Saccheggi, stragi e vittime civili dopo la proclamazione della Repubblica Napoletana
Giuseppe Gangemi
Dopo l’invasione del Regno e la conquista di Napoli, Jean Ètienne Championnet, con la Legge concernente il Governo Provvisorio della Repubblica Napoletana, proclama l’armata ai suoi comandi “armata napoletana”. Essa è composta, per l’80% di soldati francesi, e per il restante 20% di soldati italiani, reparti della Repubblica Cisalpina, alleata della Francia, di soldati polacchi, svizzeri, belgi, lussemburghesi, uomini della Renania. Dopo la proclamazione della Repubblica, si uniscono a questa anche patrioti napoletani. Questa forza multinazionale opera con un entusiasmo che ne fa una forza incredibile, capace di vincere contro forze preponderanti, ma anche di fare stragi di civili nei saccheggi che seguono ogni vittoria su territorio straniero.
Due sono le spiegazioni alternative, e di parte avversa, che spiegano questa tremenda virulenza. La prima è quella di Guglielmo Pepe che sottolinea la partecipazione entusiasta dei soldati francesi dovuta al fatto che combattevano per una Repubblica che sentivano loro propria. A suo dire, i soldati dell’esercito repubblicano francese erano pieni di entusiasmo per la forte motivazione che provavano e che, con il tempo, durante il periodo imperiale, l’entusiasmo si è venuto perdendo. Finché ha potuto sopperire a questo il maggior genio innovativo di Napoleone, la costante diminuzione dell’entusiasmo non ha avuto effetti. Ma quando le strategie sono state comprese ed è stato trovato il modo di contrastarle, sono cominciate le sconfitte (Pepe 1836). Le prime in Spagna per il maggiore entusiasmo degli Spagnoli e per il fatto che non tutte le componenti multinazionali dell’esercito francese erano felici di combattere per quelli che consideravano nemici. Per esempio, poco entusiasmo mostravano i Calabresi i quali sentivano ancora i Francesi come loro nemici e gli Spagnoli come cugini, se non fratelli. Molti di questi calabresi, arruolati a forza nell’esercito francese, disertavano in Spagna e, non potendo tornare a casa, collaboravano con gli Spagnoli. Nel farlo, hanno aiutato gli Spagnoli a realizzare un’efficace guerra per bande, simile a quella che avevano utilizzato nel 1799 e nel 1806-1807 (Marulli 1845, II, 225).
La seconda spiegazione è all’estremo opposto, ovviamente: “Era costume dei Francesi avanti di cominciar la battaglia prendere molta acquavite, mista con la polvere d’archibugio, cosicché già ubriachi andavano in qualunque periglio, ed anche in braccio alla morte stessa senza saperlo” (Menin 1997, 27). Le truppe rivoluzionarie francesi importano in Europa, di ritorno dalla Campagna d’Egitto, anche la cannabis indica, l’odierna marijuana o hashish. Questa specie, assai più ricca di princìpi stupefacenti cannabinoidi rispetto alle varianti già presenti in Europa, avrebbe finito con il soppiantare la più comune cannabis sativa, o canapa comune (Vecchiato 1994).
Quale che sia la spiegazione, uno degli ufficiali francesi che ha partecipato alla guerra contro i Borbone, Paul Thiébault (2024), ammette che i morti civili della campagna militare sono stati 60.000, di cui circa 20.000 nella sola Napoli. Numerosi altri morti ci sono stati anche nei cinque mesi di vita della Repubblica, date le numerose rivolte antifrancesi. Secondo alcune fonti, ci sarebbero stati altri 40.000 morti, soprattutto dopo la sostituzione di Championnet con il generale Étienne Jacques Joseph Alexandre Macdonald.
Questi emana, il 4 marzo 1799, una legge molto dura: Art. 3. Ogni ribelle preso coll’armi alla mano, sarà subito fucilato. Art. 4. Ogni capo, autore o fautore de’ complici della insurrezione, che sarà arrestato senz’armi, sarà condotto avanti i Tribunali Militari, per essere giudicato, e sarà condannato alla morte. Art. 5. Ogni prete, o Ministro del culto, che sarà arrestato in qualche unione d’insorgenti, sarà fucilato senza processo.
Ancora più dura è la reazione nei confronti degli insorgenti. La loro ribellione viene repressa nel sangue anche se i documenti relativi parlano genericamente di “molti uccisi” o di “strage”, senza conteggi perché gli archivi locali sono stati, in parte o del tutto, distrutti.
E così, si sa di varie rivolte antifrancesi: a Cassino si dice solo che i Francesi hanno provocato “numerose morti”; a Pomigliano d’Arco di molte decine o centinaia di vittime, ma nessuna cifra certa; Sessa Aurunca di un numero ignoto di vittime, anche se la repressione viene definita durissima; relativamente agli Abruzzi e al Molise, si dice solo che gli scontri causarono numerose vittime tra gli insorti, ma che non è possibile un conteggio attendibile. E così quello che viene definito il terribile saccheggio sofferto dalla città di Piedimonte d’Alife, e del suo casale di Sepicciano, che durò dalle ore 24 del dì 10 gennaio 1799 sino alle ore 12 della mattina del dì 15, senza interruzione, rimane senza stima attendibile circa il numero di morti. Lo stesso dicasi per numerosi altri saccheggi o incendi: Lecce, Matera, Potenza, Barletta, etc.
Altre volte, i calcoli si basano sui registri parrocchiali e, in questo caso, le stime risultano sottovalutate. Per esempio, a Traetto, attuale Minturno, 349 sono i morti documentati dai registri parrocchiali, mentre gli storici giacobini ne ammettono 800 e gli avversari 1.200. Comunque, secondo gli elenchi dei morti delle parrocchie, le cifre sono minime: Comune di Arce, 25 morti uccisi dai Francesi; Picerno, 70 repubblicani uccisi; Castelforte, 40 morti identificabili; Itri, 32 morti; Pomigliano d’Arco, 31; etc.
E naturalmente, quando si passa alle stime, le controversie sulle cifre sono molto forti, perché il Risorgimento è stato riempito di favole belle a cui molti non vogliono rinunciare: per esempio, il generale Bon Thiebault fornisce una stima attendibile per l’autorevolezza della fonte (un ufficiale francese che ha visto e partecipato a quei massacri): 20.000 vittime tra le macerie ancor fumanti della capitale (2024, 143-4). Ciononostante, numerosi altri storici di parte giacobina (mostrandosi in questo più realisti del re) contrappongono alla sua stima quella più ridotta di 3.000.
Tornando ai cinque mesi della Repubblica napoletana, ancora non si capisce se, ad Andria, ci siano stati 2.000 morti da entrambe le parti o 4.000 morti tra i soli rivoltosi (ed Ettore Carafa, duca di Andria, al comando dell’operazione viene, da alcuni, considerato un eroe, da altri un mostro, per la strage di suoi concittadini); a Trani, molto controversa è la cifra di 2.000 vittime; etc.


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