Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

“Quando il Nord eravamo noi” di C. Lucio Schiano

Posted by on Mar 7, 2021

“Quando il Nord eravamo noi” di C. Lucio Schiano

Per quanto pubblicati nel 2015, gli argomenti trattati sono ancor oggetto di accese discussioni tra storici di regime e storici revisionisti, per cui, essendo essi ancora attuali, li riproponiamo ai nostri lettori, con la speranza di poter suscitare la loro curiosità ed il loro interesse.

La soddisfazione  per chi  scrive qualcosa su qualunque argomento è rappresentata sicuramente dall’interesse che suscita nei lettori  l’oggetto preso in esame e dal modo in cui esso viene trattato.

     Per “interesse” non va intesa ovviamente una condivisione acritica delle idee trasmesse dall’ autore, perché una tale evenienza sarebbe poco gratificante per quest’ultimo . Certo, per convergenza di vedute, potrebbe anche verificarsi l’ipotesi di una condivisione immediata ed incondizionata delle idee enunciate dall’autore. Potrebbe, però, verificarsi anche l’ipotesi dell’instaurarsi di una polemica, che,  se non sterile, pretestuosa e messa in atto per puro spirito di contraddizione,  potrebbe addirittura   rivelarsi utilissima sia per una chiarificazione che per un accrescimento dell’argomento in discussione.

     Il desiderio che affido a queste righe, quindi, è veramente quello di suscitare un interesse anche minimo intorno all’argomento trattato. Per quanto riguarda il “modo” in cui affronterò – da semplice dilettante,  ma da persona emotivamente interessata e coinvolta – il più delicato periodo della nostra storia nazionale, posso fornire le più ampie rassicurazioni sul fatto che cercherò di affrontare l’argomento uniformandomi al massimo dell’onestà intellettuale che mi consentiranno il mio animo e la mia mente, augurandomi che anche i lettori cerchino di spogliarsi di ogni prevenzione per giudicare, con la stessa predisposizione, i vari argomenti offerti alla loro attenzione ed alla loro riflessione.

     Ad una lettura affrettata e superficiale la mia posizione potrebbe apparire in disaccordo con l’ormai diffuso e radicato sentimento di unità nazionale . Posso assicurare che un tale sentimento non intride queste pagine e, quindi, considero eguali e degni dello stesso rispetto tutti gli abitanti della nazione.  Vorrei sperare che un tale sentimento – per quella “fratellanza” che ormai dovrebbe aver fatto presa nei nostri cuori –  lo provassero anche tutti gli altri.

     Per rendere subito evidente questa mia disposizione d’animo, allorché mi accingerò ad affrontare un qualunque momento della storia del nostro Risorgimento, ogni volta che mi sarà possibile ricorrerò ad esempi distillati non da alchemici sofismi ma discendenti dai comuni princìpi dalla logica secondo cui il bianco è bianco e il nero, nero;senza “se” e senza “ma”.     Mi auguro solo di riuscire nell’ intento.

                                                            Rettifica

      Nell’ edizione del 2015 veniva riportato il “famoso” terzo posto assegnato al Regno delle Due Sicilie nell’Esposizione Universale di Parigi del 1855(e non 1856 come riportato). A seguito ricerche d’ archivio (dato che l’archivistica è la sua specializzazione),  il professor Gennaro De Crescenzo, ha fornito indicazioni preziose ai due ricercatori Roberto Della Rocca e Andrea Casiere, che hanno avuto la possibilità di consultare documenti dell’ epoca presso l’Archivio Storico di Napoli.  Questi documenti, recanti l’ intestazione “ Fondo del Ministero dell’Agricoltura – Industria e Commercio” – Fascio 246 “Mostra Industriale” ,  riportano notizie relative alle esposizioni di Londra del 1851, di Napoli del 1853 e di Parigi del 1855 e 1856 e sanciscono inequivocabilmente che nessun terzo posto fu assegnato al Regno delle Due Sicilie in quell’occasione. Pertanto, sia per scongiurare il pericolo di offrire il fianco alle critiche degli unitaristi, che già non sono né poche né benevoli, sia per non alimentare, proprio noi che andiamo alla costante ricerca di verità nascoste sul nostro passato, altri falsi storici, siamo i primi a rendere noto quanto emerso da tali ricerche.  

