ROSARIO LO BELLO E MARADONA
Sulla scadente classe arbitrale italiana un pioggia di critiche. Allenatori, calciatori, dirigenti e presidenti a pretendere rispetto, a lamentare vittimisticamente e senza decenza soprusi e penalizzazioni, a sbraitare e ad offendere, ad alimentare sospetti e retropensieri. In un clima infuocato che mi piace sempre meno.
C’è stato, però, in un tempo non troppo lontano, un ragazzo coi capelli ricci e con le caviglie sempre gonfie che, nonostante i mille calci, non cadeva mai. Sempre in piedi, ad abbracciare anche gli avversari più aggressivi. A chiedere all’arbitro di non ammonire il rivale in campo perché forse non l’aveva colpito di proposito. A chiedere di giocare solo a calcio. Nulla più.
Per molti un “cattivo esempio”, per me – oggi più di ieri – il riferimento assoluto.
“Lui non protestava con gli arbitri. Lui chiedeva spiegazioni. Voleva capire perché una determinata azione di gioco era stata valutata in un modo piuttosto che in un altro. E lo faceva, anche nella foga agonistica del momento, in modo composto. Rispettava i ruoli. Braccia sempre dietro la schiena, giusta distanza. Sapeva stare al suo posto anche in quei momenti in campo. E se non era d’accordo scuoteva la testa e finiva lì. Sì, era un campione assoluto anche in questo.”
Rosario Lo Bello
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