ROSA DONATO: LA SICILIANA
ROSA DONATO: LA SICILIANA CHE SPARÒ CONTRO GLI OCCUPANTI — NON PER L’ITALIA, MA PER LA SICILIA
L’8 novembre del 1867, a Messina, moriva una donna che nessun libro di scuola ha mai avuto il coraggio di raccontare davvero: Rosa Donato. Guerrigliera. Rivoluzionaria. Siciliana. Una figura che l’Italia ha dovuto seppellire non una, ma due volte: prima nel corpo, poi nella memoria.
Rosa Donato non fu una comparsa nel teatro del cosiddetto Risorgimento. Fu il suo scandalo.
Perché Rosa non combatteva per “l’Italia unita”.
Combatteva per una Sicilia libera.
Nel 1848, quando Palermo insorse proclamando lo Stato Siciliano indipendente, Rosa fece ciò che nessuna donna “per bene” avrebbe fatto: infilò vestiti maschili, prese un fucile e andò in guerra. Non per romanticismo patriottico, ma per fame di libertà. Sottrasse un cannone ai soldati borbonici e lo puntò contro di loro. In quell’istante, un’intera struttura mentale, sociale, patriarcale e coloniale crollò.
Le affidarono il comando di una batteria di artiglieria con sei cannoni.
Una donna, nel 1848, comandante militare in Sicilia.
Il solo fatto che sia tutto vero è più rivoluzionario di qualsiasi libro di storia.
Eppure, mentre Rosa sparava contro l’occupante borbonico, mentre Palermo si autoproclamava capitale di uno Stato libero, un altro nemico si preparava all’orizzonte: l’Italia dei Savoia, l’Italia della retorica unitaria, quella che avrebbe imposto un altro padrone, un nuovo stemma, una nuova bandiera, ma la stessa logica di dominio.
L’Italia trasformò quella rivoluzione — che fu Siciliana, autonoma, indipendentista — in una nota a margine del Risorgimento.
Perché ammettere la verità sarebbe stato troppo pericoloso.
La verità è questa:
la Sicilia non ha mai chiesto di appartenere a qualcuno.
Ha chiesto di appartenere a se stessa.
Rosa Donato è la prova vivente — e perciò scomoda — che qui non c’è mai stato un popolo remissivo. C’è stato un popolo tradito. Un popolo soffocato. Un popolo zittito e reso funzionale all’economia e agli interessi di altri. Nel 1860 chiamarono “liberazione” ciò che fu solo una annessione militare. Al Sud portarono tasse, repressione, tribunali d’eccezione, fucilazioni sommarie. E alla Sicilia venne tolto persino il diritto di ricordare chi aveva combattuto davvero.
Per questo Rosa Donato non viene studiata.
Perché contraddice la favola dell’Italia madre accogliente e salvatrice.
Rosa non si inginocchiò davanti ai Borbone.
E non si sarebbe inginocchiata davanti ai Savoia.
Ecco perché deve tornare nelle nostre strade, nei nostri discorsi, nella nostra politica. Perché nulla è più rivoluzionario, oggi, di ricordare che la Sicilia non è nata come Regione, ma come Nazione.
Guardiamo la nostra terra:
energeticamente colonizzata, fiscalmente saccheggiata, mediaticamente ridicolizzata, istituzionalmente disinnescata.
Da allora ad oggi, poco è cambiato.
Continuano a toglierci tutto: industrie, porti, aeroporti, acqua, energia, dignità.
E ci restituiscono elemosine travestite da fondi europei.
Chi vede Rosa Donato come un ricordo, sbaglia.
Rosa non è memoria.
Rosa è una diagnosi.
Ci ricorda che la nostra storia non è fatta di sottomissione, ma di ribellione.
Ci ricorda che l’indipendenza non è un sogno, è un precedente.
Ci ricorda che la Sicilia non ha bisogno di padroni, ma di Siciliani che si ricordino di esserlo.
Oggi, l’8 novembre, non celebriamo una morte.
Celebriamo una domanda:
Quando smetteremo di aspettare che qualcuno ci liberi, e cominceremo a liberarci da soli?
La stessa domanda che Rosa avrebbe rivolto a noi.
Non è il passato che ci chiama.
È il futuro che ci rimprovera.
Movimento Siciliano d’Azione
Perché non siamo figli dell’Unità italiana.
Siamo figli di una libertà che ci hanno rubato
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