Alta Terra di Lavoro

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PRIMA LETTERA DEL CONTE DI MONTALEMBERT AL CONTE DI CAVOUR (Pubblicata il 28 ottobre 1861).

Posted by on Mar 14, 2020

PRIMA LETTERA DEL CONTE DI MONTALEMBERT AL CONTE DI CAVOUR (Pubblicata il 28 ottobre 1861).

Signor Conte,

Leggo nella relazione della tornata del Parlamento di Torino, del 12 di ottobre, queste parole dette da voi: «lo credo che la soluzione della questione romana debba essere prodotta dalla convinzione che andrà sempre più crescendo nella società moderna, ed anche nella grande società cattolica, essere la libertà altamente favorevole allo sviluppo del vero sentimento religioso. Io porto ferma opinione che questa verità trionferà fra poco. Noi l’abbiamo già vista riconoscere anche dai più appassionali sostenitori delle idee cattoliche; noi abbiamo veduto un illustre scrittore, in un lucido intervallo, dimostrare all’Europa, con un libro che ha menato gran rumore, che la libertà era stata molto utile al ridestamento dello spirito religioso».

Sono assicurato che voi avete inteso di alludere a me, Se le vostre parole non contenessero che un elogio, non oserei considerarle come delle di me; ma siccome racchiudono eziandio un’ingiuria, così la mia modestia vi si può acconciare.

Voi m’interpellate davanti il pubblico, epperò mi date il diritto di rispondervi davanti a lui. Nel farlo provo una ripugnanza che duro fatica a sormontare. Il sangue francese venne sparso per ordine vostro; l’onore cattolico fu insultato dai vostri luogotenenti, il secolare asilo, l’ultimo rifugio del Padre comune dei fedeli fu minacciato dalle vostre parole. Non v’ha uno degli atti vostri che non m’offenda e rivolti. Ed ora voi recate un nuovo colpo a tutto ciò che io amo, ravvolgendo i vostri perversi disegni sotto il velo di un accordo bugiardo tra la religione e la libertà, e in appoggio do’ vostri detti invocate la mia testimonianza!

Debbo a me stesso il protestare che non sono d’accordo con voi, signor Conte, in nessun punto. Grazie a Dio la vostra politica non o la mia. Voi siete pei grandi Stati incentrali, io sono pei piccoli Stati indipendenti. Voi disprezzate in Italia ]e tradizioni locali, ed io le amo dappertutto. Voi siete per l’Italia unitaria, ed io per l’Italia confederata. Voi violate i trattali e il diritto delle genti, io li rispetto, perché sono tra gli Stati ciò che sono tra gli uomini i contratti e la probità.

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Voi sacrificate al vostro scopo le obbligazioni, le promesse, i giuramenti, io vi rispondo col generoso Manin: «Que’ mezzi che la morale riprova, sieno pure materialmente utili, uccidono moralmente. Nessuna vittoria merita d’essere messa sulla bilancia col disprezzo di se medesimo (1)».

Voi distruggete il potere temporale del Romano Pontefice, ed io lo difendo con tutta l’energia della mia ragione e della mia tenerezza. Voi riprovate la politica che ha prodotta la spedizione della Francia a Roma nel 1849, ed io mi glorio d’averla sostenuta. Malgrado le crudeli e inescusabili smentite che ha ricevute di poi, io la ringrazio ancora, perché è l’ultima e vacillante conseguenza di questa spedizione, che oggidì costringe la Francia e il Piemonte a ritrovarsi a faccia a faccia davanti il Campidoglio.

Voi date agli eroi di Garibaldi gli elogi ch’io riservo ai mercenarii dell’immortale Pimodan. Voi siete con Cialdini, io sono con Lamoricière. Voi siete col P. Gavazzi, io sono con i Vescovi d’Orléans, di Poitiers, di Tours, di Nantes, con tutte quelle voci cattoliche, che nei due mondi protestarono e protesteranno contro di voi. Io sono sopratutto con Pio IX, che fu il primo amico dell’indipendenza italiana fino al giorno, in cui questa gran causa passò nelle mani dell’ingratitudine, della violenza e dell’impostura.

