Alta Terra di Lavoro

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«QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE» di GIUSEPPE PIANELLI (XIII)

Posted by on Mar 8, 2021

«QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE» di GIUSEPPE PIANELLI (XIII)

CAPITOLO IV
L’ECCLISSE DEL REGNO ILLUMINATO

Per la sedicenne Maria Carolina discendere dall’”Austria felix” alla felicissima Napoli fu come passare da un monastero di clausura ad un ballo mascherato. Come tutto, a cominciare dalla reggia, nel suo paese era sobrio, solenne, misurato, così a Na­poli, a cominciare dalla natura, era fastoso, leggiadro, esagerato. Lo sposo, il diciassettenne Ferdinando era tenero e allegro e la corte faceva di tutto per procurare agli sposini ogni letizia. Il rigido “ce­rimoniale spagnolo” di Schönbrunn, i rigidissimi orari dell’Im­peratrice madre, restarono solo un ricordo uggioso da cancellare fra feste, ricevimenti, colazioni sull’erba e giochi con le dame e i cava­lieri fra i boschetti e le cascate di Caserta, a Capodimonte, a Portici, nei “siti reali”, nei teatri dove si esibiva la massima fioritura di mu­sicisti e di cantanti d’Europa.


Il popolo di Napoli, poi, come ancora adesso, sapeva farsi amare: una divertente emozione, per quella figlia del Nord, ogni uscita in carrozza per la capitale, fra la folla che, come si scioglieva in brodo di giuggiole per il suo reuccio, ora andava in visibilio per quella coppia di giovanissimi sposi sempre pronti a ricambiare gli applausi dei sudditi con feste a mare, luminarie, regalie e indulti, distribuzione di cibi, concerti a Piedigrotta, fuochi artificiali.


Una beata incoscienza che, se si vuole, è cosa normale, an­che per una Regina quando, tutto sommato, è ancora una bambina. Ferdinando, felice e innamorato, non tralasciava comunque i doveri di stato. Le nubi dell’anima si erano dissolte nella soddisfazione di vedere la «sua grande famiglia», come glie la suggerivano i corti­giani, crescere felice e prospera, il paese pacifico e sicuro, l’economia sempre in salita e la fama del Regno crescere in ogni dove attirando da tutt’Europa il fior fiore degli artisti, dei letterati, dei musicisti, dei divi del teatro, dei ricchi imprenditori, dei ban­chieri, dei giramondo, degli intellettuali. Nonostante l’età, “Padre della Patria” si sentiva davvero, come dimostrava quel famoso edit­to del 1769 in cui tracciava un vasto programma di riforme tutte imperniate sull’educazione del popolo e sulla sua elevazione mora­le e materiale.


Ferdinando era sicuramente in buona fede né si accorgeva di quanto, nella corte, si brigasse per renderlo docile strumento, dopo esserlo stato di Tanucci, della consorteria di intellettuali che, a Na­poli come a Parigi, oltre che in ogni altro stato, brigava per manda­re ad opera un disegno di potere che andava, in nome della Ragio­ne, oltre ogni ragionevole speranza umana. Tanucci, del resto, ave­va ancora potere e riuscì a tenerlo saldo anche quando Carolina, partorito il primo figlio, Carlo Tito, entrò di diritto a far parte del Consiglio di Stato. La fissazione del giurisdizionalismo, al vecchio uomo di stato, non era mai passata: pur essendo ormai riuscito a te­nere nel pugno i sovrani di due dei più grandi regni del Mediterra­neo, gli sembrava di non essere riuscito a rifinire il suo capolavoro fin quando non avesse eliminato ogni antico diritto e privilegio del­la Chiesa sul reame. Inquisizione, tribunali ecclesiastici, esenzioni fiscali del clero, nulla che, dopo l’espulsione dei Gesuiti, odorasse ancora di papismo poteva rimanere in santa pace. L’ultimo atto, mentre nasceva il principino, fu l’abolizione della Chinea, nel 1775. Ma, tanto a Ferdinando che alla Regina, la cosa non andò giù e, co­sì come brigava intanto la diplomazia asburgica, l’anno dopo quel laico Savonarola fu definitivamente giubilato.


Ferdinando, giovane padre orgoglioso, ormai emancipato dal baliatico del padre e dall’invadenza di quel vecchio gufo del Ta­nucci, innamorato come non mai, era fiero di quella moglie che, co­sì pazzerella pure, in fatto di tener testa a cortigiani e consiglieri, mostrava già tutta la stoffa della genitrice. Ormai, pensava, la nasci­ta dell’erede al trono avrebbe calmato ogni suo bollore. Napoli era sempre più in festa, la corte sempre più giovane e senza malumori. L’anno dopo, 1777, riprendeva la cerimonia della Chinea. Anche con la sua coscienza e con il Papa sembrava ormai tutto essersi calmato. Non sapeva quel venticinquenne atletico sovrano che dalla padella del toscano, il Regno cadeva nella brace degli inglesi.

