Alta Terra di Lavoro

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“QUALCOSA DELLA NOSTRA LINGUA” ‘O NAPULITANO

Posted by on Apr 1, 2017

“QUALCOSA DELLA NOSTRA LINGUA” ‘O NAPULITANO

“Una parlata assurge al rango di lingua quando la sua esplicazione può annoverare termini medici e clinici che non hanno una immediata traduzione nell’idioma italico. La napolitana lo è e prossimamente ne parleremo”    

Qualche   patologia   e alcuni modi di dire classici   della   nostra   lingua

 

‘A PUSTEMA

E’ la fastidiosissima otite purulenta che è anche comunemente e volgarmente apostrofata come ‘o catarro da recchia.

Fastidiosissima in quanto nella manifestazione acuta genera un prurito lenibile solo con massaggi di “spruoccolo” imbevuto di olio di mandorle amare.

 

‘O CATARRO ‘A LLUOCCHIE

E’ la lacrimazione oculare frammista a secrezione che si individua nell’idioma italico come congiuntivite.

Anch’esso fastidioso ma che nell’empirica cura indigena veniva trattato con impacchi di acqua e borato.

 

‘A GUALLERA

(da leggersi UALLERA)

La fastidiosa punta d’ernia che era solitamente successiva a sforzi nel sollevare o portare pesi eccessivi.

A tal proposito è anche opportuno precisare che la presenza di tale patologia generava una naturale predisposizione alle modifiche metereologiche per cui, a ‘mo di scherzo si diceva “tu ca tiene ‘a cummerità, che dici, mo porto ‘o mbrello”.

Sempre a proposito da uallera, è anche giusto precisare che la sua presenza generava oltre al naturale fastidio, anche una particolare dolenzia tant’è che, spesso, si soleva aggiungere a tale inconveniente anche una sua specifica collocazione.

Se si voleva collocarla in pizzeria, “me fatto ‘a guallera ‘a pizzaiolo”:

Se si voleva collocarla in sartoria, “me fatto ‘a guallera ‘a plissè” o, come diceva il sarto artigiano misurando i pantaloni: scusate, il difetto lo portate a sinistra o a destra?

A tale domanda qualcuno piu’ intraprendente soleva rispondere: “pecchè ve pare nu difetto sta razia e ddio?”   Se si voleva collocarla nel contesto di un complesso musicale di strumenti a fiato, “me abbuffato ‘a guallera”

Se si voleva collocarla in falegnameria, “m’ha scartavetriato ‘a guallera” (levigata con la carta vetro)

Se si voleva collocarla in groppa, tipo ragazzo “’a caviciauoglio”, “me fatto ‘a guallera ‘a papiscio, modo classico della parlata di Castellammare di Stabia. E’ superfluo indicare l’entità della stessa.

Altro e poetico modo di individuarla è “’a pallera”, considerato cosa custodisce oppure, meno poetico, “’o mellone sciso” (venuto giu’).

 

TENE ‘A SCARDA DINT’ALLUOCCHIE

Piu’ che una patologia, era un modo di dire che nascondeva in colui al quale si dedicava tale epiteto, che aveva qualcosa di losco da nascondere e che solitamente aveva tali comportamenti.

 

SOFFRE D’OGNA ‘NCARNATA

Era un similare della scarda nell’occhio, solo che la patologia la si spostava al piede e, in particolare, all’alluce, notoriamente deputato all’incarnatura dell’unghia che comportava dolenzia e camminata antalgica.

Uguale sinonimo di comportamenti poco eleganti e spesso truffaldini.

Agostino Catuogno

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