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Quando Napoleone rubò le navi al Papa

Posted by on Mar 3, 2018

Quando Napoleone rubò le navi al Papa

Fino al 25 aprile 2011, nella Bundeskunsthalle di Bonn, si tiene la mostra «Napoleone e l’Europa. Sogno e Trauma». Pubblichiamo un articolo che riprende uno dei temi trattati.

Alla vigilia della rivoluzione francese, la Marina pontificia godeva ancora di una fama creatasi nei tempi antichi, e che ormai però non rispondeva più alla realtà. In Inghilterra, alla corte di san Giacomo, si parlava con ammirazione nostalgica della flotta pontificia. Nel 1774, il principe Henry Frederick, fratello del re, soggiornò negli Stati pontifici. A Civitavecchia visitò la fregata San Clemente in compagnia del principe Aldobrandini: tornato a Roma, riferì con entusiasmo al Papa della cortesia e della disciplina degli ufficiali e dell’equipaggio. Lusingato, il Pontefice gli mise a disposizione una fregata per proseguire il suo viaggio verso Tolone.

La condizione della Marina militare pontificia peggiorò nell’ultimo decennio del Settecento. Se infatti nei secoli precedenti essa aveva intrapreso spedizioni fino al nord Africa, ora il suo raggio di azione era ridotto alle acque costiere dello Stato pontificio. Le poche galee ancora in attività erano operative per soli cinque mesi, specie d’estate. Per il resto dell’anno, ufficiali e membri dell’equipaggio rimanevano a terra. Né la Marina disponeva più di una propria scuola: gli ufficiali, istruiti per lo più a Genova o a Malta, impartivano lezioni improvvisate sulle navi, o nell’arsenale di Civitavecchia. L’armamento delle navi era adatto per scontri con i pirati, ma non era stato concepito per un impegno bellico: era obsoleto in modo irrecuperabile. Gli scontri con la flotta francese ben armata erano, dunque, paragonabili a un suicidio.

Nel 1786, monsignor Fabrizio Ruffo, tesoriere generale della Chiesa e comandante della flotta pontificia (in quanto Commissario del mare), aveva creato una seconda marina, la Marina di Dogana. Tuttavia, non ci si poteva illudere: al momento della fondazione, infatti, era costituita da quattro feluche, ognuna con una flotta di undici uomini (un timoniere, sette marinai e tre soldati). L’equipaggio fu almeno in seguito rafforzato con altri quattro soldati. Dinanzi al minaccioso aumento di attività della flotta francese, inoltre, monsignor Ruffo potenziò le fortezze costiere, le torri militari e le batterie, misure che però furono giudicate negativamente. Nel dicembre 1792, ad esempio, l’ambasciatore veneziano scrisse al suo Governo: «La guerra non è roba da preti, si spende molto denaro per una difesa che è più apparente che reale. A Civitavecchia regna la confusione più totale. La migliore difesa dello Stato pontificio è il Libeccio (…), che in questo periodo dell’anno rende impossibile l’approdo».

Il fatto che, nel 1793, il pericolo rappresentato dalla flotta francese fosse scongiurato dalla presenza inglese nel Mediterraneo e la nomina cardinalizia di Ruffo (immediatamente successiva) furono i due eventi che impedirono una riforma sostanziale della Marina pontificia. Non era più possibile ritoccare i resoconti sulla flotta che venivano presentati al Papa. Particolarmente preoccupanti erano gli ammutinamenti di cui a Civitavecchia si parlava ogni giorno. Fra i galeotti si era diffusa una certa negligenza, e la maggior parte dei comiti (balivi) era considerata corruttibile. Una perizia del 1794 diede un giudizio molto negativo sullo stato della Marina: il documento, segretissimo, denunciava in particolare la negligenza e la pigrizia dei responsabili della flotta. Scossi da quel memorandum , il comandante delle galee, Domenico Bussi, e gli ufficiali superiori della Marina cominciarono a formulare alcune proposte di miglioramento, e le inviarono a Roma. Ma la difficile situazione finanziaria in cui versava lo Stato pontificio non permise alcuna modifica.

Il 18 maggio 1795 avvenne un episodio che, ancora una volta, mise in cattiva luce la flotta papale. Quando due navi pontificie si trovarono ad affrontare imbarcazioni di pirati algerini, una di esse, la San Pio, comandata dal sottotenente Ceccarelli, si tenne lontana dalla portata del fuoco nemico. Il comandante della seconda nave, il capitano Da Zara, le ordinò allora di attaccare, ma Ceccarelli si rifiutò (il sottotenente subì poi un processo, e venne condannato a tre anni di carcere duro per codardia di fronte al nemico). Nell’ottobre 1795 il capitano della San Giovanni riuscì a restituire onore alla flotta, prima affondando una nave turca e poi, nel febbraio successivo, assalendo la Hirondelle, una nave di corsari francesi ben armata.