Dalla nostra parte, ardisco dirlo, sta la coscienza; dalla vostra, lo credo, il trionfo. Il Piemonte osa tutto, la Francia permette tutto, l’Italia accetta tutto, l’Europa subisce tutto. Il vostro trionfo, lo ripeto, mi pare certo.

Tuttavia due ostacoli si levano contro di voi, Roma e Venezia; a Roma la Francia, a Venezia la Germania. Sono stranieri, ma son forti. A Napoli gli Italiani non vi fermarono; a Castelfidardo eravate dieci contro uno; avevate, è vero, da vincere diritti, trattati, obbligazioni, onore, giustizia, debolezza; ma sono cose astratte, che non resistono alla mitraglia. A Roma vi sono battaglioni francesi; a Venezia e a Verona cannoni rigati. Davanti il diritto passaste oltre, ed esitate davanti la forza.

Questa forza, Io riconosco, non difende cause eguali. A Venezia sostenete una causa giusta. Venezia fu odiosamente tradita da noi nel 1797, tristamente consegnata da voi nel 1849, ingiustamente abbandonata da voi e da noi nel 1859. La sua liberazione è giusta.

A Roma sostenete una causa ingiusta sotto tutti i rispetti, ed anche, voi lo sapete, rispetto all’Italia. Noi Francesi, noi cattolici del mondo intero facciamo un gran sacrifizio all’indipendenza del potere Pontificio, accettando che posto in Italia sia abitualmente servito da mani italiane. Ma, Italiani, ve l’han detto cento volte, che sarà la vostra patria senza il Papato? Che figura faranno le vostre piccole Maestà Piemontesi nel centro della cattolicità divenuto l’albergo degli uffizi de’ vostri ministri? Pensate che l’umanità sia per continuare il suo pellegrinaggio a’ piedi del trono de’ vostri Sovrani? Avete la gloria incomparabile di possedere la Capitale di ducento milioni d’anime, e ogni vostra ambizione è di ridurla ad essere il capoluogo dell’ultimo venuto dei Re della terra!

Pretendete conquistare la Venezia persuadendo l’Austria e l’Europa. Vedremo: quanto a me ve l’auguro sinceramente. Si è colla persuasione, coll’esempio della sua prosperità all’ombra delle libere istituzioni che il

(1) Documents ecc. publiès par M. Planai de la Faye, tom, II, pag. 420.

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Piemonte dal 1847 in poi avrebbe dovuto, avrebbe potato assicurare il trionfo e l’onore della sua politica. E da ciò deriva clic tra tutti i colpevoli, tra’ quali sarà divisa la risponsabilità del male che si commette in Italia, forse il pili grande colpevole siete voi. Imperocchè voi avevate tutto ciò che potea condurre a bene un’opera ammirabile colla simpatia degli onesti di tutto il mondo. Non vi mancavano né patriottismo, né eloquenza, né audacia, né perseveranza, né destrezza: non vi mancò che una cosa sola, la coscienza e il rispetto della coscienza altrui.

Voi ora pretendete di sciogliere la questione romana provando al mondo i benefizi dell’alleanza tra la libertà e la religione. Clic cosa volete dire? lo servo da trent’anni questa nobile alleanza, e ne credo il trionfo indispensabile alla salvezza della società, o si è perciò che vi combatto, imperocchè nessuna politica ha mai reso difficile questo trionfo come la vostra. Le vostre parole che io accetto sono assolutamente smentite dagli atti vostri che riprovo.

Resto più che mai fedele alla convinzione che avete notata ne’ miei scritti. Tutte le libertà civili e politiche che costituiscono il reggime normale d’una società incivilita ben lungi dal nuocere alla Chiesa aiutano i suoi progressi e la sua gloria. Essa vi trova bensì delle rivalità, ma anche dei diritti; delle lotte, ma anche delle armi, e quelle che le vengono per eccellenza, la parola, l’associazione, la carità. Ma la libertà non conviene alla Chiesa che sotto una principale condizione, cioè ch’essa stessa goda dulia libertà. Parlo qui in mio nome, senza missione, senza autorità, appoggiato solamente su di un’esperienza già lunga e singolarmente rischiarata dallo stato della Francia dopo dieci anni. Ma dico senza esitare: — La Chiesa libera in seno d’uno Stato libero, ecco per me l’ideale. —

Soggiungo che nella società moderna la Chiesa non può essere libera che dove tutti lo sono. Agli occhi miei è un gran bene e un gran progresso; in ogni caso è un fatto.