La Massoneria napoletana

C’è qualcosa di diverso nell’anima dei meridionali. Tanto misterioso da essere oggetto di romanzi, di poesie, di teatro, di can­zoni. Tanto affascinante da attrarre per millenni popoli d’ogni raz­za, lingua e religione fino a fondarvi un regno e a diventar nazione. Mistero tanto complesso da aver creato su questo paese, quando in­fine fu ridotto a provincia depressa di uno staterello tronfio e petto­ruto, (caso unico nel mondo nelle scienze politiche) una «questione meridionale» che dura irrisolta ormai da centoquarant’anni, mi­gliaia di volumi e un’intera schiera di serissimi accademici e stu­diosi: i «meridionalisti».


Come l’illuminismo meridionale si sciolse al sole quando il popolo si accorse che, con i signori ormai non ci si capiva più, e i giacobini furono cacciati da Napoli a suon di “pernacchi” (anche questa “volgarità” cosa troppo seria per essere capita da chi non è meridionale), così la Massoneria nel Regno, nata tenebrosa, si di­pinse dei colori del Sud. Se, come dicono molti, finanche Maria Ca­rolina fu ammessa in una loggia ad onta della rigidissima misoginia che ancor’oggi distingue i “fratelli muratori”, beh, questo la dice lunga su come le cose, a Napoli, sarebbero finite.


Nata nel 1717, la «libera società dei framassoni» si era pre­sto diffusa, sull’onda del “libero pensiero”, per tutta Europa. Prima ad accorgersi della pericolosità di questi allucinati che, anzitutto, si dichiaravano credenti, fu, come al solito, la Chiesa che, già nel 1738, li bollò di scomunica. Carlo di Borbone, che allora era catto­lico devoto, si affrettò, con un editto a dichiararli fuorilegge e anco­ra, nel 1751, quando d’essere ancora cattolico voleva provarlo a tut­ti i costi, dopo un’altra enciclica del Papa, dettò da Madrid un altro editto al Tanucci il quale, ancora nel 1775, fece pressioni su Ferdinando perché il bando ai massoni fosse rinnovato.


A Ferdinando, da buon napoletano, le cose sembravano da prender molto meno seriamente e, forse, cominciava a chiedersi se suo padre e il suo ministro non soffrissero un po’ di paranoia di fronte a chiunque, Gesuiti o frati muratori, sembrasse cospirare contro lo stato. Per quel che gli riguardava, si trattava di una «stra­vaganza intellettuale» né più né meno come le pastorellate della corte di Versailles. A parte la sposina, del resto, si trattava di ban­dire dal regno tutta la corte a cominciare dai ministri, i nobili, i figli di papà perché ormai la moda era dilagata e la “Napoli bene” anda­va alle riunioni segrete come al teatro e come al caffè. Era «segreto di Pulcinella» il fatto che, da qualche parte, anche a Palazzo, si te­nessero i riti con i drappi a lutto, i candelieri, i compassi e i grembiulini. Un “caporuota” troppo zelante aveva fatto irruzione, con i suoi sbirri, nel pieno di una riunione ed aveva arrestato un bel po’ di rampolli di gente altolocata. Tutto fu messo a tacere, i “fratelli” rimandati da papà, e il poliziotto finì in qualche gendarmeria di­menticata.


Ma se a Napoli la Massoneria (che si dichiarava addirittura «cattolica e monarchica», tanto che vi erano molti i frati, i canonici e i preti squinternati) non riuscì mai ad essere presa troppo seria­mente se non dai pochi “intellettuali” che ci fecero carriera, a Lon­dra dov’era nata, sul modello delle antiche corporazioni dei taglia­tori di pietra, assunse un’importanza straordinaria giacché vi con­fluirono tutte le idee misteriche e gnostiche che l’illuminismo aveva rispolverato dalle antiche religioni e tutte quelle che il “libero pen­siero”, in un’orgia di elucubrazioni, andava partorendo da chiun­que, nel mettersi a pensare (come aveva indicato Cartesio), volesse affermare di esistere anche lui. E poiché, a differenza dei napoleta­ni, gli inglesi le cose le prendono molto seriamente, insieme ai “mi­stici” e ai visionari d’ogni categoria, vi trovarono posto “scienzia­ti”, cabalisti, indovini, agnostici e apostati d’ogni religione che, nel­la fede in un “grande architetto” d’ogni cosa creata ed in rituali buoni per ogni fantasia, potevano dire di aver trovato finalmente una “super religione”.