Ma ormai la grande considerazione di cui godeva un tempo la Marina era ormai stata intaccata. Quando, nel maggio 1796, una piccola flotta di cinque navi barbaresche comparve di fronte alle coste pontificie, non fu il fuoco delle galee del Papa a metterla in fuga, ma le torri Chiaruccia e Santa Marinella.

Ciononostante, o forse proprio a causa di questo, si cominciò a ordinare nuove navi in Inghilterra e a Malta. Nel 1796 le galee maltesi scortarono fino a Civitavecchia due mezze-galee costruite per il Papa a La Valletta. Con un biglietto del 30 aprile 1797, il segretario di Stato affidò la Marina alla responsabilità del comando generale dell’esercito pontificio, ponendo così la pietra d’angolo di un indispensabile nuovo inizio: il 10 novembre il comando generale presentò quindi un «piano di Marina» che si prefiggeva di riformare completamente la flotta. All’inizio del 1798 si poté così annunciare al Papa che sarebbe stato possibile ripristinare con successo la disciplina e la capacità marinara di un tempo.

La formazione di una fanteria navale procedeva al meglio, e sembrava che gli agenti pontifici si sarebbero incontrati a Londra per acquistare nuove navi e nuove armi. Ma questo impegno del comando generale giunse troppo tardi. Gli eventi politici immediatamente successivi, infatti, ostacolarono la realizzazione tanto attesa, e apparentemente possibile, dell’ambizioso piano di ristrutturazione.

Proprio il febbraio 1798 segnò la fine della flotta che tanto gloriosa era stata in passato. Dopo la conquista di Roma, infatti, Napoleone Bonaparte incorporò la Marina pontificia nella propria flotta, utilizzando le navi del Papa per la campagna d’Egitto, sia per trasportare le truppe che come scorta del convoglio. Due corvette, cinque galee, due navi per la vigilanza delle coste, quattro lancioni, otto cannoniere e una lanciagranate furono così forzatamente messe al servizio della Francia. Il 26 maggio le navi pontificie, comandate dal generale Louis Charles Antoine Desaix, salparono da Civitavecchia. Il 9 giugno, davanti all’isola di Gozo, il convoglio di Desaix si unì alla flotta di Napoleone proveniente da Tolone. Tre giorni dopo, conquistato rapidamente e senza combattimenti lo Stato dell’Ordine di Malta, il Corso salpò con le «sue» navi verso l’Egitto.

Nella famosa battaglia navale di Abukir, davanti alle coste di Alessandria e sul braccio del Nilo, combattendo, la flotta che era stata del Papa andò incontro alla sua totale e insensata distruzione. Nelle ultime righe della sua Storia della Marina Pontificia , il domenicano Alberto Guglielmotti scrive: «Gli ufficiali dispersi ai quattro venti, i membri dell’equipaggio morti dal primo all’ultimo, le navi distrutte, le bandiere ammainate, una lunga tradizione interrotta. La mia storia è terminata».

Nel 1802 Napoleone «risarcì» Pio VII con due nuove navi, la San Pietro e la San Paolo. Un nobile irlandese, lord Cloncurry, scrive nelle sue memorie: «La flotta pontificia, soltanto due fregate, era a disposizione nel porto di Civitavecchia. La comandava il Marchese del Specchio, che, del resto, era l’insegnante di italiano delle mie sorelle e si presentava alle lezioni in completa uniforme da ammiraglio». Dopo il Congresso di Vienna, il Papa creò una nuova Marina, che sarebbe durata fino al 1870. Sebbene avesse solo poche navi e venisse raramente coinvolta in scontri navali, essa ottenne però una certa fama grazie ad Alessandro Cialdi (1807-1882), ingegnere ed esperto di nautica di grande talento. Ironia della sorte, delle imprese marittime dell’ultimo comandante della Marina pontificia fa parte una spedizione in Egitto nel 1840-1841: Cialdi fu il primo europeo della contemporaneità a risalire con la bandiera del Papa il Nilo per ben 1164 chilometri, fino all’isola di Philae presso Assuan, l’antica Syene.

fonte

osservatore romano

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