      All’esposizione del 1855 il Regno delle Due Sicilie partecipò con stand espositivi nel settore Belle Arti e non in quello dell’Industria. A due napolitani furono assegnati un diploma per corde armoniche ed un diploma per la stamperia. (Notizie tratte dall’articolo dei citati Della Rocca e Casiere,       intitolato “Interessante:la vera storia delle esposizioni del 1855 e 1856”, sul sito : https://forum.termometropolitico.it/75751, che si riporta integralmente nella nota. [1]

     Da quando l’uomo ha cominciato a registrare la propria storia essa è sempre stata scritta dal vincitore,  per cui avvenimenti, situazioni e personaggi vengono tramandati ai posteri solo dopo attente, continue e severe revisioni, epurazioni o addirittura ablazioni totali. Il costante ricorso a tale pratica nasconde, mistifica o elimina del tutto comportamenti scorretti o azioni comunque riprovevoli al giudizio dei posteri. Cosicché – per tutte le storie di tutti i popoli – quando, a seguito di fortunosi ritrovamenti,  si ha modo di venire a conoscenza di documenti afferenti resoconti in contrasto con quanto tramandato da quella che è diventata nel frattempo la storiografia ufficiale, chi è interessato ad un processo di riabilitazione  è costretto a scrivere una controstoria, con tutte le problematicità che essa comporta, e questo già mette la parte interessata  in una condizione di svantaggio, in quanto essa,  già offesa nelle sue radici e nella sua memoria, deve intentare prima un processo riabilitativo per cercare di riguadagnare l’onorabilità ed il rispetto di cui è stata defraudata a seguito di una deprecabile,  sistematica ,  scientifica ed inspiegabile opera di falsificazione e poi sperare di poter discutere “ alla pari “ con la parte che si è resa responsabile della diffamazione che l’ha caratterizzata e connotata.

     E’ da dire subito  che non sempre l’operazione di riabilitazione raggiunge lo scopo, in quanto per più di un secolo e mezzo – come dimostra la nostra recente storia – tutte le bugie e tutti i falsi storici che hanno preceduto ed accompagnato il nostro Risorgimento, per un fenomeno di stratificazione protrattosi così a lungo e sul quale è stato sempre impossibile intervenire, hanno formato la coscienza storica di ben sei generazioni; e poiché, l’imposizione a mantenere i segreti – successivamente definiti  vergogne  – sono stati tenuti gelosamente custoditi da tutti i governi che si sono succeduti dal 1861 in un armadio definito appunto l’armadio delle vergogne, la storia insegnata in tutto questo tempo è stata presa per l’unica vera,  in quanto, non avendo accesso al detto armadio (di cui si era venuti a conoscenza solo per la testardaggine di un convinto meridionalista che, grazie all’immunità raggiunta con l’elezione alla Camera dei Deputati, ha potuto cantare peste e corna a tutte le istituzioni che si sono rese responsabili di tale occultamento) tutti erano convinti che, non esistendo alcun documento contraddittorio, la verità fosse rappresentata davvero dalle bugie raccontateci ; bugie di cui fortunatamente si è trovata traccia nei  manoscritti originali degli stessi autori, di loro amici o di loro sostenitori e, quindi, esenti da ogni sospetto.

