Alta Terra di Lavoro

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PRIME EMIGRAZIONI DALLA VALLE DI COMINO, SORA GIA’ ALTA TERRA DI LAVORO E LA TRATTA DEI FANCIULLI

Posted by on Set 5, 2022

PRIME EMIGRAZIONI DALLA VALLE DI COMINO, SORA GIA’ ALTA TERRA DI LAVORO E LA TRATTA DEI FANCIULLI

Importante lavoro dello studioso Sorano e laborino dalla grande penna Michele Ferri, che è stato pubblicato nel 2019 da “Valcomino senza Confine” che ci fa capire come la tragedia dell’emigrazione nasce dopo il 1860 con l’unità d’italia e quindi un fenomeno tipicamente italiano e non napolitano.

Mai nella sua storia millenaria la nostra terra aveva conosciuto il fenomeno dell’emigrazione, come tutta l’italia peninsulare, ma solo e soltanto l’immigrazione infatti la nostra tipicità di “razza”(termine presente nella costituzione italiana) è unica al mondo chiunque veniva pacificamente o con propositi bellicosi ci rimaneva. Questa nostra caratteristica che ci rende unici la vediamo nella cultura, nell’arte, nella cucina e una volta potevamo dire nella lingua ma il giacobinismo ha voluto cancellare le varie identità linguisitche, che ci fa comprendere come da noi la civiltà non c’è passata ma è stata creata, dico creata perchè da italiani questo fenomeno s’è fermato o trasformato in aspetti folkloristici. Michele Ferri è una delle poche mosche bianche che ci ricordano “quando eravamo Re”, di seguito inizio dello studio

Sull’emigrazione contadina all’interno e all’estero, iniziata dopo l’unità italiana, esiste un’ampia letteratura, per cui riproporre il problema, senza l’impegno dell’approfondimento e della ricerca, potrebbe risultare superfluo. Ma l’attuale vicenda degli immigrati di colore nei paesi europei, che viene ricorrentemente e ben a ragione assimilata a quella dei nostri bisnonni e trisavoli, ci induce ugualmente a ricordare e riconsiderare brevemente alcuni aspetti di un fenomeno che, nel Circondario di Sora, acquistò, per il suo carattere speciale, una triste rinomanza.

Le cause che costrinsero sorani e cominensi a far fagotto sono quelle ormai classiche, riconducibili principalmente alla miseria e ad un certo spirito di avventura che nel contadino montanaro si diceva fosse «congenito», anche se forse era più proprio dire «consequenziale»: spirito di avventura rafforzato spesso dall’esempio di qualche immediata e facile fortuna conseguita dai più intraprendenti.

Il fenomeno, limitato dapprima alla categoria degli operai e degli artigiani, che furono i più danneggiati nel primo decennio postunitario dalla crisi economica che si accompagnò al traumatico processo unitario, coinvolse subito dopo anche il ceto contadino, assumendo l’aspetto di un vero e proprio esodo di massa. Rispetto all’operaio, ridotto alla disperazione dalla chiusura delle fabbriche della Valle del Liri impreparate alla concorrenza, il nostro colono continuò a ricavare un misero compenso in ragione della sua partecipazione alla produzione agricola, compenso che non di rado diveniva insufficiente, per cause varie, a soddisfare le più urgenti necessità della famiglia. I coloni più esposti alle conseguenze della penuria, che quindi espatriarono per primi, furono quelli che lavoravano l’estesissima zona di terreno collinare dove la coltura del granturco – prodotto fondamentale per la sopravvivenza – era danneggiata dalle frequenti, terribili siccità estive e dove il prodotto delle piante, in primo luogo quello della vite, era diviso non a metà tra padrone e colono, ma veniva ripartito in modo che al contadino andasse un terzo o addirittura un quarto del raccolto.

Finché fu attivo il brigantaggio, molti contadini e pastori – i più giovani – preferirono scorrere banditescamente i monti di casa razziando bestiame, sequestrando persone per lucrare a volte un modesto riscatto, assaltando corriere e fattorie per strappare un soldo che li «riscattasse» dallo stato di disperata miseria a cui una terra avara e uno Stato violento li condannavano.

Ma la durezza con cui veniva combattuto e represso il fenomeno brigantesco suggerì ai terrazzani di trovare un’alternativa onesta alla miseria e così anche i più compromessi, i più insofferenti cominciarono ad imboccare le strade che portavano lontano.

