Alta Terra di Lavoro

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QUESTIONE MERIDIONALE, Lettera aperta ad  Eugenio Bennato

Posted by on Set 25, 2021

QUESTIONE MERIDIONALE, Lettera aperta ad  Eugenio Bennato

venticinque settembre duemilaventuno

Premessa: “nun me ne fotte d’‘o rre burbone ma d’‘a Storia SI”.

La frase “questione meridionale” fu utilizzata per la prima volta nel 1873 al parlamento del neonato Regno dell’Italia Unita dal deputato radicale lombardo Antonio Billia per definire la disastrosa situazione economica del Mezzogiorno in confronto alle altre regioni dell’Italia Unita ed in tale accezione viene, purtroppo, adoperata nel linguaggio comune ancora oggi.

“Disastrosa situazione economica” perché quell’Unità costò al Mezzogiorno morti e, tutt’ora, emigranti, in termini di milioni.

Questa frase è, tuttavia, etimologicamente, storicamente e logicamente errata.

Malvagiamente errata.

Come Eugenio ben sa!

Se in lingua italiana si deve definire “qualcosa a cui dare soluzione” il primo termine che viene in mente è “problema” (che, per la cronaca, è parola di derivazione greco/antica. . . .).

Poi dopo, ma molto dopo e soprattutto se la mente oltre che essere influenzata dal latino (“nulla quaestio”) è anche ed innanzitutto influenzata da semantiche franco/anglofone (“quaestions”; “too bee, or not too bee, that is the question) verrà in utilizzo anche l’altro termine “questione”.

Quindi nel nostro caso etimologicamente non c’è nessuna questione ma un problema!

Passo alla Storia, emendata da bugie quindi per intender­ci non quella scritta ncopp’a tutt’‘e libre ‘e scola.

Come, di nuovo, Eugenio ben sa!

In proposito c’è infatti una pubblicazione scientifica, edita dall’autorevolissima Banca d’Italia nei suoi “Quaderni di Storia Economica di Bankitalia”, n. 4, luglio 2010, (si trova anche nel “web”!).

Questo studio è a firma di autorevolissimi studiosi, il prof. Stefano Fenoaltea (docente di Economia Applicata all’Università di Tor Vergata  – Roma), ed il collega Carlo Ciccarelli, (dottore di ricercain Teoria economica ed Istituzioni nella stessa Università).

In questo studio con dovizia di argomentazioni e, soprattutto, di numeri (na carretta!”), che son quelli che oggi contano ma che per non tediarvi qui vi risparmio sono tutti nello studio, è affermato a chiare lettere che il processo unitario si è risolto nei fatti in una feroce ed avvilente colonizzazione del Mezzogiorno. (morti ed emigranti). . .

Eh già perché prima dell’unificazione (e per un poco, molto poco, anche dopo; oggi non più!) l’industrializza­zione del Mezzogiorno era pari se non superiore a quella del resto d’Italia.

Quindi prima dell’Unità nel Mezzogiorno non c’era neces­sità di emigrare per lavorare. Magari accadeva il contrario (nel senso che nel Mezzogiorno arrivavano, a quei tempi, facoltosi immigranti) ma non devo divagare.

Oggi che le cose (ahimè) sono totalmente cambiate per lavorare generalmente occorre emigrare.

Ma vi è di più e senza numeri basta por mente alle se­guenti due circostanze.

1) Nell’’800 a Portici, per l’esattezza a Pietrarsa, dove c’era la famosissima fabbrica di locomotive e vagoni ferroviari, c’era anche in contemporanea la reggia estiva del re Borbone, che colà con tutta la corte se la spassava in villeggiatura.

2) Così come, sempre nell’800, a Mongiana in Calabria (nelle Serre, tra la Sila e l’Aspromonte) dove c’era una fabbrica siderurgica (non solo di armi! ma anche) di binari ferroviari e travi per ponti sospesi lo stesso re Borbone aveva un casino di caccia, che frequentava assiduamente (tra l’altro nel bosco di quel casino cresceva e cresce tuttora un fiore assai bello e raro, che pare cresca solo là: la “viola ferdinandea”).

In entrambi questi posti, Portici e Mongiana, nonostante la rispettiva industrializzazione spinta, l’aria era fre­sca e fina, mò vuoi vedere che quel re Borbone era pro­prio un fesso?

Adesso andatevi a pigliare l’aria fresca a Bagnoli o a Taranto!

Ma solo se siete fessi!

Io che sono di Giugliano in Campania non mi devo spostare tanto, se voglio (fare il fesso!) “me la vado a prendere” a Taverna del re. . . .

Molto spesso per la verità l’aria (puzzolente, molto puzzolente!) mi arriva direttamente a casa dalla locale zona industriale dove sono ubicati gli attuali impianti di smaltimento di rifiuti.

Provare per credere!

Passo alla logica.