     Ora, prima di esaminare nel dettaglio – ed in maniera non certo esaustiva – questo delicato periodo della nostra storia, perché molti carteggi sono stati distrutti (come quelli relativi ad alcuni scabrosi particolari delle relazioni sentimentali del conte di Cavour, acquistati a Vienna da Costantino Nigra “ a qualsiasi costo “ e da questi bruciati su ordine del re,  oppure come i documenti contabili della spedizione garibaldina , mandati a recuperare in Sicilia al contabile della spedizione, Ippolito Nievo ( documenti di cui i contemporanei e i posteri non hanno potuto prendere conoscenza, perché la nave che trasportava il Nievo si inabissò, senza lasciare la minima traccia, con tutte le casse nel tratto di mare tra Palermo e Capri!) domandiamoci perché la classe politica, il potere militare ed il mondo della cultura hanno avuto interesse a mettere in atto questo insabbiamento. Ovviamente la prima risposta alla domanda è una delle più ovvie e cioè quella che , fatta bene o male l’unità della nazione, non era il caso di sottilizzare, ma conveniva adeguarsi alla mutata situazione e salire sul carro dei vincitori, senza chiedersi se questi fossero  o no  dei galantuomini.

     Presa la decisione, condividere le scelte politiche e gli orientamenti culturali del nuovo Stato fu una naturale conseguenza. La parte più riprovevole di  tale scelta, però,  non sta, certo, nell’aver deciso di salire sul carro del vincitore, perché tra i comportamenti umani, questo è il più comune, ma  nell’aver tramandato  alle generazioni future della nazione e di aver diffuso a livello mondiale una falsa immagine di una terra che perfino gli dei che precedettero le religioni storiche avevano creata ed eletta come Paese del sole, del bel canto, del popolo più cordiale, aperto e disponibile che si possa incontrare sulla faccia della terra. Questa terra e questo popolo che dall’inizio, e per millenni, erano stati invidiati da tutti per quei ”doni “ e tutte quelle positività, all’improvviso, grazie all’ opera calunniosa messa in atto da un falso popolo  fratello , diventarono una terra improduttiva,  una landa desolata, un popolo di imbroglioni, di assassini, di briganti, di approfittatori e di sottosviluppati.

     Se i politici, gli storici e gli uomini di cultura che autorizzarono  questa calunnia, si fossero semplicemente limitati a tramandare ai posteri, per moralmente corretti, i comportamenti e le azioni dei protagonisti del Risorgimento, la cosa poteva anche passare per un atto di coerenza con la scelta fatta e poteva anche essere compresa, pur se non giustificata. Ma far passare per il regno delle tenebre e del male assoluto il Meridione,  paese del sole, del bel canto e della gioia di vivere  per antonomasia, il Paese le cui ceneri e le cui risorse hanno finalmente soddisfatto la sete di liquidità di uno Stato in perenne disavanzo economico, rimpinguandone le casse e determinando, così, il decollo del Settentrione, è stata la più grande nefandezza, la più imperdonabile delle  infamie. E’ stato così costante,questo martellamento, e condotto con tale accanimento, che ancora oggi le popolazioni meridionali (dalla cui spoliazione e dal cui sangue ha preso avvio il tanto decantato triangolo industriale ) sono trattate come paria quando hanno occasione di varcare i confini di quello che fu il loro Regno. Meno male che, grazie al fatto di far parte dell’Europa, non viene loro chiesto addirittura il passaporto !

     Grazie a quest’immagine falsa costruita da alcuni personaggi con l’incessante  impegno, al quale  cominciarono  a dedicarsi già da una ventina di anni prima che venisse fatta circolare tra le masse la parola “ unità “ , una parte considerevole della popolazione della Nazione Italia, nella stessa nazione d’origine e di cui, geograficamente, è stata la parte più estesa e quella più coesa dal punto di vista politico e linguistico,  se è fortunata, viene, con sufficienza, considerata allo stesso livello degli extracomunitari dell’Africa. Se poi ha la sventura di essere oggetto delle considerazioni di qualche padano doc, si accorge di continuare a rappresentare un problema per questa virtuosa e onestissima parte della nazione, la quale sarebbe felicissima di offrire una buona occasione di lavoro ai fratelli del Meridione in immensi opifici sovrastati dalla scritta “ ARBEIT MACHT FREI” nei quali, a inizio e a fine turno, sarebbero previsti pure  servizi come la disinfezione ed una sterilizzazione così accurata da lasciare, di questi fratelli , solo le ceneri, da non disperdere, nel modo più assoluto, nelle sacre acque della Padania,  in modo da non contaminarne la purezza.  


