiesto ripetutamente di favorire una mia vecchia aspirazione: quella di organizzare un pubblico confronto sulla figura di chi a Marsala viene ancora considerato un eroe e da me, invece… Insomma, un amichevole “guanto di sfida” per far conoscere il “vero” Garibaldi ai discendenti di coloro che ebbero la sventura di incontrarlo per primi… Accadrà?
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Ultima meta del mio brevissimo tour, il Comune di Catania dove, nonostante una precedente richiesta ufficialmente accettata, mi è stato possibile accedere solo grazie alla mediazione del mio amico Giuseppe Mitrano che, coi suoi buoni uffici, non ha reso vano il mio viaggio nel capoluogo etneo…
Avevo programmato questa visita da quando ero venuto a sapere di un dipinto di Giuseppe Sciuti che occupa un’intera parete della Sala Consiliare: un olio su tela di grandi dimensioni che vuol essere un fotogramma della spedizione del 1857 di Carlo Pisacane, a Sapri. Un fotogramma falso, però, proprio come il modo con cui quell’evento continua ad essere narrato… (11)
Al centro della tela, infatti, in un’atmosfera che, col suo paesaggio brullo sotto un cielo grigio e senza sole, comunica tristezza a chi la guarda, è riprodotto un “povero” Pisacane che, in ginocchio, con in mano una pistola e nell’altra un lacero tricolore che quasi accarezza con la sua barba, in attesa che l’ascia brandita da una donna gli si abbatta tra capo e collo, si guadagna l’aureola di martire. Come a dire: “Santo subito!”. (12)
A sottolineare ulteriormente l’empietà dell’avvenimento, a sinistra di chi guarda, qualcuno deruba il cadavere di uno di quei “trecento giovani e forti” (13). E così, se prima si diceva “Bugiardo come una lapide”, ora si può decisamente asserire “Bugiardo come un quadro”! Perché se c’erano ladri, quelli erano proprio i “trecento giovani e forti” di cui sopra, in gran parte ergastolani liberati dal penitenziario dell’isola di Ponza dov’erano reclusi e che, non appena sbarcati, cominciarono subito a far man bassa nelle case dei contadini di Sanza, subendo, così, la loro giusta, furiosa reazione.
Quando l’ha dipinto, nel 1890, l’autore non poteva certo immaginare che i veri ladri fossero Pisacane ed i suoi loschi compagni. Così come non poteva sapere che quella testa che sta per essere mozzata sarebbe potuta essere proprio quella di Garibaldi: già perché, in un primo momento, si era pensato di offrire a lui la guida della spedizione, ma il nizzardo (eroe sì, ma fesso no) declinò l’invito, ben sapendo che in quella occasione non ci sarebbe stata nessuna nave inglese a proteggerlo, come invece sarebbe avvenuto in Sicilia, tre anni dopo …
Che peccato!
Erminio de Biase
[1] Ricordiamo che Bagheria fu uno dei luoghi simbolo della “Rivolta del Sette mezzo” del 1866 contro l’arrogante governo savoiardo…













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