Pofi: paese dei fiori, della cultura, della poesia, cantato da Giovan Battista Marino
La storia di un grande poeta, ricercato per gravi reati a Napoli e che fuggi a Pofi in Campagna provincia di Roma e ne scrisse.
Sappiamo sempre troppo poco dei grandi autori. Giovan Battista Marino era di Napoli (1569-1623) e poco dissimile dai giovani di oggi: scapestrato e mondano, abbandonò lo studio del diritto per le lettere. “Studium fuit alma poesis”, la sua passione fu la nobile poesia e perseguendo il sogno divenne celebre compositore di opere. Poesia e vita sembrano la stessa cosa in Marino: ebbe infatti aspre polemiche con il poeta Mùrtola, diatribe terminate a colpi di pistola. Mùrtola venne condannato a morte, ma graziato, per intercessione del nemico Marino. Nel paese natio era considerato un trionfatore, detto “Sole della poesia”. Viaggiò spesso e giunse anche nella nostra Ciociaria, posto fascinoso che rapì l’animo sensibile del poeta. Racconta la leggenda di un borgo piccolo e protetto come Pofi.
Qui arrivò Marino, personaggio maledetto e puro. Tra il 1600 e il 1605 Giovan Battista Marino era ricercato per aver commesso gravi reati a Napoli, fuggiva verso Roma per mettersi al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini e nel cammino fece tappa a Pofi, castrum fortificato. In più la fabula dice che l’insigne poeta non venne accolto dalla nobile famiglia Colonna; probabilmente venne ospitato in qualche sperduto casolare di campagna o come è più attendibile in un sicuro e chiuso asilo di notabili del loco. Mancano i documenti ed è difficile ricostruire la verità storica. Esistono svariate ipotesi in antitesi fra loro, echiani mondi possibili che ci permettono di sognare.
Persiste la poesia che supera il mortale; è tangibile e con essa Marino parla ad un ammaliante colle ameno: è Pofi. Sembra che il poeta, in seguito alla breve sosta, per ringraziare e sdebitarsi dell’ospitalità ricevuta abbia composto il sonetto “Pofi”. Storicamente si avalla anche un secondo soggiorno nel 1624 forse in casa di contadini nei paraggi della via Casilina o in quella più lussuosa di qualche notabile. Ammirò la bellezza del paese vulcanico e lo definì “nido giocondo”, adornato da vigneti di “ambre soavi” e “liquidi rubini”, che secernono vino pregiato. Posto di atmosfera divina, che deve la sua fertilità a Cibale, Giove, Saturno, ove mito e storia si intrecciano. Un incanto della natura. Ecco Pofi.
In seguito Marino riprese il viaggio e tornò a Napoli, dove la sua grandezza venne nuovamente riconosciuta e gli fu eretta una statua. I critici sono però discordi sull’anno di morte, probabilmente nel 1625 (alcuni asseriscono il 1623 o l’anno 1624).
La poesia resta e le profonde parole ci concedono di confermare ogni volta la bellezza del nostro antico mondo campanino. Pofi, fiore cantato da Giovan Battista Marino. RF
Non lungi assai dagli Ernici confini
S’erge, tra gli altri Colli, un Colle ameno,
E ne’ suoi lati, e spaziosi fini
Placido scorre il torbido Taleno.
D’ambre soavi, e liquidi rubini
Fecondo Bacco il pensile terreno,
Ch’eguagliando Cretesi, e i Falanghini,
Ne gode il ricco, il comodo e l’egeno.
Pofi, parlo di te: il Ciel secondo,
Sortisti con stupor d’arte, e natura,
Se Opra di Numi sei, e non del Mondo.
Cibel ti diè proporzionata altura,
Giove fecondità, nido giocondo.
Saturno fu ch’edificò tue mura



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