[1] INTERESSANTE:LA VERA STORIA DELLE ESPOSIZIONI DEL 1855 E DEL 1856

La vera storia delle esposizioni del 1855 e del 1856. Ovvero il mare magnum (pieno) del web!!!pubblicata da Roberto Della Rocca il giorno giovedì 19 agosto 2010 alle ore 7.19. Non pensavamo, io e l’amico Andrea Casiere in primis, di generare un dibattito così ampio come quello scatenato sulla richiesta di precisazioni e maggiori informazioni su un primato, quello dell’esposizione universale di Parigi del 1855, che ci pareva molto strano. Repetita juvant. Su numerosi siti, praticamente su tutti i siti dell’area borbonica (neoborbonici, eleaml, il brigantino, i comitati due sicilie, nelle discussioni di numerosi forum come politica in rete, ecc.) compare la notizia che vede il Regno delle Due Sicilie classificato al terzo posto come paese più industrializzato d’Europa, il primo d’Italia. A prima botta, perdonatemi il linguaggio poco aulico ma efficace, ci era sembrata una boiata pazzesca. Per quanto ci riguarda non inseguiamo, non lo abbiamo fatto e non lo faremo mai, le chimere. A noi piace la verità nuda e cruda, anche dura (e molte volte lo è). In fin dei conti dai nostri “amici” unitaristi abbiamo da sempre preteso rispetto per la nostra storia che, al di là di venti, trenta o novanta primati, è grande. Il riconoscimento della storia napoletana è una questione fondamentale. Ma chi ama la storia come noi, che ci rifacciamo ad una massima di Napoleone I (per scrivere la storia serve una persona che regga la penna con cui scrive gli eventi con imparzialità come pure senza alcun interesse), deve esigere onestà e rispetto anche e soprattutto da alcuni amici borbonici. Non è una questione personale visto che la diffusione capillare di questa vicenda specifica è enorme e non è nello stile di chi scrive lavare panni privati in pubblico. Una nota su fb è parsa lo strumento più utile per ottenere un rapido ristabilimento della verità e l’ampio dibattito generato ci ha dato ragione. Ma passiamo ai fatti che sono la cosa che veramente ci interessa di più. Nella mattinata di ieri, mercoledì 18 agosto 2010, ci siamo recati all’Archivio di Stato di Napoli. Lo abbiamo fatto immediatamente dopo aver ricevuto le preziose precisazioni pervenuteci dal professore De Crescenzo che ci ha portato al punto esatto della questione e ci ha indicato (come si può vedere tra i commenti in calce al manifesto appello) il fondo del ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio, fascio 246. Un fascio che è chiamato “mostra industriale” e che fa riferimento alle esposizioni di Londra del 1851, a quella organizzata a Napoli del 1853, a quella, anzi a quelle di Parigi del 1855 e del 1856, e a quella di Torino del 1857. Proprio così. Le esposizioni universali, o fiere mondiali (come sarebbe opportuno definirle), svoltesi nella capitale dell’impero francese sono state due. Una, quella dell’industria (con l’aggiunta delle Belle Arti) svoltasi dal primo maggio al 31 ottobre 1855. L’altra, concorso universale dell’agricoltura, che si è avuta l’anno successivo. Tenere presente che sono stati consultati anche l’Almanacco Reale delle due Sicilie e gli Annali Civili oltre che la Collezione dei Decreti Reali e nulla si è trovato. Non dimentichiamo mai qual è il nocciolo della questione: ovvero il terzo posto come paese più industrializzato d’Europa. Ebbene, dopo la prima sensazione, è arrivata la conferma dai documenti del fascio 246. Il terzo posto è un artificio. Alla fiera mondiale del 1855 non si fece nessuna classifica. Tra i documenti trovati vi sono:- una copia del Moniteur Universelle numero 13 del 15 gennaio 1854 con cui si celebra, in prima pagina, la fiera svoltasi a Napoli nel 1853 (poi si capirà perché importante questa copia) – Una lettera del 25 aprile 1855 indirizzata a Carafa dall’ambasciatore francese (cui seguono altre epistole tra legati francesi e governo napoletano e tra quest’ultimo e i legati napoletani in Francia)