Ferdinando, Carolina e tutti i pittoreschi framassoni napole­tani di quel tempo erano ben lontani dal pensare che, quello che sembrava un gioco di società, sarebbe diventato il più grande com­plotto mai ordito. Un piano diabolico che, solo un secolo più tardi, sarebbe stato capace di cancellare il reame più bello del mondo per farne semplicemente “le Provincie napoletane” del Regno d’Italia e tutt’al più “il Mezzogiorno” , eterno minorenne soggetto di tutela, di riprovazione e, al meglio, di studio sotto l’implacabile lente dei sociologi.


Napoli fra Vienna e Parigi


Maria Carolina, messo fuori causa il Tanucci, diede alla cor­te e al Consiglio di Stato quella sterzata che la madre si aspettava e, in poco tempo, allineò il Regno sulla politica dell’Austria. Nel 1779, plasmato il Consiglio secondo il suo volere, vi nominò Primo ministro John Acton, uno straordinario ufficiale di marina che ave­va bruciato le tappe della sua carriera. Acton aveva quarantadue anni, Ferdinando ventotto, Carolina ventisette: era il più giovane terzetto che avesse mai governato un regno.


John Acton, di famiglia inglese, era nato in Francia e in Francia s’era arruolato in quella marina dalla quale era passato a quella toscana per finire in quella napoletana. Solo un anno a bordo e poi, a corte, era riuscito a incantare la Regina che l’aveva voluto Segretario di Stato facendogli affidare dal marito, man mano, la Marina, la Guerra, la politica estera e infine tutte le forze militari. Ferdinando era al settimo cielo, una moglie affascinante, vivace e capace di essere al suo fianco in ogni circostanza. Per un giovanotto che già a otto anni era rimasto solo come un orfanello, quella donna rappresentava tutto il suo mondo. Il padre dalla Spagna, privo del suo fido Tanucci, non aveva più potere sul figlio che ormai seguiva la via che gli pareva.


Almeno questo credeva: ormai il destino del Regno si deci­deva a Vienna. Dall’Austria si dispiegava l’influenza culturale che, complice il mondo artistico di cui possedeva i migliori talenti, ave­va facile gioco sugli orientamenti napoletani. La Francia restava sempre la patria dei “maïtreápensée” ma la dialettica dissacrante dei parigini si stemperava nel più ponderato e austero discettare dei pedagoghi della corte imperiale. Una miscela di talenti e d’ingegno, d’estro e d’assennatezza che fece di Napoli la capitale d’Europa dell’intelligenza. Il napoletano diventava lingua da salotto non solo nel Regno ma ovunque nel resto d’Italia, e non raramente fuori, si volesse dare un tono alla conversazione. L’Abate Galiani aveva la­vorato sodo per mettere su carta regole, stile e vocabolario da con­trapporre al toscano che stentava a diventare lingua esemplare. La parentela con gli AsburgoLorena del Granducato, con quelli imperiali della Lombardia e con quelli di Parma e Piacenza già faceva vagheggiare a qualche sognatore un grande stato italiano retto dalla dinastia napoletana. Oltre alla fama di splendore, arte e cultura, e la più grande capitale italiana, il Regno aveva, comunque, mezzi più di chiunque altro anche, se occorreva, per usare la forza delle armi. Oltre a un buon esercito e al denaro per assoldare truppe all’occorrenza, su tutta la costa tirrenica stavano vigili i suoi Stati dei Presidi con piazzeforti a Porto Santo Stefano, a Talamone, Piombino, Porto Longone. Del resto, sul grande stemma dei Borbone di Napoli, a ricordare quanto grandi fossero le pretese, campeg­giavano sempre ammonitrici le armi d’Austria e degli antichi Medi­ci di Toscana.

