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Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799 di Vincenzo Cuoco (seconda edizione) XIX

Posted by on Ott 20, 2021

Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799 di Vincenzo Cuoco (seconda edizione) XIX

Quante erano le idee della nazione?

Il male, che producono le idee troppo astratte di libertà, è quello di toglierla mentre la vogliono stabilire. La libertà è un bene, perché produce molti altri beni, quali sono la sicurezza, l’agiata sussistenza, la popolazione, la moderazione dei tributi, l’accrescimento dell’industria e tanti altri beni sensibili; ed il popolo, perché ama tali beni, viene poi ad amare la libertà. Un uomo, il quale, senza procurare ad un popolo tali vantaggi, venisse a comandargli di amare la libertà, rassomiglierebbe l’Alcibiade di Marmontel, il quale voleva esser amato «per se stesso».

La nazione napolitana bramava veder riordinate le finanze, più incomode per la cattiva distribuzione che per la gravezza de’ tributi; terminate le dissensioni che nascevan dalla feudalità, dissensioni che tenevano la nazione in uno stato di guerra civile; divise più equamente le immense terre che trovavansi accumulate nelle mani degli ecclesiastici e del fisco. Questo era il voto di tutti: quest’uso fecero della loro libertà quelle popolazioni, che da per loro stesse si democratizzarono, e dove o non pervennero o sol pervennero tardi gli agenti del governo e de’ francesi.

Molte popolazioni si divisero i terreni, che prima appartenevano alle «cacce regie»32. Molti si revindicarono le terre litigiose del feudo. Ma io non ho cognizione di tutti gli avvenimenti, né importerebbe ripeterli, essendo tutti gli stessi. In Picerno, appena il popolo intese l’arrivo de’ francesi, corse, seguendo il suo paroco, alla chiesa a render grazie al «Dio d’Israele, che avea visitato e redento il suo popolo». Dalla chiesa passò ad unirsi in parlamento, ed il primo atto della sua libertà fu quello di chieder conto dell’uso che per sei anni si era fatto del pubblico danaro. Non tumulti, non massacri, non violenze accompagnarono la revindica de’ suoi diritti: chi fu presente a quell’adunanza udì con piacere ed ammirazione rispondersi dal maggior numero a taluno, che proponeva mezzi violenti: – Non conviene a noi, che ci lagniamo dell’ingiustizia degli altri, il darne l’esempio. – Il secondo uso della libertà fu di rivendicare le usurpazioni del feudatario. E quale fu il terzo? Quello di far prodigi per la libertà istessa, quello di battersi fino a che ebbero munizioni, e, quando non ebbero più munizioni, per aver del piombo, risolvettero in parlamento di fondersi tutti gli organi delle chiese… – I nostri santi – si disse – non ne hanno bisogno. – Si liquefecero tutti gli utensili domestici, finanche gl’istrumenti più necessari della medicina; le femmine, travestite da uomini onde imporre al nemico, si batterono in modo da ingannarlo più col loro valore che colle vesti loro.

Non son questi gli estremi dell’amore della libertà? Ed a questo stesso segno molte altre popolazioni pervennero; e pervenute vi sarebbero tutte, poiché tutte aveano le stesse idee, i bisogni medesimi ed i medesimi desidèri.

Ma, mentre tutti avean tali desidèri, moltissimi desideravano anche delle utili riforme, che avessero risvegliata l’attività della nazione, che avessero tolto l’ozio de’ frati, l’incertezza delle proprietà, che avessero assicurata e protetta l’agricoltura, il commercio; e questi formavano quella classe che presso di tutte le nazioni è intermedia tra il popolo e la nobiltà. Questa classe, se non è potente quanto la nobiltà e numerosa quanto il popolo, è però dappertutto sempre la più sensata. La libertà delle opinioni, l’abolizione de’ culti, l’esenzione dai pregiudizi era chiesta da pochissimi, perché a pochissimi interessava. Quest’ultima riforma dovea seguire la libertà già stabilita; ma, per fondarla, si richiedeva la forza, e questa non si potea ottenere se non seguendo le idee del maggior numero. Ma si rovesciò l’ordine, e si volle guadagnar gli animi di molti, presentando loro quelle idee che erano idee di pochi.