– Foglio numero 5812 su carta intestata del ministero Affari Esteri dove si annuncia al governo napoletano la corretta interpretazione dell’articolo 8 del regolamento ufficiale elaborato dalla commissione francese. Errore che si definisce diffuso in numerosi governi europei.

– Foglio numero 7049 intestato al ministero affari esteri dove si parla di uno spazio di 150 metri quadrati richiesti dal governo napoletano alla commissione francese.

– Foglio numero 8111 ovvero una lettera dell’11 novembre 1854 scritta dal Carafa al direttore della mostra parigina con la richiesta di creare un comitato nazionale rappresentativo della nazione duo siciliana come voluto anche dal Re Ferdinando II che lo espresse nella seduta del consiglio di Stato del 19 ottobre 1854. Importante il suggerimento di Carafa per insediare la stessa commissione duo siciliana avuta durante la mostra del 1853 ed elogiata dal Moniteur (adesso si capisce il perché della presenza della copia e la sua importanza)

– Foglio numero 1579 intestato ministero affari esteri dove si dibatte ancora sull’articolo 8 del regolamento.

– Nota del 14 dicembre 1854 del Real Istituto d’Incoraggiamento alle scienze naturali dove si delinea la composizione della commissione permanente per la esposizione con il compito di assistere gli eventuali partecipanti (ne fecero parte il cavaliere Felice Santangelo, il marchese don Gianmaria Puoti, il professor Giovanni Guarini, il professor Francesco Briganti, don Carlo Santangelo, il professor Domenico Presutti, Cavaliere Francesco Del Giudice e don Nicola Laurenzano)

– Foglio numero 958 lettera del 23 febbraio 1856 dove si cita l’opuscolo dello Stato Pontificio.

La ciliegina sulla torta si raggiunge con la lettera del 16 ottobre 1856 con l’elenco dei premiati alla fiera del 1855 che, per dovere di ricerca storica, riportiamo integralmente:“Signor Direttore, il regio diplomatico in Parigi mi ha fatto tenere due diplomi fra’regi sudditi che alla esposizione di quella metropoli hanno riportato dette ricompense. I due sopraddetti diplomi sono diretti l’uno al signor Bartolomeo pel pregio delle corde che ha esposte, e l’altro al signor Rieccio (nome di difficile comprensione dal documento ufficiale dunque potrebbe essere altro, nda) per la stamperia galvanoplastica applicata, che ha avuto gran successo. E io mi reco a premura trasmettergli a lei, signor Direttore, perché si compiaccia di farli tenere agli interessati. L’incaricato del portaglio del ministero degli Affari Esteri. Carafa”.Infine, il primo aprile 1857 (foglio numero 1798) si registra la lettera nella quale il Carafa comunica al cavaliere Felice Santangeli, presidente della commissione permanente e dell’Istituto di incoraggiamento alle scienze naturali, l’arrivo di tre copie del rapporto del jurì internazionale con cui si motiva il premio. Per chiudere questa spiacevole diatriba è necessario fare un bilancio e una analisi dei dati che sia seria. All’esposizione universale di Parigi del 1855 il Regno delle due Sicilie partecipa con stand espositivi nel settore delle Belle Arti. Dal rapporto ufficiale redatto in copia francese e anche in quella americana, non figurano nel settore dell’Industria. Due diplomi furono consegnati a due napoletani. Uno per corde armoniche e l’altro per una stamperia. Ora questi due diplomi non sono un record né tantomeno un terzo posto. Ma, in fin dei conti non lo diciamo noi che la storia del terzo posto è falsa. Lo dice lo stesso professor De Crescenzo quando, nella sua perfetta e tempestiva precisazione, ci ha scritto: “Nella notizia riportata da varie fonti sul “terzo posto” a livello industriale europeo, è ovvio che si fa riferimento, semplificando e sintetizzando in maniera efficace, a studi successivi alla data della mostra e comparativi della produzione industriale oltre che per quantità, anche e soprattutto per qualità e varietà dei prodotti realizzati. Lo stesso dato, tra l’altro, è confermato dalla quantità dei prodotti esportati e verificabile sempre presso l’Archivio di Stato di Napoli (Fondo Ministero Finanze)”.Insomma semplificando uno studio posteriore (a quanto risalente non è dato sapere così come non si conoscono gli autori e i criteri con cui lo studio è condotto) si può sostenere che, più per qualità che per quantità, le due Sicilie erano il terzo paese industrializzato d’Europa. Ci fa piacere che si semplifichi per aumentare la percepibilità del problema ma gli unitaristi a furia di semplificare sono arrivati a dire che i briganti erano sbandati mariuoli. Non ci pare che sia proprio così … Secondo momento di questo nostro lungo e ci auguriamo proficuo dibattito riguarda la fiera dell’ agricoltura del 1856. Si fanno storie per una medaglia ricevuta dalla città di Napoli per la produzione di pasta che resta un bel riconoscimento. Una sfogliata anche superficiale ai documenti del famoso e già citato fascio 246, traccia un quadro molto roseo che non è riportato da nessuna parte. Le paste del duca di Sant’Arpino (perché erano sue e non del Cito) sono importanti ma procediamo con ordine. Il segretario di legazione napoletana a Parigi, Luigi Cito dei Marchesi Cito, inviò la seguente lettera al Carafa:

