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«QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE» di GIUSEPPE PIANELLI (XVIII)

Posted by on Mar 13, 2021

«QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE» di GIUSEPPE PIANELLI (XVIII)

NOTE

1 Il disordine sociale era tale nell’Italia meridionale all’inizio del XII secolo che l’avvento di un re giusto e valoroso era pronosticato come l’avvento del Messia (e adombrato come tale il Re Ruggero è rappresentato, con tanto d’aureola, nel duomo di Monreale). Un quadro suggestivo della mentalità e dell’ambiente di quel tempo è quello che emerge dagli studi annalistici di Salvatore Tramontana, fra i quali La monarchia normanna e sveva, Utet, Torino 1986, e Il Regno di Si­cilia. Uomo e natura dall XI al XIII secolo, Giulio Einaudi Editore, Torino 1999. Per il resto, la bibliografia è sterminata.


Sulle gesta dei Normanni prima della monarchia, una specie di “Tempo d’Av­vento” seguito appunto da quella notte di Natale nel duomo di Palermo, esiste, fra altre, una cronaca coeva, l’Historia Normannorum, recentemente pubblicata anche con la versione in antico franco a cura di Giuseppe Sperduti: Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, Francesco Ciolfi, Cassino 1999.


2 Uno dei tanti luoghi comuni che compromette un sereno giudizio della storia è quello che vuole gli arabi miti agnellini, fondatori di una civiltà raffinata tanto in Asia che in Africa che in Spagna, come in Sicilia e dove altro riuscirono ad impiantarsi, aggrediti dai feroci e grossolani cristiani. È l’apologo del lupo e dell’agnello di Esopo. A parte lo spirito di conquista della Jihad, la guerra santa in cui ogni credente si impegna, secondo la sua condizione sociale, per l’espansione del Corano, si dimentica che gli arabi conquistarono territori cri­stiani e non solo imposero con la spada la loro religione ma cancellarono ogni traccia della civiltà precedente. Oggi, in Asia minore, in Egitto, Libia, Algeria, Tunisia, Marocco non restano che le rovine dei templi, degli edifici pubblici, degli acquedotti, dei teatri che testimoniano quanto queste terre fossero fiorenti. Inoltre l’indole nomadica degli arabi, un certo fatalismo insito nella dottrina di Maometto e la svalutazione nell’Islam del concetto biblico di possesso della ter­ra e di cooperazione dell’uomo all’opera creatrice di Dio, fecero trascurare del tutto l’agricoltura permettendo al limitrofo deserto di riconquistare il terreno strappatogli in secoli di civilizzazione.


Ancora nel 1480, quando l’egemonia turca ottomana sembrava aver mitigato con l’uso della diplomazia e dei rapporti internazionali lo spirito di proselitismo fanatico dei musulmani, ad Otranto conquistata dalla flotta del Sultano, ottocen­to persone che s’erano asserragliate con il loro vescovo nella cattedrale furono decapitate per non aver accettato la conversione all’Islam. I musulmani della Sicilia non furono mai costretti al Battesimo e, prima di estinguersi naturalmen­te o di passare spontaneamente al cristianesimo, continuarono a vivere indisturbati nelle loro comunità. Al contrario dei Giannizzeri ottomani, corpo formato da bambini cristiani rapiti nei territori conquistati, costretti alla conversione all’Islam ed educati militarmente, la Guardia Saracena costituita dai re norman­ni e diventata potentissima sotto Re Federico, continuò a praticare liberamente il proprio credo ed a godere ampi privilegi. L’Imperatore assegnò a questo cor­po, oltre la città di Nocera, nel Salernitano, quella di Lucera in Puglia in feudo perpetuo munendola d’un poderoso campo fortificato, finché, dopo la fine degli Svevi, come era stato in Sicilia, gli arabi s’integrarono gradualmente con la po­polazione locale.


Naturalmente non si può negare la genialità della cultura araba nella divulga­zione della filosofia greca di Aristotele, nelle scienze esatte (matematica, alge­bra), nelle opere architettoniche e in molte altre discipline, arti e scienze. Si trat­tava però di un’élite d’intellettuali sorti ai margini della grande cultura coranica, credenti non ortodossi, liberi pensatori, tanto che i migliori uomini d’ingegno fra loro non trovarono sostenitori se non nelle corti europee e bizantine. Dall’Islam ormai strutturato in Stato furono sempre guardati con sospetto ed in­fine emarginati insieme ai Sufi, nome generico con cui vengono denominati i mistici religiosi eterodossi che ne tramandarono l’eredità intellettuale e che fu­rono aspramente perseguitati dalle autorità coraniche.


3   Il concetto di città capitale di stato è moderno: nel XII e XIII secolo, di fatto, tutto l’apparato amministrativo risiedeva nella corte che si spostava lì dove il re poneva, anche provvisoriamente la sua residenza. I primi conti e duchi normanni “tennero corte” per lo più a Melfi (Caput Northmandorum), ad Aversa, (primo caposaldo dei normanni di Rainolfo Drengot dal 1030) ed a Capua. Federico di Svevia si spostava continuamente nei territori di caccia tenendo corte per lo più a Foggia, a Lucera, a Venosa, a Melfi e in molti altri luoghi della Capitanata e della Lucania. Carlo d’Angiò fu il primo a risiedere quasi sempre a Napoli, a costruirvi un palazzo reale, Castel Nuovo, oggi Maschio Angioino, e gli uffici amministrativi del regno.


4   Ovviamente, fra le tante sul medioevo, è una colossale fandonia quella dello Ius primæ noctis, il presunto diritto del feudatario di giacere con la sposa prima del vassallo legittimo marito. Tale diritto non esisté mai in Italia né in qualsiasi altro regno dell’Europa cristiana. Forse la leggenda ha origine nella consuetudine della benedizione che il signore faceva del talamo nuziale dei suoi sottoposti (usanza che dimostra semmai la riverenza sacrale verso colui che era considerato e chiamato “Padre” della comunità) o nel cerimoniale del giuramento di alleanza e di difesa in cui, a modello dei patriarchi di Israele (Gen 24, 14), il patto era sancito dal nuovo vassallo ponendo la mano sotto la coscia del padrone. Un equivoco comprensibile solo in un tempo, il nostro, in cui la sessualità viene confusa con la genitalità e la genitalità con la sessualità tirando la morale dalla parte che più conviene al momento e rimettendo in piedi una serie di tabù che la morale cristiana aveva abbattuto.


Resta il fatto che questa madornale calunnia del medioevo sia ben salda nell’im­maginario popolare moderno che si crede sessualmente disinibito senza accor­gersi di essere solo erotomane, istruito prima da una letteratura pruriginosamen­te fantasiosa e poi da una cinematografia voyeurista e sensazionalista sfociata nella fiction televisiva. Nel film Braveheart di Mel Gibson (1994), film popolarisimo fra i giovani, tutta la vicenda è basata sulla ribellione degli scozzesi an­che alla presunta imposizione dello Ius primæ noctis da parte dei dominatori in­glesi.