Che sperare da quel linguaggio che si teneva in tutt’i proclami diretti al nostro popolo? «Finalmente siete liberi»… Il popolo non sapeva ancora cosa fosse libertà: essa è un sentimento e non un’idea; si fa provare coi fatti, non si dimostra colle parole. «Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema»… Era obbligato il popolo a saper la storia romana per conoscere la sua felicità? «L’uomo riacquista tutt’i suoi diritti»… E quali? «Avrete un governo libero e giusto, fondato sopra i princìpi dell’uguaglianza; gl’impieghi non saranno il patrimonio esclusivo de’ nobili e de’ ricchi, ma la ricompensa de’ talenti e della virtù»… Potente motivo per il popolo, il quale non si picca né di virtù né di talenti, vuol esser ben governato, e non ambisce cariche! «Un santo entusiasmo si manifesti in tutt’i luoghi, le bandiere tricolori s’innalzino, gli alberi si piantino, le municipalità, le guardie civiche si organizzino»… Qual gruppo d’idee che il popolo o non intende o non cura! «I destini d’Italia debbono adempirsi». «Scilicet id populo cordi est: ea cura quietos sollicitat animos». «I pregiudizi, la religione, i costumi»… Piano! mio caro declamatore; finora sei stato solamente inutile, ora potresti esser anche dannoso33.

Il corso delle idee è quello che deve dirigere il corso delle operazioni e determinare il grado di forza negli effetti. Le prime idee che si debbono far valere sono le idee di tutti; quindi le idee di molti; in ultimo luogo le idee di pochi. E, siccome coloro che dirigono una rivoluzione sono sempre pochi di numero ed hanno più idee degli altri, perché veggono più mali e comprendono più beni, così molte volte è necessario che i repubblicani per istabilir la repubblica si scordino di loro stessi. Molti mali soffrì per lungo tempo Bruto, moltissimi ne previde, ma, finché fu solo a soffrire ed a prevedere, tacque; molti ne soffrirono i patrizi prima che si lagnasse il popolo; finalmente il fatto di Lucrezia fece ricordare ad ognuno che era marito: allora Bruto parlò prima al popolo e lo mosse, poscia parlò al senato, e, quando la rivoluzione fu compìta, ascoltò se stesso. Tutto si può fare: la difficoltà è sola nel modo. Noi possiamo giugnere col tempo a quelle idee alle quali sarebbe follia voler giugner oggi: impresso una volta il moto, si passa da un avvenimento all’altro, e l’uomo diventa un essere meramente passivo. Tutto il segreto consiste in saper donde si debba incominciare.

Non si può mai produrre una rivoluzione, a meno che non sia una rivoluzione religiosa, seguendo idee troppo generali, né seguendo un piano unico. Mille ostacoli tu incontrerai ad ogni passo, che non si erano preveduti; mille contraddizioni d’interessi, che, non potendosi distruggere, è necessità conciliare. Il popolo è un fanciullo, e vi fa spesso delle difficoltà alle quali non siete preparato. Molte nostre popolazioni non amavano l’albero perché non ne intendevano l’oggetto, e talune, che s’indispettivano per non intenderlo, lo biasimavano come magico; molte, invece dell’albero, avrebbero voluto un altro emblema. È indifferente che una rivoluzione abbia un emblema o un altro, ma è necessario che abbia quello che il popolo intende e vuole.

In molte popolazioni eravi un male da riparare, un bene da procurare per poter allettare il popolo: le stesse risorse non vi erano in altre popolazioni; né potevano la legge o il governo occuparsi di tali oggetti se non dopo che la rivoluzione era già compiuta. Le rivoluzioni attive sono sempre più efficaci, perché il popolo si dirige subito da se stesso a ciò che più da vicino l’interessa. In una rivoluzione passiva conviene che l’agente del governo indovini l’animo del popolo e gli presenti ciò che desidera e che da se stesso non saprebbe procacciarsi.

Talora il bene generale è in collisione cogl’interessi de’ potenti. L’abolizione de’ feudi, per esempio, reca un danno notabile al feudatario; ma, più del feudatario, sono da temersi coloro che vivono sul feudo. Il popolo trae ordinariamente la sussistenza da costoro; comprende che, dopo un anno, senza il feudatario vivrebbe meglio, ma senza di lui non può vivere un anno: il bisogno del momento gli fa trascurare il bene futuro, quantunque maggiore. Il talento del riformatore è allora quello di rompere i lacci della dipendenza, di conoscer le persone egualmente che le cose, di far parlare il rispetto, l’amicizia, l’ascendente che taluno, o bene o male, gode talora su di una popolazione.

Spesse volte ho visto che una popolazione ama una riforma anziché un’altra. Molte popolazioni desideravano la soppressione de’ monasteri, molte non la volevano ancora: piucché la superstizione, influiva sul loro spirito il maggiore o minor bisogno in cui erano de’ terreni. Non urtate la pubblica opinione; crescerà col nuovo ordine di cose il bisogno, e voi sarete sollecitato a distruggere ciò che un momento prima si voleva conservare.

Basta dar avviamento alle cose; di molte non si comprende oggi la necessità o l’utile, e si comprenderà domani: così avrete il vantaggio che farete far dal popolo quello che vorreste far voi.

