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«QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE» di GIUSEPPE PIANELLI (II)

Posted by on Feb 25, 2021

«QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE» di GIUSEPPE PIANELLI (II)

L’INFANZIA DEL REGNO BEN NATO

Ruggero il suo regno, «la terra dove scorre latte e miele», come biblicamente ne scriveva un cronista del tempo, se l’era comprato a caro prezzo. Si fa presto, oggi, a dire che i Normanni erano dei brutali conquistatori, avventurieri ve­nuti a caccia di ricchezze, che avevano solo più astuzia e più cru­deltà di tanti altri.

Può darsi sia vero ma erano tempi che le vie della storia non conoscevano altro diritto che quello segnato sul filo della spada. Come sempre, naturalmente, ma allora nessuno aveva diffi­coltà ad ammetterlo. Oggi contano le ideologie e, nel loro nome, si trovano gli alibi con cui sottomettere gli altri decidendo come e perché, in nome della scienza, i nuovi sudditi, chiamati cittadini, dopo esser stati bombardati, scannati, deportati, debbano essere contenti di far parte della modernità.

Allora, invece, secondo il diritto naturale, era solo il buon governo, la pace e la sicurezza dei sudditi, il loro diritto a nutrirsi, vestirsi e vivere in tranquillità secondo le proprie usanze a sancire il diritto della sovranità, non certo la presunta moralità della persona che, ben sapeva il buonsenso di tutti, era anch’essa fatta di passioni co­me tutti i figli d’Adamo1.


Innocenzo II, nel confermare a Ruggero, nel 1139, la corona con­cessagli dall’antipapa Anacleto, non s’illudeva che essa levitasse sulla testa di un angelo ma che gravasse su quella di chi poteva avere abbastanza peccati ma anche altrettanto talento e carattere per far bene il proprio mestiere e, magari, facendo il re, diventare santo. A Papa Innocenzo non importava se, egli stesso, di quel forsennato aveva dovuto far le spese: era anche quella una prova che il candi­dato aveva stoffa per non retrocedere davanti a nessuno.


Fede, forza, audacia, scaltrezza, senso della realtà, Ruggero le ave­va dimostrate in mille occasioni, superando lo stesso padre, il primo Ruggero Gran Conte di Sicilia: nello sgomberare dai Saraceni tutta l’isola e dai bizantini la Calabria, nel ridurre all’obbedienza duchi, conti e vassalli riottosi fino alla Puglia e alla Campania, anche quando si trattava di parenti, nel dettar leggi sagge ed equilibrate, nel raccogliere l’obbedienza dei nobili, nel far piani di conquista ben ragionati rifiutando le proposte interessate degli estranei, nel riportare la tranquillità nelle sue terre, nel tener testa all’alleanza dei due imperatori, del Re di Francia e delle repubbliche marinare, tutti coalizzati contro «quei maledetti Normanni», nel sapersi sot­tomettere con umiltà all’autorità del vero Papa solo tre giorni dopo averlo sconfitto.


Le doti di carattere di Ruggero s’erano rivelate fin da quando, ancor giovinetto, sotto la reggenza della madre Adelaide, aveva imposto a Baldovino di Fiandra, candidato patrigno, di passargli la corona di Gerusalemme se non avesse avuto figli. Così fu e da allora, nono­stante le “pretese” postume di molti altri, i re di Sicilia (e poi di Napoli e delle Due Sicilie) furono per sempre gli unici veri Re del titolo incommensurabile di Gerusalemme che molti dei discendenti, con sempre nuove imprese, alleanze e trattati, s’incaricarono di rin­vigorire.


Nella tempra conquistatrice e dominatrice di Ruggero, il Papa, che lo confermò anche Legato apostolico, come era stato del padre, sopportando le sue orgogliose ma sempre leali alzate di testa, vide, oltre che la liberazione della Sicilia dall’Islam e la fusione delle genti meridionali nell’obbedienza al rito romano (impresa che il re assolse egregiamente anche attraverso la fondazione di molte nuove diocesi), soprattutto la creazione d’un ponte fra Occidente ed Oriente che liberasse finalmente la costa asiatica e africana, quel giardino mediterraneo sede delle più fiorenti chiese cristiane a co­minciare da Antiochia per proseguire con quelle citate da San Paolo fino ad Ippona, sede episcopale di Sant’Agostino, che dagli arabi era stata quasi completamente scristianizzata e desertificata 2.

I re normanni tennero fede al patto col Papa anche se le loro impre­se in Africa non ebbero fortuna.In quanto a Ruggero d’Altavilla, egli non tradì la fiducia che veniva riposta in lui: per suo impulso il Regno che fondò, caso unico di stato indipendente dall’egemonia dell’Impero e sottoposto solo alla Santa Sede, anche nel mutare delle dinastie, rimase sempre fedele a Pietro ed anzi, sette secoli dopo, nella generale apostasia rivoluzio­naria dell’Europa, fu lo Stato che pagò, insieme all’Austria, il prez­zo più alto per la sua lealtà cattolica.

