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Poeti e romanzieri illustri ospiti nella Napoli di Ferdinando II

Posted by on Gen 3, 2023

Poeti e romanzieri illustri ospiti nella Napoli di Ferdinando II

A contraddire uno storicismo ufficiale, come ben sappiamo, che dipinge la Napoli  di Ferdinando II di Borbone in forme tutt’altro che piacevoli e di favore per la dinastia alla guida del Regno, la realtà storica, se accuratamente scrutata, ci dà un’immagine molto diversa delle trascorse vicende delle Due Sicilie.


C’è chi si spinge, con piena cognizione di causa derivante dalla profondità di studioso, ad affermare che: “Con ogni probabilità, senza interferenze straniere, il Regno sarebbe stato un’oasi appagata e prospera…Ferdinando non chiedeva che di essere lasciato in pace, non domandava che di poter condurre i suoi affari nel modo da lui, napoletano, ritenuto più consigliabile”*.
Questa visione, denotante profonda simpatia per Napoli e i napoletani, testimonia verità volutamente e perfidamente disattese. Le descrizioni tramandateci da chi, ovvero presunti moralisti inglesi, si fece interprete di quelle interferenze straniere appena citate, con l’intento di dipingere una situazione di preteso degrado sociale, non tiene conto di come i disagi della popolazione napoletana diventano “una puntura di zanzara”, se paragonati alle condizioni descritte da Friedrich Engels con precisione e meticolosità in The condition of the Working Class in England in 1844. Potrebbe commentarsi a giusto proposito: da che pulpito viene la predica…
Sotto la vociferata tirannia di Ferdinando II, in realtà, affluirono a Napoli migliaia di turisti stranieri, spesso fermandosi per settimane, mesi o addirittura anni e formando una numerosa colonia estera. Tali viaggiatori, al cospetto della società partenopea, rimasero principalmente colpiti dallo spirito d’indipendenza diffuso in tutta Napoli, a dispetto della decantata tirannide.
Si avviò in tal modo lo sviluppo dell’industria turistica, con buon profitto di varie categorie di lavoratori: guide, cocchieri, albergatori, artigiani, artisti, negozianti. Fiorirono nel settore dell’editoria nazionale una miriade di libri di viaggi, nei quali gli autori dedicavano un maggior numero di pagine a Napoli rispetto a tutte le altre città italiane.
Ebbene, tra coloro che, annoiati dall’abitudine quotidiana, dalla nebbia, dai freddi climi piovosi e dalla “fatica del Nord” giunsero a Napoli, non mancarono poeti e romanzieri, che, in cerca d’ispirazione, finivano per trovarla o almeno s’illudevano di farlo. I grandi letterati erano avvinti dall’aspetto pittoresco e pulsante della vita napoletana, dal fascino estetico dell’ambiente e dalla prodiga natura che lo circondava, come pure, del resto, dalle straordinarie reliquie dell’antichità classica rese immortali in Pompei.
Sir Walter Scott, il celebre scrittore scozzese considerato l’inventore del romanzo storico, autore del famoso Ivanhoe, si recò a Napoli nel 1832 per recuperare benessere, quando le energie fisiche e mentali avevano preso a venirgli meno. Sotto la guida di esperti ciceroni, l’illustre ospite, per quanto notoriamente legato all’adorata Scozia cui spesso tornava il pensiero, privilegiò i siti d’interesse storico e artistico recandosi dapprima a Pozzuoli, proseguendo poi con Cuma e Lago d’Averno, il Tempio d’Apollo, il Lago Lucrino, il Monte Nuovo, Baia, Miseno.
Non mancò, naturalmente, un’accurata visita del grande romanziere agli scavi di Pompei, dove ebbe come guida l’amico Sir William Gell, famoso storico residente a Napoli, il cui libro più popolare, edito proprio in quel 1832, aveva appunto il titolo di Pompeiana. Walter Scott, tuttavia, vedendo per consuetudine il tutto con l’occhio del poeta più che dell’archeologo, per quanto indotto nella sua osservazione verso quei resti che maggiormente meritavano attenzione, era ascoltato esclamare spesso: “La città dei Morti!”, a prevalenza di altre considerazioni di pregio.