5 Quanto la mentalità attuale abbia pervertito il concetto di feudalesimo appare chiaro dal fatto che in tutt’Europa la nobiltà derivante dal possesso di un feudo antico sia stata sempre gratificata dell’attributo di «generosa» e considerata, do­po quella dei re e dei sovrani, la prima nella scala onorifica. E poiché le parole non nascono a caso, quel “generoso” voleva effettivamente ricordare l’altruismo di chi poneva la sua vita in difesa dei deboli.


La nobiltà che non avesse origine nelle imprese cavalleresche ma in beneme­renze civili verso lo Stato, era detta «di toga» ed era quella che costituiva il na­turale ricambio delle gerarchie.


L’ostilità rivoluzionaria verso la società feudale si dimostra anche nella caparbia ed immotivata critica del diritto ad essa connesso, che i normanni mutuarono dalla società franca. Posto che quello franco era l’unico sistema legislativo che non sconfinasse nell’arbitrio e che fu adottato da tutti gli stati europei, l’istituto più criticato, il maggiorascato, cioè la trasmissione del feudo integro al primo­genito, portò di conseguenza ad un’oculata economia familiare che, oltre a non disintegrare la fonte primaria di reddito, destinava agli ultrogeniti e alle femmi­ne i frutti della capitalizzazione della proprietà immobiliare e il reddito della do­te materna e la sua definitiva trasmissione. Questa economia inaugurava e via via specializzava l’istituzione dei “monti”, fidecommessi (oggi diremmo legati) che, se non sempre potevano bastare ad acquistare feudi nobili o feudi rustici per i figli minori e le figlie femmine, permettevano (come le moderne “borse di studio”) di avviarli al matrimonio o ad una carriera civile o religiosa. Ci furono perciò, fra le tante forme di capitalizzazione, i “monti dotali”, i cui redditi servi­vano per costituire un appannaggio e permettere un matrimonio dignitoso alle ragazze, i “monti di cavalierato”, per l’ammissione agli ordini militari, le “doti di monacazione”, i “benefici laicali” che, nel corrispettivo istituto canonico dell’ “abbatia nullius”, permettevano di accedere alla carriera ecclesiastica senza gravare sul patrimonio diocesano e quindi sulle istituzioni di beneficenza: in ul­tima analisi sui fedeli.


Quando il diritto napoleonico soppresse il maggiorascato e di conseguenza gli istituti derivati, crollò tutta l’economia connessa al sistema feudale con incalco­labili ma ben visibili effetti soprattutto su quanti ne traevano impiego (oggi di­remmo i “ceti medi”, amministratori, affittuari, avvocati patrimonialisti e am­ministrativi) e lavoro (e il “proletariato”, contadini, braccianti). Gli esiti furono l’immediato collasso economico degli stati che avevano subíto o accettato il nuovo diritto ed una diffusa disoccupazione. Insomma, quello che sembrava un beneficio della filantropia rivoluzionaria si tramutò, come per ogni utopia ugua­litaria, in un impoverimento generale al quale scamparono solo i ceti borghesi che anzi ne trassero vantaggio.


Fra gli stati europei, l’Inghilterra non cambiò mai il suo diritto consuetudinario e non solo, a dispetto di Napoleone, rafforzò la propria economia con gli esiti che conosciamo, ma risolse a suo favore la rivoluzione francese che, per una fa­tale eterogenesi dei fini, decretò la vittoria, non solo sul campo di Waterloo, della sua secolare nemica. Dove ancora vige il diritto britannico o un diritto ispirato a quello, in fin dei conti non vi è il pericolo che un debosciato, un vizio­so, uno scialacquatore (per esempio un drogato, un giocatore d’azzardo, un donnaiolo) venga gratificato per legge, alla morte del padre, di un capitale da sperperare come gli aggrada. E questo perché il “vitello grasso” si può ben sa­crificare anche se non fa piacere al fratello maggiore ma solo quando quello prodigo è ben deciso a ritornare umilmente a casa.


V’è da aggiungere che nel Regno il diritto feudale normanno s’innestava a quel­lo longobardo rifiutando la cosiddetta “Legge Salica” dei franchi che escludeva le femmine dall’esercizio della sovranità. Per questo si ebbero le regine angioi­ne e titoli di feudalità legati a donne (a questa prerogativa si deve l’uso frequen­te di cognomi matronimici nel meridione d’Italia: D’Ambra, De Lucia, D’Agata ecc.). Non solo: le consuetudini longobarde estesero a tutto il Regno gli istituti patrimoniali femminili che garantivano alla moglie la proprietà e la piena di­sponibilità della propria dote. A queste garanzie si univa, fra gli altri, l’istituto del “Morgincap” (Morgen Gabe: dono del mattino) secondo cui lo sposo asse­gnava alla sposa, dopo la notte di nozze, un capitale pari ad un terzo del patri­monio dotale. Il Morgincap, ridotto a dono simbolico, vige ancora in alcune consuetudini meridionali. La riflessione, ne converrete, corre subito all’attuale diritto di famiglia che, in nome della dignità della donna, dopo aver istituito la diarchia (non esiste più un capo famiglia ma due capi: cosa assurda a comincia­re dalla natura e fonte di diatribe e di separazioni), in caso di divorzio per colpa del coniuge maschio (e si tratta dell’8090% dei casi) lo Stato non ha il potere di garantire che il marito versi alla moglie, ed agli eventuali figli, l’occorrente per il mantenimento.


6 Un quadro chiaro, sintetico e lucidissimo della formazione e del valore delle società tradizionali è quello di Plinio Corrêa del Oliveira, Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, Marzorati, Settimo Milanese 1993. Soprattutto il Cap. VII costituisce, a questo proposito, un trattato fondamentale di sociologia.


7 Sull’abuso del termine “valori”, ormai diventato d’uso comune, ne ha scritto Carl Schmitt, La tirannia dei valori, Antonio Pellicani Editore, Roma 1988: un piccolo ma compendioso saggio su come le parole perdano e mutino il loro significato scadendo dal loro principio e fondando di volta in volta una nuova etica.


8  Nel regime della feudalità rientravano anche alcuni privilegi sui servizi pubblici, come la riscossione di tasse, di dogane, di lavori pubblici, di gestione dei porti marittimi (Portulania), di coniazione della moneta (il Maestro della Zecca) ecc. Sicuramente in questo campo si verificarono abusi anche perché alcuni di questi “appalti” divennero poi, insieme alla compravendita dei feudi rustici, oggetto di mercato e trattativa privata. Abusi sicuramente meno colossali comunque di quelli costituiti, nella nostra economia “postliberista” (e rapidamente avviata alla privatizzazione di ogni servizio pubblico) dai trust e dai “cartelli” delle holding e delle multinazionali.


Alcune professioni e mestieri sfuggivano alle consuetudini feudali perché rite­nuti poco decorosi ed erano monopolio della parte più infima del popolo, di stranieri non integrati o di emarginati: fra altri, quella di banchiere, di cambia­valute (perché non sembrava giusto speculare sul denaro), di medico, di chirur­go (per la repulsione al sangue e ai cadaveri), di farmacista (che in effetti era per lo più un erborista), di tintore di stoffe (perché macchiava mani, avambracci e gambe), di conciatore di pelli (costretti a lavorare su carogne d’animali), tutte professioni e mestieri che pure erano molto redditizi tanto da far arricchire enormemente alcune famiglie popolari arrivate al vertice dell’economia e del po­tere, come, per esempio, i Medici Signori di Firenze, e molte comunità di ebrei.