Il trionfo dell’Arcadia: la colonia di San Leucio

Mentre in Francia si preparavano gli anni più bui della sua storia, la Regina Maria Antonietta, sorella minore di Maria Carolina, allesti­va nel Trianon le sue bucoliche rappresentazioni. La moda di vez­zeggiare, anche nell’abbigliamento, come improbabili pastorelle perennemente in idillio con improbabili pastori, veniva dritta dritta dal ghiribizzo illuminista del “buon selvaggio”. La tesi era scontata: era stata la società a fare dell’uomo quel malvagio che aveva cor­rotto il mondo col potere. L’uomo, dicevano i philosophes, “allo stato di natura” era candido e buono, incapace di alcun male. La dimostrazione veniva da remote isole felici dove però ancora nes­suno aveva incontrato il “buon selvaggio” se non nella fantasia di qualche narratore, di qualche antropologo millantatore e nei raccon­ti in osteria di qualche marinaio che, nei mari del Sud (dove, in ge­nere, si praticava il cannibalismo fra tribù e tribù), di buono ci ave­va trovato solo le selvagge. Su queste favole, rinomati filosofi teo­rizzavano una nuova società, simile a quella di un'”Età dell’oro” che doveva esser quando satiri e ninfe folleggiavano nei boschi, i pastori eran tutti filosofi e le donne vaghe eterne pulzelle pronte a deliziare a turno i loro riposi su giacigli di fiori. Niente chiese né papi né re né leggi né morali a mettere ipoteche su questo paradiso dove, dall’alto del suo Olimpo, a protegger la pace se ne stava, in­sieme a un dio immoto, la dea Ragione.


Anche a Napoli, col sole, il mare, i boschi e l’“aria doce”, lo spirito d’Arcadia era sovrano. Né al popolo napoletano c’era da in­segnare niente su come prender la vita con filosofia, convinto, ap­punto, che, in fondo in fondo, tutti erano buoni e che se qualcosa manca, Dio provvede. E che Dio provvedesse, la dimostrazione era data dalla prosperità del Regno e dalla pace sociale giacché, come sono concordi a testimoniare gli storici, mai s’era vista una nazione dove tanta concordia regnasse fra popolo, intellettuali, nobili e so­vrano. A Napoli sembravano essersi avverate tutte le utopie illuministe stemperate in quel misterioso spirito dei meridionali che poi, forse, tanto misterioso non è giacché nessuno, né Re né pensatori avevano mai osato scambiare per un’olimpica virtù l’eredità mille­naria della propria religione. Era questa, la fede, a sostenere lo slancio della ragione e a non permettere, come successe in Francia, che l’orgoglio luciferino potesse distruggere in meno d’un decen­nio, con le mani degli stessi francesi, quel che di civiltà era stato costruito in oltre un millennio.


Mentre al di là del mare e delle Alpi si addensava la tempe­sta, a Napoli tutto si placava. Dal tempo del gabinetto Acton i rap­porti con Roma si erano rasserenati ad anche il tributo della Chinea, dopo Tanucci, era stato offerto ogni anno, simbolo di sottomissione che valeva più di ogni trattato e concordato. Ferdinando entrava nella maturità e non trovava più il gusto di un tempo a trattare gli affari di stato. Carlo Tito, l’erede, era morto portandosi via quel nome Carlo, quasi a significare una irrimediabile rottura col padre, e quell’altro, Tito, quasi a frustrare le ambizioni di gloria imperitu­ra. Maria Carolina era così distante, impegnata in quel ruolo di in­stancabile regina al quale, del resto, fin da bambina era stata educa­ta: nonostante i sedici figli che, come la madre, riuscì a partorire, era un turbine senza tregua che coinvolgeva cortigiani, uomini di stato e intellettuali che lei sapeva adulare, blandire, ma soprattutto piegare alla sua volontà. Ferdinando era stato educato “alla napole­tana”, in mezzo a quella famiglia ritirata, colmato d’affetto e di pii sentimenti. Neanche il suo passatempo preferito, la caccia, lo attra­eva più.


Difatti, nella sua tenuta preferita, la vaccheria di San Leucio, vicino Caserta, Ferdinando tornava sempre più spesso e non per in­seguire daini e cinghiali ma per starsene un po’ in pace coi guardiacaccia e le loro famiglie. Proprio lì, nel casino di caccia, durante un soggiorno invernale della famiglia reale, era morto il piccolo Carlo Tito e il mondo si era come fermato per mettergli dentro quella ma­linconia che non lo abbandonerà mai e che lo allontanerà sempre più dalla vita di corte. L’affetto sincero di quelle famiglie semplici, la modestia di quelle donne, l’allegria di quei bambini lo ripagava­no di una vita tumultuosa ed effimera che, in fondo non aveva mai amato e che, ora, capiva quanto fosse vana. Cominciava da lì, per Ferdinando, la vera stima per il popolo e quell’affetto sincero che fu vicendevole fino ad immedesimarlo, anche agli occhi dei posteri, quasi con i più umili dei suoi sudditi, soprattutto quando si trovò smaccatamente tradito da nobili e intellettuali.


