Alta Terra di Lavoro

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Pietro Bailardo, come Cassino ebbe la sua maschera

Posted by on Gen 21, 2020

Pietro Bailardo, come Cassino ebbe la sua maschera

Era l’inizio del 1998. Fui chiamato dall’assessore alla Cultura del Comune di Cassino Achille Gallaccio, amico di vecchia data. Era impegnato nell’organizzazione del Carnevale cassinate.

«Tutti i paesi qui attorno – mi disse – hanno una maschera di carnevale, è possibile che Cassino non debba averla?». Confermai che effettivamente era così.

«Ma allora non possiamo inventarcela?»

«Come sarebbe a dire?» risposi.

«Come facemmo con la sagra degli gnocchi di Acquafondata? Ricordi che ci inventammo la storia dell’assedio al castello e del lancio di gnocchi dagli spalti per far credere agli assalitori che in paese c’era tanta di quella roba da mangiare che la si gettava dagli spalti?».

In effetti secondo quella storia gli assalitori rinunciarono all’assedio e il paese fu salvo.

Fu ai tempi del sindaco di Acquafondata, Gianni Fuoco, “Nannino panzone” per gli amici, che fu inventata quella leggenda, complice il compianto Michele Giordano ed alcuni amici, come Mimì Tortolano. Era l’anno 1961, ricordo che ne parlavamo scherzosamente sotto i portici di Cassino con Mimì e Michele costruendo la storiella, quella storiella che poi diede vita alla sagra degli gnocchi di Acquafondata.

Dunque, perché non ripetere l’operazione con la maschera di Cassino?

«Inventati qualcosa, la fantasia non ti manca», mi disse Gallaccio.

Tornando verso casa in bicicletta la mia fantasia si mise subito all’opera. Giunto a Casa avevo già individuato la figura da … carnevalizzare.

Non persi tempo: feci qualche ricerca storica sul personaggio che avevo immaginato e venne fuori la storia di Bailardo. Poi stilai un preambolo con un altro personaggio che non era mai esistito, Zì’ Angeluccio, e scrissi tutto in una nota che poi divenne un articolo di giornale ed una locandina per il carnevale.

Ecco il testo.                                

«PIETRO BAILARDO:

da eroe senza macchia e senza paura

a maschera di carnevale

di Emilio Pistilli

A Cassino per decantare le gesta e le avventure, soprattutto galanti, di una persona si usa ancora dire: «Ne ha fatte più lui che Pietro Bailardo» o più semplicemente «Bailardo». Se poi si prova a chiedere in giro chi fosse questo Bailardo nessuno lo sa dire.

L’espressione ora è quasi in disuso; nel passato la si coglieva molto di frequente.

Nei primissimi decenni del dopoguerra mi capitò di conoscere un vecchietto, Angeluccio Miele, che veniva dalla campagna, al mercato del sabato, con un calesse sgangherato trainato da un somaro pieno di anni e mal ridotto. Zì’ Angeluccio, per quanto ne ricordi io, diceva sempre di avere 95 anni: li aveva nel 1950 e li aveva ancora nel 1965, quando smisi di vederlo.

Veniva ogni sabato mattina di buon’ora, quando cominciavano a comporsi le prime bancarelle; “parcheggiava” il suo mezzo in un piccolo largario dietro a Mosè, non dopo aver legato il suo asino alla ruota del carretto ed avergli lasciato una manciata di paglia; qualche volta la povera bestia festeggiava con un sacco di crusca in cui poteva trovare anche qualche sciuscella (così si chiamavano allora le carrube).

Angeluccio passava l’intera mattinata in giro per il mercato, per fare spese, diceva lui, ma in realtà per attaccar bottoni con chiunque avesse voglia di dargli retta. I maligni dicevano che era la moglie che lo spediva al mercato per toglierselo dai piedi perché con le sue chiacchiere non le faceva combinare nulla. E infatti molto spesso zì Angeluccio veniva anche il mercoledì: per sbrigare delle faccende, diceva sempre lui. Si piantava ai piedi della scala dell’ufficio postale e cercava di intrattenersi con tutti quelli che ne uscivano. Ma ormai lo conoscevano tutti, perciò ognuno cercava di svicolare con qualche scusa.

Io allora abitavo in Viale Dante, proprio a ridosso del negozio di Mosè; e fu per questo che ebbi modo di conoscere Angeluccio Miele.

Un giorno, nel rincasare, gli passai vicino; lui slegava il somaro e lo rampognava con parole irripetibili: evidentemente la giornata non gli era andata troppo bene. Gli chiesi quanti anni avesse quella povera bestia. Mi rispose: «Ne ha fatte più lui che Pietro Bailardo».

