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Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799 di Vincenzo Cuoco (seconda edizione) XXVIII

Posted by on Nov 15, 2021

Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799 di Vincenzo Cuoco (seconda edizione) XXVIII

Imposizioni

Championnet, entrando coll’armata vittoriosa in Napoli, impose una contribuzione di due milioni e mezzo di ducati da pagarsi tra due mesi. Tale imposizione era assolutamente esorbitante per una sola città già desolata dalle immense depredazioni che il passato governo vi avea fatte. Championnet avrebbe potuto esigere il doppio a poco a poco, in più lungo spazio di tempo. Quando Championnet se ne avvide, si pentì e mostrò pentirsi del fatto, ma non lo ritrattò; anzi stabilì quindici milioni per le province, a suo tempo.

Ma chi potrebbe esporre il modo, quasi direi capriccioso, col quale un’imposizione per se stessa smoderata fu ripartita? Nulla era più facile che seguire il piano della decima che già esigeva il re, e proporzionare così la nuova imposizione alla quantità dei beni che nell’officio della decima trovavasi già liquidata. Si videro famiglie milionarie tassate in pochi ducati, e tassate in somme esorbitantissime quelle che nulla possedeano: ho visto la stessa tassa imposta a chi avea sessantamila ducati all’anno di rendita, a chi ne avea dieci, a chi ne avea mille. Le famiglie dei patrioti si vollero esentare, mentre forse era più giusto che dassero le prime l’esempio di contribuire con generosità ai bisogni della patria. Si cangiarono tutte le idee: ciò che era imposizione fu considerato come una pena, e non si calcolarono tanto i beni quanto i gradi di aristocrazia che taluno avea nel cuore. – Noi tassiamo l’opinione – risposero i tassatori ad una donna che si lagnava della tassa imposta a suo marito, il quale, non avendo altro che il soldo di uffiziale, fuggendo il re, avea perduto tutto. Si tenne da coloro ai quali il governo avea commesso l’affare una massima che appena si sarebbe tollerata in un generale di un’armata vittoriosa e nemica. Una tassa imposta sul pensiero apriva tutto il campo all’arbitrio. Questo è il male che producono le imposizioni male immaginate e mal dirette; quando anche evitate l’ingiustizia, non potete evitare il sospetto che producono sul popolo gli effetti medesimi dell’ingiustizia.

Difatti non vi era in Napoli tanto danaro da pagar l’imposizione. Fu permesso di pagarla in metalli preziosi ed in gioie. Chi era incaricato a riceverle ne fu nel tempo istesso il tesoriere, il ricevitore, l’apprezzatore; ed il popolo credette che tutto fosse trafficato non colla bilancia dell’equità, ma con quella dell’interesse dell’esattore. Io non intendo affermare ciò che il popolo credeva. Il governo, per dar fine ai tanti reclami, nominò una commissione composta di persone superiori ad ogni sospetto.

Mentre in Napoli si esigeva una tale imposizione, le province erano vessate per un ordine del nuovo governo, con cui si obbligavano le popolazioni a pagar anche l’attrasso di ciò che doveano all’antico. Quest’ordine fatale dovette esser segnato in qualche momento d’inconsideratezza e per ragion di pratica. Si seguì l’antico stile, lo stile di tutt’i governi: difatti fu un solo dei membri componenti il governo quegli che sottoscrisse il decreto, ed io so per cosa certa che non lo credette di tanta importanza da meritare una discussione cogli altri suoi compagni. Non avvertì che quello stile non conveniva ad una rivoluzione. Poco tempo prima, il governo avea abolito un terzo della decima, ed avea fatta sperare l’abolizione intera. La decima interessava più la capitale che le province, e di quella più che di queste, per eterna fatalità, si occupò sempre il nostro governo. Ma le province si doveano aspettar mai questo linguaggio da un governo nuovo, che avea bisogno di guadagnar la loro affezione?

In Ostuni Giuseppe Ayroldi, uno de’ principali della città e che conosceva gli uomini, si oppose alla pubblicazione ed all’esecuzione dell’ordine. Egli ne prevedeva le funeste conseguenze. Il governo non si rimosse; e quale ne fu l’effetto? Ostuni si rivoltò, ed Ayroldi fu la prima vittima del furore popolare.

Esse nel tempo stesso erano tormentate dalle requisizioni arbitrarie di taluni commissari e generali. Mali inevitabili in ogni guerra, ma maggiori sempre quando la nazione vincitrice non ha quell’energia di governo, che tutto attira a sé e fa sì che le passioni dei privati non turbino l’unità delle pubbliche operazioni. L’esercito di una repubblica, se non è composto dei più virtuosi degli uomini, cagionerà sempre maggiori mali dell’esercito di un re. Questi mali portano sempre seco loro il disgusto de’ popoli verso colui che ha vinto, e impongono al vincitore verso l’umanità l’obbligo di un compenso infinito, che solo può assicurare la conquista e quasi render legittima la forza.

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