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Quando Foggia si entusiasmò per Garibaldi

Posted by on Set 18, 2025

Quando Foggia si entusiasmò per Garibaldi

Centosessantacinque anni fa, l’8 settembre 1860, la città di Foggia manifestava con entusiasmo la propria adesione al Governo Dittatoriale appena instaurato da Giuseppe Garibaldi a Napoli. Fu un passaggio decisivo che segnò di fatto la fine del Regno delle Due Sicilie e aprì la strada all’annessione del Mezzogiorno al Regno di Sardegna, sancita poi dai plebisciti del 21 ottobre 1860.

Ringrazio Tommaso Palermo per l’ennesima deliziosa chicca scovata su Internet Culturale (Giornale degli atti dell’Intendenza di Capitanata), che ha voluto condividere con gli amici e i lettori di Lettere Meridiane.
Si tratta del telegramma inviato dal sindaco di Foggia al ministro dell’Interno, con cui il primo cittadino si congratulava «a nome del Municipio» con il dittatore Giuseppe Garibaldi «per la sua felice entrata nella nostra Capitale», ossia Napoli.

A guidare allora il Municipio era Saverio Salerni, marchese di Rose, nominato sindaco il 1° agosto 1860 dall’intendente Bagnoli e insediatosi lo stesso giorno con il nuovo Decurionato (l’equivalente della giunta comunale odierna).

Con quel telegramma, Salerni dimostrò un tempismo straordinario: il dispaccio fu trasmesso alle ore 9.45 dell’8 settembre, neanche ventiquattr’ore dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli, dov’era stato accolto dalla folla senza incontrare resistenza alcuna. Proprio il 7 settembre, infatti, il generale si era proclamato dittatore e aveva nominato un primo nucleo di ministri, confermando Liborio Romano al dicastero dell’Interno: unico caso di continuità con il precedente governo borbonico.

«Foggia è nella piena effervescenza della gioja per l’evento faustissimo – scriveva Salerni a Romano –. La Guardia Nazionale ha festeggiato tutta una notte e festeggia ancora seguita dal Popolo e da bande musicali. Viva l’Unità d’Italia. Viva Garibaldi dittatore. Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia.»

Parole che restituivano l’atmosfera di una città che fu tra le prime del Mezzogiorno – forse la primissima – a schierarsi al fianco di Garibaldi, meritandosi l’encomio di Friedrich Engels sulle colonne del New York Tribune.

Vale la pena soffermarsi sui due protagonisti di questa vicenda, così diversi e al tempo stesso accomunati dal dover gestire, da posizioni differenti, le turbolenze di un’epoca di passaggi radicali.

Il marchese Saverio Salerni apparteneva a una famiglia di antica fede liberale e repubblicana. Già il nonno Saverio e il padre Orazio avevano preso parte alla rivoluzione del 1799, pagando con il carcere le proprie idee. Orazio, ufficiale, partecipò poi ai moti del 1820, entrando a Napoli alla testa di cinquemila militi. Condannato a morte dopo la repressione, vide la pena commutata in 25 anni di prigionia, tra Castel Sant’Elmo e Lucera. Liberato grazie a un’amnistia, tornò sulla scena nei moti del 1848, insieme al figlio Saverio.
Quest’ultimo, erede della tradizione familiare, nel 1860 guidò la città di Foggia nella difficile transizione, traghettando l’amministrazione comunale fino al plebiscito e divenendo venerabile maestro della loggia massonica locale.

Non meno interessante è la figura di Liborio Romano, pugliese di Patù (Lecce). Patriota moderato, aveva partecipato anch’egli ai moti del 1820 e del 1848, subendo carcere ed esilio. Richiamato a Napoli nel luglio 1860 da Francesco II come ministro dell’Interno nel governo costituzionale, Romano giocò un ruolo cruciale: consigliò al sovrano di ritirarsi a Gaeta per evitare spargimenti di sangue e fu lui ad accogliere Garibaldi al suo arrivo in città.
Alexandre Dumas padre scrisse: «Un solo uomo era abbastanza popolare per garantire la tranquillità di Napoli: Liborio Romano. Garibaldi gli tese la mano e lo ringraziò di aver salvato il Paese».

Romano, tuttavia, si trovò a gestire anche l’ordine pubblico in una città complessa: per garantire la calma in vista del plebiscito, arrivò a coinvolgere la camorra, inserendo i suoi affiliati nella Guardia cittadina in cambio dell’amnistia, di uno stipendio e di un ruolo riconosciuto. Una scelta controversa, che nelle sue memorie giustificò come necessaria per evitare saccheggi e violenze popolari.

Così, mentre Salerni a Foggia incarnava la tradizione patriottica familiare e la spinta dal basso di una comunità entusiasta, Romano a Napoli operava da “equilibrista”, mantenendo l’ordine e facilitando il passaggio di poteri senza sangue. Due percorsi paralleli che raccontano, con stili diversi, la complessità del 1860.

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