“Eccellenza,

ho l’onore di trasmetterle il rapporto che il regio commissario alla esposizione agricola, duca di Sant’Arpino, in adempimento dell’onorevole incarico confidatogli, indirizza al Direttore del Reale Ministero dell’Interno Signor Commendatore Bianchini. Sua Eccellenza osserverà con soddisfazione che i pochi esponenti sudditi del Re N. S. hanno tutti, senza raccomandazioni né pratiche ottenuto un premio come anno a indicarle qui appresso. A don Ignazio Florio una medaglia d’oro per il vino di Marsala; Al barone Onca una d’oro, altra di bronzo per il vino, formaggi e cereali; ai signori Pavia e Rose due medaglie di bronzo per la seta e l’essenza di limone ed una simile al signor Brandaleone pel Sarmacco (o Sommacco ma non si capiva bene la grafia sul documento). Avendo rimarcate che nulla — alla detta esposizione de regi domini al di qua del faro e trovandosi una cassetta con collezione delle paste napoletane per uso mio, pensai dovesse figurare in mezzo alle paste d’Italia e di Francia. Lungi dall’augurarmi queste eccellenti produzioni sono state con plauso ammirate ed alle altre preferite, di modo che si è dato la medaglia di bronzo à la ville de Naples pour une collection de pates. Chiamo la benigna attenzione di V. E. e del Real Governo sul zelo ed intelligenza che ha mostrato il regio commissario del quale debbo elogiare l’indicato rapporto. In generale poi sono state date agli esponenti di prodotti agricoli e d’instrumenti d’agricoltura dodici grandi medaglie di oro, settantotto pure di oro ma di ordinaria dimensione, 105 d’argento, 215 di bronzo, 95 menzioni onorevoli. Le aggiungo che S. E. il Ministro dell’Agricoltura mi ha trasmesso delle — della ministeriale con che si organizza il concorso agricolo ministeriale che avrà luogo l’anno prossimo 1857 in questa capitale, pregandomi darle la più grande pubblicità possibile. Di queste copie ne avevo a oggi 4 riservandomi spedire tutte le altre nella cassa di libri che dirigerò alla Eccellenza Vostra. Le rimetto pure accluso un opuscolo sull’agricoltura italiana che il barone de Havelt, già commissario pontificio all’esposizione universale mi ha pregato di inviarle. Suo con alta considerazione di Vostra Eccellenza. Pel ministro impedito l’umile, Luigi dei Marchesi Cito”. Tutto questo è quanto figura nell’Archivio di Stato di Napoli al fascio 246 del fondo Ministero Agricoltura Industria Commercio. Alcune riflessioni finali sono doverose:


