Alta Terra di Lavoro

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Raccontami Napoli di Roberto Bonaventura

Posted by on Ago 24, 2025

Raccontami Napoli di Roberto Bonaventura

Anche se mi obbligassi a dimenticare, cosa che non farei mai, non potrei non rivivere ogni tanto, con la mente, una lontana estate degli anni settanta. Mio padre, napoletano, si ammalò e dovette partire con mia madre per un viaggio in Inghilterra. Non sapevano quanto sarebbero stati via. Era piena estate e a Isernia, dove vivevamo, non avevamo nessuno a cui affidarmi.

Mia madre, milanese, aveva perso i genitori da bambina in un incidente. Mio padre aveva ancora i suoi, a Napoli, ma i rapporti si erano guastati da anni, per una questione ereditaria che aveva scavato un fossato profondo. Di quelle storie tristi che dividono più del tempo e della distanza. Poi arrivò il momento di mettere via i dissapori e mio padre fece una telefonata. Parlò con i suoi genitori, e quell’atto sincero e umile cambiò tutto. Mi accompagnarono a Napoli, piangevano entrambi mentre si asciugavano le lacrime di nascosto. Così mi ritrovai a via Posillipo, nella piccola pertinenza di una villa di cui i nonni erano i custodi. Spaesato, in preda alla nostalgia, sentivo l’assenza come una pietra sul petto. Eppure mio nonno, uomo fiero dalla voce lenta e grave, si dedicò a me con un amore discreto. Mi portava ogni mattina a prendere la sfogliatella, mi faceva conoscere la città, mi parlava come se fossi già grande. Un giorno mi condusse sul lungomare, verso il Castel dell’Ovo. Il mare era lì, luminoso, ma nessuno faceva il bagno.
«Nonno, perché non ci sono le spiagge?», chiesi. Lui sorrise appena, strinse il cappello fra le dita.
«È una storia lunga, più di cent’anni», disse, «e riguarda come cambiano le città e come cambiano gli uomini. Però prima, ascolta questa leggenda: questo castello prende il nome da un uovo. Virgilio, il poeta che qui a Napoli divenne anche mago nelle storie del popolo, avrebbe nascosto un uovo nelle sue viscere; se si fosse rotto, sventura sulla città. Perciò lo chiamarono così, Castel dell’Ovo. Era un modo antico per dire che la fortuna di Napoli è appesa a un segreto fragile, da proteggere con cura»,. Guardai l’isola di Megaride, le barche del Borgo Marinari, e sentii che la città parlava anche quando taceva.

Al rientro a casa, nella loro abitazione umile e dignitosa, ma con una vista da favola, mio nonno mi portò in una stanza che teneva sempre chiusa a chiave. Aprì un mobile, trasse un drappo di stoffa e, con una lentezza solenne, lo distese sul tavolo. «Questa è la bandiera borbonica. La sto facendo io, non è ancora terminata. Qui c’è riassunto chi siamo stati». Lo stemma al centro era un piccolo universo. «Guarda: queste torri e questi leoni sono Castiglia e León; qui i pali d’oro e di rosso d’Aragona, e accanto l’isola di Sicilia che con Aragona fece regno; questi gigli sono gli Angioini, arrivati dalla Francia con il loro diritto e le loro leggi; questo frutto spaccato è il melograno di Granada, l’ultimo segno della Reconquista. Qui, la croce potenziata di Gerusalemme: i nostri sovrani si ritenevano anche custodi di quella regalità sacra. Questi sei gigli azzurri in campo d’oro sono i Farnese, il sangue di tua bisnonna regina Elisabetta che portò a Napoli un’eredità d’arte e di palazzi. Qui l’aquila del Tirolo e la fascia d’argento in campo rosso dell’Austria, memoria di un’Europa intessuta di parentele; qui Fiandra, col leone nero in oro, e Brabante, col leone d’oro in nero; e questo è il Portogallo, antico legame di nozze. Vedi poi lo scudetto con le palle dei Medici? È la Toscana: Carlo, prima di diventare re a Napoli, fu riconosciuto Gran Principe Ereditario di quella terra, e per un tratto la sua storia passò anche da Firenze. Per questo lo stemma dei Medici si aggiunse al racconto della nostra casa». Attorno, una corona di collari, che ancora devo realizzare, come ghirlande di memoria: «Il Toson d’Oro, l’Ordine di San Gennaro, il Costantiniano di San Giorgio, quello di San Ferdinando e del Merito, l’Ordine di Carlo III e persino lo Spirito Santo dei cugini di Francia: non vanità, ma genealogie di responsabilità».
Mio nonno parlava carezzando i campi araldici con le dita, e ogni figura sembrava il ritratto di un parente lontano. Fece una pausa, mi guardò. «Questo stemma non è una somma di simboli. È un racconto. Il nostro. Dentro c’è la prova che Napoli non è mai stata un’isola: è stata capitale, porto, chiave del Mediterraneo. E chi governa davvero, conserva e non cancella». Restammo in silenzio qualche istante. Poi lui si voltò verso la finestra e la voce gli si fece più accorata, e più dolce. «Dicono che i napoletani so’ mariuole. E allora noi, che dovremmo dire? Hanno cancellato nomi, insegne, ricordi. Dove c’era il Corso Maria Teresa, la seconda moglie di re Ferdinando II di Borbone, che fece costruire la strada con il divieto di edificare lato mare, oggi c’è il Corso Vittorio Emanuele. E quei fetenti hanno costruito pure verso la veduta marina. Persino al San Carlo misero lo stemma sabaudo sopra quello dei Borbone. Questa si chiama “damnatio memoriae”: togliere ai popoli la loro memoria per renderli più docili, e forse patetici». La frase rimase sospesa come sale nell’aria del mare. Passarono settimane di vera gioia, anche perché le notizie dall’Inghilterra erano positive. Una mattina, all’improvviso, i miei tornarono. Papà entrò piano, come chi rientra in una casa che teme di non ritrovare più. Abbracciò anche sua madre, poi suo padre, e le parole che non si erano detti per anni si sciolsero in un istante, senza rumore. Io gli corsi incontro. «Papà, sono tanto dispiaciuto che sei stato male», dissi, «però una cosa buona è successa: mi hai fatto conoscere i nonni, e adesso io sono innamorato di Napoli». Mio nonno, dietro di noi, si strinse a nonna Lucia che, vicino a mamma, piangeva sorridendo.

Napoli da quel lontano giorno è parte integrante della mia esistenza, segno che anche da un dispiacere temporaneo può nascere un piacere interminabile.
Per sempre Napoli.

ripreso da Gina Esposito

segnalato da Erminio De Biase

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