Fu inevitabile che gli chiedessi chi fosse quel Bailardo. Fu un invito a nozze per zì’ Angeluccio.

Si mise la pipa tra i denti, aggiunse un pizzico di trinciato forte a quello già bruciacchiato nel fornetto, lo pressò per bene e lo accese con uno zolfanello.

Finalmente cominciò.

«Pietro Bailardo fu un grande soldato, aveva fatto mille guerre e aveva vinto mille battaglie». Sembrava che recitasse a memoria. «Sul ponte del Garigliano da solo era riuscito a fermare per una giornata intera un esercito di duemila spagnoli a cavallo. Volevano farlo re ma lui si rifiutò perché gli piaceva correre appresso alle donne. Ma ché! Erano le donne che correvano appresso a lui.

Durante la guerra del Garigliano, la sera si levava l’armatura, si travestiva da brigante e, con un cavallo nero, galoppava fino a S. Germano, che era un paese qui vicino, ma ora non c’è più. Per i vichi senza luce del paese passava sotto sotto i muri, arrivava sotto i portoni, faceva un fischio e le belle fanciulle, che avevano imparato a conoscere il fischio, una alla volta scendevano giù e si appartavano dietro un angolo.

Ormai tutti, in paese, lo sapevano, però nessuno riusciva a coglierlo sul fatto: forse aveva uno scudiero che faceva la guardia».

Fece una pausa per riaccendere la pipa; pensai che avesse terminato il racconto e gli chiesi come facesse a sapere quelle cose. Mi rispose che gliele raccontava sempre suo nonno, che era vissuto 120 anni, e a suo nonno le aveva raccontate l’altro nonno.

Poi, con un risolino malizioso riprese il racconto: «Aspetta, mó viene il bello! Quando finì la guerra al Garigliano, Bailardo se ne dovette andare con il suo esercito. Però le ragazze del paese, e pure quelle di Cervaro, di S. Elia, di Piedimonte, di Pignataro, continuarono a incontrarlo la notte nei vichi scuri: dicevano che tutte le sere si vestiva da brigante, partiva col suo cavallo nero da Milano, dalla Germania, dalla Spagna, e veniva a trovarle al loro paese perché erano troppo belle. Pure quando alcuni dissero che Bailardo era morto in battaglia vicino Torino le ragazze del luogo continuarono ad incontrarlo di nascosto nelle notti scure senza luna. Qualche maligno però diceva che la scusa l’aveva Pietro Bailardo, ma, vestiti da briganti, erano i briganti veri oppure i giovanotti del paese che non riuscivano ad ottenere le grazie delle loro amate per le vie normali».

Il racconto malizioso mi divertiva. Gli chiesi: «E i mariti non scoprivano mai nulla?».

«Eh! Caro mio! I mariti e i padri sapevano tutto ma non potevano farci nulla. Quando la notte si appostavano dietro gli angoli bui non si presentava mai nessuno; oppure quando sentivano il fischio correvano in strada con bastoni o tenaglie del camino, ma vedevano solo ombre dileguarsi nella notte.

Un giorno, però, alcuni di quegli uomini si misero d’accordo e fecero correre la voce di aver catturato Pietro Bailardo. Costruirono un pupazzo di paglia vestito da brigante, gli misero un grosso cappellaccio sulla testa e una maschera sul viso; lo stesero in una cassa da morto senza coperchio e, come in una processione, lo portarono in giro per le vie del paese gridando: ‘È muórtö Bailardö! È muórtö Bailardö!‘. Le donne piangevano e gli uomini si ubriacavano. A mezzanotte portarono il pupazzo in piazza; lo legarono a un palo e con le tavole della cassa da morto e con un po’ di paglia gli diedero fuoco mentre tutti gli ballavano attorno cantando e gridando È muórtö Bailardö!».

Zì’ Angeluccio riattizzò di nuovo la pipa lanciandomi qualche sguardo furbesco, come per dire: che te ne pare?

Gli dissi che nei nostri paesi l’ultima sera di carnevale si faceva un rito del genere, ma nella cassa da morto e legato al palo in fiamme c’era il fantoccio di Carnevale non quello di Pietro Bailardo.

«Caro mio – mi rispose –, a nessuno piace passare per cornuto. I padri e i mariti non potevano fare ogni anno la processione per ricordare chi aveva approfittato delle loro donne. Perciò a Bailardo gli cambiarono il nome e lo chiamarono Carnevale».

Questa storiella me la feci raccontare più volte da Angeluccio Miele: mi piaceva come la raccontava lui, ma mi incuriosiva anche l’origine di una tale leggenda. Quando gli dicevo che mi sembrava tutta inventata da lui mi rispondeva: «Quant’è verö io! Quant’è vero che mi chiamo Angeluccio!».

