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Piemonte liberale? No, brutale

Posted by on Mag 7, 2020

Piemonte liberale? No, brutale

Il regno sardo eseguì molte più condanne a morte di qualsiasi altro Stato

“Vi prego di presentare al Congresso la seguente proposta in favore degli
sfortunati concittadini che gemono nelle prigioni e nelle galere dei principi
italiani”: così scrive Cavour al “caro amico” lord Clarendon, potente
plenipotenziario ingelese al Congresso che si apre a Parigi nel 1856.
Cavour invoca per bocca di Clarendon “misure di clemenza” per i
condannati dei reati politici commessi nel biennio 1848-49. Propaganda:
ancora e sempre propaganda.

Il Risorgimento si impone all’Italia e all’estero come risultato di un’abilissima e spregiudicata propaganda il cui costo ricade, a cose fatte, sulle popolazioni dei vari Stati italiani; in primo luogo sui cittadini dell’Italia meridionale. Il Congresso di Parigi offre al Piemonte ed ai suoi amici inglesi e francesi l’occasione propizia di fare da cassa di risonanza alle menzogne liberali sulla situazione dell’Italia non sabauda. La realtà, come al solito, è esattamente opposta a quella che il conte di Cavour ed i suoi alleati fingono che sia.

Se c’è qualcuno che “geme” nell’Italia degli anni Cinquanta dell’Ottocento, questi sono i numerosissimi detenuti del regno sardo. Veniamo ai fatti e alle cifre. Lo storico romano Paolo Mencacci documenta che dopo la rivoluzione del 1848, fatto unico in Europa, nel Regno delle Due Sicilie non vengono effettuate condanne a morte. Se 42 sono le pene capitali per delitti politici decretate dalle Corti di giustizia negli anni che vanno dal 1851 al 1854, il re Ferdinando II ne tramuta 19 in condanne all’ergastolo, 11 in 30 anni ai ferri e 12 in pene minori.

Negli stessi anni la clemenza del sovrano grazia 2713 condannati per reati politici e 7181 per reati comuni. A ciò si aggiunga che la statistica criminale del Napoletano, a partire dal 1848, è in costante diminuzione. A giudicare con i criteri odierni che ritengono la pena di morte una barbarie, il Regno delle Due Sicilie nel decennio che precede l’unificazione è senzìombra di dubbio uno stato modello. Per lo Stato pontificio valgono considerazioni simili. Secondo il Rayneval, ambasciatore di Francia a Roma, mai una restaurazione è stata realizzata con maggiore clemenza: “Il papa si è limitato ad impedire [che i rivoluzionari] facciano ancora del male bandendoli dal paese. Nessun imprigionamento, nessun processo, se non eccezionalmente per l’ostinazione di taluni ad essere giudicati”. La giustizia pontificia è ben amministrata, scrive Reyneval, “sono scrupolosamente osservate tutte le precauzioni per la verifica dei fatti, tutte le garanzie per la libera difesa dell’accusato, compresa la pubblicazione dei dibattiti”.

La situazione della giustizia, viceversa, è drammatica proprio
nel Regno di Sardegna dipinto come Stato modello. Assumendo la pena di
morte come indice della violenza di un regime, il regno sardo è uno stato
brutale: da quando sono andati al potere i liberali le esecuzioni capitali
sono aumentate in modo esponenziale. A sollevare il caso in Parlamento è
Angelo Brofferio, deputato romanziere schierato a sinistra. Il ministro De
Foresta, costretto dalle polemiche, rende pubblico un raffronto tra le
esecuzioni eseguite in un quinquennio di governo liberale (anni 1851-1855)
e quelle avvenuto in un quinquennio di governo assoluto (1840-1844). Il
confronto è istruttivo: sotto il governo assoluto 39 condanne, sotto il regime
della libertà 113. L’Armonia – il giornale di don Margotti – commenta: “I
nostri gazzettieri che gridano tanto contro gli assassini e gli omicidi dello
Stato Pontificio e di Napoli, tirandone la conseguenza contro la mala
amministrazione di que’ governi, non fanno altrettanto cogli omicidi e cogli
assassini del Piemonte”. Regno violento, indebitato fino al collo per
sostenere i costi altissimi della rivoluzione italiana, il regno sardo denigra
gli altri Stati della Penisola proiettando su di loro la propria disastrosa
condizione, mentre mitizza le caratteristiche degli Stati stranieri suoi alleati.
Tipico esempio di calunnia quotidiana è una notizia che compare il 19
marzo 1857 sul Corriere Mercantile di Genova riguardante un mostruoso
strumento di tortura denominato “cuffia del silenzio”. La notizia, subito
ripresa da giornali liberali italiani ed europei, racconta di un oggetto
costruito per impedire ai carcerati siciliani di parlare. Ebbene, mentre di
questa diabolica cuffia non ci sono tracce nelle prigioni borboniche, il suo
utilizzo è documentato in quelle inglesi. Così racconta Christophe Moreau,
incaricato dal governo francese di fare un sopralluogo nelle carceri
dell’isola: “L’ordigno più curioso e significante – scrive Moreau – è uno
strumento di silenzio composto di varie bende di ferro circolari che serrano
la testa del colpevole dalla nuca alla fronte, riunite fra loro da un’altra
banda di ferro, che si parte in due per dar passaggio al naso, ed è
terminata al di sotto da una lingua di ferro che entra nella bocca fino al
palato”. “E noi faremo come la Russia” cantavano felici all’inizio del secolo i
comunisti italiani. Una sprovveduta e ridicola esteromania: questo è il
duraturo lascito del Risorgimento.

Angela Pellicciari

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