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RIBELLI E BRIGANTI

Posted by on Lug 20, 2022

RIBELLI E BRIGANTI

Guerriglieri sono stati qualificati coloro che in Spagna, nel 1808, si opposero con le armi alle armate napoleoniche e le loro gesta sono state immortalate nelle tele di Francisco Goya. Patrioti sono stati considerati coloro che seguirono nel 1809 Andrea Hofer e il loro canto di guerra è divenuto l’inno nazionale delle popolazioni tirolesi. In Italia Meridionale, invece, chi nel 1806, rispondendo all’appello degli inglesi ed a quello del proprio sovrano, si oppose all’invasore, è stato definito e continua ad essere definito brigante.

I nostri avversari che osano chiamarsi patrioti – lamentarono sin dal 1806 i ribelli meridionali – abusando le parole e a piaggiare l’oppressore…ci gridano briganti. Erano stati infatti i francesi, scesi in Italia Meridionale nel 1799, ad adottare per primi questo termine per indicare coloro che ad essi si opponevano. Era un termine questo nuovo nella lingua napoletana e lo aveva sempre ignorato il legislatore: a Napoli erano sempre stati indicati come banditi o fuorbanditi i fuorilegge datisi alla campagna e come proditores, distinti dai primi, i ribelli scesi in armi contro il potere costituito. E continuarono ad adottare il termine usato dai francesi nel 1799 per indicare il ribelle anche i soldati di Napoleone venuti alla conquista del Regno di Napoli nel 1806. Pur autodefinendosi apportatori di libertà e di giustizia, costoro non concepivano che un popolo potesse battersi contro di loro in difesa del proprio paese. Chi ad essi si opponeva non poteva essere che un volgare brigant.

Questo termine, con cui i francesi indicavano gli eroi e delinquenti comuni, ebbe fortuna. E quando il ribelle, per non essere passato per le armi o consegnato al boia o al plotone di esecuzione, fu costretto ad adottare gli stessi metodi e gli stessi sistemi che venivano usati contro di lui, fu facile confonderlo con il più volgare dei delinquenti comuni. E il brigante continua ad essere definito anche nella storiografia italiana colui che, dopo aver preso le armi in difesa del proprio paese, fu presto abbandonato, dopo i primi successi, proprio da chi aveva assunto l’iniziativa e il comando della insurrezione contro l’invasore ed i suoi fautori.

Coloro che ancora continuano a considerare briganti gli insorti meridionali contro le

armate francesi non si chiedono cosa volessero i capibanda ed i gregari che nel 1806, certi dell’intervento inglese, si illusero di poter respingere le armate straniere che con la forza e con il terrore avevano occupato il paese. Si continua ancora a considerare brigante chi impugnò le armi contro lo straniero francese, ma nessuno si chiede come e perché costoro si fossero trovati nella necessità di comportarsi a volte come volgari delinquenti comuni e di cercare i loro alleati in individui che, in condizioni normali, avrebbero certamente condannato.

A rendere possibile nel Mezzogiorno d’Italia l’assurdo legame che, durante il decennio francese, unì i ribelli ad esseri che la morale borghese condannava senza alcuna attenuante, contribuì indubbiamente la politica estera seguita dall’Inghilterra dopo la morte di William Pitt il Giovane: abbandonati da chi li aveva spinti alla ribellione e all’azione, coloro che avevano creduto nelle promesse degli inglesi si trovarono improvvisamente, a seguito della politica di avvicinamento alla Francia voluta da Charles Fox, a combattere soli contro un nemico senza scrupoli che non concepiva il perdono, non giustificava l’errore e non consentiva che alcuno potesse opporsi alla politica di conquista e di rapina del loro imperatore. Isolati, braccati da uomini assetati di sangue e di vendetta, anche essi, vinti, ma non rassegnati a morire, furono costretti ad uniformarsi, nei metodi e nei sistemi, a chi con inaudita ferocia infieriva contro di loro.

LA CONQUISTA FRANCESE DEL REGNO DI NAPOLI

Come già nel 1799, anche nel 1806 le truppe francesi non conoscono i limiti nelle loro pretese e nelle loro richieste. Esse hanno bisogno di tutto e tutto requisiscono incuranti delle condizioni dei paesi occupati3. Napoli deve rendere alle armate napoleoniche tanto quanto rende il Regno d’Italia. Occorre – tiene a precisare Napoleone al fratello Giuseppe – che Napoli fornisca all’Impero da centoquaranta a centocinquanta milioni4. Questo aspetto della conquista napoleonica e le sue conseguenze ha voluto per molto tempo ignorare la storiografia liberale italiana che non ha voluto, per tema forse di apparire filoborbonica ed antiliberale, considerare conquistatori i francesi scesi in Italia Meridionale con il proposito di porre un nuovo sovrano sul trono di Napoli.

Dopo la battaglia di Austerlitz, battuta la terza coalizione e costretta l’Austria ad accettare il tratto di pace impostole il 26 dicembre del 1805 a Pressburg, il giorno successivo, dal castello di Schönbrunn, Napoleone dichiara decaduta la dinastia dei Borboni di Napoli e annunzia la prossima liberazione dell’Italia Meridionale du joug des hommes les plus perfldes. E per ordine dell’imperatore, alla fine del gennaio 1806 un esercito di quarantamila uomini al comando del maresciallo Massena muove verso Napoli per porvi sul trono il principe designato da Napoleone Bonaparte.