«Non essendo certamente l’ultimo dei miei desideri quello di ritrovare un luogo ameno e separato dal rumore della corte, in cui avessi potuto impiegare con profitto quelle poche ore di ozio che mi concedono di volta in volta le cure più serie del mio Stato […] pen­sai dunque, nella villa medesima, di scegliere un luogo più separa­to, che fosse quasi un romitorio, e trovai il più opportuno essere il sito di San Leucio». Così scriveva il Re, alla fine di quel ventennio “dorato”, nel prologo dell’Origine della popolazione di S. Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi, colle leggi corrispondenti al buon governo di essa, lo statuto di quella “colonia” di setaioli che suscitò scalpore e lodi in tutt’Europa consacrando Ferdinando IV di Borbone il più illuminato dei re.


Tutt’oggi sull'”esperimento” di San Leucio ci si accapiglia per decidere se si trattasse di un parto felice dell’illuminismo, di pa­ternalismo regale, d’un falansterio d’ispirazione massonica, di un’anticipazione del socialismo reale, di comunismo utopico. Nes­suno può ammettere che la colonia di San Leucio non debba essere la realizzazione del «Novus Ordo» partorito dalla Ragione invece che la massima espressione della cultura di un popolo capace, come aveva sempre fatto per millenni, di assorbire tutto quel che arrivava da fuori e plasmarlo secondo il suo spirito. Anche allora, del resto, ogni corrente intellettuale attribuiva ai propri “lumi” quella crea­zione che anche, in seguito, i più feroci oppositori del Ferdinando “reazionario”, come il Colletta, non poterono far a meno di definire «vera gloria del Re, documento del secolo e impulso non leggiero alle opinioni civili».


Cominciata con le diciassette famiglie dei suoi guardiacaccia e continuata con una popolazione iniziale di duecentodieci anime, vissuta, ormai nelle dimensioni di un paesotto, con le sue leggi e le sue consuetudini, fino all’occupazione piemontese e all’annessione del Regno d’Italia (che, naturalmente, s’incamerò subito i beni co­muni degli abitanti) ma tutt’oggi viva nelle tradizioni, nel mestiere, nell’arte e nel folclore, la «Reale colonia di San Leucio» fu l’unica comunità civile “utopica” (oltre le reducciónes gesuitiche del Guarany) pienamente attuata e liberamente vissuta.


La città ideale, perfetta realizzazione della società dell'”uo­mo nuovo” era uno dei temi preferiti dai philosophes. Centinaia erano le pubblicazioni che progettavano, fin nei minimi dettagli, co­me avrebbe dovuto svolgersi la vita della città perfetta, e ciò, senza quella profondissima ironia dello scetticismo cristiano di Tommaso Moro o del misticismo della Città del sole del meridionalissimo Fra’ Tommaso Campanella. Molti furono anche i tentativi di pochi fanatici presuntuosi: nessuno mai fu portato a compimento.


Ferdinando, anche se ne aveva abbozzato l’idea fornendo agli abitanti di San Leucio una parrocchia, una scuola e i primi at­trezzi per la tessitura della seta, naturalmente non fu solo nella pro­gettazione e nell’attuazione.


Mentre già si profilava, in Francia, la tenebrosa catarsi di quella stagione di anarchia del pensiero, molti furono gli intellettua­li che cominciarono a dissociarsi dalle idee correnti e a far ammen­da dei loro primitivi entusiasmi. Di loro non c’è arrivato quasi nien­te perché, allora come adesso, l’egemonia della cultura era ben sal­da nelle mani dei discepoli dei “lumi” e le rare opere di chi aveva conservato o recuperato un po’ della saggezza antica sono state confinate nell’ambito dei pamphlet retrivi, reazionari o clericali.


Eppure, furono molti gli uomini di pensiero che cominciarono a di­sertare i salotti dove ormai si teorizzava la rivoluzione, a mettersi “in sonno” nella massoneria che da congrega teista e filantropica andava svelando agli iniziati le mire sinarchiche che stavano alla sua radice.


«Nessun uomo, nessuna famiglia, nessuna Città, nessun Re­gno può sussistere e prosperare senza il timor santo di Dio. Dunque, la principal cosa ch’io impongo a voi è l’esatta osservanza della sua santissima Legge». Con questa professione di fede del Re inizia il preambolo al codice delle leggi di San Leucio che, anzitutto, detta le norme per la santificazione dell’intera giornata: Santa Messa ogni mattina prima del lavoro, adorazione del Santissimo Sacramen­to la sera prima di tornare a casa, frequenza ai sacramenti soprattut­to nei giorni di festa. Nel testo, che fu steso da un collaboratore di fiducia, un coltissimo pensatore che volle sempre restare nell’anonimato, appare una profonda devozione religiosa che non può, in nessun caso, essere attribuita a nessun tipo di teosofia ma che si fonda senza incertezze su una schietta preparazione dottrina­le, quella stessa che Ferdinando giovinetto doveva aver avuto da Padre Cardel.


