Relazione sulle due mie visite al Museo Lombroso di Torino
Giuseppe Gangemi
Sono andato a Torino a visitare il Museo Lombroso in due occasioni. La prima volta mentre lavoravo al volume Stato carnefice o Uomo delinquente? La falsa scienza di Cesare Lombroso, lavoro al quale ho dedicato cinque anni (dal 2014 al 2018). Volevo raccogliere tutte le informazioni possibili sull’argomento Lombroso e devo confessare che ho ricevuto una forte delusione. Ne sono entrato pieno di fiducia nel lavoro dei colleghi antropologi e storici torinesi e ne sono uscito convinto che il Museo fosse fuorviante, organizzato e gestito da incompetenti.
Sono tornato a visitare il Museo nel 2021, due anni e mezzo dopo l’uscita del mio volume, per verificare se il mio volume aveva portato i colleghi a cambiare i cartelli decisamente sbagliati che avevo trovato nella prima visita. Visto che i cartelli persistevano, ho stesso una relazione fedele della visita e l’ho tenuta religiosamente nel mio schedario informatico, fino a oggi. ho deciso di renderla pubblica esattamente come l’ho scritta allora.
Questi gli errori che ho riscontrato nella presentazione dell’opera di Lombroso nelle sale del Museo.
1) Sala 3, pannello espositore con titolo “Lombroso e la medicina sociale”. Così si legge nel pannello: “Nel 1870 Lombroso riceve un premio per le sue ricerche sulla pellagra”. Non è vero! Nel 1870, Lombroso presenta al prestigioso concorso Cagnola un poderoso studio sperimentale sugli effetti del mais guasto, finanziato dalla Carlo Erba e siccome è accompagnato da una casistica di gran lunga superiore a quella degli altri concorrenti, tutti si aspettano che egli vinca il premio di 20.000 lire. Invece, il presidente della commissione aggiudicatrice, Ercole Ferraris, pur facendo sperticati elogi alla ricerca, comunica che questa non raggiunge l’assoluta dimostrazione e non può essere premiata. Di fatto, con questa decisione, gli esperimenti di Lombroso si rivelano essere stati solo un’accumulazione esagerata di casi positivi ottenuta escludendo i casi contrari o controversi, che pure tutti sanno esistere. Lombroso la prende malissimo perché, dato il risultato, gli elogi si rivelano, nei fatti, pura retorica e finzione.
2) Sala 4, pannello espositore con titolo “1870: la ‘rivelazione’”. Così si legge nel pannello: “L’autopsia di Giuseppe Villella fu eseguita a Pavia nell’agosto 1864 … Al momento dell’autopsia Lombroso non aggiunse altre osservazioni su questo caso”. E che osservazioni poteva fare? Lombroso non era presente al momento dell’autopsia di Villella. Nel corso della polemica con Andrea Verga, questi gli chiede, nell’articolo sulla rivista Archivio di Antropologia ed Etnografia del 1872, se era presente al momento dell’autopsia (Verga già sapeva che non c’era) e nell’articolo di risposta del 1873, per due volte nello stesso articolo, Lombroso riconosce di non essere stato presente all’autopsia. Poi, morto Verga, nel 1906, nella Illustrazione Italiana, Lombroso cambia versione e scrive: “nel dicembre del 1870, facendo l’autopsia di un brigante calabrese nelle carceri di Pavia …”. Solo che Villella è morto nel 1864, nell’ospedale di Pavia e non nelle carceri, sei anni dopo.
3) Sala 9, cartello espositore con titolo “La razza”. Così si legge nel pannello: “Lombroso stabiliva una gerarchia delle ‘razze umane’ con l’uomo bianco al vertice, ma lasciava spazio all’evoluzione biologica e culturale. Lombroso adottava una definizione di ‘razza’ più generica, che si confonde con i concetti di etnia e nazionalità”. La prima affermazione non è vera! Dopo il trionfo di Lombroso durante il primo convegno, a Roma, nel 1885, la sua teoria dell’atavismo viene attaccata nel secondo congresso, a Parigi. I critici rigettano l’idea del delinquente nato lombrosiano, sostenendo che il crimine abbia le proprie radici nel milieu social, concetto in cui rientrava e rientra anche la cultura. Non è vera neanche l’affermazione successiva! Il concetto di razza di Lombroso non si è mai confuso con il concetto di nazionalità. Tanto è vero che, quando Scipio Sighele, allievo di Enrico Fermi, fa discendere dalla teoria delle due razze di Lombroso la conclusione che, essendoci nella penisola italiana e isole due razze, ci sarebbero state due nazionalità e, quindi, ci sarebbero dovuti essere due Stati, Lombroso reagisce con rapidità utilizzando lo strumento dei giornali: in quattro articoli pubblicati sui quotidiani del tempo ridefinisce la propria teoria delle due razze. Non sostiene più che esiste una razza ariana al Nord e una al Sud, ma che esiste una sola razza al Nord (quella ariana) ma due al Sud: la classe dirigente meridionale che discende dai Greci della Magna Grecia, i quali erano ariani (e quindi, i discendenti puri sono della stessa razza dei Settentrionali), e gli altri Meridionali che discendono da razze africane (e quindi, sono di razza africana). Dove sta la funzione della cultura o la nazionalità in questa divisione in due razze della popolazione meridionale?
La conclusione che mi sono fatto, alla fine della visita, è che il Museo non mette in risalto le manipolazioni operate da Lombroso sui dati antropologici relativi ai Meridionali e tenta di nascondere in tutti i modi il razzismo di Lombroso. Il museo non fa niente per mostrare che la teoria dell’atavismo dei meridionali è stata sostenuta da Lombroso con errori, condizione che permetterebbe di considerare la teoria come storicamente superata, ma scientifica, ma anche con manipolazioni della verità effettuale della cosa, condizione che impedirebbe di considerare la teoria come scientifica e permetterebbe di relegarla tra gli esempi di propaganda, corruzione finalizzata alla costruzione delle carriere degli studiosi legati alle gerarchie militari o ai partiti politici e manipolazione della verità con la distruzione o il nascondimento delle controprove.


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