I comandanti delle forze inglesi e russe che si trovano nel Regno di Napoli non condividono il parere del generale russo Anrept che vorrebbe opporsi all’avanzata francese e decidono di abbandonare il paese. I russi si imbarcano per Corfù e gli inglesi per la Sicilia che intendono difendere contro le armate francesi inviate da Napoleone e della quale intendono servirsi come base militare per riconquistare le province che sono oggi costretti ad abbandonare all’invasore. Ed in Sicilia ripara il 23 gennaio Ferdinando IV dopo aver nominato vicario del Regno il figlio Francesco.

Ma anche Francesco abbandona Napoli quando le armate francesi varcano il confine e si dirigono verso la capitale. Il 6 febbraio Francesco lancia un appello al paese: impotente ad opporsi all’invasore, per evitare inutili stragi egli si ritira con l’esercito in Calabria per organizzarvi la difesa allo scopo di non lasciare niente di intentato per

recuperare il Regno. E il 10 febbraio, prima di abbandonare Napoli, affida il paese ad un Consiglio di Reggenza con il compito di consegnare la capitale all’esercito invasore. Assenti i capi militari che, con le armate borboniche, hanno seguito Francesco in Calabria, impotenti gli uomini della Reggenza a mantenere l’ordine pubblico nella capitale, il governo della città viene assunto dalla nobiltà e dalla ricca borghesia napoletana che organizzano a Napoli un corpo di Guardia Urbana ed inviano il marchese Corrado Malaspina e il duca Ottavio Morbile di Campochiaro a Giuseppe Bonaparte per trattare la resa della città.

Il 14 febbraio l’avanguardia francese entra a Napoli e il giorno successivo il Consiglio di Reggenza cede la città e il Regno a Giuseppe Bonaparte. Nessun atto che possa preoccupare i napoletani: luogotenente dell’imperatore e comandante l’Armata francese a Napoli, Giuseppe Bonaparte mantiene nelle loro funzioni le autorità civili, giudiziarie e amministrative e il 22 febbraio forma il nuovo Ministero: Michele Cianciulli, che ha fatto parte del Consiglio di Reggenza, è nominato ministro di Grazia e Giustizia; Tommaso Sanseverino principe di Bisignano è ministro delle Finanze; il duca di Campochiaro, che con il marchese Malaspina ha trattato la resa della città ai francesi, è chiamato a ricoprir l’incarico di ministro della Real Casa. Il Ministero deli Affari Ecclesiastici è affidato a Luigi Serra duca di Cassano, quello della Marina al principe Pignatelli di Torchiara. Ed accanto ai cinque napoletani, Andrea Francesco Miot è chiamato a reggere il Ministero della Guerra e il corso Cristoforo Saliceti quello della Polizia. Soltanto successivamente si provvederà al Ministero degli Affari Esteri che sarà affidato al marchese del Gallo.

La presenza di presidi borbonici a Gaeta e Civitella sul Tronto non preoccupa eccessivamente il comando delle armate Francesi che hanno occupato Napoli e si sono spinte fino a Salerno. Gli sforzi del Massena sono ora rivolti verso il sud, sul confine calabro-lucano, dove, tra il Pollino e il Tirreno sono concentrate le armate napoletane agli ordini del generale Roger Dumas. Contro questa armata muove il generale Reynier alla testa di circa dodicimila uomini. Un reparto al comando del colonnello Remaker, dopo aver disperso un reparto armato che gli oppone resistenza sul Noce, si spinge verso Lagonegro. La città, che la sera del 13 febbraio ha ospitato Francesco di Borbone, è presidiata da oltre duemila uomini al comando del maresciallo Capece Minutolo.

I cronisti locali, cui si rifà il Racioppi, escludono che il principe di Canosa abbia resistito ai francesi: l’avanguardia dell’armata Reynier sarebbe entrata in Lagonegro senza colpo ferire e il colonnello Remaker sarebbe caduto raggiunto da un isolato colpo di arma da fuoco. Fonti francesi affermano invece che a Lagonegro l’armata del generale Reynier avrebbe trovato forte resistenza facilmente repressa, però, dall’avanguardia francese.

Conquistata Lagonegro, la città è posta al sacco. Il Racioppi non crede al sacco cui fa cenno, invece, il Pesce7, e si limita ad affermare che la morte del colonnello francese fu occasione a soprusi soldateschi che la tradizione dice saccheggio.

Dopo il sacco di Lagonegro, l’armata francese procede verso Lauria, dove un reparto borbonico di cinquanta uomini cade prigioniero con i suoi ufflciali9, raggiunge Castelluccio e, superata Rotonda, il 9 marzo affronta a Campotenese l’armata del generale Dumas. La disfatta dell’esercito borbonico è completa: l’armata francese, protetta dal reparto affidato al Duhesme che, da Policoro, scende lungo la costa jonica, il 13 entra a Cosenza e il 29 a Reggio è abbandonata dagli ultimi difensori borbonici.

autore anonimo

curato da

Vincenzo Giannone

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