9 Quello di mettere in comune oltre che la proprietà anche le donne è una costante di tutte le rivoluzioni sociali, nessuna esclusa. Esplicitamente come per i movimenti eretici del medioevo o camuffate da “liberazione della donna” come nelle teorie politiche moderne.


10 Per quel che riguarda la centralità e l’importanza del Regno di Sicilia in Europa e nel bacino del Mediterraneo un’utile lettura è quella del recente saggio dell’inglese David Abulafia, I regni del Mediterraneo occidentale dal 1200 al 1500. La lotta per il dominio, Editori Laterza, BariRoma 1999.


11 Sulla Carta fondamentale del Regno di Sicilia, su cui si ressero le istituzioni del Sud fino alla caduta del 1860, esiste una vasta letteratura. Fra i più recenti, il saggio di Mario Caravale, La monarchia meridionale. Istituzioni e dottrina giuridica dai Normanni ai Borboni, Editori Laterza, BariRoma 1998. Il testo delle “Assise” è conservato in due manoscritti, il Vat. lat. 8782, nella Biblioteca apostolica vaticana, e il Cassinese 486.


Jacob Burckhardt, storico e storico dell’arte svizzero-tedesco (18181897), grande studioso e conoscitore dell’Italia, su cui scrisse le sue opere principali, definì il Regno fondato sulla Costituzione normanna «Stato opera d’arte», come ricorda anche Benedetto Croce (La storia di Napoli, Adelphi Edizioni, Milano 1992, p.24).


Fra le tante mistificazioni della storia moderna vi è quella di omettere questo evento fondamentale e di ricordare invece, di converso, le costituzioni di Fede­rico di Svevia, personaggio più “sanamente” laico, che in effetti furono solo un adattamento in senso restrittivo ed accentratore del precedente statuto.


12  Un panegirico è l’unica biografia contemporanea di Federico, quella scritta nel  1927 da Ernst Kantorowicz, Federico II, imperatore, Garzanti, Milano 1976, la quale più che alla documentata ricostruzione storica sembra affidarsi alle cronache apologetiche e adulatorie di quel tempo. In effetti, dell’epoca federiciana esistono pochissimi documenti ufficiali, per lo più atti amministrativi, tutti raccolti da HuillardBréholles, Historia diplomatica Friderici Secundi, Paris 185261, e da Winkelmann, Acta Imperii inedita, Innsbruck 188085. Anche la storia minore non dispone che di esigui fondi notarili. I registri della cancelleria normannosveva furono dati alle fiamme durante i moti antiimperiali seguiti alla battaglia di Tagliacozzo e si salvò solo quello relativo agli anni 123940.


Ernst Kantorowicz era un ebreo polacco affascinato dal pangermanesimo tanto da prendere la cittadinanza tedesca e sostenere il nascente Partito Nazionalsocialista: Kaiser Friedrich der Zweite fu il suo contributo ad una causa che, ahimè, si rivelò nefasta anche per lui. Quasi a postulato di quel che già traspariva dal suo Friedrich, Kantorowicz si accinse anche ad un monumentale trattato che investigava lungo mille anni di storia le contraddizioni del potere quale investitura divina: quello che non è poi così paradossale definire il più voluminoso pamphlet antipapale mai compilato è stato tradotto solo da pochi anni in italiano (I due corpi del Re, Einaudi, Torino 1989). Deluso dalla politica razziale di Hitler, Ernst Kantorowicz si rifugò negli Stati Uniti insegnando prima a Berkeley e poi a Princeton, chiuso in uno sdegnoso mutismo sul suo passato, fino alla morte sopravvenuta nel 1964. Quello che egli aveva detto dell’imperatore influenzò più o meno tutta la letteratura su quest’argomento fino ad oggi.


Il pangermanesimo che si è appropriato della figura di Federico di Svevia e il ghibellinismo che ne ha fatto il suo eroe, sono ancora ben vivi. Nel 1943, men­tre l’esercito tedesco ripiegava verso il Nord incalzato dalle truppe alleate, un plotone compì una digressione verso una villa del Nolano dove, per timore dei bombardamenti erano stati trasferiti i documenti più preziosi del Grande Archi­vio di Napoli. L’ufficiale che comandava il piccolo reparto, evidentemente ben informato, non perse tempo e fece puntare i lanciafiamme contro l’intero fondo della Cancelleria angioina. Dopo settecento anni vendetta era fatta. L’unico tentativo di ridimensionare a fondo la figura leggendaria di Federico di Svevia è del già citato David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Einaudi, Torino 1990. Questo autore inglese ha il merito di inquadrare concre­tamente lo Svevo nel suo tempo e, con una puntigliosa critica storiografica, de­molire gran parte della leggenda sul suo conto. Restano i limiti di un’idiosincrasia papale che spesso aleggia nella storiografia di marca inglese, ed ovviamente in quella di uno storico di origine israelita, che, alla fine, non riesce a tener dietro agli sviluppi della storia successiva.


13 L’esosità fiscale di Federico fu tale che alcuni Podestà, come quello di Bari, si ribellarono a nuove richieste di tasse. La Puglia forse fu la più colpita dalla politica dell’Imperatore essendo, con i suoi porti ed i suoi commerci, la direttaconcorrente dei veneziani. La povertà divenne così diffusa da costringere le plebi ad abbandonare le campagne per sbarcare il lunario nelle città che crebbero a dismisura. Risale a quel tempo lo spopolamento rurale del meridione e la scomparsa di molti centri. Peraltro lo Svevo inventò il monopolio statale, a cominciare da quello del sale. Salpi, la più antica diocesi della Puglia, che sull’estrazione e il commercio del sale basava tutta la sua economia, nel giro di pochi anni si spopolò del tutto e non risorse più.


14  Goffredo di Buglione, il primo conquistatore della Terra Santa, rifiutò di essere incoronato Re di Gerusalemme tanto sacralmente spropositato gli sembrò quel titolo e quell’investitura. Questo era lo spirito che animava i cavalieri cristiani. Federico (che già possedeva quel titolo nominalmente per successione dei Re di Sicilia) non esitò invece ad autoincoronarsi nella basilica del Santo Sepolcro prendendo la corona con le sue mani dall’altare ed imponendosela sul capo.   Un  fatto  inaudito  e   scandaloso  che   accrebbe  la fama di  eretico dell’imperatore. Sarebbero passati sei secoli prima che accadesse un episodio analogo: quando Napoleone prese, in NotreDame, la corona imperiale dalle mani di Pio VII e, come l’altro grande avversario del Papa, se la impose sul capo.


15  Un saggio interessante sulla simbologia esoterica di Castel del Monte è quello di Aldo Tavolaro, «Una stella sulla Murgia», in AA.VV., Castel del Monte (a cura di Giorgio Saponaro), Adda Editore, Bari 1981. Anche gli articoli degli altri autori non tralasciano l’argomento.


16 Sul potere sacrale e carismatico dei re francesi è famosa l’opera di MarcBloch, I re taumaturghi, Giulio Einaudi Editore, Torino 1973. Recente (1997) è l’opera di Jacques Le Goff, San Luigi di Francia, Einaudi, Torino 1999.


