QUESTIONE MERIDIONALE E PROBLEMA DEL BRIGANTAGGIO
Matilde Serao
La concezione del meridione come problematica specifica, cioè la considerazione di analizzarla come questione specifica prima che come questione nazionale, crea gli equivoci di una divisione territoriale tra Nord e Sud(1) tra settentrione industrializzato e meridione sottosviluppato; favorisce la diffusione di pregiudizi etnici di matrice razzista a causa dei quali il “settentrione” è civile, attivo, razionale disciplinato, superiore; il “meridione” arretrato, inoperoso, irrazionale e passionale, miserabile, inferiore.
Il carattere nazionale della questione meridionale è dato dal fatto che tutti i problemi del Sud, qualificati come specifici, si dissolvono costantemente nei problemi più generali della società italiana, sottoposta alle scelte politiche e alle leggi economiche del capitalismo moderno che privilegia gli interessi privati rispetto a quelli collettivi. Il meridione è questione nazionale nel senso di un processo reale prodotto dal capitalismo e funzionale alla sua esistenza, alle sue leggi interne di sviluppo fondate sulla proprietà privata, il profitto, la disuguaglianza sociale.
Il processo risorgimentale portò la borghesia alla direzione politico-economica del nuovo stato unificato; gli interessi di questa classe determinarono un processo di industrializzazione accelerata per disporre di strutture economiche adeguate alle esigenze di difesa e di sviluppo del paese; favorirono un mercato unico interno, la formazione di un esercito, di un apparato amministrativo, di confini, di una lingua, di una identità culturale, di una capillarità di educazione, di una legislazione, e l’adozione di una politica protezionista che se da una parte incrementava e favoriva l’affermazione di industrie nazionali, dall’altra rendeva praticamente impossibile l’esportazione di prodotti agricoli, colpendo duramente il meridione costretto ad acquistare i prodotti industriali del Nord a prezzi più alti e subendo enormi danni per la chiusura delle esportazioni delle derrate agricole. Si realizzarono così ulteriori forme di arretramento delle condizioni oggettive del meridione rispetto all’apparato produttivo del nord, delle classi subalterne rispetto ai ceti imprenditoriali ed egemoni.
Il rapido processo di industrializzazione, protetto dal regime protezionistico, comportò elevati profitti – quindi accumulazione capitalistica – a danno delle strutture economiche meridionali, ridotte alla subordinazione e sottomissione di quelle del Nord. Le classi subalterne del mezzogiorno pagarono duramente questo sviluppo in termini di miseria, di fame, di sfruttamento, di esasperazione, di analfabetismo, di disoccupazione, di emigrazione, di immobilismo sociale ed economico, di ristagno politico e civile, di repressione decisa e violenta dei movimenti democratici e contadini. Mentre si scrivevano saggi, si pronunciavano discorsi, si compilavano leggi per aftrontare il problema del mezzogiorno, i contadini meridionali ne iniziavano la soluzione da sé, silenziosamente. Andavano in America. lì salasso dell’emigrazione impoveri maggiormente la ricchezza locale; l’agricoltura.
In realtà i gestori del potere politico e i ceti dominanti non ebbero e non vollero avere la consapevolezza della “questione sociale” che interessava l’intero Paese, dai contadini del Sud agli operai industriali e ai braccianti del Nord. I provvedimenti presi si dimostrarono soltanto deboli palliativi, che non riuscivano ad avvicinare le masse contadine ed i lavoratori meridionali alle istituzioni statali. Quindi al continuo sviluppo delle zone settentrionali corrispose l’aggravarsi del sottosviluppo delle zone meridionali.
Con la fine del secondo conflitto mondiale, i termini della questione sono stati profondamente modificati, con il processo di rapida industrializzazione della popolazione contadina, con la terziarizzazione e i consumi di massa. lì fiorire di iniziative pubbliche e private che ha caratterizzato l’Italia del secondo dopoguerra, ha toccato anche le regioni del Sud, ma con un incremento minore di quello riscontrato nelle regioni del Nord, cosicché il divario fra settentrione e meridione si è ancora più accentuato.
La conseguenza più visibile di questo divario è data dalla forte emigrazione interna; questo flusso a senso unico di forza-lavoro ha determinato notevoli squilibri nell’economia nazionale: da una parte la sovrabbondante domanda di lavoro nelle zone industriali del Nord, cbn il pencolo di una sottoccupazione e di conseguenza di una bassa remunerazione; dall’altra l’abbandono della manodopera locale di alcune regioni del Sud, con il rischio di essere escluse dalla formazione del reddito nazionale.
(1) G. PAPAPIETRO, La questione meridionale, ieri e oggi, Roma, 1977.
(2) V. CASTRONOVO, Fascismo e classi sociali, in Fascismo e capitalismo, Feltrinelli, Milano, 1976, p. 111.
Le differenze tra NORD e SUD.
«La “questione meridionale” in quanto tale nasce solo con l’avvento dell’Unità d’Italia. Bisogna infatti distinguere una questione meridionale come inferiorità del Mezzogiorno all’interno dello Stato unitario dalla questione generale dell’arretratezza delle regioni meridionali, che preesisteva alla unificazione nazionale, per una storia particolare che le ha condotte lontano dalla linea di svolgimento della parte più progredita d’Europa e della stessa penisola italiana. Con l’Unità del paese, quella che era solo una diversità di sviluppo, divenne contraddizione e anche contrasto entro il processo di sviluppo politico, economico e civile del nuovo Stato. La soluzione di continuità tra l’eredità che il Mezzogiorno portava con sé al momento dell’incontro tra Nord e Sud, e la successiva storia della “questione meridionale”, è data dal fatto che progressivamente l’interiorità meridionale s’inserisce nel corso dello sviluppo della società capitalistica, e in essa, conservandosi, assume un aspetto nuovo e una nuova funzione: l’aspetto politico della questione è dato dal fatto che la formazione dello stato unitario si concluse còn la vittoria del partito moderato; di un partito che non era ancora, alle soglie dell’Unità, unitario e che credette di poter gettare le basi del nuovo stato annettendo al regno di Sardegna tutti gli altri stati della penisola.
