Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

PRIMERANO di NICOLA ZITARA

Posted by on Dic 18, 2018

PRIMERANO di NICOLA ZITARA

E’ probabile che la povertà generale stimolasse il sentimento patriottico e spingesse chi poteva a tentare di riparare ai guasti che la storia aveva prodotto; che fosse l’ amore per il natio borgo selvaggio ad alimentare un insolito e sorprendente ardimento nel cuore del calabrese a rischiare. Perché sempre di rischio si trattava, anche se chi aveva le giuste maniglie politiche otteneva il capitale d’impianto dallo Stato. L’industrializzazione del Mezzogiorno rientrava nei progetti di governo, quantomeno in quelli della sinistra democristiana (Dossetti, Fanfani, Saraceno). Si sapeva in partenza che la spesa pubblica avrebbe favorito indirettamente i fabbricanti di macchine e impianti – inutile aggiungere – settentrionali. E quindi le città industriali, gli operai, le classi dirigenti cittadine autoproclamatesi nazionali (si pensi al fracasso che fece Giorgio La Pira , sindaco di Firenze, affinché la Piaggio fosse rifinanziata dallo Stato, e non si trattava di spiccioli!), i loro giornali, anche questi a loro detta nazionali. Ma nell’ideologia municipalista della Confindustria, la Cassa per il Mezzogiorno non doveva creare un sistema industriale concorrente con i monopoli padani. Così il progetto originario venne svuotato di quei contenuti che avrebbero portato il Sud a un salto di qualità, come era previsto dalle matrici elaborate dal prof. Rostow (teoria del decollo).

Nel dopoguerra, mio padre si rese conto che non reggeva più il vecchio sistema commerciale, basato nell’attendere che il cliente arrivasse in magazzino per i suoi rifornimenti, a ciò richiamato dal buon nome della ditta. I concorrenti erano parecchi e molto agguerriti. Si adeguò. Mi insegnò qualche nozione del suo mestiere e mi affidò il compito di visitare la clientela, per ottenere le commissioni e soprattutto per incassare l’importo delle fatture. Presi a viaggiare per i paesi della Locride. Sospinto dalla spesa pubblica e dalle rimesse degli emigrati, il tenore di vita cresceva. Ma cresceva anche l’area della marginalità (contadini, artigiani, boscaioli, pastori, impiegati sempre mal pagati). Dal punto di vista del commerciante questo voleva dire che esisteva una larga fascia di gente che comprava a credito (la libretta di non spenta memoria) creando una vasta sofferenza fra i bottegai, i panificatori e persino le accorsate salumerie delle Marine. E questo défaut rimbalzava sui conti dei grossisti. Per il commercio furono tempi durissimi. Quel poco di occupazione che otteneva come manovale nei cantieri delle opera pubbliche, dissuadeva il contadino dalla terra e quel lavoro occasionale finiva con il diventare l’anticamera dell’emigrazione. Per altro l’agricoltura mediterranea stava crollando. Olio e agrumi, le grandi produzioni locali, perdevano valore di scambio un anno dopo l’altro. L’Italia, che negli Anni Cinquanta si andava costruendo a paese industriale, prese a fregarsene del Sud agricolo, che venne sfacciatamente dimenticato nei trattati commerciali con l’estero. In tale situazione, ottenere una commissione era piuttosto facile, incassare le fatture non altrettanto. Dominava un diffuso panorama di ritardi e di inadempienze nei pagamenti. Se riuscivo a piazzare cinque chili di confetti era meglio che vendere cinquanta quintali di farina. Si rischiava molto meno e si guadagnava di più. Infatti la farina si vendeva al puro costo, per fare giro, cioè per incassare subito il valore di una fattura che di regola andava pagata a 30 giorni data.

Era un continuo girare, che cominciava il lunedì e andava avanti fino a domenica mattina. Nei panni del cassiere, spesso mi sentivo come un ufficiale giudiziario che va a pignorare la mobilia di una vecchietta impoverita. Il panorama d’universale precarietà mi consentiva, però, due giorni di riposo morale, allorché, cominciando dalla Marina di Ardore, battevo i paesi di Bovalino, Benestare, Careri, Platì, Bianco. Qui potevo collocare articoli lucrosi e incassare al giro. Per esempio vendevo pasta di lusso, intere casse di provole Soresina, mortadelle, scatole di biscotti, balle di stocco e di baccalà, cartoni di liquori – almeno 50 lire di guadagno a bottiglia – vermut, birra, caramelle etc etc.

Il miracolo di quest’area era rappresentato dalla Primerano SpA, o meglio dai suoi operai e dipendenti. A quel tempo, nel paese e nei dintorni l’ng. Primerano era un mito, l’arcangelo disceso dal cielo a portare prosperità. Come in appresso lui stesso mi raccontò, più che dal cielo, il miracolo veniva dai monti. Durante la guerra la sua azienda aveva lavorato al taglio dei boschi e fatto soldi fornendo legname alla Regia Marina. Un’enorme quantità di soldi. Però non era andato a goderseli languidamente in Svizzera e o giocarseli a Montecarlo. Preso dal primitivo amore per l’azione, aveva comprato un progetto tedesco per la fabbricazione di un nuovo tipo di compensati e messo in piedi l’impianto. Il progetto ottenne un finanziamento di 800 milioni di lire (degli anni in cui un quintale di grano costava circa 4000 lire) sui fondi ERP (European Recovery Program – comunemente Piano Marshall), una cifra colossale a Sud di Firenze. Era così nata la fabbrica, di cui si vede ancora qualche manufatto.