17 La “leggenda nera” di Carlo d’Angiò lo vuole spietato esecutore dell’ultimo discendente degli Svevi, Corradino, allo scopo di estinguere la dinastia ed evitare ogni pretendente futuro. È ignorato da quasi tutti gli storici che i tre figli di Manfredi, quindi della linea diretta, Enrico, Federico ed Enzo, invece, sopravvissero per altri trentatré anni.


18 Oltre alle altre originalità che facevano la fama di eretico di Federico di Svevia vi era quella del suo volto glabro ad imitazione degli imperatori romani della decadenza, così come appare sull’unico suo ritratto ufficiale, quello coniato sugli Augustali, le monete d’oro della sua zecca. Un volto ben rasato era considerato segno di ghibellinismo. La barba, i baffi, la loro forma, fin dalle più antiche civiltà (ed ancora oggi nell’Islam e nell’Induismo) hanno avuto un significato simbolico che nell’era cristiana si riassumeva nell’icona del Cristo con la barba a due pizzi e i baffi incolti. Non a caso, in quello stesso tempo, i francescani, ad imitazione del loro fondatore, portavano baffi e barba incolta come tuttora fanno i frati del ramo dei Cappuccini.


Qualche miniatura dell’epoca federiciana rappresenta l’Imperatore svevo con la barba: ciò solo perché si trattava di ritratti immaginari fatti da artisti che non osavano pensare tanta spavalderia nell'”unto del Signore”.


19  L’opera del monachesimo occidentale nell’edificazione della civiltà europea e la luminosa saggezza della regola e della vita della comunità benedettina è tratteggiata in maniera sintetica ma esauriente nel volumetto di un “agnostico” dichiarato, Léo Moulin, La vita quotidiana secondo San Benedetto, Jaca Book, Milano 1980, una delle poche opere tradotte in italiano di questo autore belga che è forse il più grande esperto di questa materia.


20  A proposito della “raffinata” crudeltà dei musulmani basti ricordare l’originale trattamento da loro inventato e riservato agli infedeli, l’impalamento. Consisteva nel far traversare il corpo del suppliziato da un palo appuntito e di notevoli dimensioni cominciando dal retto fino a fuoriuscire fra la clavicola e il collo. La raffinatezza consisteva nel non ledere alcun organo vitale né alcun grande vaso sanguigno in maniera che la vittima, piantata col palo al suolo, sopravvi­vesse il maggior tempo possibile: almeno quarantott’ore.


Tale usanza fu praticata fino ai tempi moderni quando i turchi arrivarono per l’ultima volta alle porte di Vienna (1683) stringendola in un terribile e lunghis­simo assedio. In quell’occasione la raffinatezza dei musulmani si rivelò nelle comodità con cui era allestito il campo e con la ricchezza degli approvvigiona­menti dell’armata ottomana. L’esercito turco fu prodigiosamente messo in rotta da un frate cappuccino italiano, Padre Marco da Aviano, già in fama di strepito­so taumaturgo, confessore di molti re e principi fra i quali gli stessi arciduchi d’Austria. Il santo frate (che solo ragioni d’opportunità ecumenica non hanno ancora elevato all’onore degli altari), impugnando solo il Crocifisso, si mise alla testa dei viennesi che trovarono l’accampamento abbandonato con tutto l’harem al completo e con le salmerie intatte, fra le quali ben diecimila sacchi di caffè. Quel caffè servì a confezionare il primo pasto dei viennesi dopo la lunga fame: caffellatte chiamato d’impronta die Kapuziner, quel “cappuccino” impropria­mente detto italiano, accompagnato dal “cornetto”, il dolce a forma di mezzalu­na (croissantper i francesi: crescente) a dileggio dei seguaci di Maometto.


21 L’analisi più acuta dell’eresia di Lutero è quella fatta nel 1937 da Jacques Maritain, Tre riformatori. Lutero,  Cartesio, Rousseau, Morcelliana, Brescia 1990. Forse è l’opera più rigorosa di quello che è considerato uno dei massimi esponenti moderni del tomismo anche se si può dissentire, in tutto l’impianto critico, dal rifiuto dell’autore di riconoscere una relazione di causalità fra il pensiero dei tre personaggi chiave dell’epoca moderna. Purtroppo Maritain è più conosciuto per un improvvido saggio sociologico scritto un anno prima (1936) e diventato, specie dopo il Concilio Vaticano II, il manuale dell'”ideologia postconciliare”, quel tentativo ancora adesso ben virulento di ridurre la dottrina della Chiesa a prassi storica, l’universalità del suo messaggio a melting pot culturale, la sua struttura gerarchica a carismaticità democratica

22  Per un’idea vasta e non convenzionale di ciò che significò nella civiltà europea e cristiana la scoperta dell’America e di quali siano le prospettive che si aprono oggi per il futuro del mondo a partire dal nuovo continente, un’opera che potremmo considerare un capolavoro di “teologia della storia” è quella di Alberto Caturelli, Il Nuovo mondo riscoperto, Ares, Milano, 1992. Questo filosofo argentino, allievo di Sciacca, peraltro, con metodo squisitamente logico, demolisce la “leggenda nera” della crudele oppressione degli indios, così di moda al giorno d’oggi.


È infatti ormai corrente l’idea che la conquista spagnola abbia sterminato fio­renti e raffinatissime civiltà. Vale qui buona parte delle notazioni sugli arabi giacché per quel che riguarda gli Aztechi assoggettati da Hernán Cortéz, bisogna ricordare che i popoli sottomessi da quell’impero videro come provviden­ziale l’arrivo degli spagnoli e a questi si allearono per scrollarsi il giogo di una teocrazia che imponeva, oltre la schiavitù più spietata, il tributo regolare di gio­vani vittime per i sacrifici dei sacerdoti di Tenochitlán. È vero che i popoli di quella civiltà erano «miti, gentili, amanti dei fiori e della danza, e che non vole­vano uccidere i nemici in battaglia ma solo farli prigionieri», il fatto è che gli ostaggi dovevano esser consegnati ai sacerdoti per il sacrificio (come fa notare Zolla, cit.). È nelle testimonianze degli stessi aztechi sottomessi che solo l’inau­gurazione del tempio centrale di quella che è oggi Città del Messico, costò ben quindicimila giovinetti a cui veniva estratto, ben vivi, il cuore e i cui corpi veni­vano gettati per la scalinata fino ai fedeli che se ne cibavano. L’unico regno amico dell’azteco era quello di Tlaxcala ma l’alleanza risposava su un trattato fra sacerdoti per un pacifico tributo di vittime particolarmente apprezzate. In quan­to all’impero Inca, i popoli sottomessi dovevano invece consegnare solo giovani vergini che innumerevoli venivano immolate sulle cime più alte della cordigliera andina.


Se tutto ciò può costituire l’oggetto di un asettico interesse etnografico e antro­pologico certo non giustifica il luogo comune che rimpiange la fatale estinzione di così raffinate civiltà né l’accorata ammirazione del National Geographic Magazine (ed. italiana, vol.1, n.4, maggio 1998) che a corredo della foto di una giovane mummia, scrive: «Non sapremo mai cosa la ragazza abbia provato ne­gli ultimi istanti della sua vita. Si può immaginare che, pur spaventata, fosse or­gogliosa di essere stata prescelta come vittima sacrificale agli dei della monta­gna».