Non si rimproveri alla Chiesa di non accettare tutte le libertà che gli Stati si danno. In tutti i paesi essa le accetta, e ciò che è più essa se ne serve, in Inghilterra come negli Stati Uniti, in Prussia come in Olanda, dappertutto insomma quando non le mettono il bavaglio, o degli incagli specialmente inventati per lei.

L’accordo sarebbe completo se, alla loro volta, gli Stati accettassero tutte le libertà, di cui la Chiesa ha bisogno, invece di mercanteggiarle con leggi stantie come in Francia; di confiscarle con odiose vessazioni, come in Russia; o di calpestarle con brutali iniquità, come in Italia.

Ora l’indipendenza della Chiesa riposa, anzitutto, sulla libertà assoluta del suo Capo, datore e custode della fede, e questa libertà da dieci secoli ha per iscudo una sovranità temporale indipendente da tutti gli Stati. Essa riposa inoltre nell’interno di ciascuno Stato, sulla libertà d’associazione, sulla libertà d’insegnamento, sulla libertà della carità, diritti che ogni uomo sensato non pretende riservare alla Chiesa sola, ma che non sono diritti se vengono impediti da ostacoli preventivi, invece d’essere semplicemente sommessi alla repressione nei casi definiti dulie leggi e giudicati dai tribunali indipendenti con pubblicità e con appello.

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Ecco le guarentigie e le condizioni della libertà della Chiesa. Ora voi le violate tutte insieme; la prima sopprimendo il potere temporale del Papa; la seconda disperdendo i religiosi; la terza violentando i Vescovi; la fjuarta confiscando il loro patrimonio.

Come volete dunque che la religione vada di accordo con una libertà, che comincia dal sopprimere la sua?

Siete voi pronto a rendere al Sommo Pontefice la sua sovranità temporale, quella sovranità che gli assicura tale potenza e tali mezzi, affinché, libero da ogni pressione e da ogni obbligazione, non abbia a tendere le mani che verso Dio?

Siete pronto a ricevere l’intiera libertà della Chiesa ne’ vostri Stati ingranditi?

Siete pronto ne’ sei mesi che ci volete concedere, a dimandare ai Sovrani dell’Europa di assicurare questa libertà nei loro Stati, in Francia, in Russia, in Prussia, in Austria, in Inghilterra? — Allora potrete parlare di riconciliare la religione colla libertà.

Ma, in luogo di tutto ciò, da dieci anni avete violato con nessun altro pretesto, fuorchè col diritto del più forte, tutti i trattati, tutte le obbligazioni, solennemente stipulate tra il Piemonte e la Santa Sede. Di più avete denunziato il Sommo Pontefice al Congresso di Parigi, avete calunniate le sue intenzioni, avete svisati i suoi atti, avete esiliato i suoi Vescovi avete derise le sue sentenze, avete violato i suoi confini, avete invaso i suoi Stati, avete imprigionato i suoi difensori, avete insultati, schiacciati, bombardati i suoi soldati, e date a Garibaldi l’appuntamento di trovarsi fra sei mesi sulle tombe degli Apostoli! Poi dite ai cattolici:» Io sono la libertà, e vi porgo la mano».

No, no, non siete la libertà, non siete altro che la violenza! Non condannateci ad aggiungere che siete la menzogna! Noi siamo le vostro vittime, sia pure-, ma non saremo il vostro zimbello. Potete annettere al Piemonte regni ed imperi, ma vi sfido di annettere ai vostri atti una sola coscienza onesta. Il fortunato e necessario accordo della religione colla libertà verrà a suo tempo; ma se per isventura fosse per lungo tempo ritardato, sarà vostra colpa e vostro eterno disonore.

La Roche en Breny, 22 ottobre 1860.

CB. DE MONTALEMBERT.

1 Comment

  1. bellissima da leggere!… l’ultimo dei re che si piazza nella sede più prestigiosa!.. insopportabile ovviamente a vedere la cosa con occhio distaccato… infatti durò pochissimo…quattro generazioni come predisse qualcuno… ma noi qui oggi ancora succubi di quelli che riescono a piazzarsi a Roma… caterina ossi

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