Alta Terra di Lavoro

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RIBELLI E BRIGANTI (III)

Posted by on Lug 22, 2022

RIBELLI E BRIGANTI (III)

FRANCESCO PIGNATELLI COMANDANTE MILITARE IN BASILICATA

La situazione non è così semplice come appare dal rapporto inviato al ministro della Guerra il 16 maggio del 1806 dal Ducomet, che, richiamato a Napoli il Duhesme, esercita le funzioni di comandante militare della provincia.

Sul versante lucano del Pollino, nella valle del Sarmento, nei paesi della costa jonica e in quelli delle valli del Sinni, dell’Agri e del Sauro e sul massiccio della Lata la presenza di Francesco Antonio Rusciani, uno dei capimassa del Ruffo che Ferdinando IV ha nominato ed insignito del titolo di barone, non sembra destare eccessiva apprensione nelle autorità preposte al comando militare della provincia.

Non così ottimisti sono, invece, i rapporti che Francesco Pignatelli, subentrato al Ducomet nel comando della provincia, invia a Napoli. La situazione non é quale é stata esposta dal suo predecessore. Viva preoccupazione desta nel nuovo comandante militare della Provincia non solo la presenza del Rusciani e dei suoi agenti tra la Lata e il Pollino, ma anche la situazione che si è venuta a creare nelle montagne tra le sorgenti della Camastra ed il Vallo di Diano. A Calvello la duchessa Dorotea Lagni Carafa, moglie del principe Paolo Ruffo di Castelcicala, ha dato disposizioni ai suoi agenti perché si mantengano fedeli al vecchio sovrano. L’invito della duchessa non é rimasto inascoltato: Calvello è insorta e a promuovere l’insurrezione sono stati i de Porcellinis, una vecchia famiglia gentilizia che ha interessi nell’alta valle dell’Agri. Innalzata sul palazzo ducale la bianca bandiera dei Borboni, una colonna di armati guidata da Giovanni Battista de Porcellinis si è diretta a Sasso di Castalda per indurre questo piccolo centro abitato sul confine della provincia verso Brienza nel Principato Citeriore a seguire l’esempio di Calvello. Anche a Sasso di Castalda, promettendo una paga di quattro carlini al giorno, il de Porcellinis arruola armati per inviarli nel Vallo di Diano per unirsi agli insorti che operano ai confini della Basilicata spingendosi sino ai paesi dell’alta valle dell’Ofanto.

La province de la Basilicata est en feu, conclude il Pignatelli il suo primo rapporto al ministro della Guerra. Messo, però, nella impossibilità di agire il Rusciani, che sarà presto arrestato da una colonna mobile inviata a Terranova del Pollino dal Duhesme, e distrutte le

bande che dal Vallo di Diano minacciano la provincia, la Basilicata non dovrebbe destare eccessive preoccupazioni: le città lucane, prime tra altre Avigliano, Muro e Venosa, ed i paesi della provincia sono gli stessi che, amici dei Francesi, si sono battuti contro Ruffo e contro Sciarpa ed hanno subito persecuzioni e prepotenze da questi due “briganti”.

Ma anche questo primo rapporto del nuovo comandante militare non prospetta la reale situazione della provincia. La cattura del Rusciani non ha certo impedito ad altri che operano tra Lata e il Pollino di mantenere contatti con emissari borbonici ed inglesi che, sfuggendo al controllo delle forze francesi stanziate in Basilicata, raggiungono i paesi delle valli dell’Agri, del Sinni e del Sarmento dove si opera per organizzare una rivolta generale contro i francesi. Né inoperosi sono i fautori del vecchio regime nella zona a Muro Lucano dove – deve riconoscere lo stesso Pignatelli nel suo rapporto del 21 giugno al Saliceti – vi è una compagnia di ladri insorgenti la quale pare che ascenda a quaranta persone che si suddividono in piccole partite. Costoro non temono certo le truppe regolari, né le Guardie Civiche ed hanno osato finanche, in dodici uomini a cavallo, attaccare la mattina del 21 giugno lo stesso comandante della Provincia che, proveniente da Eboli, si dirigeva con la sua scorta verso la nuova residenza.