Non vi curate degli accessorii, quando avete ottenuto il principale. Io, che ho voluto esaminar la rivoluzione più nelle idee de’ popoli che in quelle de’ rivoluzionari, ho visto che il più delle volte il malcontento nasceva dal volersi fare talune operazioni senza talune apparenze e senza talune solennità che il popolo credeva necessarie. Avviene nelle rivoluzioni come avviene nella filosofia, dove tutte le controversie nascono meno dalle idee che dalle parole. I riformatori chiamano «forza di spirito» l’audacia colla quale attaccano le solennità antiche; io la chiamo «imbecillità» di uno spirito che non sa conciliarle colle cose nuove.

Il gran talento del riformatore è quello di menare il popolo in modo che faccia da sé quello che vorresti far tu. Ho visto molte popolazioni fare da per loro stesse ciò che, fatto dal governo, avrebbero condannato. «Volendo – dice Macchiavelli – che un errore non sia favorito da un popolo, gran rimedio è fare che il popolo istesso lo abbia a giudicare». Ma a questo grande oggetto non si perviene se non da chi ha già vinto tanto la vanità de’ fanciulli di preferir le apparenze alle cose reali, quanto la vanità anche di quegli uomini doppiamente fanciulli, che non conoscono la vera gloria e che la fanno consistere nel far tutto da loro stessi.

Siccome nelle rivoluzioni passive il gran pericolo è quello di oltrepassare il segno in cui il popolo vuole fermarsi e dopo del quale vi abbandonerebbe, così il miglior partito, il più delle volte, è di restarsene al di qua. Il governo avea ordinata la soppressione istantanea di molti monasteri; e questa, commessa a persone non sempre fedeli, non avea prodotto que’ vantaggi che se ne speravano. Si poteano i conventi far rimanere, ma colla legge di non ricever più nuovi monaci; i loro fondi, con altra legge, si dichiaravano censiti a coloro che ne erano affittuali, colla libertà di acquistarne la proprietà; e così si otteneva la ripartizione de’ terreni, l’abolizione del monistero a capo di pochi anni, e frattanto ai monaci si avrebbe potuto vender anche caro questo prolungamento di esistenza. Il voler far in un momento tutto ciò che si può fare non è sempre senza pericolo, perché non è senza pericolo che il popolo non abbia più né che temere né che sperare da voi.

Il popolo è ordinariamente più saggio e più giusto di quello che si crede. Talora le sue disgrazie istesse lo correggono de’ suoi errori. Ho veduto delle popolazioni diventar repubblicane ed armarsi, perché nella loro indifferenza erano state saccheggiate dagl’insorgenti. In Caiazzo taluni della più vile feccia del popolo insursero ed attaccarono le autorità costituite; tutti gli altri erano spettatori indolenti: gl’insorgenti soli furono i più forti, vollero rapinare, e questo ruppe il letargo degli altri. Allora gl’insorgenti non furono più soli: tutta la popolazione difese le autorità costituite; ed, istruita dal pericolo, Caiazzo divenne la popolazione più attaccata alla repubblica.

Da tutto si può trar profitto: tutto può esser utile ad un governo attivo, che conosca la nazione e non abbia sistemi. Tutt’i popoli si rassomigliano; ma gli effetti delle loro rivoluzioni sono diversi, perché diversi sono coloro che le dirigono. Molti avvenimenti io potrei narrare in prova di ciò che ho detto; ma si potrebbe dir tutto senza una noia mortale? Agli esteri bastano i risultati; i nazionali, quando vogliano, possono applicare a ciascuno di essi i fatti ed i nomi che già sanno.

32 Estesissima caccia che il re teneva nella provincia di Salerno: intorno alla medesima erano le popolazioni nominate nel testo.

33 Questo linguaggio può star bene in bocca di un conquistatore che voglia nobilitare le sue conquiste, di un retore che parli ad un’adunanza di oziosi, di un filosofo che parli agli altri filosofi; potrà esser anche il linguaggio dello storico che trasmetta alla posterità i risultati degli avvenimenti: ma non deve esser mai il linguaggio di un uomo che parli al popolo e voglia muoverlo. Noi abbiamo perduta ogni idea dell’eloquenza popolare: la nostra non è che l’eloquenza delle scuole; e questa è la ragione per cui più non si veggono tra noi ripetuti quegli effetti che appena crediamo negli antichi. Dopo essersi or da pedanti or da eruditi or da filosofi analizzato il meccanismo del discorso, calcolata la sua forza, fissati i princìpi per dirigerlo onde produca il massimo effetto, mi par che ancora resti a farsi un libro in cui si calcoli la forza dell’eloquenza non sull’individuo ma sulle nazioni, e si vegga il rapporto che lo stato della nazione può aver sull’eloquenza, e la natura di questa sullo stato di quella. Si conoscerebbe allora qual differenza vi sia tra i pomposi proclami che dall’Ottantanove inondano l’Europa, e la forza segreta ma irresistibile. Pericle tuonava, fulminava, sconvolgeva la Grecia intera, ed i figli d’Isacco e d’Ismaele si dividevano l’impero della terra e de’ secoli.

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