La vulgata anticattolica e antispagnola porta a prova della sua filantropica indi­gnazione la relazione che il domenicano Bartolomé de Las Casas fece nel 1539 al Re di Spagna sugli abusi di coloni spagnoli nei confronti degli indigeni (Brevisima relación de la destruyción de las Indias). A parte le evidenti esagerazioni e generalizzazioni di un “mistico” che anche i suoi estimatori ritengono fosse un po’ via di testa (sua è l’insostenibile stima di venti milioni di indios trucidati o episodi come quello dell’uso dei conquistatori di farsi accompagnare nelle loro spedizioni da torme di schiavi che dovevano servire di cibo ai cani da guerra), il fatto che Carlo V facesse pubblicare a spese della Corona e in diverse lingue la sua opera e lo nominasse Vescovo di Chiapas (dove però il Las Casas non andò mai preferendo restare in Spagna) inasprendo peraltro le pene per coloro che avessero contravvenuto all’editto del 1500 di Isabella la Cattolica che proibiva la schiavitù dei nativi e puniva chi avesse maltrattato in qualsiasi modo gli in­dios, dimostra quanto alla Spagna stessero a cuore le sorti dei colonizzati. Con­tro ogni elucubrazione fantasiosa e gli eccessi di qualche individuabile mino­ranza, la prova più evidente dello spirito che guidò la maggior parte degli spa­gnoli e dei portoghesi arrivati in America è la massiccia presenza in quel continente di mulatti e meticci che dimostrano la pacifica integrazione fra colonizza­tori e colonizzati.


Rilanciata dagli inglesi e dai protestanti che colonizzarono il Nord America (questi sì sterminando sistematicamente i pellerossa che ritenevano, come si esprimevano i pii discendenti dei Padri Pellegrini, «un insulto non più tollerabile alla dignità dell’uomo e di Dio») la Leyenda negra dei colonizzatori spagnoli è così radicata nell’immaginario popolare che la Walt Disney Production, nel car­tone animato Pocahontas (1995), pur così accurato nella ricostruzione storica ed ambientale, ritrae, unico fra i suoi miti compagni, il malvagio colonizzatore in­glese abbigliato alla maniera dei conquistadores spagnoli, con tanto di morione in testa.


Un ottimo testo per iniziare a demolire la leyenda negra anticattolica e antispa­gnola è quello di Jean Dumont, Il Vangelo nelle Americhe. Dalla barbarie alla civiltà, Effedieffe, Milano 1992.


23  La nebulosità del concetto di progresso al di fuori della società tradizionale è squisitamente descritta, nel 1971, da quel controverso pensatore che è Elémire Zolla: «La divinità suprema di questa civiltà […] può assumere vari nomi […] di periodo in periodo: in Inghilterra fu “Riforma” dal Cinquecento al Seicento, fino a quando Dryden protestò contro la “stantia frode” e contro il primo riformatore dei cieli, Lucifero; dal Settecento in poi fu “Progresso”, cui s’affiancò a metà Ottocento “Evoluzione”, e nel Novecento “Marcia dei tempi”. A “rinnovamento”, e a “progresso” e a “lumi” e a “secol nuovo” sul continente, Hegel aggiunse “sviluppo” e “svolgimento dello Spirito”, “superamento” e “dialettica”.


Di recente si è escogitato “aggiornamento”. Ma la serie dei sinonimi può e deve estendersi, per evitare il tedio di chi è chiamato all’adorazione del Nome. Basta che la parola esprima una negazione: il ripudio del criterio di discriminazione fra bene e male e la rinuncia a precisare la causa finale: tutto dev’essere un fluire, un incalzare che non si sa dove di preciso vada a parare, una corsa nella notte; bene è il correre, male è soffermarsi, malissimo voler sapere dove si va e perché ci si vada» (Elémire Zolla, Che cos’è la tradizione, Adelphi, Milano 1998, p.24).


24  Gli spagnoli, oltre a non essere buoni economisti in generale e addirittura fallimentari per quel che riguardava le terre d’oltreoceano, nel Mediterraneo se la dovettero vedere con l’accanitissima pirateria musulmana che rendeva la navigazione commerciale quanto mai insicura e dispendiosa e per combattere la quale si dovette ricorrere a molte imposizioni fiscali straordinarie. Può darsi anche, come sottolinea il De Rosa che «alla fine del Governo spagnolo, il Regno appariva più povero che non all’inizio di quell’occupazione» ma, a sua volta, Benedetto Croce osserva, «la Spagna governava il Regno di Napoli come governava sé stessa, con la medesima sapienza o la medesima insipienza» e «non è da dimenticare che quegli antieconomici metodi erano proprie dei tempi, e sparsi più o meno dappertutto (e si dica lo stesso degli espedienti finanziari); e a loro modo erano anche buoni, considerato che non se ne conoscevano o non si aveva la forza di adottarne altri migliori». I due testi sono contrapposti in una recente opera che pur nell’uniformità alla vulgata corrente, offre qualche spunto di originalità: Gianni Custodero, Storia del Sud dal Regno Normanno alla pri­ma Repubblica, Capone Editore, Lecce 1999 (p.90).


25 Il pregiudizio di un Sud oscurantista e retrivo è confermato, inaspettatamen­te, da quel prelato di vasta cultura ed erudizione, e per altri versi scrittore garba­to e godibilissimo, che è l’Arcivescovo di Bologna Cardinale Giacomo Biffi. In un piccolo saggio sull’unità d’Italia il porporato scrive: «… si può dire che sfor­tuna d’Italia è stata che la Controriforma non è riuscita a raggiungere e a tra­sformare l’intera penisola. Dove ha agito in profondità, per esempio, con la Ri­forma borromaica  e cioè nel Nord, fino all’Emilia  la gente è stata davvero educata a superare le antiche propensioni alla furbizia, alla violenza privata, alla passività, al clientelismo, e si è trovata pronta a entrare nella moderna società europea» (Giacomo Biffi, Risorgimento, stato laico e identità nazionale, Piemme, Casale Monferrato 1999, p.28).


Al presule, milanese di origine, noto al grande pubblico per le sue prese di posi­zione spesso controcorrente, dev’essere scappato dalla penna il luogo comune che continua a permanere nella mentalità unitaria: quello d’un “resto d’Italia” (quello dei meridionali ovviamente) caratterizzato da furbizia, violenza privata, passività, clientelismo. Il lapsus finisce per vanificare la tesi dell’Autore, quella di una provvidenzialità del Risorgimento, e confermare che l’unità fra gli italia­ni non è stata ancora fatta.