«E partonopartono tutti i giorni per andare a cercar lavoro in lontani paesiper lo più in Francia; partono con gli occhi fissi al campanile del loro paesello natioe col proposito nell’animo di tornare in patria appena fatta un po‘ di fortuna. Ma quanti di questi propositi si avverano? Chi lo sa: la vita di privazione e di stenti continua talvoltaanzi molte volte, anche in quei lontani paesi per questi nostri poveri emigratie sovente là, dove avevano sognato di trovar fortuna e di raccogliere un piccolo pecunio per comprare una casa e un campicello, non trovano che stenti e patimenti, e alla fine un mandato benigno di accompagnamento di qualcuna delle nostre autorità consolari, che li rimandi in patria a spese dello Stato, sorvegliati e custoditi come tanti malfattori!»Così scriveva un testimone oculare autorevole, l’avv. Mario Mancini, nella sua relazione «Sulle condizioni agrarie del Circondario di Sora», inserita tra i documenti di quella vasta e impegnativa inchiesta sulla situazione agricola meridionale conosciuta e citata come «Inchiesta Mancini».

«E quanti sono questi emigrati? Chi lo sa!», si interrogava perplesso il Mancini. Nelle segreterie dei Comuni del Circondario non esisteva una registrazione o una statistica dei passaporti che si andavano rilasciando e d’altronde, se pure un protocollo fosse stato approntato e tenuto puntualmente aggiornato, questo non poteva costituire mai un riscontro definitivo perché molti partivano per l’estero con lasciapassare per l’interno e altri raggiungevano i luoghi del miraggio addirittura senza alcun passaporto. Ciò nonostante giravano ugualmente alcune statistiche compilate dai funzionari di polizia e di governo che sono passate ormai come ufficiali ma non erano assolutamente attendibili perché, nella loro impudente approssimazione per difetto, miravano a celare la reale estensione di una piaga sociale che il governo non voleva sanare e si guardava bene di palesare.

«Ho visto io stesso, co’ miei occhi» scriveva ancora il Mancini «partire in un giorno da Picinisco, Atina, Villalatina, S. Biagio, ecc., tanti individui quanti ne portano in un anno le bugiarde statistiche decorate col pomposo ed immeritato titolo di ufficiali». E al Mancini che chiedeva ragguagli sul fenomeno proprio per poterne accennare nella sua monografia il presidente della Camera di Commercio di Caserta rispondeva che «l’emigrazione per l’estero nel Circondario di Sora non esisteva, e solo da alcuni paesi i contadini muovevano per andare a lavorare nella campagna romana»: ciò avveniva nell’autunno del 1878, quando lo stesso avv. Mancini, per tutta risposta alla malafede del funzionario, poteva affermare che in quella stagione continuava a vedere tutti i giorni «l’esodo doloroso di intere famiglie che partivano per la Francia».

Ma, se inverosimilmente assoluta e chiaramente sleale fu la risposta del presidente della Camera di Commercio, falsa era pure la statistica ufficiale pubblicata in quel periodo dal sotto prefetto di Sora secondo la quale, dal 1O gennaio 1876 a tutto novembre 1879, erano emigrati con regolare passaporto per l’estero 871 individui e, di questi, 650 erano contadini, 160 artigiani, 60 suonatori ambulanti. Che queste cifre fossero incomplete e inattendibili era chiaro a tutti e soprattutto alla massima autorità del Circondario che le redigeva. Infatti sia il sottoprefetto che i suoi subalterni sapevano bene che i 4/5 dei passaporti rilasciati dai sindaci per l’interno servivano, invece, per emigrare all’estero e che 1/10, almeno, degli emigranti saltava il confine senza alcun passaporto.

Era evidente che la burocrazia di Stato manipolava le statistiche perché non voleva che su queste si misurasse l’incapacità del governo di risolvere la questione contadina e si contestasse una linea politica che perpetuava l’oppressione borghese sui lavoratori dei campi e dell’industria. Dopo la reazione brigantesca, che nei suoi  aspetti violenti e anarcoidi aveva messo a dura prova gli uomini e le istituzioni dello Stato unitario, l’emigrazione sembrò a chi non voleva o non sapeva affrancare dalla fame i coloni del Mezzogiorno una pacifica valvola di sfogo che sgonfiava le tensioni tra ceto e ceto, leniva i rancori verso lo stato repressivo, contribuiva, anche se in minima parte, grazie alle rimesse pur grame degli emigrati, a riequilibrare la situazione economica nazionale.

Ma, lasciando da parte l’aspetto politico del problema, può risultare forse più proprio e interessante in queste note considerare il carattere, o i caratteri, di quella nostra emigrazione e cominciare a premettere che essa, almeno negli anni immediatamente successivi all’Unità, era di tipo temporaneo.