Del resto, mentre ogni studioso ha voluto tentare paragoni con le idee del tempo stiracchiando il testo dello statuto verso l’u­manitarismo e verso il giusnaturalismo, l’unico accostamento che si può fare è proprio quello con le reducciónes gesuitiche. Infatti, car­dine del sistema leuciano, enunciato da una serie di «Doveri negati­vi» e «Doveri positivi» della morale comune, e da «Doveri genera­li» e «Doveri particolari», legislazione vera e propria della comuni­tà, è la «perfetta eguaglianza» in cui «il Savio, il Ricco, l’Agricoltore, l’Artista, quando impiegano i loro talenti, le loro ric­chezze, le loro fatiche a pro’ dei cittadini, possono ben vantarsi di essere benefattori dell’umanità». Per questo, come avevano già fat­to i missionari del Paraguay, nessuno deve distinguersi dagli altri se non «per esemplarità di costume ed eccellenza di mestiere», e il ve­stire «per evitar la gara nel lusso» sia uguale per tutti (si tenga pre­sente che, a quel tempo, era normale che i popolani di ogni paese, regione, corporazione, avessero costumi tradizionali della stessa foggia). Lo stesso concetto di uguaglianza proibisce di farsi chia­mare col “Don” (uno spagnolismo che era ormai dilagato nel Napo­letano), distintivo riservato, come in origine, «solo ai sacri mini­stri». Fra i doveri particolari vi sono la riverenza e l’ossequio che i cittadini devono ai sovrani e il rispetto ai ministri che li rappresen­tano.


Il diritto di famiglia, pensato come abbozzo di una riforma da estendere a tutto il regno, è fra le parti più innovative della legi­slazione. L’età degli sposi, infatti, non può essere inferiore ai vent’anni per i maschi e ai sedici per le femmine, e il matrimonio sarà autorizzato dal “Direttore dei mestieri” per lui e dalla “Diret­trice” per lei, provando che entrambi siano «provetti nell’arte, a se­gno di potersi lucrar con sicurezza il mantenimento». Le doti sono abolite, e il Re stesso provvederà a fornire l’abitazione, la mobilia, la suppellettile e gli attrezzi del mestiere, due telai per la tessitura della seta, e tutto ciò che possa occorrere in casa. Comunque, pur avvertiti, «acciò vada tutto con decenza […] nella scelta non si mischino punto i genitori, ma sia libera dei giovini».


La cerimonia del fidanzamento ci trasporta in piena Arcadia: «Nel giorno di Pentecoste, nella Messa solenne in cui interverranno tutti gli abitanti del luogo e le fanciulle e i giovini esteri che trava­gliano nelle manifatture, da due fanciullini dell’uno e dell’altro ses­so si porteranno all’altare, per benedirsi da chi celebra, due canestri pieni di mazzetti di rose, bianche per gli uomini e di color naturale per le donne. E nel terminar questa funzione, da ciascuno individuo se ne prenderà uno, come le palme. Nell’uscir poi dalla chiesa, i pretendenti, nell’atrio di essa dov’è il battisterio, presenteranno il lor mazzetto alla ragazza pretesa: e questa, accettandolo, lo con­traccambierà col suo, ma escludendolo, con polizia e buona manie­ra, glielo restituirà. E né all’uno né all’altra sarà permessa contesta­zione alcuna: e perciò, i primi ad uscir di chiesa saranno i Seniori del Popolo per imporre loro la dovuta soggezione. Coloro che con­traccambiato si saranno il mazzetto, lo porteranno in petto sino alla sera quando, dopo la Santa Benedizione, accompagnati dai rispetti­vi genitori, si porteranno dal parroco che registrerà i nomi e la paro­la».


Le leggi di San Leucio, «essendo lo scopo di questa società che tutti rimangan nel luogo», sono alquanto severe per quel che ri­guarda i matrimoni “extracomunitari”: alle fanciulle che vogliono maritarsi fuori dalla colonia viene consegnata una dote di cinquanta ducati «senza speranza di mai più potervi tornare», al giovane che vuol prendere una moglie di fuori, gli è permesso a condizione che prima costei impari il mestiere, in caso contrario anch’egli dovrà la­sciare per sempre la comunità. Altrettanto rigore viene usato con i bighelloni che, se compiuti i sedici anni, non mostran voglia di la­vorare, saranno mandati in casa di rieducazione finché non ritorni­no ben istruiti. Seguono consigli e ammonizioni sui doveri dei co­niugi e dei genitori esortati ad educare la prole nei doveri e nelle virtù ma, soprattutto, nella religione: «Questo è di tutti i doveri l’articolo più importante: e perché scorgo che da esso deriva non solo la pace e il benessere delle famiglie ma benanche la prosperità la felicità dello Stato».