Ma, scrivendo dalla città che una volta era conosciuta come «la Dotta» ed anche come «la Fedelissima» (alla Chiesa e allo Stato Pontificio) ed oggi nominata so­lo per le sue peculiarità goderecce (città che Giovanni Paolo II ha definito «sa­zia e disperata») e per il fatto di essere, fino a poco tempo fa, la città caposaldo del comunismo italiano, il Cardinale mostra di non avere sott’occhio le statisti­che della moralità pubblica in Italia. Anche tenendo presenti gli effetti dell’im­migrazione extracomunitaria e omettendo lo spaccio e l’uso della droga, le pra­tiche omosessuali, le perversioni, la diffusione dell’Aids, la “vitalità” del cosid­detto “popolo della notte”, il Nord in genere, e in particolare Milano (città dei due Borromeo), detengono ormai il primato della criminalità, tanto per quella individuale che per quella organizzata. Nello stesso campo Bologna, come se­gnala la cronaca, non scherza. In Emilia ebbero luogo le efferate vendette politi­che del “triangolo rosso” e a Milano si manifestò il primo eclatante episodio di criminalità organizzata del dopoguerra (la banda Cavallero). Nella moralità civi­le, senza omettere lo spirito secessionista della “Lega Nord” che tanti consenis elettorali convoglia in quelle regioni, non va dimenticato che in fatto di corru­zione e clientelismo Lombardia ed Emilia viaggiano, come ha dimostrato “Tangentopoli” e le vicende legate alle “cooperative rosse”, sugli stessi standard se non peggiori di quelli della “Roma ladrona” e delle sottosviluppate regioni del Sud.


Per quel che riguarda la pratica religiosa è poi notorio che il Nord, dove la Con­troriforma avrebbe dovuto agire «in profondità», mostra ben più evidenti segni di abbandono che il Sud. Tuttora, nel Sud, insieme agli altri sacramenti e soprat­tutto a quelli dell’iniziazione cristiana, l’istituto del matrimonio e della famiglia “tiene” e divorzi, matrimoni civili e “unioni di fatto” segnano medie notevol­mente più basse che al Nord. Così anche la natalità segna un indice ancora quasi doppio di quella del Nord. Per non parlare dell’aborto procurato, vero discrimi­ne non solo dell’abbandono della morale cristiana ma anche di quella naturale, che al Nord è praticato in numero più che doppio che nel Sud. Ma se il Cardinale Biffi (che forse ha scritto queste cose in un empito di pastoralità capace di chiudere gli occhi di fronte alle malefatte dei figli) non volesse considerare quel che abbiamo detto nel testo sugli effetti della Controriforma nel Sud d’Italia e non intendesse seguirci benevolmente in questa storia, gli vor­remmo rispettosamente ricordare un recente e clamorosissimo frutto del Vange­lo e della religiosità “popolare” dei meridionali: il Beato Padre Pio da Pietrelcina. Ne converrà che sarebbe veramente arduo (ed anche un po’ irreligioso, nel senso più ampio di religio) far scaturire prodigiosamente, fuori dal contesto umano, morale, culturale da cui è stato generato, un simile esempio di virtù eroica consacrato da Giovanni Paolo II, il 2 maggio 1999, con un atto solenne di magistero di quella Chiesa di cui il Cardinale Biffi è autorevole ministro. Padre Pio ha le caratteristiche piene della meridionalità, l’estrazione popolare, la cul­tura contadina, la tenacia della tradizione ed il gusto delle usanze domestiche, il fare rustico e burbero al limite della villania, il dialetto nativo che non teme di farsi linguaggio, la fede semplice e fiduciosa che nel magistero della Chiesa scavalca ogni evoluzione culturale del tempo, la mentalità pratica che nel più puro misticismo pur si concreta in opere di carità eminentemente sociali (l’ospedale “Sollievo della sofferenza” da lui fondato a San Giovanni Rotondo: uno dei più moderni ed avanzati centri sanitari d’Europa). Un po’ impertinentemente ritorna allora alla mente quanto andava ripetendo ne­gli anni scorsi il prof. Gianfranco Miglio, per venticinque anni docente di Scienza della politica dell’Università Cattolica di Milano e ideologo della na­scente Lega Nord, circa l’irrimediabile diversità fra il Nord e il Sud d’Italia. Il non sprovveduto anche se spesso provocatorio studioso sosteneva l’impos­sibilità di un’omologazione nazionale fra i settentrionali imbevuti «ormai» di spirito calvinista ed i meridionali rimasti «ancora» ad una mentalità tridentina.


26  L’usanza di famiglie popolane già cariche di figli di adottare un trovatello, «il figlio della Madonna», è sopravvissuta fino ai tempi nostri. Giuseppe Marotta, ne L’oro di Napoli (1947) ce ne dà una vivida e commovente relazione nel bozzetto omonimo.


27  Non pare vero agli storici moderni poter attribuire alla Chiesa qualsiasi presunto difetto di quel tempo. Anna Maria Rao, docente di Storia moderna all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, dopo aver attribuito alla «tutela papale» la debolezza dello Stato meridionale sul piano internazionale, ed una «fiscalità esosa» (ma è noto che la pressione fiscale nel Regno di Napoli, dopo quella dello Stato Pontificio, in epoca borbonica, era la più bassa dell’intera Europa, e che il censo feudale del Regno dovuto al Papa era divenuto meramente simbolico: l’offerta della Chinea), incolpa la Chiesa anche dell’assetto urbanistico della capitale, per «una presenza edilizia che condizionava fortemente l’organizzazione dello spazio urbano» [Anna Maria Rao, «Napoli borbonica (17341860)», in AA.VV., Regno delle Due Sicilie (6 tomi), Tomo I, Real Città di Napoli, Collana “Antichi Stati” diretta da Gianni Guadalupi, Franco Maria Ricci, Milano 1996, p.19]. Naturalmente l’insigne professoressa non ci spiega in base a quale criterio, ed eventualmente di quale urbanista, possa definirsi ideale uno spazio urbano (quello della città ellenistica facente centro sull’acropoli? quello della città romana imperniata sul foro? quello del borgo medievale facente ruota al castello baronale o della città con al centro la cattedrale o il palazzo civico? o, saltando molti secoli, quello delle metropoli moderne strutturate sulla base del traffico automobilistico?). Napoli, come tutte le grandi città europee, fu una città “policentrica” che assommava tutte le caratteristiche degli antichi insediamenti e lo spontaneismo del continuo inurbamento della gente rurale. Gli interventi dei governi avevano risposto, di dinastia in dinastia, alle esigenze del loro tempo ma, a differenza di altri regni, in epoca vicereale, era stata posta attenzione anche all’urbanistica “popolare” come dimostrano le opere Don Pedro de Toledo e il “piano regolatore” dei Quartieri Spagnoli, pur nei limiti delle conoscenze sanitarie e igieniche del tempo.


Ma, posto che l’edilizia religiosa (chiese, conventi, opere caritative), a Napoli come altrove nel vecchio continente, restano il patrimonio più considerevole sia dal punto di vista artisticoculturale che paesaggistico di metropoli deflorate pri­ma dalla megalomania livellatrice dei postrivoluzionari e poi da un’incontenibile crescita della motorizzazione, e comunque l’unica parte godi­bile delle antiche città europee, la professoressa Rao dovrebbe render conto ai suoi lettori di questa sua successiva affermazione: «Non a caso si guardava [Chi, di grazia? ndr] ad altre capitali europee, a Parigi, ad Amsterdam, Londra oppure Torino, rinnovata secondo un piano preciso che a Napoli, cresciuta di­sordinatamente all’interno delle vecchie mura, mancava del tutto» (p.25).