Alle assenze per un lungo periodo dell’anno del lavoratore campagnolo, fosse egli nonno, padre o figlio, le famiglie dei paesi più poveri del Circondario erano abituate da tempo. L’emigrazione all’interno dei braccianti di S. Donato, Alvito, Vicalvi, Settefrati, Picinisco, Casalattico, Casalvieri, Santopadre ecc., era diretta principalmente alla campagna romana, dove essi si recavano all’epoca della semina del grano per rimanervi fino alla mietitura. Erano quelli che venivano chiamati «coloni avventizi», i quali, dopo aver trascorso due stagioni dell’anno fuori casa tra stenti e privazioni, lavorando di giorno i campi e alloggiando di notte in grotte orribili scavate nel tufo o in qualche lurida e sovraffollata stamberga alle porte di Roma, raggomitolati sopra poca paglia, se ne tornavano a casa dopo il raccolto recando in tasca il poco risparmio accumulato e nel sangue i germi della malaria che li uccideva in quantità e lentamente, consumandoli con febbri micidiali.

Temporanea, come s’è detto, fu all’inizio pure l’emigrazione verso l’estero. Anche questa avveniva ordinariamente all’approssimarsi dell’inverno e durava un po’ di più: uno, due o tre anni, secondo la maggiore o minore fortuna incontrata. Raramente si abbandonava definitivamente la patria.          

Il flusso migratorio verso i paesi europei scaturiva da antiche tradizioni di vagabondaggio mantenute vive da pochi fantasiosi viandanti cominensi che da qualche tempo battevano percorsi stranieri e raggranellavano spiccioli suonando le zampogne per le strade, facendo ballare gli orsi sulle piazze, posando da modelli negli studi di pittori e scultori in prevalenza parigini.

Queste attività estrose e poco pesanti in terra ospitale, che realizzavano la speranza di sottrarsi alla miseria con onestà, «furono il filo d’Arianna per questa povera gente» e una vera valvola di sicurezza per la loro sopravvivenza. Così i primi emigrati tornarono per prendere con loro i familiari, per consigliare gli amici a seguirli e l’emigrazione assunse via via una forma determinata, un carattere continuato, trasformandosi in evento storico di preoccupante dimensione.

Un buon terzo delle migliaia di individui che negli anni settanta del secolo scorso partirono dai paesi più dimenticati del Circondario di Sora raggiunse la Francia e specialmente Parigi. Un decimo degli emigrati a Parigi posava da modello, il resto esercitava mestieri più o meno stabili, come quello molto richiesto dello spazzino pubblico. Solo una minima parte continuava il vagabondaggio andando per le vie a chiedere l’elemosina al suono delle zampogne, dei pianini e degli organetti.

Un altro terzo si diresse verso le isole britanniche, fermandosi a Londra, Manchester, Liverpool, Edimburgo, Dublino. Anche qui quelli ben fatti andavano a spogliarsi negli studi degli artisti, che trovavano nei muscoli dei montanari nostrani, nelle carni sode delle giovani popolane cominensi l’archetipo di una ritrovata avvenenza primitiva. Degli emigrati che varcarono la Manica, la maggior parte preferì assumere lavori stabili ma durissimi, che gli operai indigeni ormai rifiutavano: tantissimi si improvvisarono minatori, altri tornarono a fare i braccianti agricoli, con salari dignitosi per i tempi. Anche qui i suonatori ambulanti, gli accattoni erano consistentemente presenti, ma più concentrati in Scozia e in Irlanda.

L’ultimo terzo della massa dei nostri emigrati, quasi tutti suonatori ambulanti, si disperse negli altri paesi europei: in Germania, in Svezia, in Danimarca, perfino in Russia, particolarmente nei principati di Mosca e di Odessa. Solo in Austria i diseredati sorani e cominensi non erano presenti, perché non accettati; pochi quelli in Svizzera, perché non graditi.

Dal punto di vista economico gli effetti dell’emigrazione erano senza dubbio benefici, e per dimostrarlo basta questo semplice dato: il solo ufficio postale di Picinisco, intorno al 1880, erogava alle famiglie delavoratori allestero una somma complessiva di 100-130 mila lire drimesse allanno. E bisogna aggiungere che al denaro spedito con vaglia si doveva sommare il gruzzolo certamente più consistente portato personalmente dall’emigrato al ritorno. Questi risparmi venivano spesi in massima parte nell’acquisto di case e poderi, nel miglioramento dei fondi rustici, nel pagamento di debiti contratti con i padroni.

Per raccogliere queste soddisfazioni che si realizzavano pur sempre nello sfruttamento di quel primario, arretrato settore dell’economia ciociara e meridionale che era l’agricoltura, il lavoratore o il vagabondo nostrano in terra straniera pagava spesso un prezzo altissimo. Si legge, infatti, nell’Inchiesta Iacini: «Certo il contadino e loperaio, e più ancora le loro mogli, sorelle e figliuole non guadagnano di certo in moralità nei grandi centri della vita europeadove il freno pauroso della pubblica opinione non esiste per loro, dove la bellezza ha un culto e un prezzo, dove il vizio e gli stimoli e le occasioni del vizio sono maggioridove i fanciulli, che acquistano la precoce esperienza del vizioperdono il pudore prima dell’ignoranza del male».

