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Quando il Regno delle Due Sicilie firmava “Passaporti” per i corsari

Posted by on Apr 24, 2026

Quando il Regno delle Due Sicilie firmava “Passaporti” per i corsari

Esistono documenti che, a prima vista, sembrano usciti da un romanzo d’avventura. Quello che vedete in foto è uno di questi: un “Passaporto per i Corsari Algerini”, rilasciato dal Consolato Generale delle Due Sicilie ad Algeri nel 1822.

Perché un Re dovrebbe concedere un passaporto a un corsaro? Per capire questo “mistero” dobbiamo svelare come funzionava il Mediterraneo due secoli fa: un mondo dove la linea tra guerra, commercio e diplomazia era sottilissima.

1 Cosa era la “Corsa” e perché non era semplice Pirateria

Bisogna fare una distinzione fondamentale: il pirata era un criminale che agiva per sé; il corsaro era un “imprenditore del mare” autorizzato dal proprio governo tramite una patente di corsa. Algeri, all’epoca, era una reggenza semi-indipendente dell’Impero Ottomano la cui economia si basava in gran parte sulla guerra di corsa. Il Dey di Algeri (il sovrano locale) vendeva queste patenti ai suoi capitani (Rais) affinché depredassero le navi delle nazioni con cui non c’erano trattati di pace.

2 Il “Sistema dei Passaporti”: La Diplomazia del Mare

Il documento che osserviamo non è una “licenza di rubare” concessa dai Borbone, ma un salvacondotto diplomatico. Nel 1822, il Regno delle Due Sicilie e la Reggenza di Algeri erano in uno stato di pace formale, sancita da trattati. Per mantenere questa pace (spesso ottenuta dietro pagamento di pesanti tributi o complessi scambi diplomatici), il Regno doveva garantire che le proprie navi non attaccassero quelle algerine e viceversa.

Il passaporto serviva a questo:

• Identificazione: Provava che quel legname (in questo caso uno schooner da 18 cannoni comandato dal Rais Hagdì Alimedan) era autorizzato dal Dey.

• Immunità: Se una nave da guerra napoletana avesse incontrato questo corsaro in mare, vedendo il passaporto firmato dal proprio Console, lo avrebbe lasciato passare senza cannoneggiarlo.

• Appoggio: Permetteva al corsaro di entrare nei porti del Regno (come Napoli, Palermo o Messina) per fare rifornimento di acqua o riparare la nave, a patto di non attaccare nessuno in quelle acque.

3 Perchè Conveniva: Una scelta pragmatica

Perché il Regno delle Due Sicilie accettava questo compromesso? Per puro pragmatismo economico. Proteggere migliaia di chilometri di costa e una flotta mercantile vastissima dai continui attacchi dei “Barbareschi” (così erano chiamati i corsari nordafricani) era militarmente quasi impossibile e infinitamente costoso. Firmare trattati e rilasciare passaporti era il “male minore”: costava meno della guerra e permetteva ai mercanti siciliani e napoletani di viaggiare con relativa sicurezza, riducendo i premi assicurativi e il rischio di vedere i propri equipaggi venduti come schiavi nei mercati di Algeri o Tunisi.

4 Non solo i Borbone: un’usanza universale

È importante svelare che questa non era una pratica esclusiva del Regno delle Due Sicilie. Tutte le grandi potenze dell’epoca facevano lo stesso:

• La Francia e l’Inghilterra avevano sistemi identici.

• Gli Stati Uniti d’America, proprio in quegli anni, combatterono le “Guerre Barbaresche” perché stanchi di pagare tributi e firmare passaporti, ma dovettero comunque scendere a patti diplomatici.

• Il Regno di Sardegna e la Spagna utilizzavano gli stessi uffici consolari ad Algeri per rilasciare documenti speculari a questo.

5 “il dettaglio del documento”

Il passaporto in foto ci svela anche un dettaglio tecnico: il Rais Alimedan comandava uno Schooner (una goletta). Era una nave veloce, agile, perfetta per la caccia nel Mediterraneo. Il fatto che avesse 18 cannoni ci dice che non era una barchetta di pescatori, ma una vera macchina da guerra.

La firma in calce è quella del Console Generale McDonell (molti consoli delle Due Sicilie erano stranieri o di origine anglo-irlandese, scelti per i loro contatti internazionali).

Conclusione

Questo documento ci ricorda come Napoli e il Sud Italia fossero al centro di una rete diplomatica globale, dove la sopravvivenza dei commerci passava per uffici consolari polverosi in Nord Africa.

Non era un mondo di buoni o cattivi, ma un Mediterraneo fatto di accordi, cannoni e reciproche necessità, dove persino un corsaro algerino poteva navigare tranquillo nelle acque di Ischia o Capri, a patto di avere in tasca un foglio firmato dal Re.

Ettore Di Caterina

fonte
archivio di stato di Torino, Corte, Consololati Nazionali, Algeri, busta n 1

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