Gli armati che hanno assalito il comandante della Provincia a breve distanza da Muro, hanno contatti con elementi antifrancesi operanti nella zona dove – deve ammettere lo stesso Pignatelli – i governatori sono amici del passato governo, proteggono apertamente i borbonici favorendone l’attività e perseguitano gli amici dei Francesi. L’attentato del comandante della Provincia scortato da truppe regolari e dalle tre compagnie della Guardia Civica di Muro Lucano che, guidate dal loro comandante Vincenzo de Pasquale, si sono recate ad Eboli per accogliere il Pignatelli diretto in Basilicata, ha un fine preciso: ritardare l’arrivo della scorta e tenere il più possibile lontano la Guardia Civica di Muro Lucano per consentire agli insorti di attuare un loro piano diretto a colpire gli amici dei Francesi nella vicina Bella.

La mattina del 21 giugno, se dobbiamo credere al Pignatelli, mentre la sua scorta insegue chi ha osato attaccarla, alcuni armati, che nei rapporti ufficiali sono definiti briganti, entrano in Bella. Si recano direttamente verso il palazzo dei Sansone ed uccidono Luigi che, nel 1799, era stato uno di quelli… maggiormente impegnati per la piantagione dell’albero e che, Comandante della Gendarmeria, si era recato in Muro per condurre nella

sua patria il Commissario Organizzatore per farvi stabilire la Municipalità. Nel corso di questa azione che, secondo il rapporto del Pignatelli al ministro Saliceti si sarebbe svolta senza provocare alcuna reazione, resta ferito anche Nicola Ferrone, nipote del sacerdote Vito firmatario nel 1799 della supplica al Commissario Organizzatore per far stabilire in Bella la Municipalità.

A Muro, dove si ferma alcuni giorni per organizzare la Milizia Provinciale con galantuomini e civili di Muro e di Avigliano amici dei Francesi, il nuovo comandante militare della Provincia constata quale sia la forza degli oppositori che egli si ostina a definire briganti o, al più, ladri insorgenti.

I fatti di Calvello e l’adesione di Sasso di Castalda all’insurrezione antifrancese ha ripercussioni nei paesi limitrofi. A Vignola, l’attuale Pignola di Basilicata, anche se non si risponde all’invito della vicina Calvello e si procede alla cattura del capo della banda che si è spinta nell’abitato per promuovervi l’insurrezione, non mancano elementi avversi al nuovo regime. Vincenzo Vicenza, un sacerdote che nel 1803 è stato inquisito per una presunta estorsione, desta sospetti per il suo atteggiamento. Avversario implacabile di chi aveva aderito nel 1799 alla Repubblica Napoletana, nel luglio del 1805 aveva mosso a Domenico Perito l’accusa di mantenere rapporti con elementi giacobini di Avigliano. Ora dopo la conquista francese, non nasconde i suoi sentimenti borbonici e manifesta pubblicamente la sua avversione al nuovo regime. Ma contro di lui non si procede: egli sarà arrestato con il fratello Giuseppe soltanto nell’estate del 1806 perché sospettato di avere rapporti con gli insorti di Laurenzana e di Corleto Perticara. Si è più accorti, invece, a Tito: essendosi veduto sortire armato un prete notissimo capomassa con due compagni, fu sospettato – comunica il Pignatelli nel suo ricordato rapporto del 24 giugno al ministro Saliceti – che egli andasse ad abboccarsi con la banda dei briganti che erano sortiti…dal Sasso. I naturali…lo arrestarono…e lo hanno a me mandato con i suoi compagni.

Una certa agitazione si nota anche a Potenza dove è ricercato un tale Squaquecchia “conosciutissimo sanfedista” sospettato di avere avuto rapporti con individui arrestati ad Abriola. Egli è sfuggito, però, alla cattura perché protetto da un caporale dei Miliziotti, altro famosissimo birbante, che il comandante della Provincia farà subito arrestare. Nella vicina Vaglio opera invece indisturbato Domenico Catalano. Giovane nipote dell’arciprete della Collegiata che è stato tenace avversario nel 1799 dei giacobini del suo

paese, il Catalano cerca di organizzare le forze antifrancesi anche nei centri limitrofi. A Cancellara, dove i Basile, una ricca famiglia gentilizia di antiche tradizioni repubblicane, hanno aderito incondizionatamente al nuovo regime e dove, dopo la conquista francese, un attentato è stato compiuto alla vita di Giovanni Battista Basile ad opera di persona rimasta sconosciuta, il 22 giugno giunge da Vaglio Nicola Anzillotta latore di un messaggio del Catalano: non bisogna cedere ai soprusi e alle violenze francesi, non seguire come al tempo della Repubblica Napoletana gli infatuati giacobini e i falsi patrioti, ma seguire, invece l’esempio dei molti paesi del Regno insorti contro le armate francesi.