Il disordine di vita e di costumi derivava, oltre che dalla comprensibile tendenza all’impudicizia e all’amoralità degli animi più grossolani ormai liberi dal controllo di una ristretta ma severa opinione pubblica, anche da un contesto di squallore e di povertà costituito dal sobborgo metropolitano ghettizzante, dove la verginità era un difetto e la virtù un segno di debolezza.

Fu così che, all’ombra della grande emigrazione che qualcuno riteneva provvidenziale, nacque e si sviluppò quella bruttura morale della tratta dei minori, i cui aspetti più disumani furono per carità di patria o per cinismo tenuti nascosti all’opinione pubblica finché fu possibile. Ma quando il commercio di giovane carne umana cominciò ad assumere proporzioni sempre più verificabili e turpi, il governo, pungolato da una campagna di stampa aspra e serrata, si sentì finalmente in dovere di emanare un provvedimento che regolamentasse e contenesse l’esodo dei fanciulli affidati verso i paesi europei. Si ebbe quella legge «Sull’impiego dei fanciulli nelle professioni girovaghe» che, approvata il 21 dicembre 1873, risultò quasi inefficace soprattutto per la scarsa energia prodotta nella prevenzione e nella repressione, dalle autorità di pubblica sicurezza e dai magistrati.

Si diceva, con abbondanza di prove, che i fanciulli venissero venduti, ovviamente in base alle capacità, alla forza e alla bellezza, ma nella monografia sul Circondario di Sora inserita nell’Inchiesta Iacini si smentivano gli «orrori di fanciulli battuti, di fanciulle prostituite, di crudeltà ferine dei così detti padroni, di ragazzi che suonano, piangono, ballano e strillano in tutte le capitali d’Europa» e si affermava che i fanciulli «in generale» non erano venduti ma solo affidati e «per lo più allogati come garzoncelli ai parenti stessi o ad amici, i quali promettono di dar loro il necessario, più una mercede annua che è pagata alla famiglia. E’ vero – aggiungeva però il relatore – che questi parenti e amici abusano talvolta stranamente di quella delegazione di patria potestà che essi pretendono alla consegna dei fanciulli, ma questi sono casi rari, ed ora specialmente abbastanza efficacemente impediti dalla legge».

Che la legge citata non impedisse la tratta dei minori e che essa fosse stata per tanti anni cinicamente trasgredita è confermato da un rapporto sullo spirito pubblico nel mandamento di Atina, stilato dal locale delegato di pubblica sicurezza in data 10 luglio 1879,che si conserva in un faldone dell’Archivio di Stato di Frosinone.

Ragguagliando il sotto prefetto di Sora sui controlli e le operazioni espletate, il delegato scriveva: « ..Vengo poi sull’arduo argomento della tratta dei minorenni all’estero,che disgraziatamente affligge questo Mandamento poiché i provetti speculatori, nonostante la legge 21 dicembre 1873, pure permettonsi di menare colà fraudolentemente disgraziati esseri minorenni dell’uno e dell’altro sesso, adibendoli in professioni girovaghe, ed in ispecie alla mendicità e prostituzioneSu tale turpe tratta ho creduto anche di porvi un freno, ed infatti nel suddetto primo semestre ho denunciato al Tribunale correzionale di Cassino pel relativo procedimento penale e quali conduttori di minorenni allestero i nominati Giannandrea Domenico di BelmonteCornacchia Domenico di Villalatina, Rizza Salvatore e Iannetta Tommaso da Belmonte, Gargaro Francesco da Villalatina, Canini Luca da Picinisco,Di Salvatore Pasquale da Villalatina e Marina Francesco di Atina».

L’emigrazione sorana e cominense all’estero nel periodo postunitario si è così consumata nella miseria più degradante, con il sacrificio, anche, della innocenza infantile. Nello studio di quel pietoso dramma recitato da una consistente massa di diseredati ritroviamo, dunque, girovaghi e saltimbanchi, modelli e prostitute, lenoni e incettatori. Nel dramma attuale degli immigrati vu’ cumpra’ si ripresentano la stessa miseria, gli stessi miraggi,le stesse figure … Il dramma antico, che non finisce, ci tormenta e ci impegna come persone che hanno conquistato una sofferta civiltà, soprattutto se pensiamo che, fra qualche decennio, un miliardo di poveri si affacceranno sul Mediterraneo per bussare alle porte dell’opulenta Europa.

Michele Ferri

fonte

http://www.valcomino-senzaconfini.it/index.php

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