L’istruzione, «per divenir uomo dabbene ed ottimo cittadi­no», è obbligatoria per tutti, dai sei anni, e comprende, oltre le no­zioni elementari, la formazione professionale con macchine moder­ne, abili istruttori, corsi di aggiornamento. Il lavoro sarà pagato in relazione alla perizia, fino al massimo «che godesi da’ migliori arti­sti nazionali e forestieri». E se il talento personale andrà ancora ol­tre, gli artigiani più meritevoli saranno premiati con segni di distin­zione, medaglie d’argento e d’oro da portarsi in petto, e il privilegio di sedere in chiesa al “banco del Merito” a sinistra dell’altare, di fronte a quello dei “Seniori”. I testamenti sono aboliti: «la sola giu­stizia naturale e la natural equità sia la face e la guida di tutte le vo­stre operazioni», raccomanda il sovrano. Unica successione resta quella di primo grado: figli e figlie hanno parti uguali, la vedova, se mancano figli, gode dell’usufrutto. In mancanza d’eredi, i beni del defunto vengono devoluti ad un “Monte degli orfani” dalla cui cas­sa saranno mantenuti coloro che non sono ancora in grado di soste­nersi col lavoro, e a cui il Re aggiungerà del suo quello che manca.


L’esortazione alla concordia familiare, a quella tra fratelli, figli e genitori, si estende ai maestri, ai benefattori, agli anziani: «l’amore è l’anima di questa società». Società tradizionale, e quindi patriarcale, eppure democrazia estesa dove, dai capi famiglia, nella festa di San Leucio, vengono scelti «cinque dei più savi, giusti, in­tesi e prudenti» che, col nome di “Pacieri” o “Seniori del Popolo”, insieme al parroco, governano la comunità. Essi provvederanno all’annona, all’esercizio dei commerci, al calmiere dei prezzi, all’ordine e alla moralità pubblica, all’assiduità e all’esattezza del lavoro, all’igiene, alla sanità, con la visita giornaliera dei malati che saranno «assistiti tanto nello spirituale che nel temporale con la massima esattezza e scrupolosità». San Leucio, difatti, vanta realiz­zazioni d’avanguardia: una “Casa degli infermi” per i malati conta­giosi sia cronici che acuti, «separata totalmente dall’altre, in luogo di aria buona e ventilata», dove, due volte l’anno, viene praticata a tutti i bambini la vaccinazione antivaiolosa. Anche ai bisogni di quest’ospedale provvede il Re di tasca sua. Ma il “welfare state” va ancora più in là: una “Cassa della carità”, sovvenzionata da una tas­sa proporzionale al reddito degli abitanti e da libere offerte, prov­vede ad ogni bisogno degli sventurati, dal sussidio in denaro fino alle esequie e ai suffragi religiosi. Gli evasori fiscali, i «contu­maci», additati dapprima al pubblico disprezzo, non avranno mai più, se recidivi, diritto a nessuna forma di assitenza, neanche alle esequie ed ai suffragi.


“Dalla culla alla tomba”, la colonia di San Leucio provvede ai suoi abitanti senza mai dimenticare il fondamento del­l’uguaglianza. Le onoranze funebri perciò, gratuite, saranno «sem­plici, divote, senza distinzione», di chiunque si tratti. Ma la comu­nità, quando si tratti di un Seniore, onorerà il defunto con la presen­za di tutti i capi famiglia che, portando ceri per riconoscenza, lo ac­compagneranno all’estrema dimora. E lo stesso faranno gli allievi per i Direttori e per le Direttrici. Ma l’ottimismo cristiano impedi­sce che il dolore turbi oltre misura la serena convivenza dei leuciani: «Non vi siano lutti, e solo nelle morti de’ genitori e degli sposi, per gli ultimi uffizi dovuti ai medesimi, sia permesso alla tenerezza dei figli, delle mogli e de’ mariti un segno di duolo di un velo al braccio per l’uomo e di un fazzoletto nero al collo per la donna, per due mesi soli al più». Quando un abile artigiano muore, è un altro leuciano, di preferenza, a prendere il suo posto, ma gli sarà pagata solo una parte del salario del defunto: la metà o un terzo, a seconda che ella abbia o no figli che la sostengano, andrà alla vedova finché rimanga in vita.