Giunse il tempo che zì’ Angeluccio non si vide più – chissà se ha sempre 95 anni … –, ma l’espressione: ‘ne ha fatte più lui che Bailardo’ l’ho continuata a sentire per molto tempo ancora.

Un giorno però, con mio vivo stupore, nelle mie frequenti letture di storie patrie mi capitò di fare una scoperta sensazionale: trovai che Pietro Bailardo era esistito realmente. Non si chiamava esattamente in quel modo ma in maniera molto assonante: Pierre Bayard o Bayart; più precisamente era Pierre Terrail, signore di Bayard, vissuto tra il 1473 ed il 1524. Per le sue memorabili imprese fu chiamato le chevalier sans peur et sans reproche, il famoso “cavaliere senza macchia e senza paura”.

Non sto qui a ripetere la biografia di Pierre Terrail, ma mi preme osservare che tra le sue più incredibili gesta figura la difesa del ponte del Garigliano: secondo la tradizione, nell’ambito della guerra tra francesi e spagnoli per la conquista del Regno di Napoli, nella notte del 28 dicembre 1503, il Baiardo, che era al seguito delle truppe francesi guidate dal marchese di Saluzzo, da solo riuscì a fermare per mezz’ora 200 cavalieri spagnoli sul ponte del Garigliano, dando ai francesi il tempo di riparare in Gaeta. Nella stessa battaglia perse la vita il viceré di S. Germano Piero De’ Medici, fratello dell’abate Giovanni (futuro papa Leone X) e figlio di Lorenzo il Magnifico. In quel tempo i francesi avevano occupato a lungo il territorio tra Gaeta e Montecassino, scorrazzando a loro piacimento.

Per l’eroismo dimostrato nella difesa del ponte del Garigliano Pierre Terrail signore di Bayard, ebbe da Luigi XII la concessione del motto “Vires agminis unus habet“, cioè un solo uomo ha la forza di un esercito.

Dunque, la fantasia popolare traeva le mosse da fatti storicamente accaduti: Pierre de Bayard era diventato Pietro Bailardo, i duecento spagnoli del ponte del Garigliano erano diventati duemila, S. Germano, che era l’antico nome di Cassino, divenne uno scomparso paese vicino Cassino.

Concludendo, tutta quella serie di avvenimenti segnò profondamente la fantasia delle genti semplici, che per loro natura sono portate a favoleggiare e ad ingigantire tutto ciò che è fuori dell’ordinario, associando, spesso, in un’unica immagine fantastica fatti tra loro distanti e diversi, come il  Bailardo con il Carnevale.

Cassino, 10 febbraio 1998»

La storia del pupazzo di paglia raffigurante Bailardo morto non fu che un ripescaggio dalla memoria della mia infanzia. A quel tempo vivevo a San Vittore del Lazio. Mi è rimasta impressa nella memoria la scenografia della notte di carnevale. In processione, con una folla piangente e lamentosa che gridava: è muórtö Carnëvàlë!, si portava a spalla una cassa da morto, una vera cassa da morto, scoperchiata e con dentro un uomo del quale si vedeva, dal basso, solo un braccio che ogni tanto sollevava un fiasco di vino per un’abbondante bevuta e l’altro braccio che agitava una catena di salsicce, che diventava sempre più corta. Dopo aver percorso le strade del centro del paese, si giungeva a Corte dei Santi, la piazza giardino di San Vittore. Ad un palo ancorato alla ringhiera che affaccia su via Guglielmo Marconi si legava un fantoccio di paglia; tra balli, lazzi, scherzi e abbondanti libagioni si giungeva alla mezzanotte; a quel punto si dava fuoco al fantoccio sempre al grido: : è muórtö Carnëvàlë!

La cosa grottesca, dopo la diffusione del testo, fu che ogni tanto qualcuno mi fermava per strada e mi diceva: «Io l’ho conosciuto Zì’ Angeluccio», oppure: «Me lo ricordo bene, abitava vicino casa mia».

Presentato il progetto all’assessore Gallaccio, si decise di realizzare graficamente la maschera di Bailardo. Il dirigente dell’assessorato, Giuliano Izzo, mi indirizzò ad un professore del liceo artistico, Alessandro Parisi. Andai a trovarlo a scuola e in poche battute gli segnalai le catatteristiche del personaggio: doveva avere lineamenti da nobile ed abbigliamento da brigante, con cappellaccio, mantello e schioppo.

Parisi colse perfettamente la mia idea e realizzò il bozzetto che ora tutti conoscono. Ne furono fatte delle gigantografie che fecero da fondale al palco del carnevale.

Nacque così la maschera di Cassino, Pietro Bailardo.

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