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Risorgimento senza popolo, mediocre mitologia italiana

Posted by on Gen 27, 2018

Risorgimento senza popolo, mediocre mitologia italiana

Il Risorgimento era compiuto, e mentre scontentava ogni uomo, tanto chi l’aveva voluto quanto chi l’aveva subìto, non poteva essere ammesso come cosa compiuta e finita dagli eredi né dai diseredati, dagli investiti né dagli spossessati. Natura e storia vogliono che nessuna novità possa tornare allo stato di prima, ma che nessuna opera sia chiusa da chi l’ha impresa. Speranza di martiri e capolavoro d’arte diplomatica, studio di addottrinati e conquista di soldati, il Risorgimento s’era compiuto perché col venir meno della maestà del diritto divino, che aveva reso possibile la libera federazione dei principati italiani, col sorgere delle democrazie europee aggressive e attrezzate, era divenuta indispensabile all’Italia la unità e l’indipendena territoriale.

Ma, appena compiuto, non piaceva in quei giorni ai monarchici né ai repubblicani, scontentava federalisti e unitari, chi lo voleva destro e chi sinistro: conquista, digustava i rivoluzionari; rivoluzione, dava noia ai conquistatori; era una delusione e un pericolo per ognuno. Tutti quanti i partiti ignorava, detestandoli, il popolo. Ad esso il governo nuovo, suo onore ma non suo vantaggio, non aveva avuto da offrire beni confiscati, o si trattava di poca cosa; neppure un’orgia di sangue o, è inutile nascondere com’è fatto l’uomo, la diabolica vertigine degli stupri e del sacrilegio. Le guerre regie erano state di second’ordine; neanche Garibaldi era veramente conosciuto dai contadini; il modo come si arrivò a Roma avrebbe compromesso un prestigio assai più grande di quello, che grande non era.

Ma ci dovettero essere e ci furono sì le soppressioni, le confische, i disagi, le offese d’antichi affetti e costumi, le ridicolezze inevitabili in tempi nuovi, e ben tosto le repressioni. Per non perdere criterio e governo fra le distinzioni infinite del più antico e diverso e tenace e suscettibile assetto sociale e politico, fra i particolari regionali e la maestà cattolica universale, non si potè far altro che distruggerlo, quell’assetto, anzi disprezzarlo e sconoscerlo. Contro la Chiesa, millenaria difenditrice dell’Italia, si levò la giacobina massoneria, contro i municipi la burocrazia. La violenza delle ribellioni si dovette rintuzzare colla violenza delle armi; all’apatia plebea riottosa rispose il livello e l’accentramento burocratico; qualche mito universitario colorì le cose alla meglio di scienza e di poesia civile. Sembrò un gran fatto costruire ferrovie e scuole elementari, e parve una parola che avesse senso l’insulsaggine pedagogica: l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani. Che eran fatti da tanti secoli con forti vizi e forti virtù.

I plebisiciti potevano confondere Napoleone III e intrigare la diplomazia, ma non la plebe d’Italia. Pesavano le tasse, la coscrizione rivoltava, i censimenti annoiavano, le apoetosi superficiali e sbrigative: Incontro di Teano, Porta Pia, Quattro Fattori, e simili, non persuadevano neppure quelli che le escogitavano. A fondare il Regno, oltre che nel fatto, nella storia e negli animi, mancava quel che degli stati è governi è vita e sale, cioè il motivo popolare. La questione delle nazionalità, prodotto delle grandi monarchie, delle guerre di religione e di supremazia europea, a cui Napoleone, ultimo Cesare, aveva chiuse le porte del passato e, massimo sovrano nazionale, aperte quelle dell’avvenire, giungeva in Italia, la quale aveva le buone ragioni di non voler la Riforma, accaduta bene o male contro di lei e contro la seconda civiltà romana e cattolica, come un’importazione e una tardità.

Era già questione di alta scienza e di diplomazia nella politica d’equilibrio, quando Mazzini si figurava che costituisse una questione religiosa; il provvidenziale errore di una gioventù generosa e patriottica, che in essa sentì e si sacrificò all’unità e libertà, alimentò l’illusione quel tanto che occorse per liberare la patria. Al popolo, che aveva in altri tempi giudicato fra Ghiberti e Brunelleschi, si largivano i monumenti che decoravano le nostre piazze e vie odierne. Quel che era nato a Roma ed a Milano in fatto di vita moderna, industriale e bancaria, faceva fallimento e bancarotta in scandali e crisi politiche, finanziarie, economiche. Hanno fatto l’Italia, diceva la plebe, e ora se la mangiano.