Fra gli ammiratori del grande letterato scozzese va annoverato anche lo stesso Ferdinando II, a dimostrazione di come, contrariamente alle asserzioni dei malevoli, fosse tutt’altro che insensibile al merito letterario. In occasione di una riunione conviviale a Corte e conosciuto lo scrittore, Ferdinando ebbe con lui una lunga conversazione rivelandogli il piacere provato nel leggere le sue opere. Il conciliabolo avvenne in francese, lingua di uso comune presso la Corte partenopea: inoltre, poiché l’attenzione di Scott era stata attratta da un vecchio manoscritto inglese conservato nella biblioteca reale, il Re, venuto a conoscenza del suo desiderio di copiarlo, glielo fece recapitare a casa, mostrando una volta di più tutta la sua deferenza verso l’eminente ospite.
Il compito di ricostruire il passato di Pompei alla luce del presente venne affrontato, di lì a poco, da un altro notissimo autore inglese, Edward Bulwer-Litton, con il suo Gli ultimi giorni di Pompei, pubblicato nel 1834.
Giunto a Napoli nel 1833, anche Bulwer-Litton ebbe come maestro e guida nella sua visita il citato Sir William Gell, profondissimo conoscitore della cittadina vesuviana sommersa dalle ceneri. Bulwer-Litton ascoltò le erudite delucidazioni del “miglior cicerone d’Italia” sugli scavi pompeiani circa le dimore degli scomparsi abitanti e l’uso di ogni articolo ad essi appartenuto, rievocando quasi la presenza dei popolani dell’ormai nota “Città dei Morti”.
Meglio di qualsiasi odierna agenzia turistica, l’autore britannico con Gli ultimi giorni di Pompei, successo tra i più luminosi nel campo del romanzo storico, suscitò un interesse pressochè universale verso la magica Pompei, che divenne in misura maggiore meta di studiosi e di semplici appassionati viaggiatori.
Ugualmente noto è James Fenimore Cooper, l’autore che introdusse nella letteratura americana lo spirito avventuroso e il fascino del West, con i suoi racconti che evocano romanticamente la vita dei pionieri e degli indiani delle praterie. Soggiornando all’ombra del Vesuvio negli anni di Ferdinando II, Cooper fu prodigo di favorevoli impressioni sulla la vita e le abitudini del popolo al cui cospetto veniva a trovarsi .
A Napoli, secondo lo scrittore statunitense, non esisteva il pericolo della grigia monotonia, in quanto la capitale era inesauribile in fatto di divertimenti all’aperto, con il molo e il lido, da Castel Nuovo fino al limite orientale della città, che offrivano straordinari spettacoli: un continuo invito agli ospiti di turno a partecipare alla tarantella dei viventi, finché ne avessero il tempo. Se è vero che quella napoletana era la provincia dei lazzaroni, secondo l’interprete dello spirito della frontiera, non era facile trovare lazzaroni più belli e più allegri di quei pescatori con le loro ceste, venditori ambulanti, facchini, che s’industriavano nella vita a Chiaia o davanti a Palazzo reale, in Piazza del Castello ovvero lungo la Strada Nuova (ora via Posillipo).
Dopo aver trascorso l’estate a Sorrento, Fenimore Cooper concludeva in questo modo la sua descrizione del mondo partenopeo: “Considero in genere la popolazione di questo paese una delle più belle che io abbia mai veduto”, omaggio piacevole perchè proveniente da un americano dotato di riconosciuto senso critico**.