Per settecento anni il regno fondato da Ruggero costituì il ponte culturale, politico, militare e commerciale fra Occidente ed Oriente. Tutt’oggi, pur nelle mutate condizioni, il Sud d’Italia è ancora il na­turale deposito delle più genuine e solide tradizioni cattoliche e il naturale passaggio fra due mondi che il mare non riesce più a tener distanti.

Se la Sicilia, levata ai musulmani, diede il primo nome alla conqui­sta, Napoli «la Bella», «l’Onore della Corona», divenne presto, nel 1137, alla morte dell’ultimo duca bizantino, Sergio, il centro effet­tivo del reame. Un secolo e mezzo dopo, con gli Angioini, perduta l’isola, avrebbe conquistato il rango, che possiamo dir “naturale”, di capitale mantenendolo per sempre. Tutto il meridione peninsula­re non ebbe altro nome, da allora, che ” Napoli” e “il Napoletano”3.

Ruggero mise ordine in quel territorio così vasto segnando anzitutto i suoi confini, che sarebbero rimasti immutati fino all’annessione ottocentesca, poi stabilendo un corpo di leggi, nel rispetto del Dirit­to romano, le «Assise di Ariano», un capolavoro di tolleranza delle consuetudini delle tante stirpi meridionali eppure un esempio di saggia amministrazione come non s’era mai inteso all’epoca. Tolle­ranza e saggia amministrazione, centralismo ed autonomia furono le caratteristiche salienti del Regno fino alla sua fine.

Un altro capolavoro del primo Re del Sud fu la prammatica De no­va militia, del 1140, in cui si stabiliva che solo i figli dei cavalieri potessero essere, a loro volta, e solo dal Re, cinti dell’ordine milita­re, e che solo il Re potesse concedere e annullare i diritti feudali. Ciò poneva fine agli abusi con cui chiunque, purché abbastanza for­te da poter occupare terre incolte e ricco da possedere cavalli ed equipaggiamento, poteva vessare la gente pretendendo di arruolarla al proprio servizio.

L’editto di Ruggero fu ripreso ad ed applicato da tutti i re ed impe­ratori dando così inizio ad uno stabile corpo nobiliare e a quelle re­gole che fecero della cavalleria il braccio armato fedele e generoso della Cristianità.

Lo Stato feudale

Naturalmente, il Regno di Sicilia era e restò, come ogni altro poten­tato dell’epoca, uno stato feudale. Poiché però il feudalesimo, sfi­gurato dalla demagogia delle ideologie totalitarie, ha assunto per il comune giudizio un significato del tutto negativo, è opportuno ri­cordare cosa quel tipo di stato fosse realmente.

Con la caduta dell’Impero romano e le calate dei barbari, si era dis­solto, in Occidente, anche l’intelligente apparato giudiziario, am­ministrativo e militare ch’era riuscito a far vivere in accordo i popo­li dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa mediterranea. I circa cinque­cento anni che seguirono il tramonto dell’ultimo imperatore d’Occi­dente furono tempi bui d’anarchia, di scorrerie, di dissoluzione d’ogni forma d’organizzazione sociale. Solo la Chiesa riuscì a con­servare tanto il suo patrimonio dottrinario che la sua gerarchia.

I vescovi preservarono le residue comunità cittadine organizzando, intorno alla curia diocesana, l’amministrazione civile e ponendo le basi di quelli che poi furono i liberi comuni. Nelle scholæ delle cat­tedrali si formarono quei clerici che conservarono l’uso della lingua latina, l’unica che facesse da tramite in tutto il mondo allora cono­sciuto, e della scrittura, evitando che l’analfabetismo diventasse totale. Coloro che, preparati in quelle scuole, non ascendevano agli ordini sacri, andavano a costituire il ceto dei tabelliones e dei notarii, pubblici scrivani che misero le basi di una classe colta e permi­sero la trasmissione della residua vita pubblica.

Soprattutto nei monasteri, però, fin dalle prime fondazioni benedet­tine, si forgiò l’avvenire dell’Europa, soprattutto attraverso l’orga­nizzazione di quelle masse che vagavano nelle campagne per sfug­gire alle guerre e alle rapine dei centri popolati. I monaci, organiz­zati in abbazie fortificate, oltre a dedicarsi alla trascrizione e alla preservazione delle opere classiche, alla pratica delle arti, delle scienze, dell’artigianato, dissodarono e bonificarono le terre insel­vatichite e insegnarono la conduzione dei campi, l’agricoltura ra­zionale, l’allevamento del bestiame, la trasformazione dei prodotti, l’arte dell’amministrazione.

Le nuove comunità, gli abbozzi di Stato, si formarono quindi attra­verso la spontanea aggregazione di famiglie intorno a coloro che ne garantivano la sopravvivenza e, nel miglior modo possibile, la sicu­rezza: primi fra tutti i vescovi e gli abati.