Principali illustri e governi stupendi, come il Granducato di Toscana, capolavori di acconcia sapienza paternale, come il Regno delle Due Sicilie, si spacciavan con le parole d’un Gladstone, disposto naturalmente, da buon anglosassone, a scoprireuna “negazione di dio” indegna dovunque si potesse intravvedere una colonia o un protettorato: e la Sicilia valeva più di malta e Cipro. Con quattro morali apologhi convenzionali e molti sbagli storici, si giudicava per luighi comuni così il potere temporale e la politica di Costantino e la donazione di Carlo come il dramma deu Guelfi e Ghibellini; e Comuni e Signorie; e l’Impero, le Repubbliche e le Monarchie.

Tutto questo, infine, poteva in certo modo anche non uscire dalle regole d’ogni rivolgimento. Ma originale era la persuasione che la gente si entusiasmasse e si saziasse, spirito e corpo, di quella mediocre mitologia: Arnaldo da Brescia precursone di Porta Pia, i Ciompi di lando precursori del Diritto Elettorale e delle Società Operaie di Mutuo Soccorso, Savonarola vittima dell’intolleranza e quasi martire del libero pensiero, Beatrice tricolore nella visione del Purgatorio. Fu una fortuna che la maggior parte del popolo, dietro i preti chiusi nella politica di astensione, non ne sapesse nulla. Altrimenti l’avrebbe preso, nella sua troppo reale penuria, per un scherzo di cattivo genere. (…).

Alla delusione generale e alle ribellioni sparse stava forse per seguire l’inerzia del decadimento, se la storia non avesse risolto quel che essa aveva annodato. Sorse, particolarissimo, il socialismo in Italia. Il socialismo sostituì all’“impuro tiranno” il non più falso né più vero, in se stesso, “sfruttatore borghese”. Alle ideologie radicali e ai Diritti dell’Uomo sostituì l’uguaglianza economica e la lotta sociale: alle lucubrazioni dei pubblicisti, gli appetiti dei poveri. Rispose al caro della vita e alle tasse, colla lotta per i salari. Fece sottentrare alla questione delle nazionalità, la questione sociale. Sparse insomma la forza di sentimenti vivi, dove non erano, per l’umor popolare, che fastidi e vessazioni.

Igiene, scuola obbligatoria, polizia, la scheda stessa elettorale, polarizzò come mezzi e fini di riscatto, di dignità e di conquista. Salvò la nazione dal pericolo e dall’insipienza di quelli che credevano di poter dire “Ora basta”, di quelli che volevano la modernità senza le sue condizioni proprie. A un popolo avvezzo a comporre la sua vita colle più grandi idee e coi più terribili potentati del mondo, e che si voleva trattar da popolo arretrato, da individuo minore, e che rispondeva crucciosamente ridendo, restituì la serietà e la forza colla coscienza di sé.

Il popolo, che nei borghesi a Roma riconosceva soltanto dei padroni meno amabili e meno spiritosi e men saggi, più esosi e gravosi che gli antichi, esaltando il suo rancore nella lotta di classe ebbe scossa dal socialismo l’indifferenza e l’inerzia, ebbe aperto alla noia il beneficio della lotta; il rancore ambiguo proruppe in odio schietto. E in ogni senso è vero che madre di tutte le cose è la guerra. Il socialismo eccitò sentimenti, produsse assetti, provocò pensieri, provvidenze, interessi, produzioni nuove. Mostrò alle plebi che c’era qualcosa da conquistare anche per esse. Anzi, tutto.

(Riccardo Bacchelli, estratti dal romanzo “Il diavolo al Pontelungo”, 1957 – Mondadori, 407 pagine, 9 euro – che rievoca la tentata insurrezione anarco-socialista di Bologna guidata da Andrea Costa e Mikhail Bakùnin all’indomani dell’unità d’italia)

fonte

libreidee.org

 

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