Degne di considerazione, in questo escursus sugli illustri personaggi che la capitale delle Due Sicilie ospitò in quegli anni, sono le vivide impressioni che di Napoli riportò lo storico, saggista e uomo politico inglese Thomas Babington Macauley. Personaggio cosmopolita di notevole levatura, già membro del Consiglio Supremo delle Indie, si affrettò innanzitutto a sgombrare il campo dagli equivoci, annotando con sicurezza nei suoi appunti di viaggio: “Debbo dire che le descrizioni da me udite in precedenza erano molto imprecise. Qui ci sono meno mendicanti che a Roma e più industrie…”. Per concludere infine, col tono indiscusso di chi aveva operato negli angoli più disparati dell’Impero britannico, “…al momento attuale, le mie impressioni sono favorevolissime. Napoli è l’unica città d’Italia dove mi è parso ritrovare quella medesima specie di vitalità che si vede in tutte le grandi città d’Inghilterra. Roma e Pisa sono morte, Firenze non è morta, ma dorme; Napoli invece straripa di vita”.
Purtroppo l’epoca di cui parliamo era non solo quella del progresso industriale e scientifico, ben  testimoniato nelle Due Sicilie dalla prima ferrovia, il primo telegrafo elettrico, il primo faro lenticolare insieme con numerose altre innovazioni tecniche, ma anche il peridodo del gretto evangelismo sociale e religioso. Gli evangelisti, per proprie ambascie mentali, vedevano vizi ovunque: conclusione oscura di tale cogitazione era che il popolo napoletano dovesse essere “convertito” volente o nolente, poichè Napoli era un paradiso popolato di spiriti maligni.
Lo stesso Charles Dickens, il letterato de Il Circolo Pickwick, Oliver Twist e Davide Copperfield, per quanto attratto nelle sue giornate partenopee dalle scene che si svolgevano nelle strade e dalla vera vita di Napoli, un inventario di vedute, suoni e odori rievocati con entusiasmo, da pseudo-moralista era costretto, per spirito di delazione, a svolgere considerazioni sulla presunta mediocrità a cui tutto ciò si congiungeva. Dimenticando in tal modo, nell’ansia moralistica di denuncia, la depravazione e la corruzione della Working Class britannica fonte d’ispirazione per Friedrich Engelsl e la sua  nota opera già illustrata***.
Singolare, in tema di eccessi dell’evangelismo sociale e religioso, la vicenda che, sull’onda della denuncia moralistica a carico della “fatale sirena partenopea”, vide protagonisti il dottor Arnold di Rugby, viaggiatore inglese seguace dello scrittore e predicatore battista John Bunyan, ed il figlio Matthew, poeta di certa fama. Mentre il genitore, nella sua enfasi evangelica, dal soggiorno a Napoli non ricavò che censure di peccato e dissolutezza annidate dappertutto, nonostante riconoscesse come in nessun luogo la natura fosse più attraente e l’uomo si trovasse a goderne di più, il figlio Matthew, in antitesi, si dichiarò in alcuna sintonia con le censure paterne, giudicando invece Napoli “il luogo più brillante e vivace del mondo, brillante e vivace quanto Parigi, sebbene in una maniera naturale, popolaresca”.
In realtà, già nel primo decennio del regno di Ferdinando II si ebbero grandi cambiamenti nella vita sociale, come riportato dal prudentissimo console britannico John Goodwin, il quale, in un memoriale sui progressi compiuti dalle Due Sicilie sotto i Borboni nel 1840, concludeva così: “Le condizioni materiali del popolo sono migliorate e il miglioramento promette di continuare, purchè sia accompagnato da un emendamento del potere escutivo, in dipendenza dal quale il progresso sarà più rapido o più lento”****.

     Francesco Antonio Schiraldi

      * Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti Martello, Firenze, 1962.
    ** James Fenimore Cooper, Excursions in Italy, Londra, 1838.
  *** Friedrich Engels, The condition of the Working Class in England in 1844, cit.
**** John Goodwin, Progress of the Two Sicilies under the Spanish Bourbons from the year 1734-35 to 1840, Londra, 1842.

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