1) Il Regno delle Due Sicilie non era il terzo paese industrializzato d’Europa. Dispiace prima a noi dirlo. L’archivio di stato di Napoli non dice nulla e insistere su questa strada è deleterio per due motivi. Innanzitutto  mette in difficoltà tutti i meridionalisti. In caso di dibattito pubblico la prima persona minimamente preparata sull’argomento rischia di umiliarci confutando il dato artificiosamente riportato. Seconda cosa, non si fa altro che gettare discredito sul nostro ambiente meridionalista. Notizie infondate di questo tipo, quando sono smentite da documenti di archivio di stato di Napoli, vanno soltanto cancellate. Solo in questo caso si riesce a far emergere la verità storica desunta dalle fonti.

2) Se alla esposizione industriale il Regno delle due Sicilie prende due diplomi (nell’industria) e due medaglie (nella pittura) mentre alla fiera agricola incassa 12 grandi medaglie d’oro, 78 d’oro piccole, 105 d’argento, 215 di bronzo e 95 menzioni onorevoli, signori cari, ci vuole molto coraggio a sostenere che era il terzo paese industrializzato d’Europa. Noi questo coraggio, capace di ignorare i fatti concreti, non ce l’abbiamo e ne andiamo fieri perché grazie alla verità storica non abbiamo rivali.

3) Il regno delle Due Sicilie era un regno ancora sostanzialmente agricolo. 4 premi contro 505 premi vorranno dire qualcosa? Altra cosa è dire che le Due Sicilie si stavano industrializzando e avevano avviato il percorso di formazione di una realtà industriale che si sarebbe potuta consolidare. Altra cosa è raccontare le nostre eccellenze come Pietrarsa, la fabbrica Egg, Mongiana, Ferdinandea, le industrie del Liri, quelle della seta di San Leucio. Atteniamoci scrupolosamente ai fatti.

4) A questo punto l’unica cosa che si può obiettare è che oltre al rapporto ufficiale hanno mentito anche i documenti dell’archivio di stato di Napoli. Per questo motivo invitiamo coloro che hanno riportato questo primato, anche in buona fede, a provvedere alle dovute correzioni.

Roberto Della Rocca  e Andrea Casiere

2 Comments

  1. Concordo in tutto con l’opinione della nostra fedelissima e attentissima amica. Se ci limiteremo soltanto a parlare e a denunciare i continuatori della “mitopoiesi risorgimentale” passeranno altri 160 anni e il Sud rimarrà sempre quello che, purtroppo, conosciamo o quello denunciato da un gruppo di ragazzi del meridione d’Italia al Commissario europeo per il lavoro, la crescita, gli investimenti e la competitività Jyrki Katainen, di cui alle pagine 118 – 122 di “CONTRO L’OBLIO2, di Pino Aprile. Penso che sia giunto il momento non di far sentire ancora e solo la nostra voce, ma di PRETENDERE una volta per sempre da chi istituzionalmente dovrebbe garantirla senza forzature TOTALE PARITA’ DI DIRITTI come il resto della nazione.

    lucio castrese schiano

  2. Oggi falsita’del genere non potrebbero piu’ succedere …forse!.. per via dei mezzi di comunicazioni che a rigore non riescono piu’ a falsare la verita’ per l’immediatezza e la contemporaneita’degli avvenimenti! Bravi i nostri ricercatori che si son saputi destreggiare nei meandri della burocrazia e sono riusciti a scoperchiare la subdola montagna di menzogne… una delle tante, purtroppo! Un saluto particolare a Della Rocca, giovane speranza ai vecchi tempi di Gianni Salemi! caterina ossi

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