C’era una volta un giovane ma arcigno professore di lati­no e greco, finalmente divenuto di ruolo, che a fine mese, incassato il primo stipendio non più da precario, decise di festeggiare l’accaduto (non tanto il sala­rio in sè, quanto l’agognata tranquillità economica) con la sua famigliola, conducendola il successivo sabato sera a mangiare una pizza.

Quando la combriccola rientrò a casa ebbe, purtroppo, la sgradita sorpresa di trovarla sottosopra e totalmente svaligiata.

Mò, vuoi vedere che il problema è il professore e la sua famiglia?

Il problema sono evidentemente i ladri!

Quindi, in conseguenza di tutto quanto sopra, è evidente che non esiste nessuna

“Questione Meridionale”

Perchè il

“Problema è Settentrionale”.

Ho terminato le mie riflessioni ma c’è una postilla.

Quando me ne vado in giro a dire queste cose ci sono alcuni amici che mi appellano “burbonico e patuto”, altri “giacubbino”.

Ai primi ribadisco la premessa, aggiungendo che se non “sai da dove vieni, non sei bene in grado di scegliere la strada che devi percorrere per giungere dove hai deciso di andare”.

Agli altri che i giacobini storicamente hanno combinato tutto quel trambusto che hanno fatto solo per sostituire un tiranno (il re sole) con un altro tiranno (l’imperatore buonaparte), io sono un duosiciliano della Magna Grecia frequento Parmenide, Socrate e Platone, li vuoi mettere con Voltaire e Montesquiè?

Caro, carissimo, Eugenio vengo, finalmente, a te.

Ti scrivo perché devo innanzitutto confessarti che ho impiegato un bel po’ di tempo (troppo!) a capire che sono assolutamente ironiche le parole della tua omonima canzo­ne (Q.M.): Noi sotto lo stesso tricolore dalle Alpi fino al mare ma se diventiamo una questione la questione è me­ridionale”

Solo da una decina di anni sono un assiduo frequentatore delle tue magiche canzoni identitarie, soprattutto attraverso le tue ultime antologie e le “diavolerie” del “web” eppure ci ho messo troppo tempo a capire questa tua ironia!

Ogni dubbio si è definitivamente sciolto solo quest’esta­te al tuo concerto a Cellole.

Quello dove (diversamente da Castelnuovo Parano) stavi particolarmente di genio, che se la signora con la gonna lunga, “tutta nera senza fiori”, ti avesse assecondato, mettendosi a ballare con le nacchere sotto il palco, tu e la tua strepitosa band avreste fatto l’alba e noi con te!

A Cellole hai cantato prima “Mille” (che, lo confesso, non conoscevo bene ma che subito mi ha preso) e dopo “Questione meridionale” ed, “EUREKA!”, messe così in sequenza, l’ironia è venuta tutta fuori.

Il velo si è letteralmente squarciato!

A fine concerto sono andato al banchetto dei tuoi cd ed ho chiesto al gentilissimo addetto quello con “Mille”, che ho acquistato.

Da allora ho ascoltato e riascoltato questo cd, soprattutto per quel “nuovo” brano che non conoscevo.

In questo brano, quando cessano i plettri e le percus­sioni diventano dominanti, canta un’altra voce maschile, tendente al falsetto ma con tono assai sdegnato, (è della buonanima di Carlo?): che bella favula che ce hanno rac­cuntato

che bella storia  chella storia d’’o passato

che bell’Italia che s’adda sape’ a memoria

pecchè sta scritta ‘ncopp’a tutte ‘e libre ‘e scola”.

Ecco quel tono sdegnato è stata la vera e definitiva chiave di volta. . . .

Ora io capisco che a quei tempi “ti dovevi guardare le spalle” e quindi quell’ironia era una sorta di legittima difesa.

Tuttavia già a quei tempi (2011) il “sistema” ti ha co­munque emarginato e tu te ne sei allegramente fregato.

Oggi che, anche grazie a te, “quei briganti, che già c’erano (sin dal 1978; “pochi ma buoni”), non stanno più nascosti (e son molti)” non sarebbe il caso di fare qualche passettino in più?

A tal proposito “I have a dream!”

Mi spiego, sogno che in un concerto della prossima estate (magari a Napoli, magari a Largo di Palazzo . . .) tu canti “Questione Meridionale” aggiornando così le famose parole Noi sotto lo stesso tricolore dalle Alpi fino al mare che se passiamo per questione il problema è setten­trionale”

La metrica ci dovrebbe essere ma se l’estetica e l’arte (o, ancora, la prudenza; di più ancora il ricordo della buonanima di Carlo) dovessero opporsi, fa niente.

Io ci ho provato.

Ora carissimo Eugenio, perdonami, ti lascio perché devo organizzarmi per domani (26/9) per la mobilitazione generale contro i roghi, gli impianti, i miasmi e gli scempi che insozzano e violentano la mia Terra.

Ti saluto con affetto e ti auguro ogni bene.

Massimo Felice notaio Abbate

(alias brigante Martummè)

1 Comment

  1. Forza, Bennato! dai una mano a Martumme’! Il suggerimento e’ azzeccato! caterina ossi

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