Altrettanto notorio, come per la fiscalità, dovrebbe essere che Parigi, con le sue “corti dei miracoli”, costituiva la più disordinata, intricata e disorganizzata fra le grandi città d’Europa e che assunse l’attuale aspetto (alquanto cimiteriale) gra­zie alle spianate celebrative di Napoleone e alla demolizione di interi quartieri per far posto ai boulevard, progettati con l’unico scopo di evitare per il futuro i disordini popolari e le barricate rivoluzionarie che l’impero non poteva più am­mettere dopo l’instaurazione del nuovo ordine. In quanto ad Amsterdam, cre­sciuta lungo i canali dell’Amstel, non risulta che abbia mai soggiaciuto a pro­getti urbanistici prima della febbre da edilizia “futuribile” di questi ultimi anni, e dell’indiscriminata pedonalizzazione del suo centro. Londra poi, con i suoi angiporti umidi, sordidi e fumosi, fino all’epoca vittoriana rimase l’esempio, anche per i suoi scrittori, di quanto di più innaturale, opprimente e disumano una città potesse costituire. Chiamare in causa Torino sembra poi azzardato quando si considerano le proporzioni della capitale di un ducato, che non superò mai i sessantamila abitanti, con quelle della seconda o terza megalopoli d’Europa (seicentomila abitanti già in epoca ferdinandea). Azzardato anche a causa della struttura quadrata, rettilinea, a scacchiera che la città pedemontana si portava in eredità dal castrum dell’Augusta Taurinorum romana. Ultimo, ma non meno ininfluente, è ricordare che le quattro città citate dalla Rao, oltre ad essere gli epicentri della rivoluzione giacobina e liberale, sono tut­te città di pianura dove sarebbe stato certamente più agevole, a parte i corsi dei fiumi e dei canali, progettare assetti urbanistici. Napoli, nella sua conca scosce­sa verso il golfo, avara di spianate, costituiva, prima di ogni altra considerazio­ne, un sito paesaggistico e panoramico dove ogni più vasta progettazione sulla carta avrebbe costituito una profanazione ed uno scempio. Rimproverare chi la governò di non essersi adeguato alle geometriche, utopistiche, vandaliche “mo­de” continentali vale quanto rimproverare ai dogi di non aver saputo far meglio di quel ghiribizzo urbanistico di Venezia.


Per finire, dopo i piani regolatori vicereali, dopo quelli carolini e ferdinandei (si pensi solo alla Riviera di Chiaia e ai suoi quartieri “alti” che salgono dietro San Francesco di Paola e Largo di Palazzo, che si avvalevano delle progettazioni non di velleitari sconosciuti topografi ma di architetti del calibro del Fuga, dei Vanvitelli, del Collecini), nell’Ottocento, Ferdinando II, dopo i suoi antecessori, diede ancora il via ad un grande progetto urbanistico che non solo si preoccupa­va di collegare razionalmente i vari quartieri della città ma anche di evitare ogni abusivismo ed ogni deturpazione del paesaggio. Il progetto di quello che oggi si chiama Corso Vittorio Emanuele II, e che fu Corso Maria Teresa, passando a mezza costa da un capo all’altro della città, proibiva l’edificazione ad un’altezza maggiore di quella che avrebbe impedito ai palazzi delle file successive di guar­dare liberamente il golfo. Il nuovo ordine sabaudo lasciò incompiuto il progetto di Ferdinando II e preferì, coi governi successivi dedicarsi al faraonico piano degli “sventramenti” (mai un termine da beccheria fu così appropriato) che, ol­tre ad una dimostrazione di onnipotenza del nuovo Stato e del suo allineamento parvenu all’ideologia transalpina e mitteleuropea e senza nemmeno le esigenze di “tutelare” l’ordine pubblico o di adeguarsi all’allora irrilevante problema del traffico, con il “Rettifilo” affettava, disossava, tritava, riduceva in frattaglie chiese, palazzi, monumenti, quartieri della parte più antica e popolosa di Napoli, laPalepoli.


Lo stesso “spiritoguida” (e in più grande stile per rispettare la simbologia di tutta l’Unità) soppresse la città dei papi tracciando con riga e compasso i vialoni d’incongruo aspetto torinese che smembravano Trastevere e Ripa, i corsi che sminuzzavano Campo Marzio, Parione, Regola e la Suburra, i quartieri per i nuovi burocrati sui prati della riva vaticana che spaziavano fino ai monti Cimini, a pianta arzigogolatamente framassonica, avente come unico criterio quello d’essere ostinatamente allineati non secondo la rosa dei venti o l’insolazione ma in maniera da nascondere la cupola di San Pietro, i lungotevere che trasforma­rono la “città fluviale” in città ministeriale e il biondo Tevere ricco di mulini, pescatori, barcaioli, in un morto canale incassandolo fra muraglioni di venti me­tri che, prima che argini contro le piene, erano le pastoie di uno stato che tutto, compresi i fiumi, doveva costringere nei regolamenti della sua burocratica on­nipotenza. Il primo ed ancor insistente risultato dell’urbanistica sabauda fu di espropriare migliaia di romani dei loro quartieri confinandoli nelle borgate men­tre il Campidoglio michelangiolesco diventava la spalliera di quell’immane co­losso biancosplendente (una macchina da scrivere? una dentiera? ogni aggetti­vo, da kitsch a pacchiano, è riduttivo ma l’importante era superare quell’Arcdetriomphe repubblicano che, scrivono fiere le guide parigine, «è grande venti volte l’Arco di Tito»), con quell'”Altare della patria” che celebrava, con tanto di vittima sacrificale (il “Milite ignoto”) la sacralità pagana del nuovo Stato fonda­to su una sovranità (quella del “Padre della patria Vittorio Emanuele II”) non più per «grazia di Dio» ma solo e titanicamente «per volontà della nazione».


28 L’immagine largamente corrente di un clero o addirittura di monaci e frati gozzoviglianti, sensuali, donnaioli, detentori di favolose ricchezze è un’inven­zione della rivoluzione francese e dell’anticlericalismo ottocentesco. Prima di quel tempo, dopo la decadenza romana, questo genere praticamente non esisteva a parte le composizioni goliardiche medievali travasate poi nelle novelle del Boccaccio o nelle iperboliche sconcerie del Gargantua e Pantagruele di Rabelais di cui fu gustosissimo epigono il Balzac de Les contes drolatiques. Era qua­si ovvio che quel genere, letterariamente molto circoscritto, pescasse nel mondo studentesco, abbastanza scapestrato anche allora, quasi completamente formato da chierici. Erano costoro, nel medioevo, allievi delle scolæ ecclesiastiche (oltre qualche privilegiato discepolo di precettori privati) pressoché gli unici ad avere un grado di alfabetizzazione sufficiente ad accedere all’università. Gli ordini minori erano quindi una specie di diploma scolastico e nella grande maggioran­za non si risolvevano poi in un’ordinazione sacerdotale. Il tirocinio ecclesiasti­co, peraltro, dava accesso, già con la Tonsura, al godimento di eventuali “bene­fici laicali”, quei fidecommessi che destinavano una rendita fondata dalle fami­glie abbienti ai figli “in sacris”. Spesso, specie nel caso di premorienza del ge­nitore, gli ordini minori davano espediente a chi non avesse una soda vocazione a non continuare nel suo tirocinio e a vivere da laico anche, eventualmente, ammogliandosi. Si spiega anche, così, il titolo di Abate attribuito indiscrimina­tamente, specie nel Settecento, anche a quei “figli di papà”, colti e oziosi che sopravvivevano grazie all’istituto dell’Abatia nullius. Un caso celebre ed em­blematico è quello dell’Abate Giacomo Casanova noto non certo per le sue pro­dezze ascetiche.