Il mito Primerano lo vidi appena, mentre passava in macchina, su indicazione di qualcuno che esclamava additando: “L’ingegnere…l’ingegnere…”. Per la precisione su macchine di fabbricazione tedesca, una Mercedes e un Maggiolino VolchsWagen, auto rarissime nella Calabria del tempo. Non feci alcunché per conoscerlo, stava troppo in alto. M’interessava di più Mario La Cava , che girava per le vie del paese solitario e pensieroso, ma quando qualcuno mi presentò non seppi dire altro che: “Piacere, Avvocato…”

Pareva che a Bovalino ci fosse il Poligrafico dello Stato. A ogni giro incassavo parecchi milioni. Per saccenteria giovanile, portavo con me, nascosto in macchina, un revolver alquanto efficiente. Ovviamente non ebbi mai occasione d’impugnarlo. Tranne una volta. Come nelle favole, era già notte, faceva un freddo cane. Era in corso una burrasca di vento e pioggia. La pioggia era così fitta e sferzante che i tergicristalli della macchina non avevano il tempo di spazzarla. Scendevo da Platì lungo la vecchia strada sterrata. Nella borsa avevo tre o quattro milioni. All’uscita di una curva, venti metri avanti e non più, due figure incappucciate. Estrassi il revolver. “Adesso mi gioco la pelle”, pensai. Mi andò bene. Erano due carabinieri, i quali inzuppati fino al midollo chiedevano un passaggio. Si accorsero o no che nascondevo qualcosa? Chi può dirlo! Certamente non mi è mai più capitato d’essere così felice nel dare un passaggio in macchina. Per fortuna, da noi, le burrasche sono un’eccezione e il sole la regola. Salire a Platì nei mesi in cui, più in alto, il Monte è innevato, l’aria è tersa e la balza si cui si adagia il paese è già verde di erbe primaverili, era un godimento dello spirito per il quale un vecchio ha nostalgia dei trascorsi della sua giovinezza.

A decidere di lasciare il commercio per un diverso e meno faticoso mestiere contribuì parecchio la chiusura della Primerano e il connesso declino commerciale di Bovalino e dintorni. Intanto lo sviluppo del trasporto su gomma – i furgoni e gli autrotreni – e l’arrivo della pubblicità televisiva, a raggio nazionale, andavano riducendo il controllo del territorio, il potere di selezionare i fornitori primari, che era alla base del ruolo sociale del grossista circondariale.

Conobbi personalmente l’ing. Primerano allorché Vincenzo D’Agostino (Calcementi), credo persuaso dello stesso Primerano, si mise al centro di un’operazione finanziaria tendente a ripubblicare ‘Il gazzettino del Jonio’. Tornavo, dopo la morte di mio padre, dalla Lombardia, dove avevo ottenuto un posto d’insegnante. I lombardi sono brava gente come tutti, però sono anche convinti di rappresentare un polo per il mondo, che credono giri intorno a loro. Ero partito asinescamente convinto che a lottare per la rinascita del Sud fossero gli operai di Milano e di Torino, i loro partiti e i loro sindacati. Proprio in quegli anni, il tempo libero che mi lasciava la scuola lo dedicai a leggere i saggi dei grandi meridionalisti. Mi resi conto che le cose stavano in un modo ben diverso da come sapevo. Il Meridione, più che un paese abitato da gente che non ci sapeva fare, era la vittima di un meccanismo di mercato funzionante a esclusivo vantaggio del famoso triangolo unitario, Torino-Genova-Milano. L’agricoltura, specialmente le masse contadine, avevano pagato e pagavano. Ma al Sud i sacrifici erano stati accompagnati da un autentico disastro. Per altro, in quegli anni la rivista ‘Nord e Sud’, i saggi di importanti economisti napoletani, come Compagna, Graziani, Pugliese, avevano sottoposto a seria critica le attività della Cassa per il Mezzogiorno. Chi ci lucrava veramente erano i produttori di ferro, di cemento, di macchine per l’edilizia, gli ingegneri progettisti e le grandi imprese di costruzioni padane. L’estrema sinistra parlamentare levava gli scudi di guerra, denunciava che sulla spesa pubblica stava fiorendo un pericoloso sistema clientelare, mettendo in pericolo lo spirito democratico che aveva ispirato la Costituzione.

Fu “Il gazzettino del Jonio” che mi permise di conoscere Primerano. Lui era un uomo di destra, io un marxista convinto. Fondata sulla stima reciproca, nacque ciononostante una solida amicizia. Porto ancora con me i suoi insegnamenti. La letteratura sulla questione meridionale, benché vasta e approfondita, nasconde una cosa: la questione creditizia e bancaria. Ispirato dalle sue precise osservazioni, sono andato avanti con la ricerca e proprio adesso sto finendo un libro sull’argomento. Mi spiace intimamente che Lui non possa leggerlo e congratularsi.

fonte https://napoilitania.myblog.it/2008/11/27/primerano/

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