A modello dei vescovi nelle città e degli abati nelle campagne, in­torno alle persone più forti e risolute cominciarono ad aggregarsi le più deboli. Nacquero così i primi patti sociali basati sulla vicende­vole difesa e sulla riconoscenza: l’artigiano, il contadino, il com­merciante, il bracciante si sottomettevano ad un signore di provato valore che, in cambio di beni di consumo, li garantiva con le sue armi dalle scorrerie, dai furti, dalle liti con i vicini, dalle pretese di altri potenti4.

Il signore organizzava la sua fortezza dove in tempi di pericolo si rifugiavano i popolani che egli giurava di proteggere con la sua stessa vita. I sudditi, dal canto loro, giuravano al loro protettore al­trettanta fedeltà riconoscendolo loro unico signore, affidandogli tut­ti i loro beni, pagandogli un tributo per la difesa e, se possibile, for­nendo, al momento opportuno, gli stessi uomini della famiglia adat­ti alle armi. Il signore, a sua volta si addossava l’organizzazione della vita pubblica, dell’amministrazione e della giustizia. Intorno alle cattedrali, alle abbazie e ai castelli dei feudatari, nell’alto me­dioevo, si incentrò la vita delle città e dei borghi rurali5.

Un patto, quindi, “naturale”, sottoposto perciò ai pregi e ai difetti che l’uomo si tira dietro fin dalla sua origine, moderati dalla fede e dalla morale cristiana che, con le sanzioni canoniche e il deterrente della scomunica e dell’interdetto, provvedevano perché la legge di natura, in tempi così rudi, non degenerasse in legge della giungla

I rapporti fra queste singole comunità feudali, la gerarchizzazione fra le più forti e numerose e le più piccole e precarie, gli equilibri, le alleanze contro comuni nemici, il comune convergere verso un’unica fede e le comuni regole di vita, il riconoscere unanime­mente la Chiesa come la fonte del diritto, della dottrina, della cultu­ra e delle arti, e i suoi ministri come i normali deputati all’educazio­ne e alla formazione delle nuove generazioni, alla cura degli infer­mi e al sostegno dei bisognosi, tutto ciò fece della società feudale il naturale capolavoro della vita associata6.

Naturalmente si formarono i capi, naturalmente si formarono le gerarchie, naturalmente si assestò quella stratificazione sociale fatta delle specifiche individuali capacità che chiamiamo talenti e che mai la natura assegnò in maniera uguale alle creature.

Vita corrente e speculazione dei filosofi combaciavano, specchian­dosi una nell’altra, in una “scala di valori” (come impropriamente si dice adesso creando arbitrarie distinzioni ad ogni stagione) che non coincideva necessariamente con la disponibilità economica7. Al suo vertice essa poneva l’uomo di preghiera (quindi i monaci, il clero, rarissimamente ricchi, spesso sovranamente poveri), quindi gli uo­mini della legge, i cavalieri (i nobili, non sempre titolati, non sem­pre detentori di feudi, spesso tanto indigenti da dividersi un cavallo in due come gli antichi Templari), infine il popolo, coloro che pro­ducevano i beni comuni con il lavoro dell’ingegno e delle braccia (meno poveri di quanto si vorrebbe far credere, solitamente in gra­do di soddisfare le esigenze materiali loro, della loro famiglia e del­le altre due classi di cui non si sarebbero mai sognati di contestare l’utilità sociale, spesso benestanti come validi artigiani, artieri e “fisici”, agiati come amministratori e notai, sfacciatamente ricchi co­me i mercanti, molti dei quali, e sempre di più, detenevano, di fron­te non solo al clero, ai nobili e ai principi, ma anche a re, imperatori e papi, il potere dell’economia8.


Quando gli ideologi, rigettata la sapienza dei millenni, si misero a farneticare nuovi modi di vita sociale supponendo che l’uomo fosse originariamente buono e perfetto e che quindi fosse indispensabile creare sistemi perfetti, e che i patti fra gli uomini non dovevano più essere sacri e che con un bel contratto a tempo si poteva passare sull’onore, e che infine, d’utopia in utopia, nessuno doveva posse­der niente, e che tutto fosse di tutti, donne comprese, questi “pensa­tori” non seppero far altro che svergognare il passato considerando solo gli abusi che, da che l’uomo è l’uomo, inevitabilmente vi si verificavano9.

Il feudalesimo, che come patto sociale sopravviveva solo in residue usanze locali, fu giudicato, senz’appello, un egoistico modo di vi­vere. Nulla rimase in piedi di quella società che aveva creato la ci­viltà, la cultura, la scienza del mondo che oggi chiamiamo civile. La nuova società doveva poggiare su utopistiche basi “scien­tifiche”. È proprio su queste idee che, negli ultimi due secoli, si so­no verificati i più grandi, e “scientifici”, regimi totalitari, massacri, genocidi, stermini che mai l’umanità avesse sperimentato…continua

fonte

https://www.eleaml.org/sud/storia/storia_del_sud_vista_dal_sud.html#NATO

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