29 Salvo rarissime eccezioni (ma anche queste spesso inclinate alla decadenza e alla corruzione), case reali e nobiltà non danno, oggi, che un miserando spetta­colo di se sulla cronaca mondana e in quella scandalistica. Com’è stato per il popolo meridionale che ha finito sovente per combaciare con l’immagine che se ne facevano i conquistatori rivoluzionari e i piemontesi, così la nobiltà si è adat­tata a quel che la società democratica ed ugualitaria ne pensa. L’immagine pariniana del nobile altero, svagato e nullafacente non corrisponde a quella del no­bile meridionale (e del nobile antico in generale) impegnato nell’amministrazione del suo patrimonio e nella conduzione della sua famiglia allargata fino agli sguatteri, ai braccianti, ai garzoni e finanche ai mendicanti che bussavano alla porta dei clientes. Nessuno, a meno di voler passare per po­pulista, osa identificare la laboriosità con il lavoro manuale. Posto comunque che la nobiltà terriera e civica raramente poteva permettersi un tenore di vita di­spendioso e che solo quegli aristocratici che avevano cariche importanti a corte e nella vita pubblica facevano vita mondana, con ricevimenti e feste anche me­morabili (cose che oggi sono pacificamente ammesse come doveri del mestiere per qualsiasi Vip e manager in nome delle relazioni sociali), la maggior parte della nobiltà, fino all’ultimo resse al suo ruolo di modello della comunità. Secondo, dopo quello sovrano, nell’organizzazione gerarchica della società civi­le, lo “stato nobile”, per quel principio dell’analogia così scontato nel pensiero della Cristianità (ma ancora latente, sebbene pervertito, come dimostra lo sno­bismo “borghese” e l’interesse popolare per le fascinose e “misteriose” vicende dell’aristocrazia), e il modello della famiglia nobile informavano quello del “terzo stato” a cominciare dai ceti più abbienti (il “popolo grasso”) per finire a quelli più poveri (il “popolo basso”).


L’apoteosi artistica di Dio e della Chiesa era imitata dai nobili come apoteosi del ceppo familiare (l’albero genealogico) e di qui mutuata dal nascente ceto “civile” che s’industriava di assumere dei nobili le usanze domestiche ed i com­portamenti: il senso dell’onore, l’oculata prodigalità, la prolifica generosità, la struttura patriarcale, la fedeltà alla Chiesa, l’affabilità verso le classi inferiori, il senso del decoro e della forma che spesso sacrificava interessi più contingenti. L’imitazione, a tutti i livelli gerarchici della scala sociale, era orientata ovvia­mente dall’aspetto più esteriore ed appariscente. È ben nota per esempio la cor­sa, non solo della borghesia ma anche delle classi più umili, ad inventarsi uno stemma o a millantare gloriosi antenati. Solo con la lenta crescita morale gli uni e gli altri acquisivano quelle reali caratteristiche archetipe che da tempo imme­morabile avevano consacrato le gerarchie. Così come il noviziato dei religiosi ammetteva il postulante alla conquista della vera ricchezza interiore, era l’antichità della milizia al servizio della comunità civile che infine stabiliva l’onore della vera nobiltà. Se la capacità di devolvere le proprie ricchezze in fa­vore dei poveri, secondo il dettato cristiano, era la marca di autenticità del clero e dei religiosi, quella di farle fruttare nello stesso senso senza trascurare la fa­miglia, anzi allargandola generosamente, restava la prerogativa della nobiltà. Un processo di lento e meditato perfezionamento quindi, che garantiva la stabilità sociale e che il principio di autorità metteva al riparo delle perenni e ricorrenti tentazioni dell’invidia umana.


L’accelerazione del ricambio sociale e lo scatenamento delle pulsioni naturali messi in moto dalla riforma protestante insieme alla corrosione del principio d’autorità fu preavvertita con chiarezza dai padri del Concilio di Trento e fron­teggiata anche, per quel che riguardava il “secondo stato”, dalla massima autori­tà nobiliare riconosciuta, l’Ordine di Malta. Già alla fine del Cinquecento, su impulso della Lingua di Castiglia, anche in Italia si dettavano norme più restrit­tive per l’ammissione dei cavalieri escludendo coloro che non potessero dimo­strare da almeno duecento anni che il loro stato non avesse origine da antenati che esercitassero la professione di «notari, tabelliones aut mercatores». (Seri studi su questo argomento sono quelli patrocinati dall’École Française de Rome, fra i quali ricordiamo AA.VV., Les noblesses européennes au XDC siede, École Française de Rome & Università di Milano, Roma 1988, e Angelantonio Spa­gnoletti, Stato, aristocrazie e Ordine di Malta nell Italia moderna, École Fran­çaise de Rome & Università degli Studi di Bari, Roma 1988. Di quest’ultimo autore è interessante per gli spaccati di vita vissuta, «L’incostanza delle umane cose». Il patriziato in Terra di Bari tra egemonia e crisi. XVIXVII secolo, Edi­zioni del Sud, Bari 1981, anche se l’ottica generale è pesantemente influenzata da una critica di marca economicistica).


La parte più infima e marginale del popolo “basso”, i “lazzari” di Napoli che, più genuinamente scaltri non si lasciavano ingannare dagli orpelli e dal fasto, reputavano se stessi, al vertice della scala sociale ritenendo di condividere, sen­za sforzo, quell’«otium» (contemplazione delle cose di Dio) che i religiosi, il clero ed i nobili (ciascuno nella gradazione del proprio stato) ponevano a capo delle attività umane in opposizione al «negotium» (impegno nelle cose del mondo) nel quale si affannavano, come la Marta del Vangelo, i rappresentati del popolo “grasso”. È da questa “regalità” del popolino, minacciata dal nuovo or­dine e da una nobiltà traditrice (almeno quella che aveva abbracciato la causa rivoluzionaria) che essi istintivamente non riconoscevano più come garante dell’ordine sociale, che i lazzari trassero lo spirito che li portò a battersi stre­nuamente contro i conquistatori francesi e gli intellettuali della Repubblica na­poletana a fianco del Re “loro pari”.


È lo stesso apologo di Tomasi di Lampedusa che ne Il Gattopardo tratteggia la ribellione di Don Ciccio Tumeo, unico personaggio non “gattopardesco” del romanzo, schierato con i Borboni contro l’avanzante borghesia e lo stesso suo padrone che vede già decadere dal suo stato di antico aristocratico.

fonte

https://www.eleaml.org/sud/storia/storia_del_sud_vista_dal_sud.html#NATO

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