Sulla comunità incombe rassicurante la figura paterna del Re che premia, soccorre ma vigila perché la legge sia applicata con in­transigenza. Ogni grave trasgressione è punita senza appello e ne fanno le spese anche i congiunti. Sono delitti gravi quelli contro il buon costume, che comportano l’espulsione dalla colonia, quelli contro la regola del vestire, che privano per sempre il colpevole dell’abito, dei proventi e degli altri benefici. Alla giustizia ordina­ria, dopo essere stato spogliato dell’abito del luogo, viene conse­gnato chi si macchia di reati comuni penali o civili. Al codice vero e proprio è annesso, poi, col titolo «Doveri verso Dio, verso sé e verso gli altri, verso il Re, verso lo Stato», un vero e proprio “cate­chismo” «per uso delle scuole normali di S. Leucio» formulato se­condo la prassi post tridentina delle domande e delle risposte. Seb­bene finalizzata alla vita della comunità, la catechesi, impartita con estrema chiarezza e facilità, non si discosta minimamente dalla dot­trina cattolica: peccato, grazia, redenzione, salvezza sono espressi in maniera assolutamente ortodossa e teologicamente corretta. Del Dio di Gesù Cristo, a differenza della “deità” razionalista o del “grande architetto” teosofico, si enunciano tutte le peculiarità cattoliche: unità e trinità, creatività dal nulla, provvidenza, giustizia, misericordia.


Come ha esordito invitando all’osservanza della legge divi­na, così, sviluppandone i precetti, si chiude la legislazione della co­lonia di San Leucio che contiene, inoltre, due graziosi inni, uno per il mattino, l’altro per la sera, composti in stile metastasiano, con in­tercessioni per «la pietosa Carolina e la Regia amabil Prole», per «i nostri amorosi Genitori, i Parenti, i patri Lari, i Maestri, i Diretto­ri».


Un minuzioso orario per tutti i mesi dell’anno fa da appendi­ce e chiude il volumetto. Si noti, a questo proposito, che il tempo assegnato al lavoro, secondo quella che era la normale giornata di fatica del popolo di quel tempo, è, in media, e a secondo della lun­ghezza della giornata nella stagione, di undici ore al giorno. Nelle manifatture inglesi, nella stessa epoca, si praticavano turni di lavoro dalle quattordici alle diciotto ore per gli adulti, alle sedici ore per i ragazzi fra i dodici e i quattordici anni. Il lavoro maschile e quello femminile, a San Leucio, erano perfettamente uguali e Ferdinando rifiuterà di abrogare questa norma quando, nel 1804, il direttore ge­nerale della filanda gli farà notare gli alti costi delle manifatture dovuti alla parità di trattamento.


Il successo dello statuto e la fama della colonia di San Leu­cio (che oltretutto produceva sete preziosissime esportate dovun­que), furono immediati: una vera apoteosi accolse la legislazione nel Regno e all’estero dove l’opera del Re, stampata, oltre che in italiano, latino e greco, anche in tedesco e francese, venne immedia­tamente chiosata, commentata, paragonata a quelle dei più celebri filosofi e legislatori dell’antichità. A Napoli non vi fu, in pratica, persona colta, che non scrivesse e pubblicasse le proprie considera­zioni e le proprie lodi, non sempre dettate solo da cortigianeria, per quel testo e quell’opera che anche i futuri oppositori di Ferdinando IV di Borbone non poterono omettere di esaltare. La piccola comu­nità di setaioli ispirava anche i musicisti: in suo onore il Paisiello componeva la Nina pazza per amore. Una portoghesina dalla vita molto chiacchierata, una tale Eleonora Fonseca Pimentel che era riuscita ad imbucarsi a corte dove assillava la Regina e le dame con i suoi panegirici in poesia, aveva composto delle rime d’occasione: Ferdinando vi scendeva dalle nubi come «novello Numa».


Naturalmente, come abbiamo visto, ognuno la piegò al suo vento e così, intorno alla piccola comunità si concentrarono gli sforzi di tutti gli intellettuali. Si chiedeva a gran voce che le leggi leuciane venissero estese a tutto il Regno e che la stessa architettura delle sue case e dei suoi stabilimenti, progettati dal Collecini, po­tessero essere il centro di una “Ferdinandopoli”, una città fantastica e ideale che, a partire dal nucleo di San Leucio, si estendesse, se­condo uno smisurato progetto urbanistico, a tutta la Campania. An­che questo era nella moda della cultura europea ed anche in questo campo, Napoli segnò il primato del suo pensiero.

fonte

https://www.eleaml.org/sud/storia/storia_del_sud_vista_dal_sud.html#NATO

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