Il brigantaggio.
Il brigantaggio post-unitario fu l’espressione più acuta della ribellione delle masse contadine meridionali, ingannate in primo tempo dalla speranza democratica garibaldina e oppresse poi dalla forzata piemontesizzazione.
La leadership unitaria, nonostante avesse scoperto- come fa notare l’inchiesta Massari- motivi economici e sociali alla base della diffusione del movimento, adottò provvedimenti eccezionali per operare una brutale e feroce repressione, che venne poi legalizzata con la legge Pica.
Essi erano I ribelli. La loro figura di banditi è legata alla radicalità di farsi portavoce della giustizia popolare, della difesa delle masse “cafone”.Essi perciò non si rassegnarono alla condizione dell’oppressione sociale, non temettero ma anzi desiderarono di aizare ‘a capa come fecero i loro capi organici, i vari Crocco e Ninco-Nanco, prodotti dall’espressione naturale e spontana dell’intuito guerrigliero contadino.
L’Italia unita scopriva la questione meridionale, una questione italiana ancora irrisolta.
Il problema del Sud, allora, è un problema nazionale continuamente prorogato a causa della deresponsabilizzazione e dello stato di abulia. Perciò il riscatto del “paese meridionale”, vittima di un processo di colonizzazione interna, deve ancora superare il dualismo storico e strutturale fra Nord e Sud. Oggi, in realtà, non è più necessaria un’ottica nuova per la questione meridionale, ma avere una visione diversa del piano di sviluppo nazionale che deve sintonizzare fra loro due velocità di crescita del sistema e stabilire un reciproco vincolo secondo il quale la qualità e lo sviluppo del Nord sono segnati dalla qualità e dai ritmi dello sviluppo del Sud. Quindi se la questione meridionale tende a coincidere con la questione settentrionale, la questione nazionale è sempre più coincidente con la questione sociale.
Analfabetismo e lingua
Al momento dell’unificazione la popolazione italiana era quasi per l’80 % priva della possibilità di venire a contatto con l’uso scritto dell’italiano, ossia, per l’assenza dell’uso orale, dell’italiano senz’altra specificazione.
Sarebbe tuttavia un errore attribuire la possibilità di conoscere l’italiano al restante venti per cento della popolazione: un’assunzione del genere peccherebbe, nello stesso tempo, per eccesso e, limitatamente a due zone, Roma e la Toscana, per difetto.
Coloro cui toccava la qualifica di non analfabeti erano lontani in genere da un possesso reale della capacità di leggere e scrivere: purtroppo solo a partire dal 1951 i censimenti italiani hanno distinto, nella massa di coloro che hanno una certa dimestichezza con l’alfabeto, i semianalfabeti e gli alfabeti a pieno titolo.
L’inchiesta più stesa e obiettiva sul funzionamento delle istituzioni scolastiche elementari si ebbe in Italia alla fine del decennio giolittiano, e fu l‘inchiesta di Corradini.
Con la nuova inchiesta Matteucci del 1864-1865 si hanno dai provveditori e dagli ispettori notizie esplicite e dirette.
Per quanto riguarda in particolare l’insegnamento e l’uso dell’italiano, le difficoltà di raggiungere i risultati desiderati furono segnalate da tutte le regioni in termini molto simili.
In genere, nelle province settentrionali, anche in quelle più avanzate il dialetto domina nella Scuola; in Piemonte <<i maestri, generalmente parlando, insegnano la lingua in modo troppo arido e teorico…quindi le composizioni risultano sempre magre, stecchite e scorrette. Nelle scuole dei piccoli comuni e delle borgate l’uso del dialetto è ancora un po’ comune; col pretesto che i fanciulli non intendono l’italiano, i maestri parlano sempre il piemontese…; nel Milanese, quasi tutti i docenti…mancano della cognizione dei buoni e veri metodi, si attengono al sistema individuale>>.
Da T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, Bari, 1963.
La fondamentale vocazione della Serao fu il giornalismo.Questa sua caratteristica va tenuta presente quando si va a leggere e a giudicare la Serao come scrittrice di romanzi, di novelle, di saggi: infatti di solito i suoi scritti hanno qualcosa di estemporaneo, di frettoloso, di convenzionale, e nel tempo stesso sono ricchi di notazioni, descrizioni acute e colorite di ambienti, di costumi, di tipi, di tradizioni (specialmente di Napoli ove ella svolse quasi tutta la sua vita e che costituisce il più frequente e quasi naturale sfondo della sua narrativa), mentre, pur sotto la prolissità e certa approssimazione dell’espressione e sotto la convenzionalità di temi e di sentimenti, non di rado superano i limiti di una facile ambizione di popolarità per sollevarsi a considerevoli livelli d’arte.
La Serao si colloca accanto a romanzieri dell’ultimo ottocento e del primo novecento, accomunati dal medesimo gusto del realismo, dal medesimo interesse per il particolare e dall’analisi psicologica, dalla medesima istanza di cogliere eventi, personaggi ed ambienti definiti confini provinciali.


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