RETROSCENA DEL 7 SETTEMBRE 1860

Angelo Forgione
La fotografia (restaurata con AI) riproduce secondo alcuni un attimo del 7 settembre 1860 da Palazzo Berio in Via Toledo a Napoli, durante l’ingresso di Garibaldi. Strada addobbata di bandiere tricolori con stemma sabaudo fino al Palazzo Doria d’Angri allo Spirito Santo, attuale piazza Sette Settembre, dove Garibaldi si affacciò.
Ingresso trionfale, e lo fu perché garantito ai liberali dai malviventi della Bella Società Riformata, la piccola camorra dell’epoca, dedita al lucro sui traffici di contrabbando e sugli affari nelle zone popolari. Perché avvenisse senza scontri si erano svolti segretissimi preparativi nei mesi precedenti.
Tra il 26 e il 28 giugno 1860 si era registrato un picco di disordini a Napoli, con assalti ai commissariati per distruggere gli archivi, agguati, ferimenti e persino omicidi. Gli incidenti di fine giugno, sobillati dai liberali, avevano spinto il prefetto di polizia borbonica Liborio Romano a dichiarare lo stato d’assedio.
A luglio, il diplomatico inglese Henry George Elliot aveva informato l’ufficio Esteri di Londra, vera protettrice dell’azione garibaldina, che diverse bande camorristiche erano pronte a contrastare con le armi la reazione dei fedeli alla dinastia borbonica, presidiando il porto in modo da rendere possibile l’ingresso dei volontari di Garibaldi.
L’Inghilterra ben sapeva che il Generale avrebbe goduto a Napoli della compiacenza dell’ambiguo Liborio Romano, divenuto ministro degli Interni borbonico il 14 luglio per convertirsi in prefetto di polizia garibaldino all’ingresso in città del Dittatore delle Due Sicilie. Questi sapeva benissimo che i malviventi nutrivano avversione verso Ferdinando II, che dal 1849 aveva contrasto i loro illeciti e gli intrecci con liberali, massoni e carbonari stretti nelle galere borboniche.
Il 7 luglio, il politico trasformista aveva trasformato i criminali in gendarmi, affidando il comando di una nuova Guardia di Pubblica Sicurezza a Salvatore De Crescenzo, il capintesta della Bella Società Riformata, in cambio di un sommario azzeramento dei casellari giudiziali di tutti i suoi uomini.
Dieci anni dopo, proprio Don Liborio scrisse così nelle sue Memorie politiche:
“Pensai prevenire le tristi opere dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo di riabilitarsi […]. Laonde, fatto venire in mia casa il più rinomato tra essi, sotto le apparenze di commettergli il disbrigo di una mia privata faccenda, lo accolsi alla buona, e gli dissi che era venuto per esso e pe’ suoi amici il momento di riabilitarsi […]. Improvvisai allora una specie di guardia di pubblica sicurezza come meglio mi riuscì a raggranellarla tra la gente più fedele e devota ai nuovi principi ed all’ordine, frammischiai tra questo l’elemento camorrista in modo che anche volendolo non potea nuocere”.
In questo modo, dalla sera alla mattina, i camorristi ante litteram erano divenuti ufficialmente tutori dell’ordine pubblico con delle coccarde tricolori sui cappelli, e da quel momento avevano preso a malmenare tutti i filoborbonici, trasformando la città in un terreno di impuniti omicidi di ispettori di polizia borbonica e aggressioni ai danni dei sostenitori di Francesco II.
Cavour e la sua intelligence confidavano nella manovra di Don Liborio per attuare una sommossa popolare che, apparendo spontanea, avrebbe fruttato l’approvazione internazionale.
I malavitosi dell’ordine pubblico andarono incontro a Garibaldi alla strada dei Fossi, in arrivo sul treno borbonico proveniente da Salerno. Tore ‘e Crescienzo, “la Sangiovannara” Marianna De Crescenzo in testa al codazzo dei compari insieme allo stesso Romano. Nel frattempo, Re Francesco II di Borbone lasciava Napoli in nave alla volta di Gaeta.
Il giorno seguente, in piena Festa di Piedigrotta, il massone Garibaldi si recò a far visita alla Madonna di Piedigrotta attraversando in parata la Riviera di Chiaia, accolto sinistramente da un tremendo temporale che inzuppò il corteo, nel quale marciavano ancora il ministro voltagabbana Liborio Romano e tutti i “compagnoni” a protezione del Generale, in cerca di un prodigio del sangue in anticipo per prendersi il favore del popolo. «Il sangue deve liquefarsi e si liquefarà – dissero i predicatori garibaldini in largo di Palazzo – altrimenti a farlo liquefare ci penserà Garibaldi». E così fu!
Garibaldi, completato il lavoro, fu letteralmente licenziato cinque giorni dopo da Vittorio Emanuele II a Taverna Catena, presso Teano. Lui usato per ammantare l’operazione di un’ingannevole liceità patriottica di tipo rivoluzionario, come gli stessi compari che poi vigilarono con i mezzi a loro consoni anche sulla buona riuscita dei taroccati plebisciti di annessione del 20 ottobre. Due urne palesi per il Sì e il No in ogni seggio, in modo da identificare chi non si fosse schierato a favore e sottoporlo a violento pestaggio. Filippo Curletti, famigerato e poco narrato capo dell’intelligence di Cavour, aveva organizzato brogli in mezza Italia per truccare l’esito dei plebisciti, impartendo ordini e fornendo indicazioni ad una banda di malviventi piemontesi sotto il suo comando.
Con la “camorra in coccarda tricolore” dilagarono le estorsioni e il contrabbando di mare e di terra. Una tangente sullo Stato unitario come via libera ai camorristi. A molti di loro fu assicurato un lauto vitalizio mensile in quanto “esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà”.
A scopo esaurito, la Guardia cittadina di Napoli fu sciolta da Silvio Spaventa, segretario del Ministero dell’Interno di un Regno d’Italia che si parò contro il fenomeno malavitoso dopo essersene servito di fatto, facendo includere i camorristi nella legge Pica del 1863, un provvedimento speciale per la repressione del brigantaggio che infiammava il Meridione deluso e tradito dalle promesse di Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Ma il contrasto alle mafie fu solo un inutile slancio di rimedio del nuovo potere che a quella piccola camorra aveva fornito l’opportunità per fare il salto di qualità; le organizzazioni malavitose, in un Meridione colonizzato e privato del suo sviluppo, vantavano e moltiplicavano solide amicizie tra i politici nazionali e locali.
Garibaldi si ritirò a Caprera nel novembre del 1860, e da lì, soli due anni dopo, espresse nel suo “Poema autobiografico” tutto il risentimento per Vittorio Emanuele II e una profonda delusione verso il nuovo Stato e per la monarchia sabauda:
“E l’Italia? E’ fatta cloaca, ai piedi del più schifoso de’ tiranni.”
Non mancò di andarsi a prendere l’abbraccio degli inglesi nel 1864, tra scene di delirio popolare per le strade di Londra e onori del Primo Ministro, il massone Lord Palmerston, ringraziato per il supporto nell’impresa del 1860:
«Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora sotto i Borbone, e senza l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina».
Restò comunque vivo il pentimento per il suo apporto alla causa piemontese, chiaramente espresso nel 1868 da Caprera alla patriota milanese Adelaide Cairoli in una lettera assai significativa in alcuni passaggi:
“[…] Ebbene, esse [le popolazioni meridionali] maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genìa che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.
(approfondimenti nei commenti… e, se volete, sul mio “Napoli Capitale Morale”)