L’Anzillotta è accolto nella bottega del sarto Giuseppe Armignacco e parla con civili e popolani. Tra questi è anche Giovanni Battista Basile, un popolano conosciuto come Fiamusco, distintosi nel 1799 tra i difensori della Repubblica Napoletana e incluso tra i rei di Stato della sua provincia.

Nella bottega del sarto di Cancellara si discute animatamente: alcuni sembrano disposti ad agire. Lo stesso Fiamusco condanna la condotta dei francesi e dei loro sostenitori. Altri, invece ricordano le conseguenze della loro partecipazione ai fatti del 1799 e, temendo la reazione francese, sconsigliano ogni azione. Michele Palese, un barbiere che aveva aderito alla Repubblica Napoletana e seguito nel 1799 i suoi concittadini ne’ diversi luoghi a organizzare la popolazione per l’ellizione de’ Presidenti e che ora condanna l’attentato contro il ricco galantuomo Giovanni Battista Basile, assume netta posizione contro il Fiamusco. L’Armignacco non ammette la posizione assunta dal Palese e lo aggredisce a colpi di forbice. Interviene la Guardia Civica e con l’Armignacco viene arrestato anche Tommaso Genzano che ha usato parole irriguardose nei confronti dei fautori francesi. Due giorni dopo, però, il Fiamusco assale le carceri baronali per fare evadere i due detenuti: in difesa del capitano della Guardia Civica Saverio Notargiacomo, che ha riportato lesioni nell’atto che il riferito Basile Fiamusco si voleva arrestare, colpi d’arma da fuoco sparati dai militi della Guardia Civica ristabiliscono l’ordine e anche il Fiamusco viene arrestato. Il Pignatelli, il quale ripetutamente lamenta che da Napoli non si provvede ancora ad allontanare dai vari uffici i vecchi funzionari borbonici rimasti fedeli al passato governo, è convinto di aver represso in Basilicata ogni tentativo di rivolta: Ha esistito veramente – egli scrive da Muro Lucano il 27 giugno del 1806 al preside della Udienza di Matera – un’estesa congiura diretta dagli antichi capimassa di questi luoghi, che

avrebbe posta in fuoco la provincia, se non fossi giunto in tempo e non avessi ritrovate le migliori disposizioni e molte energie fra tutti coloro che anche nel ’99 furono nemici del governa di Ferdinando.

Gli ostacoli maggiori in questa sua opera di repressione li ha trovati nei vecchi funzionari borbonici che il nuovo regime ha mantenuto nei loro posti. Se i governatori di tutti questi luoghi – egli fa presente al Susanna – fossero stati attaccati al governo, le trame dei malcontenti si sarebbero scoperte al principio, né si sarebbe tanto estesa la cospirazione. Gli errori che si sono commessi – egli conclude nella sua nota – serviranno di scuola. Ho una nota – egli aggiunge – dei cattivi governatori che farò senza meno cacciar via. Uno dei più cattivi é il capo riparato di Bella, che deve essere al più presto sostituito con persona che ne sia degna.

Nonostante ravvisi nei vecchi impiegati borbonici mantenuti nelle loro funzioni dai francesi un pericolo per il nuovo governo, sfugge al Pignatelli il vero stato della provincia. Egli si preoccupa di denunziare al ministro di Polizia i funzionari che non portano la coccarda francese, di minacciare di arresto il governatore di Potenza che si é lasciato sfuggire quel tale Squaquecchia ma non si preoccupa di intervenire concretamente a Calvello. I fratelli de Porcellinis, che hanno promosso l’insurrezione in questo centro abitato, si sono allontanati indisturbati con la gente assoldata che alzò lo stendardo della rivolta. Ne è intervenuto a Venosa, dove nel pomeriggio del 28 giugno, quattro birri… si portavano armati in una taverna dove eravi gran concorso di popolo e lo invitarono apertamente alla sollevazione dicendo che essi venivano da Napoli dove erano già sbarcati l’Inglesi fuggendosene precipitosamente i Francesi con i loro amici e che era di conseguenza giunto il momento di disfarsi di tutti gli “abiti lunghi”, ossia annota il Cortese

dei galantuomini favorevoli ai francesi.

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